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L'attentato
di Sarajevo

Quella fu la
scintilla, si legge in tutti i libri di storia. Difficile
immaginare, tuttavia, che senza l'attentato la guerra non sarebbe
scoppiata ugualmente. Ogni scintilla ha in sé il valore di un
pretesto, di cui si sarebbe potuto anche fare a meno. Qualcuno ha
paragonato l'Europa del 1914 a una pentola a pressione: in mancanza
di una valvola, l'esplosione era inevitabile. Nessuno immaginava
quali profondi cambiamenti sarebbero derivati da quel colpo di
pistola e dal conflitto che ne seguì. L'Europa non sarebbe stata
più la stessa: quella della Belle Epoque, dominata da una apparente
(ed eccessiva) spensieratezza e quella dominata dagli stessi Paesi
che ne avevano fissato i confini giusto un secolo prima, al
Congresso di Vienna. E l'Europa non sarebbe stata più il centro
politico del mondo, come accadeva da millenni. A Sarajevo non si
chiuse un capitolo della storia, ma un'era. Si chiuse anche per
effetto di una carneficina senza precedenti, causata da armi
micidiali (anche se niente a paragone di quelle impiegate nella
Seconda guerra mondiale) e da mezzi mai sperimentati fino ad
allora: come gli aeroplani. L'Europa si tuffò a capofitto in
quell'avventura con lo spirito di un popolo giovane, e ne uscì con
la fisionomia e gli acciacchi tipici della vecchiaia. I decenni che
vanno dallo scoppio della Prima guerra mondiale fino agli esiti
rovinosi della Seconda furono per questa società un'epoca
catastrofica, quella che - allungandone l'agonia fino al crollo
dell'Unione Sovietica - lo storico Hobsbawm ha definito "il secolo
breve".
28 giugno
1914

«Tutto cambiò
nel 1914», ha scritto uno dei più autorevoli storici contemporanei,
Eric J. Hobsbawm (Il secolo breve). «La prima guerra mondiale
coinvolse tutte le maggiori potenze e tutti gli Stati europei, ad
eccezione della Spagna, dell'Olanda, delle tre nazioni scandinave e
della Svizzera. Ancor più considerevole è il fatto che truppe
provenienti dalle colonie d'oltremare vennero inviate, spesso per
la prima volta, a combattere e a operare fuori della loro area
geografica di appartenenza. I canadesi combatterono in Francia, gli
australiani e i neozelandesi formarono la propria coscienza
nazionale su una penisola dell'Egeo (Gallipoli) e, fatto ancor più
significativo, gli Stati Uniti non rispettarono più il monito di
George Washington, che aveva invitato a non immischiarsi nelle
beghe europee, e inviarono i loro uomini a combattere sul suolo del
vecchio continente, determinando così la storia del XX secolo. Gli
indiani furono spediti in Europa, battaglioni mediorientali e
cinesi operarono in Occidente, truppe africane combatterono
nell'esercito francese. Sebbene l'attività militare al di fuori del
territorio europeo non fosse molto significativa, tranne che in
Medio Oriente, la guerra navale tornò ad essere combattuta su tutto
il globo: gli scontri decisivi fra sottomarini tedeschi e convogli
alleati si ebbero nell'Atlantico».
Tutto cambiò, perché prima era tutto
diverso. Non c'erano state guerre mondiali durante l'Ottocento. Nel
Settecento la Francia e l'Inghilterra si erano scontrate in una
serie di guerre combattute su campi di battaglia in India, in
Europa, in Nord America e sugli oceani. Fra il 1815 - l'anno del
Congresso di Vienna, che aveva cicatrizzato le ferite provocate
dalle guerre napoleoniche e dettato un nuovo assetto del mondo - e
il 1914 «nessuna grande potenza combatté un'altra grande potenza
che fosse lontana dalla propria area geografica, sebbene fossero
comuni le spedizioni militari da parte delle potenze coloniali o
aspiranti tali contro nemici più deboli in altre parti del mondo.
Il mondo aveva vissuto cent'anni "sostanzialmente" pacifici.
Ma cambiò tutto anche dopo. La
Grande Guerra non fu una parentesi: fu l'inizio di una nuova era.
Quando fu ucciso l'arciduca Francesco Ferdinando, le grandi potenze
(quelle che decidevano le sorti dell'umanità) erano le stesse di un
secolo prima: l'Inghilterra, la Francia, l'Austria, con l'aggiunta
della Germania (che era cresciuta territorialmente rispetto alla
Prussia di Federico II). Nel 1918 il mondo imparò a misurarsi con
gli Stati Uniti (che assunsero il ruolo da protagonista della scena
mondiale, conservato fino ai giorni nostri) e con l'Unione
Sovietica, che aveva preso il posto della Russia zarista,
rovesciata dalla Rivoluzione d'Ottobre.

Un altro storico del Novecento (di
scuola e idee molto diverse rispetto a Hobsbawm), Robert Conquest,
ha definito quello che si è appena concluso «il secolo delle idee
assassine». Frutto - anch'esse - della macelleria della Prima
guerra mondiale. I comunisti bolscevichi presero il potere in
Russia a conflitto ancora in corso. La rivoluzione provocò lo
stesso effetto di un sasso nell'acqua, mettendo a soqquadro mezza
Europa (la Germania in primo luogo). Il fascismo, in Italia, fu la
conseguenza delle tensioni sociali esplose al termine della guerra:
la crisi economica, le rivendicazioni dei reduci, l'appannamento
della vecchia classe politica liberale. E il nazismo - dieci anni
più tardi - trovò un terreno fertile nelle mortificazioni subite
dalla Germania, uscita sconfitta e umiliata dalla guerra.
E pensare che - nelle settimane
immediatamente successive all'attentato di Sarajevo - nessuno si
rese conto della gravità dell'accaduto. La Domenica del Corriere -
che dedicò all'assassinio dell'arciduca una delle mitiche copertine
disegnate da Achille Beltrame - offrì ai propri lettori questa
cronaca dell'accaduto: «Quando, domenica scorsa, un aiutante di
campo annunciò con grande circospezione a Francesco Giuseppe a
Ischì che suo nipote Francesco era stato assassinato, l'Imperatore
esclamò: "È orribile: a questo mondo proprio nulla mi può essere
risparmiato!". Nulla, veramente: la moglie, il figlio, il fratello,
taluni dei congiunti o assassinati o fucilati o spariti
misteriosamente dalla vita o travolti da passioni erotiche e
banditi per sempre dalla Corte. E su questa piscina di sangue, su
questa distesa di croci ergesi ancora salda, relativamente,
quantunque un po' incurvata dal peso di quasi ottantaquattro anni,
la figura shakespeariana di Francesco Giuseppe reggere dal 1848 le
sorti dell'impero austriaco. Ad assisterlo nell'aspra fatica egli
aveva ufficialmente eletto il nipote Francesco Ferdinando, figlio
di un suo fratello, ch'era stato quindi proclamato principe
ereditario d'Austria-Ungheria». L'arciduca aveva sposato
morganaticamente nel 1900 una contessa, vittima anche lei
dell'attentato, descritto così: «Domenica scorsa dunque, mentre
l'arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia uscivano dal
municipio di Sarajevo, in Bosnia, dove avevano assistito ad una
cerimonia in loro onore, uno studente già espulso dalla Bosnia,
certo Princip, li uccise entrambi a colpi di rivoltella nella
vettura ove si trovavano. Morirono subito, abbandonando quindi le
tre creaturine che erano il loro grande amore. Egli aveva 51 anni,
ella 46». Una cronaca persino mielosa, come se l'arciduca fosse
rimasto vittima di una malattia, e non di un attentato.
Seguivano ulteriori dettagli su
famiglia e parentele. E la guerra? Chi s'immaginava che sarebbe
scoppiata la guerra. Si poteva, tutt'al più, supporre che l'Austria
avrebbe reagito infliggendo alla Serbia una qualche punizione.
Altri giornali raccontarono che
Francesco Giuseppe, l'imperatore, aveva mormorato: «Un potere
superiore ha ristabilito l'ordine che io, purtroppo, non sono
riuscito a preservare». Una frase sibillina, ma non difficile da
decifrare per chi conoscesse gli umori del sovrano, che non aveva
mai digerito la decisione del nipote di sposare Sofia Chotek, una
donna al di fuori della cerchia delle dinastie reali. Per Francesco
Giuseppe, dunque, non era stata la mano dell'assassino, ma quella
di Dio, a eliminare le conseguenze del matrimonio morganatico
dell'arciduca. Un segno del destino, non un'occasione per scatenare
una guerra. Che andava, invece, evitata, proprio per impedire che
il conflitto potesse allargarsi, coinvolgendo - per esempio - la
Russia, che si sarebbe sentita costretta, in nome del panslavismo,
ad accorrere in aiuto della Serbia. Un autorevole storico inglese,
Martin Gilbert, sostiene che «nessuno comunque prevedeva, al di là
di una rapida vittoria austriaca sulla Serbia, ripercussioni più
ampie». Un altro storico inglese, A.J.P. Taylor, scrisse
quarant'anni fa che «nessuno aveva realmente l'intenzione di
provocare una guerra. Fu soprattutto una questione di errore di
calcolo: in quella occasione gli uomini di Stato usarono i bluff e
le minacce che altre volte avevano dato ottimi risultati. Ma nel
1914 le cose andarono male: gli strumenti di intimidazione sui
quali si faceva tanto conto non spaventarono nessuno, e gli uomini
di Stato divennero prigionieri delle loro stesse armi. I colossali
eserciti, messi insieme per garantire la sicurezza e difendere la
pace, trascinarono alla guerra le nazioni con la forza del loro
stesso peso».
L'opposto di quanto è accaduto in
epoca più recente - durante la guerra fredda - quando la forza
devastante delle armi nucleari (in luogo degli eserciti
"colossali") è stato il deterrente che ha impedito nuovi conflitti
globali.
Il 23 luglio 1914, quando l'Austria
trasmise al governo di Belgrado l'ultimatum alla Serbia (che il
ministro degli Esteri inglese Edward Grey definì «il documento più
duro che mai uno Stato abbia inviato a un altro Stato»), non uno
dei potenti era al suo posto di comando. Sovrani e primi ministri
erano in vacanza. L'estate era afosa, e non c'era motivo di
soffrire il caldo nelle regge o nelle cancellerie. Nessuno
prevedeva il peggio, anche perché la risposta della Serbia
all'ultimatum fu giudicata da tutti gli osservatori esterni
"conciliante". Ma l'effetto domino fu immediato e impressionante.
L'Europa saltò per aria come una polveriera. L'Italia fu tra i
pochi Paesi a tenersi fuori dal conflitto. Era legata agli imperi
centrali dal trattato della Triplice, firmato da Crispi nel 1882.
Una clausola di esso subordinava il dovere di intervento al fatto
che un alleato fosse stato aggredito. Non era andata così, e questo
permise alla nostra diplomazia di trattare per alcuni mesi su due
fronti, per valutare freddamente quale atteggiamento avrebbe
permesso di ottenere il risultato che stava maggiormente a cuore al
nostro governo: il completamento dell'unità nazionale con il
ricongiungimento delle terre irredente di Trento e Trieste. Alla
fine svolse un ruolo attivo anche l'opinione pubblica: il partito
degli interventisti si infoltì strada facendo, ed era tutto a
favore dell'apertura delle ostilità contro l'Austria, nemico
storico delle guerre d'Indipendenza. Il 27 luglio - meno di
quaranta ore prima delle cannonate che avviarono il conflitto - si
riunì il Gabinetto britannico: «La questione della nostra
partecipazione alla guerra non si pone neppure», dichiarò il primo
ministro Lloyd George ai giornalisti. A Londra soltanto Winston
Churchill (che era allora ministro della Marina) intuì che la
situazione stava precipitando, e diramò l'allerta ai comandi. I
tedeschi invitavano riservatamente il governo austriaco a occupare
immediatamente Belgrado: poteva essere quello il modo per
circoscrivere il conflitto al fronte dei Balcani. Occorreva punire
i serbi prima che le fiamme divampassero in tutto il continente. E
il Kaiser, quando (la mattina del 28) lesse la risposta del governo
serbo all'ultimatum, annotò sul foglio: «È una vittoria morale per
Vienna, e non c'è motivo per fare la guerra». Un'ora dopo l'Austria
dichiarò la guerra.
La situazione sfuggì di mano a
tutti. S'era messo in moto un meccanismo infernale. Cinquantuno
mesi e mezzo più tardi gli imperi centrali avrebbero fatto i conti
con una sconfitta pesantissima. Gli altri Paesi (vincitori
compresi, dentro e fuori il vecchio continente) avrebbero avuto ben
poche ragioni per gioire, al termine di una carneficina che nessuno
aveva previsto, e nessuno aveva tentato di evitare. I militari
caduti furono circa 9 milioni: tre milioni e mezzo i morti degli
imperi centrali sui campi di battaglia; oltre cinque milioni quelli
delle potenze alleate. Ma ci furono anche molte vittime civili, a
causa dell'epidemia di influenza che attraversò tutta l'Europa, del
genocidio degli armeni (un milione di civili massacrati), del
blocco alleato (che produsse oltre 700mila morti in Germania),
degli agguati militari (i 1.400 morti del transatlantico Lusitania,
silurato dai tedeschi, per citare il caso che suscitò maggiore
impressione). Il primo capitolo di un orrore che divenne
insopportabile tre decenni dopo. |