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E Parigi bruciò

Le "buone intenzioni" dello Stato francese nei confronti degli immigrati si sono trasformate in effetti negativi, divenendo causa di malessere e di rivolta e portando alla "esplosione" delle banlieues

La drammatica situazione provocata in Francia dagli scontri tra i giovani e la polizia. Scontri che, iniziati a Clichy-sous-Bois, periferia a Nord-Est di Parigi, si sono propagati alle periferie di altre città del PaeseQuando ormai gli ultimi roghi delle automobili si stavano spegnendo nelle notti "ribelli" di Parigi - ma non solo di Parigi - a seguito della decisa reazione delle forze dell'ordine, Libération, il quotidiano dell'estrema sinistra, ha scritto, per la penna del sociologo Jean Baudrillard: "È stato necessario che bruciassero 1.500 auto in una notte, poi 900, 500, 200 fino a raggiungere la razione quotidiana di 90 per notte perché ci accorgessimo che questa è una sorta di fiamma perpetua - come quella dell'Arco di Trionfo - che brucia in omaggio all'immigrazione sconosciuta".

Ora Parigi, e le altre città francesi cui si era estesa la rivolta giovanile, non brucia più. La calma e l'ordine sono tornati a regnare, come a Varsavia nell'Ottocento della repressione delle nazionalità. Ma la necessità di spiegare il fenomeno rimane. E una spiegazione univoca non sembra possibile. Il mondo in cui viviamo è troppo complesso per prestarsi alle schematiche e semplicistiche interpretazioni con le quali in passato si sono spiegate le rivoluzioni. Perciò, troppo sbrigativa è sembrata a molti francesi, intellettuali e non, la spiegazione di Emmanuel Todd su Le Monde, il quotidiano dell'intellighenzia francese: "L'esplosione delle banlieues si iscrive in una lunga tradizione di sollevazioni sociali".

Nello stesso difetto sembra, del resto, essere incorsa anche Libération con l'analisi di Baudrillard. Il quotidiano - in omaggio alla propria cultura politica marxista - ha attribuito, infatti, il malessere delle estreme periferie parigine, ma non solo parigine, alla crisi del modello politico, economico e sociale occidentale, che non sarebbe più in grado di offrire ai giovani, soprattutto se immigrati, una prospettiva positiva di vita. Spiegazione affrettata e vetero-classista, e perciò riduttiva di un fenomeno socialmente complesso, quella di Libération, che rimanda alla globalizzazione e al mercato la responsabilità della improvvisa, ma non imprevista, crisi francese. Spiegazione, comunque, ugualmente suggestiva, non solo perché speculare a quella dell'estrema destra politica anti-governativa, che ha cavalcato la rivolta delle banlieues in nome della legge e dell'ordine e, soprattutto, di una cultura xenofoba contraria all'integrazione, ma anche per la ragione opposta, che invece, da posizioni culturali tendenzialmente liberali, ha interpretato il disagio giovanile in chiave neo-liberista e anti-statalistica.

Aveva detto Jacques Chirac nel 1995: "Nelle periferie diseredate governa una sorta di terrore soft. Quando troppi giovani non vedono davanti a sé niente altro che disoccupazione, dopo che hanno lasciato la scuola, essi finiscono col ribellarsi. Per un certo periodo di tempo lo Stato può battersi per imporre l'ordine, e contare sui benefici per evitare il peggio. Ma quanto può durare?". La profezia del presidente della Repubblica e l'inquietante interrogativo che l'accompagnava offre, infatti, lo spunto a una riflessione più sofistica e, forse, più adatta ai tempi - che gli osservatori inglesi figli di una cultura empirica e dell'Illuminismo delle "virtù sociali" (di David Hume e di Adam Smith), rispetto a quello francese della Ragione (di Voltaire), hanno fatto -, riflessione che si potrebbe definire in termini di "eterogenesi dei fini".

La politica francese di integrazione della propria forte immigrazione (5-6 milioni di soli islamici, un terzo di quella europea, un decimo della popolazione nazionale), fondata sul concetto di "cittadinanza" - in base al quale chi arriva in Francia, dopo un certo tempo, diventa francese a tutti gli effetti - ha mostrato i suoi limiti fin da quando (subito) le condizioni sociali in cui hanno finito col trovarsi pressoché inevitabilmente gli immigrati si sono rivelate opposte e antitetiche a quelle dei francesi di nascita e da generazioni, in una parola (brutta), "dei francesi bianchi". Così, ed è qui che è scattata l'eterogenesi dei fini, le buone intenzioni si sono trasformate in effetti negativi, contraddicendosi, smentendosi, annullandosi e diventando esse stesse la causa non secondaria del malessere e della rivolta.

I grandi agglomerati, costruiti dallo Stato nelle estreme periferie per ospitare l'immigrazione, dare un tetto a migliaia di famiglie e integrarle nella società avanzata francese, che, nelle buone intenzioni stataliste, avrebbero dovuto far sentire "francesi" soprattutto i figli di seconda e di terza generazione dei primi immigrati, sono stati percepiti da questi ultimi non come un fattore di integrazione, bensì come uno strumento di "segregazione". Una lodevole politica sociale ha finito col tradursi, di fatto, in "carità sociale", "carità di Stato", perdendo per strada l'originaria connotazione di "giustizia sociale" per assumere, invece, quella di "apartheid" economico e persino politico, che ha creato, dapprima, uno stato di permanente disagio e di malessere - "la fiamma perpetua che brucia in omaggio all'immigrazione sconosciuta" di cui ha parlato Libération - e provocato, poi, con il rifiuto di una condizione di minorità, la rivolta giovanile. Il resto lo hanno fatto l'alta disoccupazione, la diffusione della micro-criminalità, la componente (peraltro secondaria) religiosa, il confronto con il resto del Paese, anch'esso attraversato da una crisi profonda, ma pur sempre inserito nella logica del benessere generalizzato.

La disoccupazione, in Francia - fra le più alte in Europa, battuta solo da quella tedesca - ha superato il 10 per cento della forza lavoro, con una media del 20 per cento di disoccupazione giovanile, che diventa due volte più alta fra i giovani delle estreme periferie. Le reali radici dei disordini, ha scritto lucidamente il settimanale inglese The Economist, affondano "nell'alienazione sociale e economica della popolazione, prevalentemente islamica, che per due generazioni è stata isolata nelle tristi banlieues intorno alle città". Le ragioni di tale alienazione, prosegue il settimanale, sono molte, ma la risposta sta certamente "nell'inquinante mistura di abitazioni povere, cattive scuole, trasporti inadeguati, esclusione sociale, disaffezione fra gli islamici, che sono discriminati, e, soprattutto, nella disoccupazione di massa".

Ad aggravare ulteriormente la situazione, anche sotto il profilo psicologico, sono sopravvenuti avvenimenti mondiali che hanno accentuato la radicalizzazione della comunità islamica, quali l'11 settembre (l'attacco alle Torri di New York e al Pentagono a Washington), la guerra in Iraq e, sul piano nazionale, la proibizione, imposta nel 2004, di indossare il velo alle ragazze a scuola. A poco o nulla sono serviti i tentativi del governo di coinvolgere gli islamici attraverso istituzioni rappresentative dei loro interessi, l'associazione con gli iman (i religiosi), che pure hanno contribuito a sedare la rivolta e le moschee: l'Unione delle Organizzazioni islamiche francesi ha emesso una fatwa che proibiva ai giovani islamici di prendere parte alle violenze di strada. D'altra parte, secondo gli osservatori più attenti, sarebbe improprio parlare di una sorta di intifada francese. I giovani che hanno dato fuoco a migliaia di automobili - dei loro stessi genitori - e a tutto ciò che avesse una parvenza pubblica (scuole, stazioni di polizia eccetera) non erano tutti musulmani, anzi.

La casa e il lavoro. Questi, dunque, i due fattori della crisi del modello di integrazione sociale (e razziale) francese. Nell'ultimo decennio, le economie degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, che hanno avuto e ancora hanno i loro problemi con la propria immigrazione, hanno prodotto una crescita impressionante che, a sua volta, ha generato migliaia di posti di lavoro. Inoltre, la diffusione della proprietà edilizia ha fatto sì che l'immigrazione si integrasse anche fisicamente con la popolazione autoctona, attraverso la diffusione di un comune modo di vita e i matrimoni misti. Nel Parlamento inglese e nel Congresso americano ci sono, oltre alle rappresentanze istituzionali delle minoranze, parlamentari di colore, così come ci sono uomini di colore nelle televisioni, nei giornali e nel settore delle pubbliche relazioni. In conclusione: il difetto del modello di integrazione francese, dicono gli anglosassoni, è stato di creare dei "ghetti" nei quali ha relegato gli immigrati. Piuttosto che offrire loro, come negli Usa e in Gran Bretagna, l'opportunità di elevarsi socialmente con le proprie forze.

Piero Ostellino