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I giorni che hanno cambiato la storia - 12

Fu l'ultima battaglia che venne combattuta esclusivamente tra navi a remi, e fu una delle più sanguinose della Storia: i Turchi persero oltre 20mila uomini, quasi ottomila furono i morti nello schieramento della Lega Santa. In molti Paesi europei l'esito di quello scontro fu celebrato come una vittoria religiosa: il Cattolicesimo contro l'Islam. In realtà, in quello specchio di mare nel Golfo di Patrasso, erano in ballo le sorti politiche dell'Europa, fino ad allora incapace di opporsi alle conquiste dell'Impero ottomano. Soltanto la paziente opera diplomatica del papa Pio V ottenne il miracolo di convincere la Spagna, Venezia ed altri alleati minori a superare gli egoismi e ad unirsi per riuscire a respingere un nemico che si era fatto troppo pericoloso

La battaglia di Lepanto




Nel Cinquecento Lepanto fu vissuta come una guerra di religione. I Cristiani contro l'Islam. Era l'interpretazione più comoda, in quel particolare momento storico. Il Cristianesimo aveva attraversato un periodo di grande sofferenza, con lo scisma luterano e quello anglicano. Poi c'era stato il Concilio di Trento, voluto da Carlo V nella speranza di ricomporre la frattura della Riforma, che si era concluso invece con un irrigidimento delle rispettive posizioni. Per assurdo, la Chiesa non era uscita indebolita da quella prova, ma si era rafforzata. La Controriforma - con tutte le sue esasperazioni (e i suoi errori) - rappresentò un atto di orgoglio, che permise al papato di riconquistare una indiscutibile autorità nei Paesi europei che non erano stati lambiti dal protestantesimo. Da cento anni ormai l'Europa non riusciva a contenere l'espansione di un nuovo impero: gli ottomani, di religione islamica. Il Mediterraneo (il Mare Nostrum dell'antichità) era interamente controllato dagli invasori, che minacciavano di conquistare, un pezzo alla volta, tutto il Vecchio Continente. I singoli Paesi europei non riuscivano a trovare un accordo per una difesa comune contro il nemico. Il papa - dall'alto della sua riconquistata autorità morale (e politica) - ci riuscì. E questo spiega - in modo apparentemente semplicistico (ma sostanzialmente veritiero) perché quella campagna militare si presentò con l'aspetto di una impresa religiosa. La croce era l'unico vessillo sotto il quale le Nazioni in pericolo potevano trovarsi unite.




7 ottobre 1571




Paolo Veronese, Allegoria della battaglia di Lepanto (Venezia, Gallerie dell'Accademia)Era domenica il 7 ottobre 1571. Forse un caso, ma per una flotta di navi con le insegne cristiane la coincidenza assumeva significati particolari. Da oltre cento anni - dal 1453, quando Maometto II aveva conquistato Costantinopoli - l'Impero ottomano si era affacciato ad occidente, insidiando l'Europa via terra (i Turchi avevano già conquistato l'intera penisola balcanica), mentre il Mediterraneo (dove soltanto Malta si era rivelata inespugnabile) era sotto il loro stabile dominio da molti decenni. Le divisioni politiche, i contrasti dinastici, le gelosie culturali, i dissidi religiosi, avevano impedito all'Europa di respingere il nemico comune che avanzava, in modo apparentemente inarrestabile. Fino a quando il papa Pio V non riuscì - con un paziente lavoro diplomatico - a mettere in piedi un'alleanza difensiva. La Lega Santa nacque ufficialmente il 25 maggio 1571, nella Sala del Concistoro, presente il pontefice e l'intero collegio cardinalizio. Le clausole dell'alleanza (che era pomposamente definita "perpetua") stabilivano, nei minimi particolari, diritti e doveri di ciascuno dei contraenti. Gli alleati si impegnavano ad armare una flotta di 200 galee e 100 navi appoggio (per i trasporti), con 85mila uomini, quasi duemila cannoni e novemila cavalli. I costi della spedizione militare sarebbero stati divisi in proporzione di metà a carico della Spagna, un terzo a carico di Venezia e un sesto a carico del papa. Era stata prevista anche l'eventualità che lo Stato della Chiesa non ce la facesse a rispettare il proprio impegno finanziario: la Spagna e Venezia avrebbero supplito rispettando le percentuali fissate. Pio V risolse personalmente l'ultimo problema rimasto aperto: a chi affidare il comando supremo. Propose il fratellastro di Filippo II, don Giovanni d'Austria che - per rango e grado - non poteva suscitare invidie e gelosie. E gli alleati accolsero di buon grado quella soluzione.

Si doveva fare presto, perché i Turchi (e i vascelli corsari loro alleati), che avevano fissato la loro base operativa a Lepanto, si erano già affacciati nell'Adriatico. Un corsaro, Uluch Alì, aveva occupato le Bocche di Cattaro, nell'alto Adriatico. Spie turche furono segnalate a Roma e a Venezia. Oggi si parlerebbe di "codice rosso": stato di massima allerta. Il pericolo era imminente, e di livello altissimo.

Era domenica. Su tutte le navi della flotta fu celebrata la santa messa. Gli uomini si confessarono e comunicarono. Il cielo era sereno. Il mare calmo. Alle otto del mattino furono avvistate all'orizzonte le vele della flotta nemica. I galeotti si misero ai remi: il vento era contrario, e occorreva remare. È curioso ricordare che a bordo c'erano galeotti cristiani e musulmani: ai primi furono tolte le catene, in vista della libertà che sarebbe stata loro concessa in caso di vittoria; ai secondi non furono tolti i ceppi: sarebbero annegati in caso di affondamento delle navi sulle quali erano imbarcati, e questo li costringeva a collaborare.

Don Giovanni convocò sull'ammiraglia il consiglio di guerra. Qualcuno azzardò l'ipotesi di rinunciare allo scontro. «Senores, ya no es hora de deliberar, sino de combatir!», rispose Sua Eccellenza («Signori, non è il momento di discutere, ma di combattere»). «Frattanto», racconta Arrigo Petacco nel volume La Croce e la Mezzaluna, interamente dedicato alla storica battaglia, «la flotta nemica si era avvicinata e distava appena un paio di miglia, tanto che già si udivano anche gli strepiti e le grida dei Turchi che si preparavano allo scontro. A questo punto, il vento invertì improvvisamente la sua direzione e le vele triangolari dei Turchi si afflosciarono, mentre si gonfiavano quelli delle galee cristiane. L'evento fu salutato con altre manifestazioni di esultanza: tutti lo avevano interpretato come un segno della protezione divina».

Giovan Battista Maganza, Pio V con Filippo II e il doge Alvise MocenigoCome s'usava a quei tempi (quando la guerra conservava alcuni aspetti cavallereschi) il segnale di inizio delle ostilità fu dato da un colpo di cannone sparato dall'ammiraglia turca (la Sultana), al quale rispose un colpo di cannone di quella cristiana (la Real). Gli storici sono divisi nel valutare alcuni aspetti strategici dello scontro, e sulle conseguenze che produssero. I Veneziani avevano schierato sei galeazze, tozze e ingombranti, ma armate "fino ai denti": quasi duecento cannoni di vario calibro aprirono simultaneamente il fuoco contro la flotta nemica, e fu un autentico inferno. Le galeazze costituirono l'"arma segreta", che sconquassò lo schieramento turco: una sorpresa devastante. Fu una circostanza determinante, come determinante fu l'eccessiva sicurezza del comandante della flotta turca, Alì Pascià, che non accettò i suggerimenti a una maggiore prudenza che gli venivano da alcuni luogotenenti. Alì era un marinaio molto esperto, un uomo maturo (aveva cinquant'anni) con alle spalle molte vittorie e nessuna sconfitta. Era talmente convinto che la battaglia non avrebbe avuto storia da portarsi appresso due figli ancora adolescenti: voleva che assistessero all'ennesimo trionfo del padre. Quella di Alì non era presunzione, perché tutto il passato legittimava l'ottimismo con cui l'ammiraglio dell'Impero ottomano affrontava lo scontro. E fu proprio questo stato d'animo a portarlo a sottovalutare il nemico. Rifiutò il consiglio di ritirarsi di qualche miglio, per costringere la flotta cristiana a inseguirlo in un braccio di mare più stretto (che avrebbe impedito a don Giovanni d'Austria di schierare a ventaglio le sue navi). Ebbe, dunque, precise responsabilità nella sconfitta, che pagò con la vita: la sua testa fu issata sul pennone della sua nave insieme con una croce. Non gli portò fortuna neppure un amuleto che portava sempre con sé: un dente canino del Profeta. Né gli fu sufficiente l'aiuto dei pirati barbareschi, suoi alleati, che da molto tempo spazzavano le coste del Mediterraneo, assalivano le navi commerciali, con manovre audacissime. Molti di loro provenivano proprio dalle nazioni cristiane, ed erano ex galeotti senza scrupoli, evasi dalle carceri europee. Il più potente era Uluch Alì, detto "Occhialì" (secondo alcuni storici era in realtà un popolano calabrese convertitosi all'Islam dopo essere stato fatto prigioniero dai Turchi; secondo altri era addirittura un ex frate, certo Luca Galeni): lo descrivevano come un uomo colto quanto spietato. Il più temerario era Khara Khodja (conosciuto come "Caracosa"), utilizzato spesso da Alì Pascià per imprese spericolate: alla vigilia della battaglia di Lepanto era riuscito a introdursi nottetempo nel porto di Messina - dove era ormeggiata la flotta cristiana - per raccogliere informazioni sul nemico. Il più esperto pare fosse Mehemet Soraq (detto "Scirocco"), al quale il sultano Solimano il Magnifico aveva concesso la signoria di Alessandria d'Egitto.

L'alleanza con i corsari era stata una delle chiavi dell'espansionismo turco nel Mediterraneo. E avrebbe potuto essere decisiva per la conquista definitiva dell'Europa, se la battaglia di Lepanto avesse avuto un esito diverso. La Storia può cambiare - in un giorno solo - anche quando gli eventi successivi non rivelano grandi differenze rispetto a quelli immediatamente precedenti. Dopo Lepanto, gli equilibri politici non mutarono in modo apprezzabile. Pochi mesi più tardi i Veneziani furono bloccati di nuovo in mare dai Turchi, e si videro costretti a firmare una pace separata. La Lega - che avrebbe dovuto essere perpetua - si rivelò effimera. Le grandi potenze europee si divisero di nuovo e non furono dunque in grado di sfruttare il vantaggio acquisito con la vittoria di Lepanto. Ma la minaccia dell'invasione fu sventata. Per capire quanto in realtà cambiò il corso degli eventi occorrerebbe porsi un'altra domanda (che può apparire oziosa, anche se gli storici se la pongono di frequente): che cosa sarebbe accaduto se a Lepanto avessero vinto i Turchi. E la risposta degli studiosi è, più o meno, univoca. L'Impero ottomano, forte della sua organizzazione e della sua compattezza, avrebbe finito per dominare l'Occidente. L'Italia in particolare sarebbe stata piegata a una nuova dominazione. Anche la potenza spagnola ne sarebbe risultata fortemente ridimensionata, con inevitabili conseguenze anche nel processo di colonizzazione avviato nell'America Latina. Mutamenti profondi, dunque, e forse anche duraturi. Fu proprio la consapevolezza del gravissimo rischio corso che giustificò i festeggiamenti e le celebrazioni che si tennero, dopo la vittoria, nei Paesi alleati: le campane delle chiese suonarono a stormo, molti Te Deum furono officiati dovunque. Il successore di Pio V, Gregorio XIII, commissionò a Giorgio Vasari un grande affresco per la Sala Regia del Vaticano. E molti altri artisti dipinsero quadri (o affrescarono palazzi nobili) per ricordare la battaglia. Prevalse - come era naturale in quei tempi - la lettura "religiosa" di quella vittoria. Che è rimasta predominante fino ai giorni nostri, ma in una interpretazione di chiaro stampo "politico". Ne sono esempio pochi brani tratti dalla Storia dell'età moderna, scritta da uno studioso autorevole come Giorgio Spini: «L'incubo della superiorità militare turca si è dileguato e le acclamazioni che salutano il trionfo di Lepanto, nella Cristianità fino ad allora sgomenta e intimorita, dimostrano bene la validità della nuova formula della politica europea: lo sforzo crociato di tutte le nazioni cattoliche, coalizzate sotto la guida universale del papato»; «Che Lepanto sia in effetti vittoria della controriforma e del papato, più ancora che di Venezia o di Spagna, lo rivela chiaramente quello che avviene successivamente. Dopo la vittoria si parla di un imminente attacco contro Costantinopoli stessa; don Giovanni sogna addirittura una corona di imperatore latino in Oriente. Ma basta che Pio V si spenga, perché i sogni svaniscano e gli egoismi degli Stati prendano il sopravvento. Filippo II ritorna ai suoi sospetti contro tutto e contro tutti: diffida dei Veneziani, diffida del piano di attacco contro Costantinopoli, diffida del suo stesso fratello, e perciò lascia capire di non avere più voglia di guerreggiare in Levante per i begli occhi dei Veneziani, immobilizza don Giovanni a Messina. Venezia, a sua volta, non vuole né essere lasciata sola a lottare contro i Turchi, né spendere forze per aiutare gli Spagnoli nel Nord-Africa. La Francia interviene con la sua mediazione e il 7 marzo 1573 si arriva alla firma di una pace fra la Serenissima e la Porta, che lascia solo Filippo II contro i Turchi».

Alessandro e Giovan Battista Maganza, Sebastiano Venier ringrazia il Signore dopo la vittoria della Lega Santa a LepantoL'alleanza aveva dunque un collante politico, e non religioso: la morte di Pio V, altrimenti, non avrebbe fatto cadere i presupposti per la strategia comune. Si sfaldò tutto, semplicemente perché era stata la diplomazia di Pio V a mettere tutto insieme, e a convincere gli Stati sui quali poteva maggiormente fare breccia (perché cristiani) a fare muro comune.

Un altro storico molto autorevole, Frederic Lane, che ha dedicato i suoi studi soprattutto alla Repubblica di Venezia, descrive la Lega Santa come «il culmine di decenni di sforzi di diplomatici e ammiragli veneziani, e di amministratori dell'Arsenale e della Marina. La possibilità di raddoppiare quasi le loro forze agendo di conserva con le squadre inviate dal papa e dal re di Spagna dava ai comandanti veneziani motivo di non operare da soli contro i Turchi». Lane sottolinea che «pur essendo stata vinta sotto la bandiera crociata e non sotto quella del Leone alato di San Marco, la battaglia di Lepanto meritò le celebrazioni entusiastiche che scoppiarono a Venezia», perché «una vittoria ottomana, o una ignominiosa ritirata cristiana avrebbero messo alla mercé dei Turchi ogni Veneziano che si avventurasse sul mare». Conclusione: «Le umiliazioni subite per mano dei Turchi nei decenni precedenti non furono interamente cancellate da Lepanto, ma questa vittoria servì non poco a ristabilire il prestigio navale di Venezia». A Madrid, infine, che era la capitale del terzo (e più importante) Stato coinvolto nella guerra, l'annuncio della vittoria giunse tre settimane più tardi e dette luogo a sincere manifestazioni di giubilo "soprattutto" perché il comandante della flotta era don Giovanni d'Austria (fratellastro del re Filippo II), che divenne l'idolo popolare, più o meno come potrebbe capitare oggi al protagonista di un reality show o di un film di successo. «I giovani», racconta lo storico David Loth in una biografia di Filippo II, «cominciarono a portare i capelli gettati all'indietro, scoprendo la fronte e le tempie, perché così don Giovanni portava i suoi riccioli biondi». E lo stesso sovrano (che soffriva di gelosia nei confronti di don Giovanni, che era molto più popolare e più amato di lui) si affrettò a inviargli una lettera, nella quale esaltava soprattutto il coraggio e la saggezza tattica dimostrata dal comandante della flotta. Il trionfo, per Filippo, era un trionfo spagnolo.

Tutte queste citazioni valgono a sottolineare come i nazionalismi fossero tornati a prevalere all'indomani stesso della vittoria. Come accade in politica. Come non accade quando a prevalere sono i grandi ideali, e in primo luogo quelli di carattere religioso. Dopo la morte di Pio V, sottolinea Arrigo Petacco, «il riaccendersi degli esasperati nazionalismi non consentirà all'Occidente di raccogliere i frutti di una vittoria il cui valore simbolico trascendeva quello militare e strategico. D'altra parte, lo sviluppo dei traffici atlantici stava trasferendo altrove il baricentro del mondo e di conseguenza il Mediterraneo, come scrive il grande storico Fernand Braudel, usciva gradualmente dalla grande storia».

Lepanto fu l'ultima battaglia combattuta esclusivamente fra navi a remi. I Cristiani avevano il vantaggio di essere armati di archibugi e balestre, mentre i Musulmani disponevano soltanto di archi e frecce e non erano neppure protetti da scudi. Questa superiorità nell'armamento influenzò l'esito dello scontro, che fu uno dei più sanguinosi della storia. I Musulmani persero praticamente tutte le navi (100 distrutte e 100 catturate) e oltre 20mila uomini; i Cristiani ebbero 7.500 caduti e altrettanti feriti (fra gli altri, lo scrittore Miguel de Cervantes, autore del Don Chisciotte); quasi tutte le loro galee rimasero danneggiate.

Benedetto Testa