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H5N1: il virus che viene da lontano

Di norma non attacca il nostro organismo, né è in grado di passare da uomo a uomo. Eppure il responsabile dell'influenza aviaria sta diffondendo il panico sull'intero pianeta...

Gli uccelli migratori provenientidal Sud-Est Asiatico si trasformano in untori contagiando con terribili virus i colleghi dell'Africa e dell'Europa che incontrano nelle pianure siberiane. Questi, a loro volta, sulla via del ritorno, contageranno i volatili che vivono nelle zone in cui si fermano a riposare e a rifocillarsi

H5N1. Soggetto, oggetto, sospetto. Soggetto: il preferito delle conversazioni che nelle ultime settimane si sono intrecciate in tutto l'Occidente e quasi sicuramente anche in molti Paesi di quella regione in apparenza così lontana da noi quale è il Sud-Est Asiatico. Oggetto: di preoccupazioni, paure, ansie, diffusesi nelle case, e in particolare nelle cucine, di tanti, tantissimi cittadini, italiani compresi. Sospetto: perché l'H5N1 è, oggi come oggi, sospettato di essere il principale responsabile della prossima, annunciata, temuta pandemia universale. Il colpevole di un'epidemia generalizzata che in un sol colpo, e nel giro di poche settimane, potrebbe sottrarre al totale dell'umanità, secondo il più catastrofico degli scenari ipotizzati, tra i 180 e i 360 milioni di individui.

Ormai sulle pagine dei giornali, nelle trasmissioni radiofoniche e in quelle televisive di cosiddetto "approfondimento" si susseguono quasi senza interruzione interventi, servizi, rimandi a riguardo. Che definiscono H5N1«il virus killer per eccellenza». La causa accertata di quell'influenza «per ora solo aviaria» che, rendendoci vittime di un timore diffuso, ha avuto come primo effetto (ma non sarà di sicuro l'ultimo per l'economia) la caduta in picchiata degli acquisti di carne bianca, uno dei pilastri della cucina nazionale. Che ci raccontano di Ngoan, la bambina vietnamita, oggi sepolta sotto una lastra di cemento fra una risaia e uno stagno ricco di volatili, morta all'età di dieci anni di un'influenza causata, secondo quanto gli esami clinici hanno precisato, proprio dall'H5N1. O che ci portano a scoperte eclatanti. Come quella che vuole di origine aviaria una delle grandi paure del XX secolo: l'influenza cosiddetta "Spagnola", responsabile, tra il 1918 e il 1919, di almeno 50 milioni di vittime umane (tre volte più di quelle della Grande Guerra che si era appena conclusa), aggredite in ogni angolo del pianeta. Una "scoperta", questa, che poi, a sentire gli scienziati impegnati nella ricostruzione dell'agente patogeno artefice di quella strage, diventa "solo" una «assai probabile ipotesi».

A ben pensarci, però, le influenze aviarie sono sempre esistite. Gli uccelli migratori non hanno rinunciato per un solo anno ai loro trasferimenti intercontinentali, recando ogni volta con sé quei virus causa di più o meno diffuse morie nei nostri pollai, domestici o industriali (nella stagione 1999-2000 solo nella Pianura Padana sono stati abbattuti 16 milioni di capi), senza che per questo l'uomo ne venisse contagiato. Perché, allora, tanto clamore? Cosa è accaduto di nuovo, quali informazioni hanno provocato in questi ultimi mesi l'accrescersi dell'interesse sull'argomento fino a livelli paranoici? Perché, ad esempio, sul finire dello scorso agosto, il Sunday Times londinese riportava la polemica opinione di John Oxford, della Queen Mary's School of Medicine di Londra, che accusava di «tenere le dita incrociate» quanti ad ogni livello dovevano già essersi attivati per non lasciare ad H5N1 la prima mossa? Solo un'esagerata "pubblicità" ad una delle tesi sostenute dagli scienziati sull'argomento?

In realtà, molti tra i ricercatori e gli esperti del settore ritengono che a proposito di H5N1 vi sia stata un'enfasi mediatica come minimo non proporzionata all'ipotetico rischio da esso rappresentato, che ha scatenato, nonostante le immediate, innumerevoli dichiarazioni tendenti a ridimensionarne il pericolo, un allarme planetario. Che la corsa alle medicine che si reputano utili, recuperate anche oltre confine, spesso ordinate con telefonate, fax o via Internet, non abbia alcun senso. Innanzitutto perché quei farmaci hanno una durata limitata nel tempo. E poi, perché non è detto che siano proprio quelle le medicine da assumere al bisogno.

Gli agenti patogeni portatori del virus H5N1 sono ospitati inizialmente negli intestini delle anatre. Queste negli allevamenti intensivi si incontrano con gli uccelli migratori, rendendoli colpevoli di diffondere l'influenza aviaria sull'intero pianeta

Una reazione emotiva, dunque, il panico che attanaglia molti in queste ore. Interpretabile, per qualcuno, con l'inconscio ritorno di antiche paure, legate al ripresentarsi di malattie infettive che con troppa fretta l'uomo aveva ritenuto debellate in ogni forma e consegnate alla storia. Ma il più delle volte l'emotività non è giustificata, né logica, né fondata su dati di fatto. Piuttosto, è basata su voci, leggende metropolitane, foriere, come ben sappiamo, di errate convinzioni.

Che senso ha, per dire, rinunciare nella nostra dieta alle carni bianche, quando è confermato che il virus H5N1 muore con rapidità se esposto ad un temperatura di circa 70°C (inferiore, dunque, a quella della cottura in padella)? Senza dimenticare che i tacchini e i polli, in quanto uccelli, sono organismi molto più lontani come specie da quella umana rispetto ad esempio al maiale, non a caso "miscelatore" principe a nostro danno dei vari virus influenzali, eppure non "incriminato" nell'occasione.

Esistono, infatti, diversi agenti patogeni dell'influenza. Alcuni interessano gli umani, alcuni solo altre specie. E, di norma, quelli che provocano l'aviaria, che cioè fanno ammalare gli uccelli, H5N1 compreso, non attaccano il nostro organismo, e men che meno sono in grado di passare da uomo a uomo. Vi sono però degli animali (in particolare il maiale, pur se si ipotizza non sia l'unico) che possono venire aggrediti nello stesso momento da virus influenzali diversi: ad esempio da quello dell'aviaria e da quello dell'influenza umana. Una contemporaneità di presenza che potrebbe favorire l'incontro tra i due agenti patogeni, con la "creazione" di un terzo virus, che a sua volta potrebbe - il condizionale è ancora d'obbligo - avere la virulenza di quelli che colpiscono gli uccelli (le vittime si contano a decine di milioni in un breve lasso di tempo) e la capacità, questa volta sì, di passare da uomo a uomo. Per via aerea, come l'influenza che conosciamo. Si verificherebbe così quel "salto di qualità" che è il salto della barriera tra le specie, per il quale necessita, però, una mutazione nella struttura del virus: un evento da non escludere, certo, ma al momento, per quanto se ne sa, con una percentuale di probabilità quanto mai ridotta.

Tutti i virus dell'influenza mutano: lo dimostra il fatto che ad ogni inverno si deve ripetere la vaccinazione per prevenire il "normale" attacco influenzale. A rendere il virus diverso sono però solo minimi particolari, il che consente al nostro apparato immunitario di reagire correttamente. Ma se l'H5N1 subisse mutazioni tali da metterlo in grado di aggredire noi umani (coronando così quelle "prove generali" che sembra fare dal 1997), risultando del tutto sconosciuto al nostro organismo ne provocherebbe una reazione troppo violenta, con conseguenze catastrofiche. D'altra parte, dicevamo, è impossibile per chiunque prevedere se e quando avverrà detta mutazione. Ed altrettanto impossibile è definire l'"aspetto" del potenziale killer e, quindi, individuare il giusto farmaco antivirale (in grado cioè di disattivarne le armi) e/o il vaccino più efficace (che, invece, mira ad inibire l'aggressore).

Si può obiettare che, proprio dal 1997, oltre 200 sono stati gli uomini colpiti dall'H5N1, e che negli ultimi mesi i casi registrati superano i 130, con circa 60 morti. Ragione per cui dovrebbe esser presa in seria considerazione la possibilità di un avvenuto passaggio diretto del virus da animale ad uomo (per una mutazione casuale), ipotizzando anche la trasmissione interumana. In effetti, già da tempo alcuni casi sospetti sono all'esame dei ricercatori, ma certezze, ancora, nessuna. Perché quei 60 morti erano individui che vivevano, nelle varie nazioni del Sud-Est Asiatico, a stretto contatto con gli animali: polli, anatre, maiali. E dunque possono essere stati individualmente (ed eccezionalmente) aggrediti dal virus, sia manipolando animali morti da poco tempo (l'H5N1 sopravvive alcuni giorni al suo ospite), sia entrando in contatto con i loro umori (saliva, escrementi), o magari a causa di peculiari tradizioni gastronomiche che vogliono l'uso non cotto di parti degli animali stessi. E sia perché i numeri delle potenziali vittime cui si è fatto riferimento, a confronto con i miliardi di uomini e donne residenti in quelle nazioni, non possono che dar forza a quanti, sfatando il mito dello scienziato indovino, pensano sia inopportuno parlare di «sicura pandemia influenzale dietro l'angolo». Pur se non sottovalutano il pericolo e, anzi, plaudono ai richiami in tal senso dell'Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell'Oie (Office International des Epizooties, l'organismo internazionale di riferimento per la salute animale).

L'optimum però, dicono costoro, sarebbe riuscire a cogliere il problema "alla radice". In teoria un progetto realizzabile. È noto, infatti, che gli agenti patogeni sono in origine ospitati principalmente negli intestini delle anatre domestiche, abituate a vivere, negli allevamenti intensivi (migliaia di animali in spazi ristretti) del Sud-Est Asiatico, "ala ad ala" con gli uccelli migratori, che si trasformano in inconsapevoli untori quando d'estate, nelle pianure siberiane, incontrano i "colleghi" provenienti dall'Africa e dall'Europa e gli trasmettono i famigerati virus con cui questi a loro volta contamineranno, sulla rotta del ritorno, le diverse zone umide dove si fermeranno a riposare e a rifocillarsi (da qui l'attenzione estrema per la caccia).

Ma passando alla pratica il discorso si rivela delicato. Perché non si tratta solo di promuovere azioni tese a favorire un deciso miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie nelle campagne del lontano Oriente - dove uomini e donne spesso condividono spazi e ambienti con i loro animali - ma anche di saper rispettare le tradizioni culturali e religiose di quei Paesi, che, ad esempio, proprio al pollo riservano un ruolo di primo piano. Non è difficile vedere in Thailandia i fedeli recarsi ai templi portando statue di polli, o in Vietnam farsi fotografare durante il Tet, il Capodanno, ai piedi di giganteschi galli in paglia; o ancora, e dovunque, assistere ai diffusissimi combattimenti tra galli. In ogni caso, su un progetto orientato in senso "radicale" varrebbe la pena di concentrare delle risorse, piuttosto che rincorrere il virus in giro per il mondo.

Intanto, però, paure ed angosce non devono far dimenticare un pericolo più immediato: se l'arrivo dell'influenza aviaria nella prossima primavera è solo una lontana ipotesi, è sicuro invece l'annuale attacco della "classica" influenza umana. Che, come sempre, metterà a letto tra i 2,5 e i 5 milioni di italiani. La vaccinazione preventiva, quest'anno, potrebbe risultare doppiamente utile. Utile, cioè, anche per difendersi da un eventuale attacco dell'H5N1 "modificato". Non certo perché sarebbe in grado di inibirlo (per produrre un vaccino, lo abbiamo detto, si deve conoscere esattamente il "nemico"), ma perché permetterebbe una maggiore resistenza del nostro organismo. E, soprattutto, perché sarebbe di aiuto ai medici nel non confondere le diagnosi.

Minna Conti e Valeriano Forbes