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Il
quinto Continente
L'Oceania - il quinto
continente - non ha avuto un Cristoforo Colombo. Ne ha avuti
parecchi. Quando il navigatore genovese traversò l'Oceano
Atlantico (convinto di aver raggiunto le Indie, navigando
verso Ovest, invece di seguire la via tracciata da Marco Polo
verso Oriente), le grandi potenze si resero conto
immediatamente dell'importanza economica della scoperta. Nuovi
prodotti da importare, nuove terre da colonizzare. La stessa
impressione non suscitarono le prime esplorazioni
dell'Australia, che apparve come una terra arida e priva di
prospettive: questo spiega perché trascorse più di un secolo e
mezzo fra il primo sbarco di un europeo (l'olandese Willem
Janszoon) e la "presa di possesso" - per conto degli inglesi -
operata nella seconda metà del XVIII secolo da parte di James
Cook. E gli stessi sudditi di Sua Maestà Britannica - almeno
inizialmente - videro in quelle terre lontane il luogo ideale
per installarvi una colonia penale. Vi trasferirono migliaia
di galeotti, per decongestionare le prigioni inglesi. Soltanto
a metà dell'Ottocento gli immigrati scoprirono la ricchezza
del continente: contemporaneamente cessò la deportazione dei
galeotti e vennero fondate le prime grandi città, quelle che
sarebbero diventate poi le capitali degli Stati federati.
Nello sviluppo istituzionale e civile dell'Australia è mancata
- rispetto a quanto accaduto negli Stati Uniti d'America - la
ribellione contro la madrepatria. Il legame con l'Inghilterra
non è mai stato messo in discussione, e si è compiuto con
l'adesione al Commonwealth.
19
agosto 1770
A raccontarla tutta, i primi colonizzatori arrivarono in Australia
più di trentacinquemila anni fa. Provenivano dal Sud-est asiatico e
- a tappe più o meno forzate (nessuno è in grado di ricostruire i
tempi della migrazione) - fecero la strada a piedi, quando
l'Australia era collegata con l'attuale Indonesia. Una grande era
glaciale aveva abbassato il livello degli oceani e creato una
striscia di terra che univa due continenti. Gli aborigeni rimasero
poi isolati (e ignorati) per decine di millenni. A differenza
dell'America (di cui nessuno sospettava l'esistenza fino all'epoca
di Colombo), i geografi dei tempi classici sostenevano che un
continente australe doveva esserci certamente nel sud del mondo per
bilanciare la massa terrestre dell'Eurasia. Tolomeo (filosofo e
geografo del II secolo, sostenitore della teoria geocentrica)
scrisse di una Terra Australis Incognita, e la convinzione si era
fatta strada al punto che nel XV secolo, quando i portoghesi
dettero inizio alla grande era delle esplorazioni, l'esistenza di
quella terra era considerata pressoché certa. E furono proprio i
portoghesi a spingersi fino a Giava e a disegnare sulle carte
nautiche la costa settentrionale della Nuova Guinea. Pare che nei
loro viaggi avessero anche toccato le coste australiane, benché non
esistano prove concrete in merito. Dopo di loro si spinsero in quel
tratto di oceano gli spagnoli e gli olandesi. Gli olandesi furono
sicuramente i primi ad approdare in quel luogo, traendone però
conclusioni molto negative: «A nostro parere questa è la regione
più arida e desolata che esista sulla faccia della Terra», scrisse
il comandante di una nave nel suo giornale di bordo, definendo il
nuovo continente (senza mezzi termini, amareggiato anche per un
naufragio) «una terra maledetta». Influenzarono, con i loro
giudizi, anche i primi navigatori inglesi che si spinsero fin
laggiù. William Dampier (un esploratore-pirata che fermò sulla
costa nord-occidentale di quella che allora si chiamava Nuova
Olanda), descrisse così gli abitanti: «Hanno l'aspetto più
sgradevole e le fattezze peggiori di tutti i popoli che ho visto,
sebbene io abbia incontrato una grande varietà di selvaggi». Uno
sdegno molto aristocratico.
Sarebbe curioso scoprire che cosa
pensassero i "selvaggi" di quei viaggiatori che giungevano di
lontano: tutti di sesso maschile, afflitti da malattie come lo
scorbuto (epidemico fra i navigatori del tempo), con la pelle
troppo chiara, violenti e spietati, privi di qualunque forma di
rispetto per gli usi, i costumi e la religione degli aborigeni. Che
- probabilmente - tirarono un sospiro di sollievo quando le visite
degli occidentali subirono una lunga battuta d'arresto. Né ebbero
modo di supporre - nel momento in cui giunse nelle loro terre il
brigantino di James Cook - che l'Endeavour, ormeggiato a Botany
Bay, avrebbe cambiato definitivamente la loro vita.
Cook fu, in assoluto, il più
grande navigatore del Pacifico. Quando giunse a Botany Bay (da
lui battezzata così per la straordinaria varietà di esemplari
botanici che vi trovò) era in viaggio da due anni esatti. Era
salpato da Plymouth nell'agosto del 1768: prima tappa Tahiti
(aprile 1769) per le rilevazioni astronomiche sull'incrocio
fra Venere e il Sole. Nell'isola della Polinesia, Cook si era
conquistato la stima degli indigeni che lo soprannominarono
«l'uomo in cerca di un pianeta». I buoni rapporti con la
popolazione locale permisero a Cook di utilizzare Tahiti come
base logistica per le successive spedizioni. La tappa seguente
fu in Nuova Zelanda: scoprì che era composta di due isole; le
circumnavigò entrambe, rilevando circa 4.000 chilometri di
coste, con una precisione sorprendente. Poi raggiunse la
regione meridionale dell'Australia: non si fermò a Botany Bay,
ansioso di perlustrare tutte le coste. «Più volte», racconta
Donald Culross Peattie, autore di una biografia di Cook,
«l'Endeavour fu vicino al disastro, in queste acque, ora note
fra le più pericolose del mondo. Una volta s'incagliò
veramente, ma la perizia marinara di Cook lo salvò. E in
cinque mesi la piccola carboniera rilevò per intero la
traditrice costa orientale. Poi salpò per rimpatriare,
esplorando durante il viaggio un lungo tratto della costa
meridionale della Nuova Guinea. Raggiunse l'Inghilterra dopo
undici mesi. Aveva aggiunto due preziose gemme alla Corona
britannica: l'Australia e la Nuova Zelanda; aveva rilevato
alcuni fra i mari più pericolosi e lontani del mondo; aveva
trovato il modo per combattere lo scorbuto (con la di
stribuzione di sidro, melassa, tè di ribes e cavoli), salvando
più vite di marinai inglesi di quante ne andarono perse con le
guerre napoleoniche; ed aveva scritto, con i suoi giornali di
bordo, un'opera classica sulle imprese marittime».
Il 19 agosto 1770 Cook prese
possesso dell'Australia in nome del re d'Inghilterra.
L'ammiragliato - entusiasta per le sue scoperte - lo inviò di nuovo
nel 1772 a esplorare il Pacifico meridionale, nella convinzione che
esistesse un altro continente da occupare e colonizzare. Questa
volta Cook ebbe due navi: la Resolution e l'Adventure. I due
bastimenti frugarono i mari antartici per 70mila miglia, in una
delle zone più solitarie (e inospitali) del mondo. Si spinsero fra
i banchi di ghiaccio, sfidarono gli iceberg alla deriva,
attraversarono per la prima volta la calotta polare antartica,
sfatando per sempre il mito di un continente abitabile nei Mari del
Sud. A nord-est dell'Australia scoprirono la Nuova Caledonia e
l'isola di Norfolk.
«Sia fra i cannibali, sia fra la
gente semicivilizzata», scrive Culross Peattie, «Cook si comportò
sempre come un gentiluomo, conquistandosi affetti sinceri. Aveva
anche cura di insegnare il rispetto per la bandiera britannica e di
impressionare i suoi ospiti con le armi da fuoco. Dovunque andasse,
cercò di popolare le isole con bovini, ovini, cavalli, conigli,
polli, oche, anatre. Ma le bestie morirono per il clima o furono
mangiate da gente che non vedeva lo scopo di lasciare della buona
carne in giro per i boschi, dove sarebbe stato difficile
catturarla. Gli uomini di Cook piantarono verdure e cereali europei
dovunque la terra gli sembrasse promettente. Ma gli indigeni non se
ne curarono». Partivano da abitudini troppo diverse per comprendere
i vantaggi che avrebbero potuto trarre da quelle coltivazioni, o
dall'allevamento degli animali. Ma Cook, a differenza di altri
viaggiatori, spese molte parole a favore della popolazione
aborigena australiana, e delle loro abitudini di vita. «Possono
sembrare le persone più miserevoli della terra», scrisse sul suo
diario di bordo, «ma in realtà sono molto più felici di noi
europei. Dormono saporitamente in una piccola capanna, o perfino
all'aperto, come il re nel suo palazzo su un letto di piume
d'oca».
Una volta piantata l'Union Jack sul
territorio australiano, si moltiplicarono le spedizioni inglesi nel
nuovo continente. A favorire l'interesse per quella nuova colonia
fu anche un avvenimento esterno. Proprio in quegli anni, i coloni
americani si ribellarono contro la madrepatria: e l'Inghilterra
subì una delle più cocenti sconfitte militari della propria storia.
Il governo di Londra decise di offrire una diversa opportunità ai
coloni americani rimasti fedeli alla Corona, dando loro la
possibilità di insediarsi in Australia. All'atto pratico furono ben
pochi a compiere quella scelta, resa complicata da problemi
logistici di non agevole soluzione. Ma venne alla luce anche un
altro problema. Da oltre un secolo l'America era servita come luogo
di destinazione dei sudditi di Sua Maestà condannati all'ergastolo.
Era chiaro che gli Stati Uniti appena costituiti si sarebbero
rifiutati di accoglierne ancora. Dall'inizio della Guerra
d'indipendenza, i condannati erano stati ammassati a migliaia nelle
stive di navi ancorate a Portsmouth e sulle rive del Tamigi. «Ai
burocrati inglesi», ha scritto uno dei più autorevoli docenti di
Storia australiana, Geoffrey C. Bolton, «l'Australia cominciò a
sembrare una terra promessa. Non soltanto avrebbe assorbito i
detenuti delle carceri inglesi ma, con un po' di fortuna, un
insediamento in Australia poteva dare all'ammiragliato una fonte di
legname e di altri rifornimenti per le navi. Poteva servire come
base per la caccia alla balena nei Mari del Sud e come scalo per i
traffici nell'Oceano Pacifico. Inoltre quegli insediamenti
avrebbero scoraggiato le attività navali francesi in quella
regione. Se i galeotti si riabilitavano, tanto meglio, altrimenti
sarebbero stati troppo lontani dalla madrepatria per nuocere». Il
comando della spedizione fu affidato al colonnello Arthur Phillip.
L'approdo fu di nuovo a Botany Bay. Si può dire che quell'evento
segnò la nascita di una nuova nazione, che «non sarebbe potuta
nascere in circostanze meno propizie. Il luogo non rispondeva
affatto alla descrizione idilliaca di Cook. Invece dei prati
promessi, i nuovi arrivati trovarono solo una terra selvaggia e
sabbiosa. L'iniziale approdo si rivelò poco accogliente, e la
flotta levò le ancore per dirigersi in un porto poco più a nord,
che Cook aveva chiamato Port Jackson, ma che ben presto fu
ribattezzato Sydney. Lì il suolo era migliore, ma nonostante ciò
tentare di mettere a coltura quella terra vergine era un'impresa
disperata».
Gli australiani di oggi, con
fierezza, raccontano che i padri fondatori erano «liberi pensatori,
imprigionati per le loro idee politiche, e audaci bracconieri
condannati dalle brutali e repressive leggi inglesi». Che le leggi
di allora fossero molto rigide non c'è dubbio. La maggior parte dei
galeotti scontava condanne per reati che oggi verrebbero
considerati di rilievo secondario: furto, borseggio, taccheggio e,
perfino, "cattiva condotta".
La mancanza di tecnici e di mano
d'opera specializzata per far fronte alle necessità della nuova
colonia e l'ostilità dell'ambiente naturale e della popolazione
indigena rischiarono di far naufragare l'impresa, fino all'arrivo
di una seconda flotta, nel 1790. Fino alla sua partenza dall'isola
nel 1792, Phillip impose alla colonia penale una struttura
autoritaria fortemente centralizzata, che rimase inalterata per
tutto il primo periodo della colonizzazione. La nuova colonia si
trovò di fronte a tre principali problemi: l'approvvigionamento
alimentare, lo sviluppo di un sistema economico interno e la
creazione di una produzione locale destinata all'esportazione, con
cui pagare i beni importati dalla Gran Bretagna. La creazione di
fattorie sulle fertili rive del fiume Hawkesbury, poche miglia a
nord-ovest di Sydney, non fece che alimentare le tensioni con gli
aborigeni, obbligando la colonia a dipendere per
l'approvvigionamento alimentare dall'isola di Norfolk, distante
circa 1.600 chilometri.
I primi contatti tra gli
europei e gli aborigeni furono relativamente pacifici. Con la
colonizzazione della Tasmania, tuttavia, le comunità locali
subirono decenni di spietate persecuzioni; sul continente,
dove gli allevatori cercavano terre per i loro greggi, esse
furono respinte verso il più arido interno. Ufficialmente, per
tutto il XIX secolo, la politica coloniale nei confronti degli
aborigeni fu quella di garantire l'uguaglianza con i coloni.
In pratica le cose andarono diversamente e lo scontro tra le
due culture fu particolarmente drammatico all'epoca
dell'espansione dei pascoli verso l'interno, quando i coloni
iniziarono ad adottare severe misure repressive nei confronti
degli abitanti locali. L'indifferenza per la cultura di questi
ultimi si accompagnò spesso a pratiche segregazioniste, in
base alle quali la popolazione indigena fu chiusa in riserve
ed esclusa dalla vita coloniale. Soltanto dopo la Seconda
guerra mondiale il governo federale ha completamente ribaltato
la sua politica riconoscendo ai vecchi "padroni di casa" pari
dignità.
A metà del XIX secolo (quando la
vita nella colonia era già caratterizzata da un discreto benessere
economico e da una invidiabile tranquillità) nel Nuovo Galles del
Sud fu scoperto l'oro. L'establishment coloniale considerò con
orrore quella novità. Il Sydney Morning Herald predisse «calamità
molto peggiori di un terremoto o di una pestilenza»; un altro
quotidiano scrisse che «una vera e propria follia sembra essersi
impossessata di tutte le componenti della comunità». Da un giorno
all'altro le città si svuotarono per la "corsa all'oro", con
modalità molto simili a quelle registrate negli Stati Uniti. Navi
cariche di emigranti raggiunsero i porti australiani per scaricare
persone di ogni classe sociale in cerca di fortuna. Nei decenni
precedenti i proprietari terrieri avevano subito la concorrenza
degli squatter (gli abusivi che si impossessavano dei terreni senza
averne alcun titolo). Dopo gli squatter, la popolazione dovette
fare i conti con gli scavatori, le cui abitudini di vita erano in
contrasto con il pacifico tran-tran dei colonizzatori precedenti. I
campi auriferi portarono un'immensa ricchezza alle colonie. Qualche
decennio più tardi un terzo della produzione mondiale di oro
proveniva dall'Australia. E persino gli scavatori più sfortunati
non abbandonarono più il continente. Nel giro di una decina di anni
la popolazione triplicò, e divenne chiaro per tutti che l'Australia
si avviava a diventare una delle Nazioni più importanti del
mondo.
L'idea dell'unificazione delle
colonie australiane risale a una proposta formulata nel 1847
dall'allora ministro britannico delle colonie. Nessun progetto
specifico, tuttavia, fu preso seriamente in considerazione a causa
della forte rivalità che divideva le società coloniali. Fu il
timore di incursioni dal nord, da parte di europei non britannici e
asiatici, a motivare il primo passo in quella direzione negli anni
Ottanta dell'Ottocento; quando, nel 1883, il Queensland fu
costretto a richiedere l'appoggio britannico nella sua difesa
contro possibili rivendicazioni coloniali tedesche, la necessità di
una politica comune si fece più evidente. Le colonie australiane
crearono un Consiglio federale nel 1885, che rimase tuttavia privo
di un reale potere esecutivo a causa della mancata adesione del
Nuovo Galles del Sud. Alla spinta verso l'unificazione
contribuirono lo sviluppo di sindacati centralizzati e il forte
consenso ottenuto, dopo la crisi economica del 1892, dai partiti
laburisti, che puntavano a uniformare le leggi in materia di lavoro
esistenti nei vari Stati.
Nel 1889 il primo ministro del Nuovo
Galles del Sud, Henry Parkes, si fece promotore di una nuova forma
di federalismo che avrebbe dovuto sostituire il Consiglio federale.
In un congresso tenuto a Sydney nel 1891 furono gettate le basi per
la convocazione di un'assemblea costituzionale, che si sarebbe
tuttavia riunita solo nel 1897-98. Il progetto di federazione fu
infine approvato con un referendum in ciascuna delle sei colonie;
il Commonwealth of Australia fu approvato dal Parlamento britannico
nel 1900 e divenne una realtà il 1° gennaio dell'anno successivo.
La Costituzione federale rifletteva l'influenza sia
dell'ordinamento britannico sia di quello americano; fu infatti
istituito un governo di tipo parlamentare, con un consiglio dei
ministri responsabile di fronte a un'assemblea legislativa
bicamerale, ma al governo federale vennero attribuiti soltanto
alcuni poteri specificamente delegati. |