La battaglia
di Lipsia
È passata alla storia come "la battaglia dei Giganti" o "delle
Nazioni". E questo basta a riassumere l'entità delle forze in
campo, le perdite in vite umane che comportò e la svolta storica
che il suo esito produsse. La battaglia di Lipsia (16-19 ottobre
1813) costituì l'epilogo della disastrosa campagna napoleonica in
Russia e nell'Europa Orientale e segnò la fine dell'Impero. Contro
i 130mila uomini dell'armata francese si schierarono in campo
270mila soldati prussiani, austriaci, russi e svedesi. Da una parte
Napoleone, dall'altra il principe di Schwarzenberg (al comando
dell'armata austro-russa), il maresciallo Blücher (che guidava
l'armata russo-prussiana), il generale Benningsen (armata russa di
riserva) e il generale Bernadotte, re di Svezia (ed ex generale
napoleonico) che comandava le truppe coalizzate
russo-svedesi-prussiane. Durò tre giorni la battaglia. I francesi
contarono 38mila uomini fra morti e feriti e lasciarono sul campo
30mila prigionieri (fra i quali 22 generali), 250 cannoni e 600
carri. Le perdite della coalizione furono superiori, ma alla fine
Napoleone dovette ordinare la ritirata. Pochi mesi più tardi fu
costretto ad abdicare e spedito in esilio all'isola d'Elba. Sarebbe
tornato, ma il suo nuovo regno durò appena cento giorni.
La battaglia di
Waterloo
La fuga di Napoleone dall'Elba non interruppe i lavori del
Congresso di Vienna. E quando la Settima Coalizione affrontò in
campo aperto il vecchio nemico, il Congresso aveva già deciso
l'assetto politico dell'Europa. Sarebbe ingiusto attribuire la
disfatta decisiva di Waterloo (18 giugno 1815) a errori di
strategia di Napoleone. I suoi soldati erano stremati dalla marcia
forzata nel maltempo, su strade fangose. E il nemico era cresciuto:
Wellington, che era un brillante stratega, accerchiò l'armata di
Napoleone, che si ostinò in un attacco frontale senza speranza. E
quando Blücher, inizialmente costretto alla ritirata, riapparve con
gli austriaci al fianco di Wellington, i francesi furono
accerchiati, e non ebbero scampo.
La campagna di
Russia
A Borodino, Napoleone visse la sua ultima grande illusione. Nel
1812, quando Alessandro I di Russia (fino ad allora alleato di
Napoleone) chiese ai francesi di evacuare la Prussia e la
Pomerania, Napoleone decise di invadere la Russia con una grande
armata di 700mila uomini. Entrò in territorio russo senza
incontrare alcuna resistenza. Il generale Kutuzov, comandante
dell'esercito russo, adottò una tattica che si rivelò devastante
per i francesi: continuò a ritirarsi, distruggendo i raccolti e le
vie di comunicazione (per rendere più difficili i rifornimenti
all'esercito invasore). Kutuzov fu costretto ad accettare la
battaglia a Borodino (il 7 settembre 1812). Fu quello l'ultimo
giorno di gloria per i francesi, che una settimana più tardi
entrarono a Mosca. La città era stata già abbandonata, ed era in
preda alle fiamme. La trappola era scattata. Un mese più tardi
Napoleone fu costretto a ordinare la ritirata ai suoi uomini. Il
freddo e la fame decimarono il più grande e potente esercito del
mondo, che subì poi la sconfitta definitiva al passaggio del fiume
Beresina (alla fine di ottobre). Rientrarono in Francia appena
50mila uomini. Qualcosa del genere sarebbe accaduto centotrenta
anni più tardi alla Wermacht in un'altra tragica campagna di
Russia. Appena rientrato a Parigi Napoleone si dette da fare per
mettere insieme una nuova armata: era chiaro che si sarebbe formata
un'altra alleanza contro di lui. Ottenne alcuni successi (a Lützen,
a Bautzen e a Dresda), prima di subire la sconfitta definitiva a
Lipsia.
Metternich
Klemens Wenzel Lothar Metternich è, ancora oggi, nell'immaginario
degli italiani, un nemico. Viene citata regolarmente la sua
affermazione secondo la quale l'Italia sarebbe (o sarebbe stata a
quei tempi) una «mera espressione geografica». Gli fu attribuita
anche un'altra frase (che non fu lui a pronunciare) a proposito
delle Mie prigioni di Silvio Pellico («Questo libro ha fatto più
danni di una battaglia persa»). La sua immagine era dunque quella
di un nemico, aristocratico e reazionario, odioso più o meno quanto
il maresciallo Radetzsky, che comandava le truppe austriache nella
Prima guerra d'indipendenza. In realtà, Metternich amava il nostro
Paese (come Radetzsky), sia pure per ragioni "turistiche", e non
era affatto l'uomo tetro e severo che ci hanno tramandato i suoi
ritratti: era un gaudente, grande frequentatore di salotti, vanesio
e donnaiolo. Ebbe tre mogli, undici figli e un numero cospicuo di
amanti (tutte aristocratiche). Forse
il momento più felice della sua vita fu quando l'imperatore lo
nominò principe. E non fu neppure il teorico della Restaurazione,
titolo che spetta di diritto a Talleyrand (un uomo per tutte le
stagioni: ecclesiastico, rivoluzionario, napoleonico e - infine -
capo del governo quando la monarchia tornò in auge). Metternich,
casomai, fu influenzato dalle idee di Talleyrand, e le sposò in
pieno per difendere, con le unghie e con i denti, l'impero
austriaco, che serviva come primo ministro. Come si potrebbe
deplorarlo per questo?
Talleyrand
L'anima del Congresso di Vienna fu un uomo politico del Paese
sconfitto, che - per giunta - aveva collaborato con Napoleone ed
era stato fra i protagonisti della Rivoluzione francese.
Charles-Maurice Talleyrand-Périgord, discendeva da una delle più
illustri famiglie di Francia. Contro la sua volontà, fu avviato
alla carriera ecclesiastica e - nel 1789 - era vescovo di Autun.
Partecipò agli Stati Generali dove contribuì a orientare una parte
del clero verso la borghesia. E alla Costituente propose la
confisca dei beni ecclesiastici. Dopo un periodo di disgrazia
(durante il quale si rifugiò negli Stati Uniti), fu nominato
ministro degli Esteri (nel 1797). Napoleone lo disprezzava, ma ne
ammirava le capacità di diplomatico. E tentò un'ultima volta -
quando fu chiaro che la situazione stava precipitando - di
convincerlo ad accettare di nuovo la carica di ministro degli
Esteri, che Talleyrand rifiutò. Fu lui stesso - dopo la battaglia
di Lipsia - a dichiarare decaduto Napoleone. E fu ancora lui a
tessere la trama diplomatica che portò al Congresso di Vienna, al
quale partecipò come ministro degli Esteri di Luigi XVIII. Gli
spettò di diritto il titolo di ideologo della Restaurazione.
Convinse l'imperatore di Russia Alessandro I che non sarebbe stato
vantaggioso per nessuno umiliare la Francia, innescando nuovi
motivi di conflitto. A Vienna condusse spesso i giochi, sfruttando
le divergenze che affioravano fra i vincitori e le loro paure
quando Napoleone tornò in Francia per la sua breve avventura dei
Cento giorni. Dopo la conclusione del Congresso fu nominato capo
del governo.
Alessandro I
Se Napoleone fu sconfitto e l'Europa scampò il pericolo di essere
assoggettata ad un solo uomo, il merito principale deve essere
attribuito a un sovrano molto giovane, che aveva ereditato un
impero immenso: Alessandro I, zar di Russia. Salito al trono nel
1801, quando aveva ventiquattro anni, dopo l'assassinio del padre
Paolo I (di cui molti sospettarono fosse stato il mandante),
Alessandro fu un personaggio contraddittorio, capace di grandi
aperture verso le idee liberali e di rapide sterzate verso
l'assolutismo più bieco e conservatore. Sconfitto (insieme ad
austriaci e inglesi) ad Austerlitz, firmò il trattato di pace di
Tilsit. Ma quando l'imperatore francese invase la Russia, seppe
guidare la nazione e l'esercito alla vittoria. Si conquistò in tal
modo un posto da protagonista nel Congresso di Vienna, dove si
dette molto da fare anche sul terreno mondano. Negli archivi
viennesi esiste un appunto della polizia dal contenuto
inequivocabile. «Al ballo del conte Francesco Pallgy, l'imperatore
Alessandro di Russia che ammira molto la contessa Szeclenyi
Guilford le dice: "Vostro marito è assente, mi piacerebbe molto
prender provvisoriamente il suo posto". La contessa gli risponde:
"Ma Vostra Maestà mi scambia forse per una provincia?"». Fu il più
inflessibile contro Napoleone, e il più aperto con i francesi,
invitando gli alleati a rispettare «l'integrità dell'antica
Francia, quale esisteva sotto i suoi re legittimi», e a riconoscere
e garantire «la Costituzione che la Nazione Francese vorrà
assumere».
Francesco
II
Fu l'ultimo imperatore del Sacro Romano Impero, Francesco II
d'Asburgo, figlio di Leopoldo II (secondogenito di Maria Teresa
d'Austria) che cinse la corona imperiale nel 1792. La perse nel
1806, nel momento in cui l'astro di Napoleone aveva raggiunto lo
zenith. Da due anni era diventato imperatore d'Austria, con un
diverso ordinale. Per gli austriaci era Francesco I, e tale rimase
fino alla sua morte, nel 1835. Per tentare di trovare un accordo
con Napoleone, Francesco "sacrificò" (come si diceva nei casi di
matrimoni dinastici) la figlia Maria Luisa dandola in sposa
all'imperatore francese. Maria Luisa riuscì persino a dare a
Napoleone il sospirato erede (compito nel quale era mancata
Giuseppina di Beauharnais), incoronato alla nascita re di Roma. La
vittoria della coalizione a Lipsia, nel 1813, permise a Francesco
di riscattare le precedenti umiliazioni e di presentarsi come una
delle figure chiave della Restaurazione. Il Congresso di Vienna gli
riconobbe il possesso dei territori precedentemente perduti sui
campi di battaglia e l'egemonia sull'Italia (merito anche
dell'abilità diplomatica di Metternich). Nel 1821 e nel 1831 fu uno
dei campioni della Restaurazione con la repressione dei moti
liberali che si estesero in tutta
l'Europa.
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