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«Fatti non foste a
viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza».
L'Olimpiade è tutta qui. Tutta in questo verso, scritto sei
secoli prima che i Giochi rifacessero capolino. Tutta in
quelle poche parole pronunciate a gran voce da Giorgio
Albertazzi nell'immaginaria piazza proposta al centro
dell'ovale nel rinnovato Stadio di Torino, durante la
cerimonia d'apertura dei XX Giochi Olimpici
invernali.
Conoscere, e conoscersi. E così
scoprire che «tutto il mondo è paese»: un paese, certo, dove ognuno
ha le proprie abitudini, magari per te un po' "strane" (vedi la
passione olandese per il gelato a base di cavoli, crauti, bacon e
cioccolato). Conoscersi, con la scusa dello sport. Che a questo
serve: a darti un volto, uno spessore. E che è un metro immediato
per raccontare, giocando ma con regole precise, chi sei. Al di là
delle apparenze, perché quel che conta è sì «portare a casa il
risultato», ma soprattutto «essere belli e non solo sembrarlo».
Tutti, alla fine, lo vorremmo. Per questo i Giochi sono seguiti
sempre e ovunque - a Nord come a Sud, a Oriente quanto a Occidente:
in questa occasione, grazie alle oltre 500 ore di dirette
radio-televisive effettuate e alle centinaia di articoli scritti in
ogni lingua del pianeta.
Quando voi ci leggerete, per la
legge del tempo a cui si piega un mensile, il fuoco di Torino 2006
sarà spento da giorni, e dei confronti, dello spettacolo, come
della fine fatta da sogni e speranze di fronte a due (forse tre)
miliardi di persone, già saprete fin nel più minuto particolare.
Non è il caso, dunque - che si parli della nostra o delle altre
nazioni -, di tornare sulle delusioni più o meno cocenti provate da
fin troppo attesi protagonisti; o, di contro, di raccontare di
successi già scritti o di impreviste (e gratificanti) sorprese. Né
di soffermarsi sull'improvvisa passione (curiosità?) nata attorno
al curling, o sulle stepefacenti punte di audience ottenute dal
pattinaggio artistico. E già tutto è stato detto delle bizze della
neve - prima restia ad arrivare, tanto che abbondava la sua
versione artificiale (per certi aspetti persino più valida e
democratica: è sempre uguale per tutti), poi copiosa, a creare
difficoltà allo snocciolarsi delle gare - e della determinazione ad
espellere da piste e campi ghiacciati quella spina sempre nel
fianco che è il doping.
Per di più, altri hanno già
ampiamente parlato del ritorno in Italia dei Giochi invernali dopo
Cortina 1956 (VII edizione), e di un impossibile confronto con
Torino, visto come il pianeta in questi cinquant'anni ha cambiato
faccia e mischiato le carte. E, ugualmente, siete stati con
facondia informati dei record e delle novità che resteranno legate
alla XX edizione delle Olimpiadi bianche. Per la prima volta
affidate ad una città con il rango di capitale e, per forza di
cose, quasi "spalmate" sul territorio - 4 vallate, 10 città, 89
comuni coinvolti, per 84 gare, 2.500 atleti, 5.000 accompagnatori,
3,5 miliardi di euro investiti - con quel che ne discende in
termini logistici, inevitabili polemiche comprese.
Non sono mancati, poi, scoop ed
approfondimenti sulle "altre olimpiadi". Quelle nascoste, cioè,
dietro le quinte, ma non per questo meno impegnative per chi le ha
vissute. Dai 25mila volontari, cuore e anima dei Giochi, alle
altrettante migliaia di persone impegnate ad assicurare
tranquillità a concorrenti e spettatori: gli addetti alla sicurezza
(in media, sei agenti per ogni atleta), provenienti dalle diverse
Forze dell'ordine, a cominciare dall'Arma. Per non parlare delle
"olimpiadi" ancora più nascoste, seppur poi visibilissime,
articolate in raffinate strategie di marketing, dove contano i
confini comunali e ci si arma di nastri adesivi per coprire loghi
concorrenti, per poter essere il cellulare, la maglietta o la
bevanda "ufficiale" di Olimpia.
Dunque tutto è stato scritto, tutto
è stato detto. Ma non tutto, forse, è rimasto per lo stesso tempo
sotto i riflettori, non tutto ha avuto il medesimo risalto. Inutile
nascondersi, ad esempio, che in tanti consideriamo l'Olimpiade
invernale la "cugina povera" di quella estiva. Si lamenta che le
Americhe perdano per strada un loro pezzo, e che l'Africa quanto
l'Oceania scompaiano, riducendo così i cerchi da cinque a tre soli:
oltre 200 le nazioni presenti ad Atene 2004, non più di 80 i Paesi
sotto la Mole Antonelliana. Si protesta che per tre quarti gli
atleti presenti a questi Giochi appartengano alla vecchia Europa.
Che, quindi, essi siano ancora molto "bianchi". Che, insomma, il
Sud del mondo resti a casa perché «la neve è una favola
lontana».
Ma proprio Torino 2006 è stata la
prova provata che qualcosa sta cambiando: si è laureato per la
prima volta un signore fiero della sua pelle scura (lo statunitense
Shani Davis, nel Pattinaggio di velocità). E sarà pur vero che tra
estate e inverno mutano costumi e fondali, ma, che i brividi siano
caldi o freddi, sempre tali sono quelli provati ad un metro dal
traguardo. Anche se ogni emozione rivendica la sua specificità:
«…il bello dei Giochi estivi», ha scritto qualcuno, «è che balli
con tutti: con il pugile afgano, con il minatore sudafricano, con
il principe spagnolo. Nei Giochi invernali, invece, stai
abbracciato a qualcuno che è scivolato sulla tua stessa neve. E
quell'aria di famiglia rende l'Olimpiade bianca un'arena più
semplice e divertente». Non per nulla i Giochi tenuti all'ombra
delle Alpi sono diventati in men che non si dica un travolgente
successo informatico, e di colpo su Internet sono apparsi infiniti
siti a loro dedicati: da quello ufficiale allo speciale curato
dalla Nasa, dove si immaginava di ipotetiche competizioni svolte
sulle Alpi lunari…
E se dunque Torino si è rivelata
un'elegante seppur riservata signora (con un certo non so che di
magico e misterioso), l'Olimpiade, più che mai in questa edizione,
è stata donna. Un riferimento preciso, dal quale qualsiasi dubbio
era bandito, e articolato lungo un filo continuo che ha collegato
ogni emozione, nella accattivante cerimonia di apertura. Difficile
riportare tutte le citazioni. Da Carla Bruni, alla quale viene
affidato il Tricolore protocollare, alle decine di ragazze delegate
a presentare le squadre convenute, a coloro (e sono state molte)
che stringevano nelle mani, «forti e decise», le proprie bandiere
nazionali: una per tutte, la nostra Carolina Kostner. Dalle otto
signore di bianco vestite (Wangari Maathai, Isabel Allende, Susan
Sarandon, Nawal El Moutawakel, Manuela di Centa, Somaly Mam, Sophia
Loren, Maria Mutola), che con passo austero hanno introdotto la
Bandiera olimpica, a quel trapulin (ossia "affarino": 1,60 di
altezza per 45 chili di peso) che è stata la più grande fondista
italiana di tutti i tempi, Stefania Belmondo, «la donna che ha
acceso il mondo».
Ma soprattutto, in queste Olimpiadi
- che come le prime della storia (a Chamonix) hanno voluto far
partire le gare di sabato (allora era il 26 gennaio 1924) -, fin da
subito è aleggiata la convinzione che al di là di Torino, della sua
gente, della sua volontà «di rialzare la testa» sullo scenario del
mondo, era all'Italia che toccava «salire sul palco. All'Italia
tutta, non importa con quale accento parli». Perché sugli schermi
tv di tutto il mondo, Mongolia compresa (per la prima volta
collegata) subito dietro a Turin, appariva scritto Italy. Non più
«quartiere del pianeta, ma centro di un'umanità che qui si è data
appuntamento».
Un'Olimpiade, è stato scritto, non
ricapita dopodomani, e se agli azzurri era riservato l'obbligo di
dimostrare che l'Italia è cambiata e che adesso non sciano più solo
quelli nati in montagna, o pattinano solo quanti hanno giocato con
la neve fin da bambini, per altri versi importava che in questi
Giochi, fortemente voluti, l'Italia dimostrasse «di aver ben
lavorato quando serviva». Non si trattava di far sparire rughe solo
per vanità, ma di far «vedere che il Paese ha un corpo e una testa
che funziona quando deve fare e pensare». Che fosse un Paese
capace, come in realtà è stata, di strappare una stupita
esclamazione quando, dopo 11.900 chilometri e 10mila tedofori, con
un gioco di fiamme dal fantastico impatto coreografico, ha portato
il fuoco acceso ad Olimpia alla sommità di quel tripode (con i suoi
57 metri, il più alto dal 1928, anno in cui venne adottato) che per
oltre 16 giorni è stato visibile da ogni parte della città, a
ricordare la Tregua Olimpica.
Una Tregua sostenuta da 190 Paesi,
quasi l'unanimità dei membri dell'Assemblea Generale delle Nazioni
Unite, eppure testardamente smentita dalla quotidianità. E proprio
per questo, allora, mentre torniamo col pensiero al Tricolore che,
come ad Atene 2004, si alza nella notte dell'arrivederci (noi
italiani raramente diciamo addio…) sulle note dell'Inno di Mameli,
con tutt'intorno la palpabile, surreale mescolanza di leggerezza e
rimpianto di una festa di Carnevale, permettete anche a noi di
ripetere ancora una volta assieme al Poeta: «Fatti non foste a
viver come bruti…». |