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I giorni che hanno cambiato la Storia - 13

Da secoli i geografi sostenevano l'esistenza di un continente nel sud del mondo. I primi europei vi sbarcarono all'inizio del XVII secolo, ma la colonizzazione ebbe inizio un secolo e mezzo più tardi, quando James Cook piantò la bandiera inglese a Botany Bay. Più o meno negli stessi anni i coloni americani si ribellarono alla madrepatria, e questo indusse Londra a sfruttare nel miglior modo possibile le opportunità offerte dalla nuova conquista. Da colonia penale, l'Australia si trasformò - nel giro di qualche decennio - in una Nazione prospera, grazie anche alla scoperta di importanti giacimenti d'oro. Da qualche decennio si è anche normalizzato il rapporto fra gli eredi dei colonizzatori e i vecchi "padroni di casa", gli aborigeni che vivono lì da più di trentamila anni

Il quinto Continente



James Cook in un ritratto dell'epocaL'Oceania - il quinto continente - non ha avuto un Cristoforo Colombo. Ne ha avuti parecchi. Quando il navigatore genovese traversò l'Oceano Atlantico (convinto di aver raggiunto le Indie, navigando verso Ovest, invece di seguire la via tracciata da Marco Polo verso Oriente), le grandi potenze si resero conto immediatamente dell'importanza economica della scoperta. Nuovi prodotti da importare, nuove terre da colonizzare. La stessa impressione non suscitarono le prime esplorazioni dell'Australia, che apparve come una terra arida e priva di prospettive: questo spiega perché trascorse più di un secolo e mezzo fra il primo sbarco di un europeo (l'olandese Willem Janszoon) e la "presa di possesso" - per conto degli inglesi - operata nella seconda metà del XVIII secolo da parte di James Cook. E gli stessi sudditi di Sua Maestà Britannica - almeno inizialmente - videro in quelle terre lontane il luogo ideale per installarvi una colonia penale. Vi trasferirono migliaia di galeotti, per decongestionare le prigioni inglesi. Soltanto a metà dell'Ottocento gli immigrati scoprirono la ricchezza del continente: contemporaneamente cessò la deportazione dei galeotti e vennero fondate le prime grandi città, quelle che sarebbero diventate poi le capitali degli Stati federati. Nello sviluppo istituzionale e civile dell'Australia è mancata - rispetto a quanto accaduto negli Stati Uniti d'America - la ribellione contro la madrepatria. Il legame con l'Inghilterra non è mai stato messo in discussione, e si è compiuto con l'adesione al Commonwealth.

19 agosto 1770




A raccontarla tutta, i primi colonizzatori arrivarono in Australia più di trentacinquemila anni fa. Provenivano dal Sud-est asiatico e - a tappe più o meno forzate (nessuno è in grado di ricostruire i tempi della migrazione) - fecero la strada a piedi, quando l'Australia era collegata con l'attuale Indonesia. Una grande era glaciale aveva abbassato il livello degli oceani e creato una striscia di terra che univa due continenti. Gli aborigeni rimasero poi isolati (e ignorati) per decine di millenni. A differenza dell'America (di cui nessuno sospettava l'esistenza fino all'epoca di Colombo), i geografi dei tempi classici sostenevano che un continente australe doveva esserci certamente nel sud del mondo per bilanciare la massa terrestre dell'Eurasia. Tolomeo (filosofo e geografo del II secolo, sostenitore della teoria geocentrica) scrisse di una Terra Australis Incognita, e la convinzione si era fatta strada al punto che nel XV secolo, quando i portoghesi dettero inizio alla grande era delle esplorazioni, l'esistenza di quella terra era considerata pressoché certa. E furono proprio i portoghesi a spingersi fino a Giava e a disegnare sulle carte nautiche la costa settentrionale della Nuova Guinea. Pare che nei loro viaggi avessero anche toccato le coste australiane, benché non esistano prove concrete in merito. Dopo di loro si spinsero in quel tratto di oceano gli spagnoli e gli olandesi. Gli olandesi furono sicuramente i primi ad approdare in quel luogo, traendone però conclusioni molto negative: «A nostro parere questa è la regione più arida e desolata che esista sulla faccia della Terra», scrisse il comandante di una nave nel suo giornale di bordo, definendo il nuovo continente (senza mezzi termini, amareggiato anche per un naufragio) «una terra maledetta». Influenzarono, con i loro giudizi, anche i primi navigatori inglesi che si spinsero fin laggiù. William Dampier (un esploratore-pirata che fermò sulla costa nord-occidentale di quella che allora si chiamava Nuova Olanda), descrisse così gli abitanti: «Hanno l'aspetto più sgradevole e le fattezze peggiori di tutti i popoli che ho visto, sebbene io abbia incontrato una grande varietà di selvaggi». Uno sdegno molto aristocratico.

Sarebbe curioso scoprire che cosa pensassero i "selvaggi" di quei viaggiatori che giungevano di lontano: tutti di sesso maschile, afflitti da malattie come lo scorbuto (epidemico fra i navigatori del tempo), con la pelle troppo chiara, violenti e spietati, privi di qualunque forma di rispetto per gli usi, i costumi e la religione degli aborigeni. Che - probabilmente - tirarono un sospiro di sollievo quando le visite degli occidentali subirono una lunga battuta d'arresto. Né ebbero modo di supporre - nel momento in cui giunse nelle loro terre il brigantino di James Cook - che l'Endeavour, ormeggiato a Botany Bay, avrebbe cambiato definitivamente la loro vita.

Un dipinto di aborigeni di Millipur che raffigura un incontro fra uomini e animali ai tempi della creazione del mondo.Cook fu, in assoluto, il più grande navigatore del Pacifico. Quando giunse a Botany Bay (da lui battezzata così per la straordinaria varietà di esemplari botanici che vi trovò) era in viaggio da due anni esatti. Era salpato da Plymouth nell'agosto del 1768: prima tappa Tahiti (aprile 1769) per le rilevazioni astronomiche sull'incrocio fra Venere e il Sole. Nell'isola della Polinesia, Cook si era conquistato la stima degli indigeni che lo soprannominarono «l'uomo in cerca di un pianeta». I buoni rapporti con la popolazione locale permisero a Cook di utilizzare Tahiti come base logistica per le successive spedizioni. La tappa seguente fu in Nuova Zelanda: scoprì che era composta di due isole; le circumnavigò entrambe, rilevando circa 4.000 chilometri di coste, con una precisione sorprendente. Poi raggiunse la regione meridionale dell'Australia: non si fermò a Botany Bay, ansioso di perlustrare tutte le coste. «Più volte», racconta Donald Culross Peattie, autore di una biografia di Cook, «l'Endeavour fu vicino al disastro, in queste acque, ora note fra le più pericolose del mondo. Una volta s'incagliò veramente, ma la perizia marinara di Cook lo salvò. E in cinque mesi la piccola carboniera rilevò per intero la traditrice costa orientale. Poi salpò per rimpatriare, esplorando durante il viaggio un lungo tratto della costa meridionale della Nuova Guinea. Raggiunse l'Inghilterra dopo undici mesi. Aveva aggiunto due preziose gemme alla Corona britannica: l'Australia e la Nuova Zelanda; aveva rilevato alcuni fra i mari più pericolosi e lontani del mondo; aveva trovato il modo per combattere lo scorbuto (con la di stribuzione di sidro, melassa, tè di ribes e cavoli), salvando più vite di marinai inglesi di quante ne andarono perse con le guerre napoleoniche; ed aveva scritto, con i suoi giornali di bordo, un'opera classica sulle imprese marittime».

Il 19 agosto 1770 Cook prese possesso dell'Australia in nome del re d'Inghilterra. L'ammiragliato - entusiasta per le sue scoperte - lo inviò di nuovo nel 1772 a esplorare il Pacifico meridionale, nella convinzione che esistesse un altro continente da occupare e colonizzare. Questa volta Cook ebbe due navi: la Resolution e l'Adventure. I due bastimenti frugarono i mari antartici per 70mila miglia, in una delle zone più solitarie (e inospitali) del mondo. Si spinsero fra i banchi di ghiaccio, sfidarono gli iceberg alla deriva, attraversarono per la prima volta la calotta polare antartica, sfatando per sempre il mito di un continente abitabile nei Mari del Sud. A nord-est dell'Australia scoprirono la Nuova Caledonia e l'isola di Norfolk.

«Sia fra i cannibali, sia fra la gente semicivilizzata», scrive Culross Peattie, «Cook si comportò sempre come un gentiluomo, conquistandosi affetti sinceri. Aveva anche cura di insegnare il rispetto per la bandiera britannica e di impressionare i suoi ospiti con le armi da fuoco. Dovunque andasse, cercò di popolare le isole con bovini, ovini, cavalli, conigli, polli, oche, anatre. Ma le bestie morirono per il clima o furono mangiate da gente che non vedeva lo scopo di lasciare della buona carne in giro per i boschi, dove sarebbe stato difficile catturarla. Gli uomini di Cook piantarono verdure e cereali europei dovunque la terra gli sembrasse promettente. Ma gli indigeni non se ne curarono». Partivano da abitudini troppo diverse per comprendere i vantaggi che avrebbero potuto trarre da quelle coltivazioni, o dall'allevamento degli animali. Ma Cook, a differenza di altri viaggiatori, spese molte parole a favore della popolazione aborigena australiana, e delle loro abitudini di vita. «Possono sembrare le persone più miserevoli della terra», scrisse sul suo diario di bordo, «ma in realtà sono molto più felici di noi europei. Dormono saporitamente in una piccola capanna, o perfino all'aperto, come il re nel suo palazzo su un letto di piume d'oca».

Una volta piantata l'Union Jack sul territorio australiano, si moltiplicarono le spedizioni inglesi nel nuovo continente. A favorire l'interesse per quella nuova colonia fu anche un avvenimento esterno. Proprio in quegli anni, i coloni americani si ribellarono contro la madrepatria: e l'Inghilterra subì una delle più cocenti sconfitte militari della propria storia. Il governo di Londra decise di offrire una diversa opportunità ai coloni americani rimasti fedeli alla Corona, dando loro la possibilità di insediarsi in Australia. All'atto pratico furono ben pochi a compiere quella scelta, resa complicata da problemi logistici di non agevole soluzione. Ma venne alla luce anche un altro problema. Da oltre un secolo l'America era servita come luogo di destinazione dei sudditi di Sua Maestà condannati all'ergastolo. Era chiaro che gli Stati Uniti appena costituiti si sarebbero rifiutati di accoglierne ancora. Dall'inizio della Guerra d'indipendenza, i condannati erano stati ammassati a migliaia nelle stive di navi ancorate a Portsmouth e sulle rive del Tamigi. «Ai burocrati inglesi», ha scritto uno dei più autorevoli docenti di Storia australiana, Geoffrey C. Bolton, «l'Australia cominciò a sembrare una terra promessa. Non soltanto avrebbe assorbito i detenuti delle carceri inglesi ma, con un po' di fortuna, un insediamento in Australia poteva dare all'ammiragliato una fonte di legname e di altri rifornimenti per le navi. Poteva servire come base per la caccia alla balena nei Mari del Sud e come scalo per i traffici nell'Oceano Pacifico. Inoltre quegli insediamenti avrebbero scoraggiato le attività navali francesi in quella regione. Se i galeotti si riabilitavano, tanto meglio, altrimenti sarebbero stati troppo lontani dalla madrepatria per nuocere». Il comando della spedizione fu affidato al colonnello Arthur Phillip. L'approdo fu di nuovo a Botany Bay. Si può dire che quell'evento segnò la nascita di una nuova nazione, che «non sarebbe potuta nascere in circostanze meno propizie. Il luogo non rispondeva affatto alla descrizione idilliaca di Cook. Invece dei prati promessi, i nuovi arrivati trovarono solo una terra selvaggia e sabbiosa. L'iniziale approdo si rivelò poco accogliente, e la flotta levò le ancore per dirigersi in un porto poco più a nord, che Cook aveva chiamato Port Jackson, ma che ben presto fu ribattezzato Sydney. Lì il suolo era migliore, ma nonostante ciò tentare di mettere a coltura quella terra vergine era un'impresa disperata».

Gli australiani di oggi, con fierezza, raccontano che i padri fondatori erano «liberi pensatori, imprigionati per le loro idee politiche, e audaci bracconieri condannati dalle brutali e repressive leggi inglesi». Che le leggi di allora fossero molto rigide non c'è dubbio. La maggior parte dei galeotti scontava condanne per reati che oggi verrebbero considerati di rilievo secondario: furto, borseggio, taccheggio e, perfino, "cattiva condotta".

La mancanza di tecnici e di mano d'opera specializzata per far fronte alle necessità della nuova colonia e l'ostilità dell'ambiente naturale e della popolazione indigena rischiarono di far naufragare l'impresa, fino all'arrivo di una seconda flotta, nel 1790. Fino alla sua partenza dall'isola nel 1792, Phillip impose alla colonia penale una struttura autoritaria fortemente centralizzata, che rimase inalterata per tutto il primo periodo della colonizzazione. La nuova colonia si trovò di fronte a tre principali problemi: l'approvvigionamento alimentare, lo sviluppo di un sistema economico interno e la creazione di una produzione locale destinata all'esportazione, con cui pagare i beni importati dalla Gran Bretagna. La creazione di fattorie sulle fertili rive del fiume Hawkesbury, poche miglia a nord-ovest di Sydney, non fece che alimentare le tensioni con gli aborigeni, obbligando la colonia a dipendere per l'approvvigionamento alimentare dall'isola di Norfolk, distante circa 1.600 chilometri.

La danza delle lance degli aborigeni della Roper ValleyI primi contatti tra gli europei e gli aborigeni furono relativamente pacifici. Con la colonizzazione della Tasmania, tuttavia, le comunità locali subirono decenni di spietate persecuzioni; sul continente, dove gli allevatori cercavano terre per i loro greggi, esse furono respinte verso il più arido interno. Ufficialmente, per tutto il XIX secolo, la politica coloniale nei confronti degli aborigeni fu quella di garantire l'uguaglianza con i coloni. In pratica le cose andarono diversamente e lo scontro tra le due culture fu particolarmente drammatico all'epoca dell'espansione dei pascoli verso l'interno, quando i coloni iniziarono ad adottare severe misure repressive nei confronti degli abitanti locali. L'indifferenza per la cultura di questi ultimi si accompagnò spesso a pratiche segregazioniste, in base alle quali la popolazione indigena fu chiusa in riserve ed esclusa dalla vita coloniale. Soltanto dopo la Seconda guerra mondiale il governo federale ha completamente ribaltato la sua politica riconoscendo ai vecchi "padroni di casa" pari dignità.

A metà del XIX secolo (quando la vita nella colonia era già caratterizzata da un discreto benessere economico e da una invidiabile tranquillità) nel Nuovo Galles del Sud fu scoperto l'oro. L'establishment coloniale considerò con orrore quella novità. Il Sydney Morning Herald predisse «calamità molto peggiori di un terremoto o di una pestilenza»; un altro quotidiano scrisse che «una vera e propria follia sembra essersi impossessata di tutte le componenti della comunità». Da un giorno all'altro le città si svuotarono per la "corsa all'oro", con modalità molto simili a quelle registrate negli Stati Uniti. Navi cariche di emigranti raggiunsero i porti australiani per scaricare persone di ogni classe sociale in cerca di fortuna. Nei decenni precedenti i proprietari terrieri avevano subito la concorrenza degli squatter (gli abusivi che si impossessavano dei terreni senza averne alcun titolo). Dopo gli squatter, la popolazione dovette fare i conti con gli scavatori, le cui abitudini di vita erano in contrasto con il pacifico tran-tran dei colonizzatori precedenti. I campi auriferi portarono un'immensa ricchezza alle colonie. Qualche decennio più tardi un terzo della produzione mondiale di oro proveniva dall'Australia. E persino gli scavatori più sfortunati non abbandonarono più il continente. Nel giro di una decina di anni la popolazione triplicò, e divenne chiaro per tutti che l'Australia si avviava a diventare una delle Nazioni più importanti del mondo.

L'idea dell'unificazione delle colonie australiane risale a una proposta formulata nel 1847 dall'allora ministro britannico delle colonie. Nessun progetto specifico, tuttavia, fu preso seriamente in considerazione a causa della forte rivalità che divideva le società coloniali. Fu il timore di incursioni dal nord, da parte di europei non britannici e asiatici, a motivare il primo passo in quella direzione negli anni Ottanta dell'Ottocento; quando, nel 1883, il Queensland fu costretto a richiedere l'appoggio britannico nella sua difesa contro possibili rivendicazioni coloniali tedesche, la necessità di una politica comune si fece più evidente. Le colonie australiane crearono un Consiglio federale nel 1885, che rimase tuttavia privo di un reale potere esecutivo a causa della mancata adesione del Nuovo Galles del Sud. Alla spinta verso l'unificazione contribuirono lo sviluppo di sindacati centralizzati e il forte consenso ottenuto, dopo la crisi economica del 1892, dai partiti laburisti, che puntavano a uniformare le leggi in materia di lavoro esistenti nei vari Stati.

Nel 1889 il primo ministro del Nuovo Galles del Sud, Henry Parkes, si fece promotore di una nuova forma di federalismo che avrebbe dovuto sostituire il Consiglio federale. In un congresso tenuto a Sydney nel 1891 furono gettate le basi per la convocazione di un'assemblea costituzionale, che si sarebbe tuttavia riunita solo nel 1897-98. Il progetto di federazione fu infine approvato con un referendum in ciascuna delle sei colonie; il Commonwealth of Australia fu approvato dal Parlamento britannico nel 1900 e divenne una realtà il 1° gennaio dell'anno successivo. La Costituzione federale rifletteva l'influenza sia dell'ordinamento britannico sia di quello americano; fu infatti istituito un governo di tipo parlamentare, con un consiglio dei ministri responsabile di fronte a un'assemblea legislativa bicamerale, ma al governo federale vennero attribuiti soltanto alcuni poteri specificamente delegati.

Benedetto Testa