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I giorni che hanno cambiato la storia - 8 - L'attentato di Sarajevo

Sono stati versati fiumi d'inchiostro sull'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando, che provocò lo scoppio della Prima guerra mondiale. Mai nella storia l'atto isolato di un terrorista ha provocato tante sciagure e un mutamento altrettanto profondo della fisionomia della Terra e dell'umanità che la abita. Dopo la Grande Guerra il mondo non è stato più lo stesso: gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica hanno assunto progressivamente il ruolo di protagonisti sulla scena internazionale; i conflitti armati si sono risolti in orribili carneficine che la coscienza degli uomini stenta ad accettare; l'umanità ha subito dittature spietate e massacri intollerabili. Tutto a causa di quei colpi di pistola...

L'attentato di Sarajevo

Achille Beltrame, L'assassinio a Serajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando, erede del trono d'Austria, e di sua moglie (Domenica del Corriere, 5-12 luglio 1914)

Quella fu la scintilla, si legge in tutti i libri di storia. Difficile immaginare, tuttavia, che senza l'attentato la guerra non sarebbe scoppiata ugualmente. Ogni scintilla ha in sé il valore di un pretesto, di cui si sarebbe potuto anche fare a meno. Qualcuno ha paragonato l'Europa del 1914 a una pentola a pressione: in mancanza di una valvola, l'esplosione era inevitabile. Nessuno immaginava quali profondi cambiamenti sarebbero derivati da quel colpo di pistola e dal conflitto che ne seguì. L'Europa non sarebbe stata più la stessa: quella della Belle Epoque, dominata da una apparente (ed eccessiva) spensieratezza e quella dominata dagli stessi Paesi che ne avevano fissato i confini giusto un secolo prima, al Congresso di Vienna. E l'Europa non sarebbe stata più il centro politico del mondo, come accadeva da millenni. A Sarajevo non si chiuse un capitolo della storia, ma un'era. Si chiuse anche per effetto di una carneficina senza precedenti, causata da armi micidiali (anche se niente a paragone di quelle impiegate nella Seconda guerra mondiale) e da mezzi mai sperimentati fino ad allora: come gli aeroplani. L'Europa si tuffò a capofitto in quell'avventura con lo spirito di un popolo giovane, e ne uscì con la fisionomia e gli acciacchi tipici della vecchiaia. I decenni che vanno dallo scoppio della Prima guerra mondiale fino agli esiti rovinosi della Seconda furono per questa società un'epoca catastrofica, quella che - allungandone l'agonia fino al crollo dell'Unione Sovietica - lo storico Hobsbawm ha definito "il secolo breve".

28 giugno 1914

François Flameng, Soldati tedeschi con le maschere antigas (Parigi, Musée de l'Armée).

«Tutto cambiò nel 1914», ha scritto uno dei più autorevoli storici contemporanei, Eric J. Hobsbawm (Il secolo breve). «La prima guerra mondiale coinvolse tutte le maggiori potenze e tutti gli Stati europei, ad eccezione della Spagna, dell'Olanda, delle tre nazioni scandinave e della Svizzera. Ancor più considerevole è il fatto che truppe provenienti dalle colonie d'oltremare vennero inviate, spesso per la prima volta, a combattere e a operare fuori della loro area geografica di appartenenza. I canadesi combatterono in Francia, gli australiani e i neozelandesi formarono la propria coscienza nazionale su una penisola dell'Egeo (Gallipoli) e, fatto ancor più significativo, gli Stati Uniti non rispettarono più il monito di George Washington, che aveva invitato a non immischiarsi nelle beghe europee, e inviarono i loro uomini a combattere sul suolo del vecchio continente, determinando così la storia del XX secolo. Gli indiani furono spediti in Europa, battaglioni mediorientali e cinesi operarono in Occidente, truppe africane combatterono nell'esercito francese. Sebbene l'attività militare al di fuori del territorio europeo non fosse molto significativa, tranne che in Medio Oriente, la guerra navale tornò ad essere combattuta su tutto il globo: gli scontri decisivi fra sottomarini tedeschi e convogli alleati si ebbero nell'Atlantico».

Tutto cambiò, perché prima era tutto diverso. Non c'erano state guerre mondiali durante l'Ottocento. Nel Settecento la Francia e l'Inghilterra si erano scontrate in una serie di guerre combattute su campi di battaglia in India, in Europa, in Nord America e sugli oceani. Fra il 1815 - l'anno del Congresso di Vienna, che aveva cicatrizzato le ferite provocate dalle guerre napoleoniche e dettato un nuovo assetto del mondo - e il 1914 «nessuna grande potenza combatté un'altra grande potenza che fosse lontana dalla propria area geografica, sebbene fossero comuni le spedizioni militari da parte delle potenze coloniali o aspiranti tali contro nemici più deboli in altre parti del mondo. Il mondo aveva vissuto cent'anni "sostanzialmente" pacifici.

Ma cambiò tutto anche dopo. La Grande Guerra non fu una parentesi: fu l'inizio di una nuova era. Quando fu ucciso l'arciduca Francesco Ferdinando, le grandi potenze (quelle che decidevano le sorti dell'umanità) erano le stesse di un secolo prima: l'Inghilterra, la Francia, l'Austria, con l'aggiunta della Germania (che era cresciuta territorialmente rispetto alla Prussia di Federico II). Nel 1918 il mondo imparò a misurarsi con gli Stati Uniti (che assunsero il ruolo da protagonista della scena mondiale, conservato fino ai giorni nostri) e con l'Unione Sovietica, che aveva preso il posto della Russia zarista, rovesciata dalla Rivoluzione d'Ottobre.

Il cannone francese da 75 mm

Un altro storico del Novecento (di scuola e idee molto diverse rispetto a Hobsbawm), Robert Conquest, ha definito quello che si è appena concluso «il secolo delle idee assassine». Frutto - anch'esse - della macelleria della Prima guerra mondiale. I comunisti bolscevichi presero il potere in Russia a conflitto ancora in corso. La rivoluzione provocò lo stesso effetto di un sasso nell'acqua, mettendo a soqquadro mezza Europa (la Germania in primo luogo). Il fascismo, in Italia, fu la conseguenza delle tensioni sociali esplose al termine della guerra: la crisi economica, le rivendicazioni dei reduci, l'appannamento della vecchia classe politica liberale. E il nazismo - dieci anni più tardi - trovò un terreno fertile nelle mortificazioni subite dalla Germania, uscita sconfitta e umiliata dalla guerra.

E pensare che - nelle settimane immediatamente successive all'attentato di Sarajevo - nessuno si rese conto della gravità dell'accaduto. La Domenica del Corriere - che dedicò all'assassinio dell'arciduca una delle mitiche copertine disegnate da Achille Beltrame - offrì ai propri lettori questa cronaca dell'accaduto: «Quando, domenica scorsa, un aiutante di campo annunciò con grande circospezione a Francesco Giuseppe a Ischì che suo nipote Francesco era stato assassinato, l'Imperatore esclamò: "È orribile: a questo mondo proprio nulla mi può essere risparmiato!". Nulla, veramente: la moglie, il figlio, il fratello, taluni dei congiunti o assassinati o fucilati o spariti misteriosamente dalla vita o travolti da passioni erotiche e banditi per sempre dalla Corte. E su questa piscina di sangue, su questa distesa di croci ergesi ancora salda, relativamente, quantunque un po' incurvata dal peso di quasi ottantaquattro anni, la figura shakespeariana di Francesco Giuseppe reggere dal 1848 le sorti dell'impero austriaco. Ad assisterlo nell'aspra fatica egli aveva ufficialmente eletto il nipote Francesco Ferdinando, figlio di un suo fratello, ch'era stato quindi proclamato principe ereditario d'Austria-Ungheria». L'arciduca aveva sposato morganaticamente nel 1900 una contessa, vittima anche lei dell'attentato, descritto così: «Domenica scorsa dunque, mentre l'arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia uscivano dal municipio di Sarajevo, in Bosnia, dove avevano assistito ad una cerimonia in loro onore, uno studente già espulso dalla Bosnia, certo Princip, li uccise entrambi a colpi di rivoltella nella vettura ove si trovavano. Morirono subito, abbandonando quindi le tre creaturine che erano il loro grande amore. Egli aveva 51 anni, ella 46». Una cronaca persino mielosa, come se l'arciduca fosse rimasto vittima di una malattia, e non di un attentato.

Seguivano ulteriori dettagli su famiglia e parentele. E la guerra? Chi s'immaginava che sarebbe scoppiata la guerra. Si poteva, tutt'al più, supporre che l'Austria avrebbe reagito infliggendo alla Serbia una qualche punizione.

Altri giornali raccontarono che Francesco Giuseppe, l'imperatore, aveva mormorato: «Un potere superiore ha ristabilito l'ordine che io, purtroppo, non sono riuscito a preservare». Una frase sibillina, ma non difficile da decifrare per chi conoscesse gli umori del sovrano, che non aveva mai digerito la decisione del nipote di sposare Sofia Chotek, una donna al di fuori della cerchia delle dinastie reali. Per Francesco Giuseppe, dunque, non era stata la mano dell'assassino, ma quella di Dio, a eliminare le conseguenze del matrimonio morganatico dell'arciduca. Un segno del destino, non un'occasione per scatenare una guerra. Che andava, invece, evitata, proprio per impedire che il conflitto potesse allargarsi, coinvolgendo - per esempio - la Russia, che si sarebbe sentita costretta, in nome del panslavismo, ad accorrere in aiuto della Serbia. Un autorevole storico inglese, Martin Gilbert, sostiene che «nessuno comunque prevedeva, al di là di una rapida vittoria austriaca sulla Serbia, ripercussioni più ampie». Un altro storico inglese, A.J.P. Taylor, scrisse quarant'anni fa che «nessuno aveva realmente l'intenzione di provocare una guerra. Fu soprattutto una questione di errore di calcolo: in quella occasione gli uomini di Stato usarono i bluff e le minacce che altre volte avevano dato ottimi risultati. Ma nel 1914 le cose andarono male: gli strumenti di intimidazione sui quali si faceva tanto conto non spaventarono nessuno, e gli uomini di Stato divennero prigionieri delle loro stesse armi. I colossali eserciti, messi insieme per garantire la sicurezza e difendere la pace, trascinarono alla guerra le nazioni con la forza del loro stesso peso».

L'opposto di quanto è accaduto in epoca più recente - durante la guerra fredda - quando la forza devastante delle armi nucleari (in luogo degli eserciti "colossali") è stato il deterrente che ha impedito nuovi conflitti globali.

Il 23 luglio 1914, quando l'Austria trasmise al governo di Belgrado l'ultimatum alla Serbia (che il ministro degli Esteri inglese Edward Grey definì «il documento più duro che mai uno Stato abbia inviato a un altro Stato»), non uno dei potenti era al suo posto di comando. Sovrani e primi ministri erano in vacanza. L'estate era afosa, e non c'era motivo di soffrire il caldo nelle regge o nelle cancellerie. Nessuno prevedeva il peggio, anche perché la risposta della Serbia all'ultimatum fu giudicata da tutti gli osservatori esterni "conciliante". Ma l'effetto domino fu immediato e impressionante. L'Europa saltò per aria come una polveriera. L'Italia fu tra i pochi Paesi a tenersi fuori dal conflitto. Era legata agli imperi centrali dal trattato della Triplice, firmato da Crispi nel 1882. Una clausola di esso subordinava il dovere di intervento al fatto che un alleato fosse stato aggredito. Non era andata così, e questo permise alla nostra diplomazia di trattare per alcuni mesi su due fronti, per valutare freddamente quale atteggiamento avrebbe permesso di ottenere il risultato che stava maggiormente a cuore al nostro governo: il completamento dell'unità nazionale con il ricongiungimento delle terre irredente di Trento e Trieste. Alla fine svolse un ruolo attivo anche l'opinione pubblica: il partito degli interventisti si infoltì strada facendo, ed era tutto a favore dell'apertura delle ostilità contro l'Austria, nemico storico delle guerre d'Indipendenza. Il 27 luglio - meno di quaranta ore prima delle cannonate che avviarono il conflitto - si riunì il Gabinetto britannico: «La questione della nostra partecipazione alla guerra non si pone neppure», dichiarò il primo ministro Lloyd George ai giornalisti. A Londra soltanto Winston Churchill (che era allora ministro della Marina) intuì che la situazione stava precipitando, e diramò l'allerta ai comandi. I tedeschi invitavano riservatamente il governo austriaco a occupare immediatamente Belgrado: poteva essere quello il modo per circoscrivere il conflitto al fronte dei Balcani. Occorreva punire i serbi prima che le fiamme divampassero in tutto il continente. E il Kaiser, quando (la mattina del 28) lesse la risposta del governo serbo all'ultimatum, annotò sul foglio: «È una vittoria morale per Vienna, e non c'è motivo per fare la guerra». Un'ora dopo l'Austria dichiarò la guerra.

La situazione sfuggì di mano a tutti. S'era messo in moto un meccanismo infernale. Cinquantuno mesi e mezzo più tardi gli imperi centrali avrebbero fatto i conti con una sconfitta pesantissima. Gli altri Paesi (vincitori compresi, dentro e fuori il vecchio continente) avrebbero avuto ben poche ragioni per gioire, al termine di una carneficina che nessuno aveva previsto, e nessuno aveva tentato di evitare. I militari caduti furono circa 9 milioni: tre milioni e mezzo i morti degli imperi centrali sui campi di battaglia; oltre cinque milioni quelli delle potenze alleate. Ma ci furono anche molte vittime civili, a causa dell'epidemia di influenza che attraversò tutta l'Europa, del genocidio degli armeni (un milione di civili massacrati), del blocco alleato (che produsse oltre 700mila morti in Germania), degli agguati militari (i 1.400 morti del transatlantico Lusitania, silurato dai tedeschi, per citare il caso che suscitò maggiore impressione). Il primo capitolo di un orrore che divenne insopportabile tre decenni dopo.

Benedetto Testa