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«Le nuove generazioni sono
le fondamenta, il futuro della nazione». Una frase detta,
pensata, ma soprattutto ascoltata un'infinità di volte. E che
proprio per questo rischia di apparire retorica, di perdere
peso e consistenza. Un rischio inaccettabile. Perché quelle
parole - valide, certo, anche per celebrazioni e proclami -,
esprimono una realtà di fondo, semplice ma incontestabile: non
c'è futuro per nessun Paese al mondo se non vi è il giusto
"ricambio", se non vi sono, cioè, giovani, ragazzi, bambini a
raccogliere l'eredità di chi li ha preceduti. Se, insomma, non
sono presenti all'appello «nuove generazioni». Non è affatto
un caso, allora, se in questo 2006 appena iniziato torniamo a
parlare, a riflettere sugli adolescenti e riaffiora deciso il
nostro interesse verso le scelte, i valori, le convinzioni da
essi espresse.
Attenzione: non intendiamo
soffermarci, come più volte accade durante l'anno, sul singolo
avvenimento. Non vogliamo, cioè, affrontare per l'ennesima volta la
tragedia della bimba di 16 mesi morta per fame in una delle "prime"
otto nazioni del mondo, o l'assurdità di sfide impossibili come
frenare all'ultimo istante per non sfracellarsi contro un muro, o
lo stupore sollevato dallo studente straniero che, qui da noi per
uno scambio culturale, mastica poco la lingua di Dante ma si
esprime perfettamente in latino. E neppure ribadire il progressivo
spopolamento dell'Europa, con il sorpasso in Italia del numero
degli anziani su quello dei giovani, o la constatazione che tra gli
extracomunitari presenti nel nostro Paese sono in aumento i bambini
e di pari passo, o quasi, scende la clandestinità. Nulla di tutto
questo. Non vuol essere, il nostro, un riprendere, per svilupparli,
argomenti di cronaca spicciola - che, sia chiaro, un loro valore
pure lo hanno - quanto un confrontarsi con il quotidiano nelle sue
molteplici sfaccettature, per capire cosa da questi giovani
possiamo aspettarci in un domani più o meno prossimo.
STEREOTIPI. Nelle ultime
settimane dell'anno ormai alle nostre spalle sono stati pubblicati
numerosi studi sull'argomento. Non soltanto l'Istat, ma l'Eurispes,
lo Iard, la Società Italiana di Pediatria, per citare gli istituti
più noti, ci hanno fornito la propria, articolata descrizione del
«nuovo ragazzo italiano». È giusto dire, a riguardo, che, pur nella
loro autorevolezza, le ricerche vanno sempre contestualizzate. In
altre parole, esse non sono mai «l'espressione della verità
assoluta»: suggeriscono tendenze che vanno via via prendendo corpo,
pur fornendone diverse interpretazioni. E dunque rimane difficile
poter disegnare i tratti di questo adolescente sposando le
conclusioni di una sola di esse. Quei tratti risulteranno piuttosto
dall'insieme dei vari studi (e dunque, sotto certi aspetti, da
nessuno di essi).
Quando si parla dei giovani,
comunque, il pericolo in agguato è l'immagine stereotipata, il
luogo comune. Che le ultime generazioni scontano con in più una
contraddizione di fondo: l'inizio anticipato, da un punto di vista
fisico, del periodo dell'adolescenza e la conclusione ritardata di
questa, complici fattori che vanno dall'allungamento dell'esistenza
ai processi formativi e di studio (a volte estesi oltre la mitica
soglia dei trent'anni), al permanere nella casa natia molto più a
lungo dei propri padri e dei propri nonni. Al punto che si è
imposta una riscrittura della definizione di adolescenza, un tempo
destinata a racchiudere l'arco di età che andava all'incirca dagli
11 ai 15 anni ed oggi invece con limiti tra i 15 e i 18, e solo
perché a quest'ultimo compleanno il soggetto perde la
caratteristica legale di minorenne per acquisire le facoltà di
"cittadino". Nel contempo, gli odierni pari età degli adolescenti
di una volta sono diventati preadolescenti, allungando a dismisura
un altro capitolo della formazione dell'individuo.
Lo stereotipo, dicevamo, è una
tentazione estremamente facile, in particolare quando si vuole
raccontare di un ragazzo interpretando per l'appunto studi e
ricerche. Per spiegarci, un esempio, scelto tra i più ricorrenti.
Le odierne generazioni, si dice, sono quelle delle "stragi del
sabato sera". Giovani pronti a fare l'alba passando di discoteca in
discoteca, vinti dall'alcol e dalle droghe, e che fanno poi ritorno
a casa ormai privi di ogni freno inibitorio, su auto lanciate a
velocità inaccettabili. Ebbene, oltre il 90 per cento dei nostri
connazionali più giovani mette piede in una moderna sala da ballo
in media una volta ogni tre mesi, ed uno su 4 non ci va proprio.
Non solo, ma quasi il 70 per cento della popolazione giovanile non
si è mai ubriacato, e a un altro quinto scarso è successo finora
solo due o tre volte. Questo ovviamente non significa che non vi
siano 5 ragazzi su 100 che ammettono di bere troppo con una certa
frequenza. Ma dai numeri appena citati si può capire come si tratti
di minoranze, significative, certo, ed indicatrici di un disagio,
di un problema; non sufficienti però a disegnare l'intero universo
dei teen agers.
In altre parole, è ben poco
razionale ritenere i nostri giovani capaci solo di gettare sassi
dai cavalcavia, o tutti animati dal sogno di diventare famosi
calciatori, o con l'unica intenzione di acquisire notorietà come
partecipanti ai reality show. A conoscerli più da vicino, le
sorprese non mancano. Considerati la prima "generazione televisiva"
per assioma, non più di un terzo di loro, in realtà, vorrebbe
partecipare ad una trasmissione della tivvù. Ma non basta. La
stessa fruizione del palinsesto televisivo è in picchiata abissale.
Anche perché la "radio che si vede" viene sempre più concepita come
uno strumento obsoleto, superato a grandi passi dai computer e,
seppur meno, dal cellulare. E poi: li si dice strettamente legati
all'immagine nelle sue diverse forme. Ma in realtà, interrogati
sugli aspetti più importanti della vita, ecco che pongono la
bellezza fisica al penultimo posto; pur se il dato è relativo più
ai giovani che ai preadolescenti e ai bambini, per i quali invece
"l'essere bello" qualcosa conta.
CONTRASTI. Ancora più delle
generazioni che li hanno preceduti, i ragazzi di oggi vanno a
formare un universo ricco di aspetti contrastanti. Anche se le loro
idee in apparenza risultano chiare, le loro scelte precise. Il
ritratto che emerge li vede privilegiare l'amicizia, e in seconda
battuta la famiglia. Irrinunciabile la prima per l'82 per cento dei
giovani, la seconda per qualcosa oltre l'80. Vogliono divertirsi ed
avere molto tempo libero, come lo abbiamo voluto tutti alla loro
età, ma sono sempre pronti a testimoniare il proprio impegno
"politico" in ogni forma che possa rappresentare la difesa della
libertà e della solidarietà, quindi, in ultima analisi, della pace.
Aderiscono più o meno entusiasticamente alle manifestazioni
studentesche, e donano di getto, tramite cellulare, l'euro
richiesto per solidarizzare con le popolazioni colpite da
terremoti, inondazioni, carestie.
Socialmente più sensibili, dunque,
rispetto ai "vecchi" adolescenti. Ma a differenza di quelli
rifuggono dalle organizzazioni, dai movimenti. Non è un caso che
proprio la politica in senso stretto riscuota il credito minore
(oltre 8 ragazzi su 10 «non si fidano per niente» e 25 su 100
dichiarano di provare «disgusto» per essa) e venga relegata
all'ultimo posto della classifica. Appena una striminzita
percentuale di essi, dal 3 al 6.5, è coinvolta concretamente.
Disponibili, insomma, sul versante sociale, rifiutano, o perlomeno
cercano di venire sollevati, da molte responsabilità.
D'altra parte, i giovani non
disdegnano affatto il lavoro, anche se esso risulta, tra i loro
interessi, solo oltre il sesto posto. Posizione comprensibile,
viste le barriere protettive che gli adulti hanno steso attorno a
loro. E qui si giunge ad uno dei punti focali del viaggio
nell'universo giovanile: la famiglia. Gli odierni adolescenti sono
la prima generazione i cui genitori non hanno vissuto alcuna
guerra. Non devono confrontarsi con un padre e una madre che gli
eventi avevano portato, per forza di cose, a maturare più
rapidamente, che non sempre comprendevano il modo in cui i figli
«affrontavano la vita» e che di questi non volevano essere «gli
amici». Come invece oggi assai spesso accade a loro con i propri
genitori - ultraquarantenni che ancora si chiamano e si fanno
chiamare «ragazzi» - e che vivono un'interminabile gioventù.
E forse allora non è tutta colpa
degli "ultimi arrivati" questo indeterminato prolungarsi
dell'adolescenza. Visti da vicino, i diversi traguardi che segnano
l'emanciparsi del cucciolo dell'uomo - dall'uscita definitiva
dall'ambito formativo all'ingresso non più episodico nel mondo del
lavoro, all'ottenimento della piena indipendenza economica, alla
formazione di un nuovo nucleo familiare, all'acquisizione del ruolo
genitoriale - non dipendono sempre e solo da una sua più o meno
marcata volontà di raggiungere un'autonomia "esistenziale", ovvero
di liberarsi definitivamente dalla tutela dei genitori. In quota
parte, pur essendo reali e concrete, le difficoltà di questo
percorso sono legate al fatto che per molti padri e madri di oggi
la maturità del figlio rappresenta il segnale di una vecchiaia
incombente, di un tempo ormai trascorso. Ed è un segnale tutt'altro
che gradevole, visto che, come è stato detto, «il tempo non si può
tingere, a differenza dei capelli».
SOLITUDINE. Vogliono subito
le chiavi di casa e una propria, seppur minima, indipendenza
economica. A partire dai 6 anni, una gran parte dei nostri figli
riceve la regolare paghetta settimanale, che mediamente si
stabilizza sui 14 euro. E sono in molti, anche nelle fasce più
giovani di età, a non addormentarsi prima delle 22,30-23.
Lontanissimi i tempi in cui Carosello, alle 21, segnava il confine
tra ore lecite ed illecite. Se poi aggiungiamo che la natalità nel
nostro Paese si è di molto abbassata, ecco emergere come il ragazzo
sia, volente o nolente, al centro del mondo dei propri genitori,
che accettano di tenerlo in casa fino ad età adulta, solidarizzando
con lui su ogni aspetto della vita, compresi i timori generalizzati
di quanto accade all'esterno.
Ma, al solito, vi è anche un
rovescio della medaglia. Gli stessi dati si possono leggere in
positivo come pure nel loro significante negativo. Quasi l'80 per
cento di bambini, preadolescenti e ragazzi ha un cellulare
personale. Ufficialmente perché così mamma e papà sono più
tranquilli, ma in realtà il telefono mobile è l'unica strada che
molti di loro hanno per costruirsi quell'esperienza di vita formata
in altre generazioni dai contatti diretti. Un aspetto comune ai
giovani dei Paesi europei è la personalità definita
"autoreferenziale", dove tutto viene rapportato a se stessi: avidi
di novità, ma indifferenti verso ciò che non li riguarda da vicino.
Lupi solitari, individualisti, affidano al cellulare la possibilità
di entrare in contatto con il resto del mondo. Ben più del chattare
per via Internet, conta l'infinità degli Sms, dei "messaggini": il
nuovo incubo è restare «senza scheda».
Risultato: una delle sensazioni più
dominanti è la solitudine. Che nelle classi più giovani, al di
sotto dei 10 anni, spinge ad incollarsi per troppo tempo, oltre tre
ore al giorno, allo schermo televisivo, per poi magari passare a
quello del computer. Succede almeno ad un terzo dei giovanissimi. E
gli effetti collaterali sono terribili. Coloro che guardano in modo
esagerato la tivvù, più precocemente di altri si avvicinano
all'alcol: una realtà che porta 7 ragazzini su 10 al primo
bicchiere di vino o di birra quando ancora non hanno compiuto i 15
anni, con un 15 per cento che consuma alcolici spesso, se non
regolarmente. Un progressivo abbassamento della soglia di
iniziazione, anche più preoccupante se si passa a parlare di fumo o
di droghe. Nel corso dell'ultima Conferenza nazionale sul consumo
di queste è emerso come già a 13 anni ormai vi siano i primi
"viaggi", favoriti dai prezzi stracciati con i quali i
malintenzionati tendono le loro trappole.
BULLISMO. Quella che l'Unione
europea ha definito la e-generation, perché vive da protagonista
l'epoca della cosiddetta Ict, Information Communication Technology,
in effetti possiede, o perlomeno utilizza, per il 90 per cento un
computer. E, a conferma della individualità di ognuno, se elevato è
l'uso della posta elettronica e delle chat, rara invece è la
lettura dei blog, i diari in Rete di altri, o la partecipazione a
forum digitali di discussione. L'80 per cento, invece, ama navigare
in Internet per informarsi, fare ricerche per lo studio, ma anche
scaricare musica, film, giochi e video, con un 70 che ritiene
corretto o almeno lecito farlo senza pagare alcunché, perché cd e
dvd vengono proposti «a prezzi troppo elevati».
Una percezione dell'illegalità
figlia a sua volta della già denunciata solitudine. Sentirsi soli,
infatti, vuol dire «muoversi senza protezione in una realtà dove
manca qualcosa, o meglio, qualcuno su cui contare». E quel qualcuno
non sono, o almeno non sono solo, i genitori, che per la stragrande
maggioranza dei giovani ci sono sempre «quando serve» (sic!). A
mancare, in realtà, è la presenza di figure guida, che
nell'adolescenza spesso contano come formatori ancor più del padre
e della madre, dai quali da sempre si cerca di prendere le
distanze, pur se sembra che ora vi sia «una mutazione dei rapporti
all'interno della famiglia e si viaggi verso quella che è stata
definita "la famiglia affettiva", dove al posto dei contrasti vi è
comunanza di sentimenti, continuità di pensiero».
Ma a preoccupare di più è il segnale
dato dalla crescita della maleducazione nei bambini e poi nei
ragazzi. Che si accompagna al progressivo affermarsi della
prevaricazione tra i giovani, del cosiddetto bullismo, ormai
divenuto quasi un'emergenza, e che si esprime soprattutto verso i
pari età, con oltre il 70 per cento di giovani che si dichiarano
protagonisti o spettatori di episodi similari e, dato ancor più
allarmante, con oltre 40 su 100 di loro pronti ad affermare che se
la prepotenza o l'isolamento imposto riguardasse un loro amico la
cosa li lascerebbe indifferenti.
Bullismo: un ulteriore effetto
collaterale della solitudine in cui spesso gli adulti lasciano i
giovanissimi. Ed infatti «tipico dell'infanzia, con l'adolescenza
dovrebbe diminuire», ma se ciò non si verifica vuol dire che «nei
ragazzi si è prodotto un deficit educativo e spesso anche
affettivo». Perché, al di là del potere del gruppo, virtuale o
reale, al quale si fa riferimento, «se in un giovane è stato
inculcato il rispetto per l'altro, egli non arriverà mai ad azioni
di estrema gravità». Molti genitori però pensano purtroppo di poter
surrogare le proprie assenze riempiendo i figli di "ogni ben di
Dio". Senza mai fermarsi con loro a parlare, a dialogare dei
sentimenti, affrontando e governando insieme le emozioni. In altre
parole, «loro tacciono e la tv parla, parla, e ti dice che se hai
il cellulare… tutto è intorno a te». |