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Dopo un volo di oltre quindici ore,
il C130J atterra sulla controllatissima pista dell'aeroporto di
Kabul. È uno dei frequenti "voli navetta" che dall'Italia
trasportano personale e materiale di supporto in uno dei più
importanti teatri operativi all'estero, dove sono impegnati in
missione di peace-keeping reparti militari di 36 Paesi.
All'arrivo, due carabinieri con la
fascia MP (Military Police) controllano lo sbarco dei passeggeri e
dei soldati diretti alla base italiana. Questo fa parte della loro
Main Mission, ovvero del compito principale richiesto all'Arma in
Afghanistan: fornire sicurezza e protezione al contingente militare
multinazionale Isaf. Quest'ultimo, l'International Security
Assistance Force, a guida Nato e attualmente sotto comando
italiano, sta operando dal 2002 per assistere il governo locale a
mantenere un ambiente sicuro nella capitale Kabul e quindi,
gradualmente, nelle varie aree dell'Afghanistan: un Paese divorato
per anni dalla guerra civile e dalle dispute tra i locali "signori
della guerra", che lo hanno reso uno dei più poveri al mondo.
Tra i passeggeri arrivati con quel
volo ci sono anche alcune personalità, che vengono accompagnate
fuori dell'aerostazione e fatte salire subito su un convoglio di
vetture con targa civile. Altri carabinieri li prendono in consegna
e si occupano della loro scorta fino nel cuore cittadino e nelle
ambasciate, superprotetti contro possibili attacchi terroristici o
comunque di disturbo. Veri o presunti, rari o meno, sono
un'eventualità che non va affatto esclusa.
«Il nostro impegno quotidiano di
Polizia Militare è molteplice e opera su diversi fronti», spiega il
maggiore dei Carabinieri Stefano Toscano, Comandante del reparto MP
all'interno della Kabul Multinational Brigade VIII, che,
attualmente sotto comando italiano, è formata da quasi 4mila
militari di 23 Paesi, di cui 1.300 nostri connazionali. È lui il
Provost Marshall, responsabile di un'unità composta da 136
militari: oltre a circa 40 carabinieri del 7° Reggimento
"Trentino-Alto Adige" di Laives e del 13° Reggimento
"Friuli-Venezia Giulia" di Gorizia (tutti già con diverse missioni
all'estero alle spalle), ci sono unità MP di Germania, Croazia,
Danimarca, Bulgaria e Romania. Sono arrivati a Kabul nel luglio
scorso e vi resteranno circa sei mesi, fino al prossimo e
sicuramente freddissimo gennaio.

Al medesimo reparto fa capo anche
la Stazione Carabinieri Kabul, un nucleo di Polizia Militare
all'interno della base italiana di Camp Invictia, a pochi
chilometri dal centro della capitale afgana, dove sono ospitati
circa un migliaio di soldati italiani, greci e norvegesi.
«Operiamo con quattro squadre sempre
presenti nell'arco delle ventiquattr'ore», prosegue il maggiore
Toscano, «e con il supporto di un ulteriore plotone di militari
ready on call, pronti cioè ad intervenire in caso di particolari
necessità. Il nostro intervento non è solo all'interno e agli
ingressi delle basi militari, ma anche e particolarmente
all'esterno, dove impieghiamo una speciale sezione
investigativa».
Kabul è una città di oltre due
milioni di abitanti, situata su un arido altopiano a quasi 2.000
metri d'altezza. Si estende su un'area metropolitana vasta quanto
quella di Milano, dove non c'è una ferrovia ma esistono solo strade
sconnesse e divorate da buche sempre più larghe per l'assenza di
manutenzione e dove l'illuminazione pubblica è una rarità. Manca
del tutto anche la segnaletica stradale, un problema però che non
sembra preoccupare più di tanto la popolazione, abituata a ben
altre emergenze, dopo anni di guerra civile e di distruzioni che, a
metà degli anni Novanta, seppellirono sotto le macerie oltre il 70
per cento della città.
In quest'area i militari dell'Arma,
coadiuvati anche dai colleghi di altri Paesi, curano il
monitoraggio del territorio lungo i principali assi di
comunicazione, con particolare riferimento al transito dei veicoli
militari del contingente Isaf e al rilevamento di eventuali
sinistri, come pure hanno frequenti incontri con i responsabili e
gli agenti dei 16 distretti della Kabul City Police.
Un contatto che è diventato giorno
dopo giorno sempre più indispensabile, anche in relazione ad un
significativo evento: le prime elezioni parlamentari nella storia
dell'Afghanistan (tenutesi il 18 settembre) ed il loro regolare
svolgimento sotto il profilo organizzativo e dell'ordine pubblico,
considerato che lo spoglio completo delle schede e la proclamazione
dei risultati richiederanno alcune settimane di tempo in tutto
l'Afghanistan.
I rapporti con la Polizia locale
(«l'approccio è ottimale, sarà forse per la comune mentalità da
investigatori») si intensificheranno a breve, anche in relazione
all'attività di addestramento che impegnerà i carabinieri nei
confronti degli operatori afgani su particolari tematiche quali
l'infortunistica stradale, l'organizzazione e la gestione di posti
di blocco, i servizi di scorta ai convogli e ai vip.

L'impegno dell'Arma in Afghanistan
non si esaurisce con l'operatività a supporto della Brigata
Multinazionale Kabul. Oltre ad una squadra di carabinieri
all'interno del Comando Isaf e ai militari di stanza presso
l'Ambasciata italiana nella capitale, analoghe attività di Polizia
Militare sono svolte da un plotone presente ad Herat, la città più
occidentale del Paese, a poco più di 100 chilometri dal confine con
l'Iran, dove ha sede il Comando Nato per l'area occidentale. Herat
è chiamata, con un pizzico di generosità, "la Firenze
dell'Afghanistan". Un po' per il suo passato storico e artistico,
che, soprattutto nei secoli XV e XVI (in pieno Rinascimento
italiano), la vide emergere culturalmente tra le capitali asiatiche
del tempo; un po' per la natura straordinariamente verde in pieno
deserto, grazie alla presenza del grande fiume Harad, generoso
portatore d'acqua anche in estate; un po' per l'instancabile vita
cittadina, con le mille botteghe e le attività artigianali.
Crocevia obbligatorio di tutto il traffico commerciale verso
l'Occidente, è l'ultimo grande avamposto afgano che guarda verso
l'Iran, la Turchia, i Balcani, l'Europa, lungo quella che un tempo
era chiamata "la via della seta".
«Perché mi trovo qui? Oltre che un
carabiniere sono anche un appassionato di storia e di geografia.
Per questo, dopo il servizio di complemento, ho fatto domanda per
restare nelle Unità mobili. Ci sono riuscito, ed eccomi in missione
all'estero, dove spero di poter essere utile alla popolazione che
ci ospita, contribuendo alla sua sicurezza»: risponde così, senza
esitazione e con un gran sorriso da giovane ventiseienne, il
tenente Giulio Mistura, Comandante del plotone dei Carabinieri in
servizio di Military Police presso la base "Vianini", che ospita il
comando Nato per l'area occidentale e il Provincial Recostruction
Team (Prt) attualmente a guida italiana.
Con il tenente ci sono una decina di
militari dell'Arma, tutti con alle spalle già numerose missioni
all'estero. Hanno imparato a gestire, con pari professionalità, i
delicati e quotidiani incarichi loro affidati - compreso
l'addestramento alla Polizia locale - come pure le improvvise
situazioni di emergenza, che anche a Herat non mancano, nonostante
l'apparente maggior tranquillità rispetto al resto del Paese.
«Carabiniere? Salam!». «Ha visto
quella guardia afgana?», dice con soddisfazione il brigadiere di
pattuglia in città per attività di ricognizione. «Ci riconoscono
per la divisa che indossiamo e ci salutano con rispetto. Sono cose
che fanno piacere». Il nostro convoglio si dirige ora verso
l'aeroporto, sede della Forward Support Base, l'unità che fornisce
l'indispensabile supporto operativo e logistico ai reparti militari
presenti nella regione.
Prima dell'imbarco sul C130J di
ritorno in Italia, incontriamo un nucleo di carabinieri in servizio
alla base. Fanno parte del Comando dell'Arma presso l'Aeronautica
militare, l'unità territorialmente più estesa perché i suoi
componenti sono disseminati in tutte le basi aeree italiane,
interne e fuori del territorio nazionale. «I nostri compiti non
sono solo interni alla base», dice il Comandante, maresciallo
aiutante Roberto Jacovacci. «Poiché effettuiamo anche servizi di
scorta, abbiamo contatti con la popolazione civile. Ci guardano con
sempre minore diffidenza e con più sorrisi, cosa che per noi è
fondamentale».
«È una popolazione povera, ma con
una gran voglia di emergere», aggiunge il maresciallo capo
Giancarlo Fadda, «e questo ci serve anche per quando torniamo a
casa. Guardiamo i nostri familiari in modo diverso e cerchiamo di
insegnare ai nostri figli ad apprezzare ancora di più quello che
hanno a disposizione, in confronto a chi non ha davvero niente. La
missione è anche una lezione di vita per tutti
noi». |