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Olimpiadi: ...qualcosa sta cambiando

Cala il sipario sui XX Giochi Olimpici invernali. E se pure su di essi tutto è già stato detto e scritto, forse non a tutto è stato dato il medesimo risalto. Come ad esempio al fatto che...

Lo statunitense Shani Davis, pattinatore di velocità con il nostro plurimedagliato Enrico Fabris «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». L'Olimpiade è tutta qui. Tutta in questo verso, scritto sei secoli prima che i Giochi rifacessero capolino. Tutta in quelle poche parole pronunciate a gran voce da Giorgio Albertazzi nell'immaginaria piazza proposta al centro dell'ovale nel rinnovato Stadio di Torino, durante la cerimonia d'apertura dei XX Giochi Olimpici invernali.

Conoscere, e conoscersi. E così scoprire che «tutto il mondo è paese»: un paese, certo, dove ognuno ha le proprie abitudini, magari per te un po' "strane" (vedi la passione olandese per il gelato a base di cavoli, crauti, bacon e cioccolato). Conoscersi, con la scusa dello sport. Che a questo serve: a darti un volto, uno spessore. E che è un metro immediato per raccontare, giocando ma con regole precise, chi sei. Al di là delle apparenze, perché quel che conta è sì «portare a casa il risultato», ma soprattutto «essere belli e non solo sembrarlo». Tutti, alla fine, lo vorremmo. Per questo i Giochi sono seguiti sempre e ovunque - a Nord come a Sud, a Oriente quanto a Occidente: in questa occasione, grazie alle oltre 500 ore di dirette radio-televisive effettuate e alle centinaia di articoli scritti in ogni lingua del pianeta.

Quando voi ci leggerete, per la legge del tempo a cui si piega un mensile, il fuoco di Torino 2006 sarà spento da giorni, e dei confronti, dello spettacolo, come della fine fatta da sogni e speranze di fronte a due (forse tre) miliardi di persone, già saprete fin nel più minuto particolare. Non è il caso, dunque - che si parli della nostra o delle altre nazioni -, di tornare sulle delusioni più o meno cocenti provate da fin troppo attesi protagonisti; o, di contro, di raccontare di successi già scritti o di impreviste (e gratificanti) sorprese. Né di soffermarsi sull'improvvisa passione (curiosità?) nata attorno al curling, o sulle stepefacenti punte di audience ottenute dal pattinaggio artistico. E già tutto è stato detto delle bizze della neve - prima restia ad arrivare, tanto che abbondava la sua versione artificiale (per certi aspetti persino più valida e democratica: è sempre uguale per tutti), poi copiosa, a creare difficoltà allo snocciolarsi delle gare - e della determinazione ad espellere da piste e campi ghiacciati quella spina sempre nel fianco che è il doping.

Per di più, altri hanno già ampiamente parlato del ritorno in Italia dei Giochi invernali dopo Cortina 1956 (VII edizione), e di un impossibile confronto con Torino, visto come il pianeta in questi cinquant'anni ha cambiato faccia e mischiato le carte. E, ugualmente, siete stati con facondia informati dei record e delle novità che resteranno legate alla XX edizione delle Olimpiadi bianche. Per la prima volta affidate ad una città con il rango di capitale e, per forza di cose, quasi "spalmate" sul territorio - 4 vallate, 10 città, 89 comuni coinvolti, per 84 gare, 2.500 atleti, 5.000 accompagnatori, 3,5 miliardi di euro investiti - con quel che ne discende in termini logistici, inevitabili polemiche comprese.

Non sono mancati, poi, scoop ed approfondimenti sulle "altre olimpiadi". Quelle nascoste, cioè, dietro le quinte, ma non per questo meno impegnative per chi le ha vissute. Dai 25mila volontari, cuore e anima dei Giochi, alle altrettante migliaia di persone impegnate ad assicurare tranquillità a concorrenti e spettatori: gli addetti alla sicurezza (in media, sei agenti per ogni atleta), provenienti dalle diverse Forze dell'ordine, a cominciare dall'Arma. Per non parlare delle "olimpiadi" ancora più nascoste, seppur poi visibilissime, articolate in raffinate strategie di marketing, dove contano i confini comunali e ci si arma di nastri adesivi per coprire loghi concorrenti, per poter essere il cellulare, la maglietta o la bevanda "ufficiale" di Olimpia.

Dunque tutto è stato scritto, tutto è stato detto. Ma non tutto, forse, è rimasto per lo stesso tempo sotto i riflettori, non tutto ha avuto il medesimo risalto. Inutile nascondersi, ad esempio, che in tanti consideriamo l'Olimpiade invernale la "cugina povera" di quella estiva. Si lamenta che le Americhe perdano per strada un loro pezzo, e che l'Africa quanto l'Oceania scompaiano, riducendo così i cerchi da cinque a tre soli: oltre 200 le nazioni presenti ad Atene 2004, non più di 80 i Paesi sotto la Mole Antonelliana. Si protesta che per tre quarti gli atleti presenti a questi Giochi appartengano alla vecchia Europa. Che, quindi, essi siano ancora molto "bianchi". Che, insomma, il Sud del mondo resti a casa perché «la neve è una favola lontana».

Ma proprio Torino 2006 è stata la prova provata che qualcosa sta cambiando: si è laureato per la prima volta un signore fiero della sua pelle scura (lo statunitense Shani Davis, nel Pattinaggio di velocità). E sarà pur vero che tra estate e inverno mutano costumi e fondali, ma, che i brividi siano caldi o freddi, sempre tali sono quelli provati ad un metro dal traguardo. Anche se ogni emozione rivendica la sua specificità: «…il bello dei Giochi estivi», ha scritto qualcuno, «è che balli con tutti: con il pugile afgano, con il minatore sudafricano, con il principe spagnolo. Nei Giochi invernali, invece, stai abbracciato a qualcuno che è scivolato sulla tua stessa neve. E quell'aria di famiglia rende l'Olimpiade bianca un'arena più semplice e divertente». Non per nulla i Giochi tenuti all'ombra delle Alpi sono diventati in men che non si dica un travolgente successo informatico, e di colpo su Internet sono apparsi infiniti siti a loro dedicati: da quello ufficiale allo speciale curato dalla Nasa, dove si immaginava di ipotetiche competizioni svolte sulle Alpi lunari…

E se dunque Torino si è rivelata un'elegante seppur riservata signora (con un certo non so che di magico e misterioso), l'Olimpiade, più che mai in questa edizione, è stata donna. Un riferimento preciso, dal quale qualsiasi dubbio era bandito, e articolato lungo un filo continuo che ha collegato ogni emozione, nella accattivante cerimonia di apertura. Difficile riportare tutte le citazioni. Da Carla Bruni, alla quale viene affidato il Tricolore protocollare, alle decine di ragazze delegate a presentare le squadre convenute, a coloro (e sono state molte) che stringevano nelle mani, «forti e decise», le proprie bandiere nazionali: una per tutte, la nostra Carolina Kostner. Dalle otto signore di bianco vestite (Wangari Maathai, Isabel Allende, Susan Sarandon, Nawal El Moutawakel, Manuela di Centa, Somaly Mam, Sophia Loren, Maria Mutola), che con passo austero hanno introdotto la Bandiera olimpica, a quel trapulin (ossia "affarino": 1,60 di altezza per 45 chili di peso) che è stata la più grande fondista italiana di tutti i tempi, Stefania Belmondo, «la donna che ha acceso il mondo».

Ma soprattutto, in queste Olimpiadi - che come le prime della storia (a Chamonix) hanno voluto far partire le gare di sabato (allora era il 26 gennaio 1924) -, fin da subito è aleggiata la convinzione che al di là di Torino, della sua gente, della sua volontà «di rialzare la testa» sullo scenario del mondo, era all'Italia che toccava «salire sul palco. All'Italia tutta, non importa con quale accento parli». Perché sugli schermi tv di tutto il mondo, Mongolia compresa (per la prima volta collegata) subito dietro a Turin, appariva scritto Italy. Non più «quartiere del pianeta, ma centro di un'umanità che qui si è data appuntamento».

Un'Olimpiade, è stato scritto, non ricapita dopodomani, e se agli azzurri era riservato l'obbligo di dimostrare che l'Italia è cambiata e che adesso non sciano più solo quelli nati in montagna, o pattinano solo quanti hanno giocato con la neve fin da bambini, per altri versi importava che in questi Giochi, fortemente voluti, l'Italia dimostrasse «di aver ben lavorato quando serviva». Non si trattava di far sparire rughe solo per vanità, ma di far «vedere che il Paese ha un corpo e una testa che funziona quando deve fare e pensare». Che fosse un Paese capace, come in realtà è stata, di strappare una stupita esclamazione quando, dopo 11.900 chilometri e 10mila tedofori, con un gioco di fiamme dal fantastico impatto coreografico, ha portato il fuoco acceso ad Olimpia alla sommità di quel tripode (con i suoi 57 metri, il più alto dal 1928, anno in cui venne adottato) che per oltre 16 giorni è stato visibile da ogni parte della città, a ricordare la Tregua Olimpica.

Una Tregua sostenuta da 190 Paesi, quasi l'unanimità dei membri dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, eppure testardamente smentita dalla quotidianità. E proprio per questo, allora, mentre torniamo col pensiero al Tricolore che, come ad Atene 2004, si alza nella notte dell'arrivederci (noi italiani raramente diciamo addio…) sulle note dell'Inno di Mameli, con tutt'intorno la palpabile, surreale mescolanza di leggerezza e rimpianto di una festa di Carnevale, permettete anche a noi di ripetere ancora una volta assieme al Poeta: «Fatti non foste a viver come bruti…».

Minna Conti