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H5N1. Soggetto, oggetto, sospetto.
Soggetto: il preferito delle conversazioni che nelle ultime
settimane si sono intrecciate in tutto l'Occidente e quasi
sicuramente anche in molti Paesi di quella regione in apparenza
così lontana da noi quale è il Sud-Est Asiatico. Oggetto: di
preoccupazioni, paure, ansie, diffusesi nelle case, e in
particolare nelle cucine, di tanti, tantissimi cittadini, italiani
compresi. Sospetto: perché l'H5N1 è, oggi come oggi, sospettato di
essere il principale responsabile della prossima, annunciata,
temuta pandemia universale. Il colpevole di un'epidemia
generalizzata che in un sol colpo, e nel giro di poche settimane,
potrebbe sottrarre al totale dell'umanità, secondo il più
catastrofico degli scenari ipotizzati, tra i 180 e i 360 milioni di
individui.
Ormai sulle pagine dei giornali,
nelle trasmissioni radiofoniche e in quelle televisive di
cosiddetto "approfondimento" si susseguono quasi senza interruzione
interventi, servizi, rimandi a riguardo. Che definiscono H5N1«il
virus killer per eccellenza». La causa accertata di quell'influenza
«per ora solo aviaria» che, rendendoci vittime di un timore
diffuso, ha avuto come primo effetto (ma non sarà di sicuro
l'ultimo per l'economia) la caduta in picchiata degli acquisti di
carne bianca, uno dei pilastri della cucina nazionale. Che ci
raccontano di Ngoan, la bambina vietnamita, oggi sepolta sotto una
lastra di cemento fra una risaia e uno stagno ricco di volatili,
morta all'età di dieci anni di un'influenza causata, secondo quanto
gli esami clinici hanno precisato, proprio dall'H5N1. O che ci
portano a scoperte eclatanti. Come quella che vuole di origine
aviaria una delle grandi paure del XX secolo: l'influenza
cosiddetta "Spagnola", responsabile, tra il 1918 e il 1919, di
almeno 50 milioni di vittime umane (tre volte più di quelle della
Grande Guerra che si era appena conclusa), aggredite in ogni angolo
del pianeta. Una "scoperta", questa, che poi, a sentire gli
scienziati impegnati nella ricostruzione dell'agente patogeno
artefice di quella strage, diventa "solo" una «assai probabile
ipotesi».
A ben pensarci, però, le influenze
aviarie sono sempre esistite. Gli uccelli migratori non hanno
rinunciato per un solo anno ai loro trasferimenti
intercontinentali, recando ogni volta con sé quei virus causa di
più o meno diffuse morie nei nostri pollai, domestici o industriali
(nella stagione 1999-2000 solo nella Pianura Padana sono stati
abbattuti 16 milioni di capi), senza che per questo l'uomo ne
venisse contagiato. Perché, allora, tanto clamore? Cosa è accaduto
di nuovo, quali informazioni hanno provocato in questi ultimi mesi
l'accrescersi dell'interesse sull'argomento fino a livelli
paranoici? Perché, ad esempio, sul finire dello scorso agosto, il
Sunday Times londinese riportava la polemica opinione di John
Oxford, della Queen Mary's School of Medicine di Londra, che
accusava di «tenere le dita incrociate» quanti ad ogni livello
dovevano già essersi attivati per non lasciare ad H5N1 la prima
mossa? Solo un'esagerata "pubblicità" ad una delle tesi sostenute
dagli scienziati sull'argomento?
In realtà, molti tra i ricercatori e
gli esperti del settore ritengono che a proposito di H5N1 vi sia
stata un'enfasi mediatica come minimo non proporzionata
all'ipotetico rischio da esso rappresentato, che ha scatenato,
nonostante le immediate, innumerevoli dichiarazioni tendenti a
ridimensionarne il pericolo, un allarme planetario. Che la corsa
alle medicine che si reputano utili, recuperate anche oltre
confine, spesso ordinate con telefonate, fax o via Internet, non
abbia alcun senso. Innanzitutto perché quei farmaci hanno una
durata limitata nel tempo. E poi, perché non è detto che siano
proprio quelle le medicine da assumere al bisogno.

Una reazione emotiva, dunque, il
panico che attanaglia molti in queste ore. Interpretabile, per
qualcuno, con l'inconscio ritorno di antiche paure, legate al
ripresentarsi di malattie infettive che con troppa fretta l'uomo
aveva ritenuto debellate in ogni forma e consegnate alla storia. Ma
il più delle volte l'emotività non è giustificata, né logica, né
fondata su dati di fatto. Piuttosto, è basata su voci, leggende
metropolitane, foriere, come ben sappiamo, di errate
convinzioni.
Che senso ha, per dire, rinunciare
nella nostra dieta alle carni bianche, quando è confermato che il
virus H5N1 muore con rapidità se esposto ad un temperatura di circa
70°C (inferiore, dunque, a quella della cottura in padella)? Senza
dimenticare che i tacchini e i polli, in quanto uccelli, sono
organismi molto più lontani come specie da quella umana rispetto ad
esempio al maiale, non a caso "miscelatore" principe a nostro danno
dei vari virus influenzali, eppure non "incriminato"
nell'occasione.
Esistono, infatti, diversi agenti
patogeni dell'influenza. Alcuni interessano gli umani, alcuni solo
altre specie. E, di norma, quelli che provocano l'aviaria, che cioè
fanno ammalare gli uccelli, H5N1 compreso, non attaccano il nostro
organismo, e men che meno sono in grado di passare da uomo a uomo.
Vi sono però degli animali (in particolare il maiale, pur se si
ipotizza non sia l'unico) che possono venire aggrediti nello stesso
momento da virus influenzali diversi: ad esempio da quello
dell'aviaria e da quello dell'influenza umana. Una contemporaneità
di presenza che potrebbe favorire l'incontro tra i due agenti
patogeni, con la "creazione" di un terzo virus, che a sua volta
potrebbe - il condizionale è ancora d'obbligo - avere la virulenza
di quelli che colpiscono gli uccelli (le vittime si contano a
decine di milioni in un breve lasso di tempo) e la capacità, questa
volta sì, di passare da uomo a uomo. Per via aerea, come
l'influenza che conosciamo. Si verificherebbe così quel "salto di
qualità" che è il salto della barriera tra le specie, per il quale
necessita, però, una mutazione nella struttura del virus: un evento
da non escludere, certo, ma al momento, per quanto se ne sa, con
una percentuale di probabilità quanto mai ridotta.
Tutti i virus dell'influenza mutano:
lo dimostra il fatto che ad ogni inverno si deve ripetere la
vaccinazione per prevenire il "normale" attacco influenzale. A
rendere il virus diverso sono però solo minimi particolari, il che
consente al nostro apparato immunitario di reagire correttamente.
Ma se l'H5N1 subisse mutazioni tali da metterlo in grado di
aggredire noi umani (coronando così quelle "prove generali" che
sembra fare dal 1997), risultando del tutto sconosciuto al nostro
organismo ne provocherebbe una reazione troppo violenta, con
conseguenze catastrofiche. D'altra parte, dicevamo, è impossibile
per chiunque prevedere se e quando avverrà detta mutazione. Ed
altrettanto impossibile è definire l'"aspetto" del potenziale
killer e, quindi, individuare il giusto farmaco antivirale (in
grado cioè di disattivarne le armi) e/o il vaccino più efficace
(che, invece, mira ad inibire l'aggressore).
Si può obiettare che, proprio dal
1997, oltre 200 sono stati gli uomini colpiti dall'H5N1, e che
negli ultimi mesi i casi registrati superano i 130, con circa 60
morti. Ragione per cui dovrebbe esser presa in seria considerazione
la possibilità di un avvenuto passaggio diretto del virus da
animale ad uomo (per una mutazione casuale), ipotizzando anche la
trasmissione interumana. In effetti, già da tempo alcuni casi
sospetti sono all'esame dei ricercatori, ma certezze, ancora,
nessuna. Perché quei 60 morti erano individui che vivevano, nelle
varie nazioni del Sud-Est Asiatico, a stretto contatto con gli
animali: polli, anatre, maiali. E dunque possono essere stati
individualmente (ed eccezionalmente) aggrediti dal virus, sia
manipolando animali morti da poco tempo (l'H5N1 sopravvive alcuni
giorni al suo ospite), sia entrando in contatto con i loro umori
(saliva, escrementi), o magari a causa di peculiari tradizioni
gastronomiche che vogliono l'uso non cotto di parti degli animali
stessi. E sia perché i numeri delle potenziali vittime cui si è
fatto riferimento, a confronto con i miliardi di uomini e donne
residenti in quelle nazioni, non possono che dar forza a quanti,
sfatando il mito dello scienziato indovino, pensano sia inopportuno
parlare di «sicura pandemia influenzale dietro l'angolo». Pur se
non sottovalutano il pericolo e, anzi, plaudono ai richiami in tal
senso dell'Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell'Oie
(Office International des Epizooties, l'organismo internazionale di
riferimento per la salute animale).
L'optimum però, dicono costoro,
sarebbe riuscire a cogliere il problema "alla radice". In teoria un
progetto realizzabile. È noto, infatti, che gli agenti patogeni
sono in origine ospitati principalmente negli intestini delle
anatre domestiche, abituate a vivere, negli allevamenti intensivi
(migliaia di animali in spazi ristretti) del Sud-Est Asiatico, "ala
ad ala" con gli uccelli migratori, che si trasformano in
inconsapevoli untori quando d'estate, nelle pianure siberiane,
incontrano i "colleghi" provenienti dall'Africa e dall'Europa e gli
trasmettono i famigerati virus con cui questi a loro volta
contamineranno, sulla rotta del ritorno, le diverse zone umide dove
si fermeranno a riposare e a rifocillarsi (da qui l'attenzione
estrema per la caccia).
Ma passando alla pratica il discorso
si rivela delicato. Perché non si tratta solo di promuovere azioni
tese a favorire un deciso miglioramento delle condizioni igieniche
e sanitarie nelle campagne del lontano Oriente - dove uomini e
donne spesso condividono spazi e ambienti con i loro animali - ma
anche di saper rispettare le tradizioni culturali e religiose di
quei Paesi, che, ad esempio, proprio al pollo riservano un ruolo di
primo piano. Non è difficile vedere in Thailandia i fedeli recarsi
ai templi portando statue di polli, o in Vietnam farsi fotografare
durante il Tet, il Capodanno, ai piedi di giganteschi galli in
paglia; o ancora, e dovunque, assistere ai diffusissimi
combattimenti tra galli. In ogni caso, su un progetto orientato in
senso "radicale" varrebbe la pena di concentrare delle risorse,
piuttosto che rincorrere il virus in giro per il mondo.
Intanto, però, paure ed angosce non
devono far dimenticare un pericolo più immediato: se l'arrivo
dell'influenza aviaria nella prossima primavera è solo una lontana
ipotesi, è sicuro invece l'annuale attacco della "classica"
influenza umana. Che, come sempre, metterà a letto tra i 2,5 e i 5
milioni di italiani. La vaccinazione preventiva, quest'anno,
potrebbe risultare doppiamente utile. Utile, cioè, anche per
difendersi da un eventuale attacco dell'H5N1 "modificato". Non
certo perché sarebbe in grado di inibirlo (per produrre un vaccino,
lo abbiamo detto, si deve conoscere esattamente il "nemico"), ma
perché permetterebbe una maggiore resistenza del nostro organismo.
E, soprattutto, perché sarebbe di aiuto ai medici nel non
confondere le diagnosi. |