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Già dal titolo, "Rapporto
sullo sviluppo umano 2005", non vi può esser dubbio su cosa
andiamo a esaminare. Se poi individuiamo l'ente che lo ha
curato, l'United Nations Development Programme, Programma
delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, è evidente la drammatica
serietà del contesto. E le parole, in tali circostanze,
appaiono superflue, meglio andare subito ai
contenuti.
L'assistenza allo sviluppo.
Gli aiuti internazionali sono essenziali, ma occorre riformare il
sistema: per essere efficaci devono essere sufficienti,
preventivabili e gestiti dai Paesi riceventi. La somma di tutti gli
aiuti ufficiali è aumentata a 72 miliardi di dollari, con altri
annunciati pari ad ulteriori 50 miliardi. Ma non basta. Oggi i
Paesi ricchi spendono lo 0,25% del Pil per gli aiuti umanitari;
l'Italia, gli Usa ed il Giappone, invece, investono una quota
inferiore del loro Pil (rispettivamente lo 0,17%, lo 0,15% e lo
0,20%).
Il commercio internazionale.
Al pari degli aiuti, gli scambi commerciali possono avere un
importante effetto catalizzatore per lo sviluppo, ma finora i
negoziati della Wto, la World Trade Organization (Organizzazione
Mondiale per il Commercio), non hanno portato a risultati
apprezzabili. Nel rapporto si condanna quella che viene chiamata
una "tassazione iniqua", con i Paesi più poveri del mondo
penalizzati dalle tariffe più alte nei Paesi ricchi, e l'influenza
che i sussidi agricoli e il protezionismo dei Paesi
industrializzati hanno sui Paesi poveri.
La sicurezza. I conflitti
armati rappresentano una violazione dei diritti umani e una
barriera al progresso nel raggiungimento degli Obiettivi di
Sviluppo del Millennio. Il costo delle guerre e delle violenze in
termini di vite umane e di risorse economiche da impiegare è
abnorme.
Il livello di sviluppo. Come
nelle edizioni precedenti, nella relazione viene esaminata la
situazione mondiale rispetto all'indice di sviluppo umano, una
classifica che ordina gli Stati presi in considerazione -
quest'anno 177 - in base al loro livello di sviluppo, misurato
utilizzando quattro indicatori: speranza di vita alla nascita,
alfabetizzazione degli adulti, scolarizzazione media e prodotto
interno lordo pro capite reale. È motivo di soddisfazione che il
nostro Paese, per anni al 20° o 21° posto, abbia raggiunto ora il
18°, scavalcando Nuova Zelanda, Germania e Spagna. La classifica
vede ancora una volta al primo posto la Norvegia.
Restano, ormai, soltanto dieci anni
per realizzare entro i tempi previsti un'iniziativa varata nel 2000
dalle Nazioni Unite, nota come Mdgs, Millennium Development Goals
(Obiettivi di Sviluppo del Millennio), che si propone di ridurre
della metà la fame e la povertà entro il 2015, ma tutto induce al
pessimismo. I dati raccolti dimostrano che nessun Paese asiatico in
via di sviluppo riuscirà a raggiungere i traguardi fissati
dall'Onu, e si tratta di una previsione particolarmente allarmante,
giacché in questo continente vive il 60% della popolazione
mondiale. Nella ricerca si legge anche come, malgrado alcuni
progressi registrati, restino asiatici il 43% dei bambini che
muoiono prima di compiere cinque anni, il 56% delle persone che
soffrono di carenze alimentari ed il 71% di quelle che non possono
fruire dei servizi sanitari di base.
Ancora peggiore è il bilancio per
l'Africa, specie per le regioni subsahariane. L'indice di sviluppo
umano illustra esattamente il suo divario rispetto al resto del
mondo: tra i primi 100 Paesi della graduatoria, solo quattro sono
africani - Seychelles, Libia, Mauritius e Tunisia - per un totale
di meno di 17 milioni di abitanti, su una popolazione continentale
di circa 850 milioni. Permanendo le attuali condizioni, l'Africa
sarà l'unico continente a non realizzare neanche uno degli
obiettivi voluti dall'Onu, che, nel suo lavoro di ricerca, per
l'ennesima volta attribuisce solo all'Occidente la responsabilità
del divario tra nazioni industrializzate e sottosviluppate.
La corruzione, l'incapacità,
l'irresponsabilità dei governanti e le violazioni sistematiche dei
diritti umani: questi e altri comportamenti istituzionalizzati in
tutto il Terzo mondo non sembrano degni di nota tra le cause della
persistente povertà che attanaglia gran parte della Terra. Così non
c'è nessuna speranza di raggiungere i Millennium Development Goals:
né tra dieci e neanche tra cinquant'anni. Le disuguaglianze tra
Paesi, infatti - malgrado i progressi registrati in una parte dei
Paesi in via di sviluppo -, aumentano, a cominciare dal primo degli
indicatori, la speranza di vita: un abitante dello Zambia ha oggi
minori possibilità di raggiungere i trent'anni di quante ne avesse
un inglese nel 1840. E le disuguaglianze aumentano anche per la
discriminazione sessuale: in India il tasso di mortalità infantile
nei primi cinque anni di vita è superiore del 50% per le bambine.
Se non ci fosse il rallentamento attuale, quest'anno sarebbero
morti nel mondo 1,2 milioni di bambini in meno (il 44% dei decessi
di bambini nei primi cinque anni di vita avviene nell'Africa
sub-sahariana).
Il rapporto propone, infine, la
costituzione di una Commissione per il mantenimento della pace,
sotto l'egida dell'Onu, sulla base di alcune constatazioni: dal
1990 più della metà dei conflitti armati sono scoppiati in Paesi in
via di sviluppo (il 40% in Africa) e più un Paese è povero più
corre il rischio di cadere in un conflitto armato. Sui 32 Paesi
ultimi in classifica nell'indicatore dello sviluppo umano, tra il
1990 e il corrente 2005, in ben 22 deve registrarsi un conflitto
remoto.
Una sintesi. Il rapporto è
stato presentato ai Capi di Stato e di Governo prima del loro
incontro al Vertice delle Nazioni Unite, in cui sono stati valutati
i progressi verso il raggiungimento dei Millennium Development
Goals fissati cinque anni fa. Nel settembre del 2000, con
l'approvazione unanime della Dichiarazione del Millennio, 189 Capi
di Stato e di Governo avevano sottoscritto un patto globale tra
Paesi ricchi e Paesi poveri durante un analogo Vertice presso le
Nazioni Unite.
Dalla dichiarazione del Millennio
sono stati estrapolati 8 obiettivi che individuano un percorso
verso un mondo più giusto, più sicuro e sostenibile entro il 2015:
dimezzare la povertà assoluta e la fame nel mondo; assicurare
l'istruzione elementare per tutti; eliminare le discriminazioni tra
i sessi nell'istruzione primaria e secondaria, preferibilmente
entro il 2005, e a tutti i livelli entro il 2015; ridurre di 2/3 la
mortalità infantile sotto i cinque anni; ridurre di 3/4 la
mortalità materna al momento del parto; fermare, con una inversione
di tendenza, la diffusione dell'Hiv/Aids, della malaria e delle
altre principali malattie; assicurare la sostenibilità ambientale
(inserire i principi della sostenibilità nelle politiche; frenare
la perdita delle risorse naturali; dimezzare il numero di persone
che non hanno accesso all'acqua pulita e a condizioni igieniche
dignitose); impegnarsi in un partenariato globale per lo
sviluppo.
I numeri della povertà. Nel
Rapporto sullo Sviluppo Umano, nonostante si affermi l'esistenza di
un sostanziale e generale miglioramento, viene sottolineato come
diversi Paesi stiano andando pericolosamente a ritroso nel
conseguimento dei loro impegni. Da esso emerge infatti che 50
Paesi, per una popolazione complessiva di circa 90 milioni di
abitanti, non sono nelle condizioni di raggiungere almeno uno degli
obiettivi; altri 65, con una popolazione complessiva di 1,2
miliardi, rischiano di non raggiungere almeno un obiettivo prima
del 2040, in altre parole, per un'intera generazione. Nel 2015, se
la tendenza permarrà, si conteranno 827 milioni di persone in
estrema povertà, 380 milioni in più di quanto sarebbe se
l'obiettivo di dimezzare la povertà fosse raggiunto; un altro
miliardo e 700 milioni di persone vivranno con 2 dollari al giorno.
Con i trend attuali, l'obiettivo di ridurre la mortalità infantile
sotto i 5 anni verrà raggiunto nel 2045 e non nel 2015; nei
prossimi dieci anni, il mancato raggiungimento dell'obiettivo si
tradurrà in 41 milioni di bambini morti in più. Nel 2015, 47
milioni di bambini, di cui 19 milioni nell'Africa sub-sahariana,
dove nascono il 20% e muoiono il 44% dei bambini del mondo, non
avranno ancora accesso alla scuola. Invece di dimezzare, il
miliardo di persone che non sono nelle condizioni di poter fruire
dell'acqua potabile con questi ritmi nel 2015 aumenterà di ben 210
milioni. Più di due miliardi, infine, non saranno nelle condizioni
di utilizzare gli impianti igienici, la maggioranza nell'Africa
sub-sahariana.
Nel 2003 l'Aids ha causato la
peggiore inversione di tendenza mai registrata nello sviluppo
umano, falciando 3 milioni di vite ed infettandone altre 5 milioni.
Ogni anno muoiono 2 milioni di bambini in meno, 30 milioni hanno
avuto la possibilità di andare a scuola, 130 milioni di persone
sono uscite da una condizione di povertà estrema; ma ogni ora
muoiono 1.200 bambini a causa della povertà del mondo. 10 milioni
di essi muoiono ogni anno per cause evitabili: 1 miliardo non
dispone di acqua potabile e 2,6 miliardi non possono contare sui
servizi sanitari.
Se è vero che dal 1990 oltre 130
milioni di persone sono uscite da questo status, in 18 Paesi la
situazione è peggiorata. I ricchi, che rappresentano il 10% della
popolazione del pianeta, vivono quasi tutti in Paesi ad alto
reddito e gestiscono il 54% del reddito totale. Le 500 persone più
ricche del mondo in assoluto nel 2003 vantavano un reddito totale
superiore a quello dei 416 milioni più poveri della
Terra. |