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La
battaglia di Lepanto
Nel Cinquecento Lepanto fu vissuta come una guerra di religione. I
Cristiani contro l'Islam. Era l'interpretazione più comoda, in quel
particolare momento storico. Il Cristianesimo aveva attraversato un
periodo di grande sofferenza, con lo scisma luterano e quello
anglicano. Poi c'era stato il Concilio di Trento, voluto da Carlo V
nella speranza di ricomporre la frattura della Riforma, che si era
concluso invece con un irrigidimento delle rispettive posizioni.
Per assurdo, la Chiesa non era uscita indebolita da quella prova,
ma si era rafforzata. La Controriforma - con tutte le sue
esasperazioni (e i suoi errori) - rappresentò un atto di orgoglio,
che permise al papato di riconquistare una indiscutibile autorità
nei Paesi europei che non erano stati lambiti dal protestantesimo.
Da cento anni ormai l'Europa non riusciva a contenere l'espansione
di un nuovo impero: gli ottomani, di religione islamica. Il
Mediterraneo (il Mare Nostrum dell'antichità) era interamente
controllato dagli invasori, che minacciavano di conquistare, un
pezzo alla volta, tutto il Vecchio Continente. I singoli Paesi
europei non riuscivano a trovare un accordo per una difesa comune
contro il nemico. Il papa - dall'alto della sua riconquistata
autorità morale (e politica) - ci riuscì. E questo spiega - in modo
apparentemente semplicistico (ma sostanzialmente veritiero) perché
quella campagna militare si presentò con l'aspetto di una impresa
religiosa. La croce era l'unico vessillo sotto il quale le Nazioni
in pericolo potevano trovarsi unite.
7 ottobre 1571
Era domenica il 7 ottobre
1571. Forse un caso, ma per una flotta di navi con le insegne
cristiane la coincidenza assumeva significati particolari. Da
oltre cento anni - dal 1453, quando Maometto II aveva
conquistato Costantinopoli - l'Impero ottomano si era
affacciato ad occidente, insidiando l'Europa via terra (i
Turchi avevano già conquistato l'intera penisola balcanica),
mentre il Mediterraneo (dove soltanto Malta si era rivelata
inespugnabile) era sotto il loro stabile dominio da molti
decenni. Le divisioni politiche, i contrasti dinastici, le
gelosie culturali, i dissidi religiosi, avevano impedito
all'Europa di respingere il nemico comune che avanzava, in
modo apparentemente inarrestabile. Fino a quando il papa Pio V
non riuscì - con un paziente lavoro diplomatico - a mettere in
piedi un'alleanza difensiva. La Lega Santa nacque
ufficialmente il 25 maggio 1571, nella Sala del Concistoro,
presente il pontefice e l'intero collegio cardinalizio. Le
clausole dell'alleanza (che era pomposamente definita
"perpetua") stabilivano, nei minimi particolari, diritti e
doveri di ciascuno dei contraenti. Gli alleati si impegnavano
ad armare una flotta di 200 galee e 100 navi appoggio (per i
trasporti), con 85mila uomini, quasi duemila cannoni e
novemila cavalli. I costi della spedizione militare sarebbero
stati divisi in proporzione di metà a carico della Spagna, un
terzo a carico di Venezia e un sesto a carico del papa. Era
stata prevista anche l'eventualità che lo Stato della Chiesa
non ce la facesse a rispettare il proprio impegno finanziario:
la Spagna e Venezia avrebbero supplito rispettando le
percentuali fissate. Pio V risolse personalmente l'ultimo
problema rimasto aperto: a chi affidare il comando supremo.
Propose il fratellastro di Filippo II, don Giovanni d'Austria
che - per rango e grado - non poteva suscitare invidie e
gelosie. E gli alleati accolsero di buon grado quella
soluzione.
Si doveva fare presto, perché i
Turchi (e i vascelli corsari loro alleati), che avevano fissato la
loro base operativa a Lepanto, si erano già affacciati
nell'Adriatico. Un corsaro, Uluch Alì, aveva occupato le Bocche di
Cattaro, nell'alto Adriatico. Spie turche furono segnalate a Roma e
a Venezia. Oggi si parlerebbe di "codice rosso": stato di massima
allerta. Il pericolo era imminente, e di livello altissimo.
Era domenica. Su tutte le navi della
flotta fu celebrata la santa messa. Gli uomini si confessarono e
comunicarono. Il cielo era sereno. Il mare calmo. Alle otto del
mattino furono avvistate all'orizzonte le vele della flotta nemica.
I galeotti si misero ai remi: il vento era contrario, e occorreva
remare. È curioso ricordare che a bordo c'erano galeotti cristiani
e musulmani: ai primi furono tolte le catene, in vista della
libertà che sarebbe stata loro concessa in caso di vittoria; ai
secondi non furono tolti i ceppi: sarebbero annegati in caso di
affondamento delle navi sulle quali erano imbarcati, e questo li
costringeva a collaborare.
Don Giovanni convocò sull'ammiraglia
il consiglio di guerra. Qualcuno azzardò l'ipotesi di rinunciare
allo scontro. «Senores, ya no es hora de deliberar, sino de
combatir!», rispose Sua Eccellenza («Signori, non è il momento di
discutere, ma di combattere»). «Frattanto», racconta Arrigo Petacco
nel volume La Croce e la Mezzaluna, interamente dedicato alla
storica battaglia, «la flotta nemica si era avvicinata e distava
appena un paio di miglia, tanto che già si udivano anche gli
strepiti e le grida dei Turchi che si preparavano allo scontro. A
questo punto, il vento invertì improvvisamente la sua direzione e
le vele triangolari dei Turchi si afflosciarono, mentre si
gonfiavano quelli delle galee cristiane. L'evento fu salutato con
altre manifestazioni di esultanza: tutti lo avevano interpretato
come un segno della protezione divina».
Come s'usava a quei tempi
(quando la guerra conservava alcuni aspetti cavallereschi) il
segnale di inizio delle ostilità fu dato da un colpo di
cannone sparato dall'ammiraglia turca (la Sultana), al quale
rispose un colpo di cannone di quella cristiana (la Real). Gli
storici sono divisi nel valutare alcuni aspetti strategici
dello scontro, e sulle conseguenze che produssero. I Veneziani
avevano schierato sei galeazze, tozze e ingombranti, ma armate
"fino ai denti": quasi duecento cannoni di vario calibro
aprirono simultaneamente il fuoco contro la flotta nemica, e
fu un autentico inferno. Le galeazze costituirono l'"arma
segreta", che sconquassò lo schieramento turco: una sorpresa
devastante. Fu una circostanza determinante, come determinante
fu l'eccessiva sicurezza del comandante della flotta turca,
Alì Pascià, che non accettò i suggerimenti a una maggiore
prudenza che gli venivano da alcuni luogotenenti. Alì era un
marinaio molto esperto, un uomo maturo (aveva cinquant'anni)
con alle spalle molte vittorie e nessuna sconfitta. Era
talmente convinto che la battaglia non avrebbe avuto storia da
portarsi appresso due figli ancora adolescenti: voleva che
assistessero all'ennesimo trionfo del padre. Quella di Alì non
era presunzione, perché tutto il passato legittimava
l'ottimismo con cui l'ammiraglio dell'Impero ottomano
affrontava lo scontro. E fu proprio questo stato d'animo a
portarlo a sottovalutare il nemico. Rifiutò il consiglio di
ritirarsi di qualche miglio, per costringere la flotta
cristiana a inseguirlo in un braccio di mare più stretto (che
avrebbe impedito a don Giovanni d'Austria di schierare a
ventaglio le sue navi). Ebbe, dunque, precise responsabilità
nella sconfitta, che pagò con la vita: la sua testa fu issata
sul pennone della sua nave insieme con una croce. Non gli
portò fortuna neppure un amuleto che portava sempre con sé: un
dente canino del Profeta. Né gli fu sufficiente l'aiuto dei
pirati barbareschi, suoi alleati, che da molto tempo
spazzavano le coste del Mediterraneo, assalivano le navi
commerciali, con manovre audacissime. Molti di loro
provenivano proprio dalle nazioni cristiane, ed erano ex
galeotti senza scrupoli, evasi dalle carceri europee. Il più
potente era Uluch Alì, detto "Occhialì" (secondo alcuni
storici era in realtà un popolano calabrese convertitosi
all'Islam dopo essere stato fatto prigioniero dai Turchi;
secondo altri era addirittura un ex frate, certo Luca Galeni):
lo descrivevano come un uomo colto quanto spietato. Il più
temerario era Khara Khodja (conosciuto come "Caracosa"),
utilizzato spesso da Alì Pascià per imprese spericolate: alla
vigilia della battaglia di Lepanto era riuscito a introdursi
nottetempo nel porto di Messina - dove era ormeggiata la
flotta cristiana - per raccogliere informazioni sul nemico. Il
più esperto pare fosse Mehemet Soraq (detto "Scirocco"), al
quale il sultano Solimano il Magnifico aveva concesso la
signoria di Alessandria d'Egitto.
L'alleanza con i corsari era stata
una delle chiavi dell'espansionismo turco nel Mediterraneo. E
avrebbe potuto essere decisiva per la conquista definitiva
dell'Europa, se la battaglia di Lepanto avesse avuto un esito
diverso. La Storia può cambiare - in un giorno solo - anche quando
gli eventi successivi non rivelano grandi differenze rispetto a
quelli immediatamente precedenti. Dopo Lepanto, gli equilibri
politici non mutarono in modo apprezzabile. Pochi mesi più tardi i
Veneziani furono bloccati di nuovo in mare dai Turchi, e si videro
costretti a firmare una pace separata. La Lega - che avrebbe dovuto
essere perpetua - si rivelò effimera. Le grandi potenze europee si
divisero di nuovo e non furono dunque in grado di sfruttare il
vantaggio acquisito con la vittoria di Lepanto. Ma la minaccia
dell'invasione fu sventata. Per capire quanto in realtà cambiò il
corso degli eventi occorrerebbe porsi un'altra domanda (che può
apparire oziosa, anche se gli storici se la pongono di frequente):
che cosa sarebbe accaduto se a Lepanto avessero vinto i Turchi. E
la risposta degli studiosi è, più o meno, univoca. L'Impero
ottomano, forte della sua organizzazione e della sua compattezza,
avrebbe finito per dominare l'Occidente. L'Italia in particolare
sarebbe stata piegata a una nuova dominazione. Anche la potenza
spagnola ne sarebbe risultata fortemente ridimensionata, con
inevitabili conseguenze anche nel processo di colonizzazione
avviato nell'America Latina. Mutamenti profondi, dunque, e forse
anche duraturi. Fu proprio la consapevolezza del gravissimo rischio
corso che giustificò i festeggiamenti e le celebrazioni che si
tennero, dopo la vittoria, nei Paesi alleati: le campane delle
chiese suonarono a stormo, molti Te Deum furono officiati dovunque.
Il successore di Pio V, Gregorio XIII, commissionò a Giorgio Vasari
un grande affresco per la Sala Regia del Vaticano. E molti altri
artisti dipinsero quadri (o affrescarono palazzi nobili) per
ricordare la battaglia. Prevalse - come era naturale in quei tempi
- la lettura "religiosa" di quella vittoria. Che è rimasta
predominante fino ai giorni nostri, ma in una interpretazione di
chiaro stampo "politico". Ne sono esempio pochi brani tratti dalla
Storia dell'età moderna, scritta da uno studioso autorevole come
Giorgio Spini: «L'incubo della superiorità militare turca si è
dileguato e le acclamazioni che salutano il trionfo di Lepanto,
nella Cristianità fino ad allora sgomenta e intimorita, dimostrano
bene la validità della nuova formula della politica europea: lo
sforzo crociato di tutte le nazioni cattoliche, coalizzate sotto la
guida universale del papato»; «Che Lepanto sia in effetti vittoria
della controriforma e del papato, più ancora che di Venezia o di
Spagna, lo rivela chiaramente quello che avviene successivamente.
Dopo la vittoria si parla di un imminente attacco contro
Costantinopoli stessa; don Giovanni sogna addirittura una corona di
imperatore latino in Oriente. Ma basta che Pio V si spenga, perché
i sogni svaniscano e gli egoismi degli Stati prendano il
sopravvento. Filippo II ritorna ai suoi sospetti contro tutto e
contro tutti: diffida dei Veneziani, diffida del piano di attacco
contro Costantinopoli, diffida del suo stesso fratello, e perciò
lascia capire di non avere più voglia di guerreggiare in Levante
per i begli occhi dei Veneziani, immobilizza don Giovanni a
Messina. Venezia, a sua volta, non vuole né essere lasciata sola a
lottare contro i Turchi, né spendere forze per aiutare gli Spagnoli
nel Nord-Africa. La Francia interviene con la sua mediazione e il 7
marzo 1573 si arriva alla firma di una pace fra la Serenissima e la
Porta, che lascia solo Filippo II contro i Turchi».
L'alleanza aveva dunque un
collante politico, e non religioso: la morte di Pio V,
altrimenti, non avrebbe fatto cadere i presupposti per la
strategia comune. Si sfaldò tutto, semplicemente perché era
stata la diplomazia di Pio V a mettere tutto insieme, e a
convincere gli Stati sui quali poteva maggiormente fare
breccia (perché cristiani) a fare muro comune.
Un altro storico molto autorevole,
Frederic Lane, che ha dedicato i suoi studi soprattutto alla
Repubblica di Venezia, descrive la Lega Santa come «il culmine di
decenni di sforzi di diplomatici e ammiragli veneziani, e di
amministratori dell'Arsenale e della Marina. La possibilità di
raddoppiare quasi le loro forze agendo di conserva con le squadre
inviate dal papa e dal re di Spagna dava ai comandanti veneziani
motivo di non operare da soli contro i Turchi». Lane sottolinea che
«pur essendo stata vinta sotto la bandiera crociata e non sotto
quella del Leone alato di San Marco, la battaglia di Lepanto meritò
le celebrazioni entusiastiche che scoppiarono a Venezia», perché
«una vittoria ottomana, o una ignominiosa ritirata cristiana
avrebbero messo alla mercé dei Turchi ogni Veneziano che si
avventurasse sul mare». Conclusione: «Le umiliazioni subite per
mano dei Turchi nei decenni precedenti non furono interamente
cancellate da Lepanto, ma questa vittoria servì non poco a
ristabilire il prestigio navale di Venezia». A Madrid, infine, che
era la capitale del terzo (e più importante) Stato coinvolto nella
guerra, l'annuncio della vittoria giunse tre settimane più tardi e
dette luogo a sincere manifestazioni di giubilo "soprattutto"
perché il comandante della flotta era don Giovanni d'Austria
(fratellastro del re Filippo II), che divenne l'idolo popolare, più
o meno come potrebbe capitare oggi al protagonista di un reality
show o di un film di successo. «I giovani», racconta lo storico
David Loth in una biografia di Filippo II, «cominciarono a portare
i capelli gettati all'indietro, scoprendo la fronte e le tempie,
perché così don Giovanni portava i suoi riccioli biondi». E lo
stesso sovrano (che soffriva di gelosia nei confronti di don
Giovanni, che era molto più popolare e più amato di lui) si
affrettò a inviargli una lettera, nella quale esaltava soprattutto
il coraggio e la saggezza tattica dimostrata dal comandante della
flotta. Il trionfo, per Filippo, era un trionfo spagnolo.
Tutte queste citazioni valgono a
sottolineare come i nazionalismi fossero tornati a prevalere
all'indomani stesso della vittoria. Come accade in politica. Come
non accade quando a prevalere sono i grandi ideali, e in primo
luogo quelli di carattere religioso. Dopo la morte di Pio V,
sottolinea Arrigo Petacco, «il riaccendersi degli esasperati
nazionalismi non consentirà all'Occidente di raccogliere i frutti
di una vittoria il cui valore simbolico trascendeva quello militare
e strategico. D'altra parte, lo sviluppo dei traffici atlantici
stava trasferendo altrove il baricentro del mondo e di conseguenza
il Mediterraneo, come scrive il grande storico Fernand Braudel,
usciva gradualmente dalla grande storia».
Lepanto fu l'ultima battaglia
combattuta esclusivamente fra navi a remi. I Cristiani avevano il
vantaggio di essere armati di archibugi e balestre, mentre i
Musulmani disponevano soltanto di archi e frecce e non erano
neppure protetti da scudi. Questa superiorità nell'armamento
influenzò l'esito dello scontro, che fu uno dei più sanguinosi
della storia. I Musulmani persero praticamente tutte le navi (100
distrutte e 100 catturate) e oltre 20mila uomini; i Cristiani
ebbero 7.500 caduti e altrettanti feriti (fra gli altri, lo
scrittore Miguel de Cervantes, autore del Don Chisciotte); quasi
tutte le loro galee rimasero
danneggiate. |