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E' il 19 aprile 2005, sono le ore
18,50. L'annuncio dell'elezione a Papa del cardinale Joseph
Ratzinger, che con il nome di Benedetto XVI si prepara a succedere
a Giovanni Paolo II, sta facendo il giro del mondo. C'è però un
luogo, nel silenzio della campagna toscana, dove la notizia viene
accolta con una gioia del tutto particolare. È l'Abbazia delle
Suore Benedettine della Santissima Annunziata, un antico convento
di clausura nel verde di Rosano, piccolo borgo sull'Arno, a pochi
chilometri da Firenze, nella diocesi di Fiesole.
All'ora del vespro, come tutti i
giorni, le oltre cinquanta religiose sono riunite in preghiera
nella cappella del monastero, proprio mentre in Vaticano sta per
volgere al termine la quarta seduta del Conclave. Ad un tratto la
Madre Abbadessa irrompe con un sorriso e dà essa stessa l'annuncio
alle consorelle: «Habemus Papam». C'è gioia nel convento, che
cresce a dismisura quando viene detto il nome del nuovo Pontefice:
un nome ben noto alle suore di Rosano, dove il cardinale Ratzinger
fin dal 1985 è venuto spesso per brevi periodi di ritiro spirituale
e di preghiera, tanto che di quell'Abbazia si parla ormai come del
«monastero toscano di papa Ratzinger».
Arrivava in privato, accompagnato
sempre dal vescovo Josef Clemens, suo fedelissimo collaboratore.
Senza annunci né clamori. Non solo per incontrare le laboriose
monache benedettine e confrontarsi con loro sui maggiori temi della
fede, ma anche per prendere contatto, almeno una volta l'anno, in
occasione del Corpus Domini, con la comunità dei fedeli della zona.
«Abbiamo potuto sentire in varie circostanze la sua voce calda e
pacata», raccontano le stesse suore nel loro bollettino mensile,
Beata pacis visio, «mentre, con profondità spirituale ma anche con
un linguaggio piano e a tutti accessibile, ci offriva la ricchezza
della sua scienza e la dolcezza della sua sapienza». «La vita
monastica», disse un giorno Ratzinger a Rosano, «è un cammino
d'amore che cerca di avvicinarsi al Signore».
Tra i tanti ricordi delle sue visite
all'Abbazia c'è anche quello del 2001, in occasione del 50°
anniversario della propria ordinazione sacerdotale, che il nuovo
Papa volle celebrare a Rosano insieme al fratello Georg, ordinato
anche lui sacerdote nel lontano 29 giugno 1951. Raccontano ancora
le suore: «Ci colpì la sua riconoscenza per i piccoli "segni" che
avevamo preparato: la torta decorata, il canto composto per lui, le
solenni acclamazioni in latino, i fiori. Tutto fu accolto da lui
con grande letizia e semplicità e insieme con la commozione di chi
davvero nulla attendeva».
La sartoria dei Papi. La
sorpresa fu ancora maggiore quando il futuro Benedetto XVI vide la
mitria e la casula ricamate per lui dalle monache benedettine. La
prima è il copricapo a soffietto con due cuspidi, insegna di papi,
vescovi e abati, che esprime la vocazione verso la santità e la
vita dedicata a Cristo. La seconda è l'abito per le funzioni
religiose che indica il servizio alla carità del sacerdote. Scrisse
Ratzinger alle suore, compiacendosi di quel finissimo lavoro di
ricamo: "Vera opera d'arte che testimonia non solo un lavoro
immenso, ma un'ispirazione artistica scaturita dalla
contemplazione. È soprattutto un'opera di glorificazione di Dio con
la bellezza nella quale risplende la sua luce".
Confezionati a Rosano anche i
paramenti indossati da Benedetto XVI durante la cerimonia di inizio
del suo pontificato, il 29 aprile 2005. «La mitria era quella che
gli avevamo ricamato quando era ancora cardinale», racconta la
Madre Abbadessa Stefania. «Fu lui stesso a chiederci di cucire sul
davanti il logo del catechismo cattolico, mentre sul retro volle
l'immagine dell'Ecclesia orans, con varie decorazioni ispirate dai
mosaici di Sant'Apollinare in Classe. La casula era invece una di
quelle preparate per Giovanni Paolo II, da lui purtroppo mai
indossata, ma anch'essa ispirata agli stessi mosaici di
Ravenna».
Tanti dunque i paramenti per i
pontefici. «Ne abbiamo preparati moltissimi per papa Wojtyla, ma
nessuno ne aveva mai parlato come adesso si sta facendo per quelli
di Benedetto XVI», dice ancora la Madre Abbadessa, che ricorda come
anche Paolo VI si "rifornisse" abitualmente da loro. «Ci vengono
commissionati anche da cardinali, vescovi, sacerdoti. Se lasciano a
noi la scelta del soggetto, quando si tratta di vescovi cerchiamo
di ispirarci a decorazioni o bassorilievi presenti nelle rispettive
cattedrali, altrimenti ai mosaici di Aquileia o Cividale del
Friuli. Tutto viene fatto rigorosamente a mano, anche con tecniche
di ricamo antico quali l'agopittura, l'oro tirato, l'oro
serrato».
Quanto tempo occorre per una
confezione? «Dipende dal ricamo», risponde la Madre. «Da un minimo
di venti giorni in avanti. Per la casula e la mitria di Giovanni
Paolo II, indossate per la cerimonia di beatificazione di padre Pio
e ispirate alle opere del Beato Angelico, ci vollero ben 430
giorni».
Il laboratorio di ricamo è
attivissimo. Vi lavorano 17 monache a ritmo quasi continuo. Dalle
loro mani è uscita la prima casula pontificia per Joseph Ratzinger,
indossata il 29 giugno in occasione della festa di San Pietro e
Paolo. Si tratta di una "mantella" di quasi cinque metri di stoffa,
contenente ben 240 conchiglie ricamate in oro sbalzato con
sfumature in seta in otto gradazioni. È la conchiglia, infatti, uno
dei principali elementi dello stemma di Joseph Ratzinger, che
contiene un importante significato teologico. Normalmente è cucita
sulle infule, le due piccole code della mitria, dove tutti gli alti
prelati espongono il proprio stemma personale. Secondo il Nunzio
Apostolico, monsignor Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, che
sull'Osservatore Romano ha trattato questa materia, la conchiglia
«vuole ricordare la leggenda attribuita a Sant'Agostino, il quale,
incontrando un giovinetto sulla spiaggia, che con una conchiglia
cercava di mettere tutta l'acqua del mare in una buca di sabbia,
gli chiese cosa facesse. Quello gli spiegò il suo vano tentativo,
ed Agostino capì il riferimento al suo inutile sforzo di tentare di
far entrare l'infinità di Dio nella limitata mente umana».
"Prega e lavora". È dunque l'arte
del ricamo, dopo naturalmente la vita di preghiera e di
meditazione, una delle principali attività delle suore di Rosano.
«Come San Benedetto», ricorda l'Abbadessa Stefania, «viviamo del
lavoro delle nostre mani».
Sveglie fino dalle 4 del mattino,
mezz'ora dopo inizia la prima parte della loro giornata di
preghiera liturgica, che dura almeno fino alle 8. Da allora si
alternano mediamente tre ore di lavoro con altrettante di
preghiera, scandite da sette rintocchi di campana durante il
giorno. Oltre ai paramenti sacri le suore si dedicano ai ricami per
corredi nuziali («sempre di meno...»), tovaglie, restauro di
arazzi, libri antichi, decorazioni di ceramiche.
Lavorano anche i campi, ricavandone
prodotti genuini quali ricercatissime marmellate, vino e olio.
Tanta gente viene al convento per acquistarli. Basta suonare alla
"ruota girevole" e la voce della madre portinaia è pronta,
dall'altra parte della parete e in qualunque momento del giorno, a
soddisfare le richieste. Frequenti anche le visite e i colloqui nel
parlatorio, tra cui quelli, assidui e cordiali, con i militari
della vicina Stazione dei Carabinieri di Rignano sull'Arno,
attualmente comandata dal maresciallo Martino Ceraolo.
Non tutte le suore di clausura sono
all'interno dell'Abbazia. Alcune di esse vivono nel più piccolo
convento svizzero di Claro, nei pressi di Bellinzona, mentre
un'altra rappresentanza (otto suore in tutto) è da tempo in
Vaticano. «Una presenza monastica», sottolinea la Madre Abbadessa,
«voluta circa 11 anni fa da Giovanni Paolo II per colmare un vuoto
di vita contemplativa. Le nostre sorelle vivono in quattro stanze
dei Palazzi Apostolici e dividono la loro giornata tra la preghiera
e una piccola attività di supporto alla gestione quotidiana degli
appartamenti del Papa».
1200 anni di storia. Fondata
originariamente nel 780, l'Abbazia Santa Maria di Rosano venne
ampliata nel XII secolo con la costruzione dell'attuale campanile
di pietra che domina il cortile di accesso alla splendida chiesa
romanica. Ospitava donne religiose e pie che avevano scelto la
regola di San Benedetto, a quel tempo molto diffusa grazie anche
all'opera di Carlo Magno. Verso la fine del 1100 si ha notizia di
un Hospitale, una sorta di foresteria per i pellegrini sulla strada
di Roma. È della fine del Trecento una pregevole Annunciazione
attribuita a Jacopo da Cione. Imponenti lavori di restauro e
ampliamento del complesso monastico furono compiuti nel Cinquecento
e poi ancora nel Settecento, con le influenze barocche del periodo.
Negli anni recenti si ricordano i gravi danni subìti durante la
tragica alluvione dell'Arno, nel novembre 1966, superati però nel
giro di pochi anni, grazie al lavoro delle monache ed al contributo
di tutta la comunità dei fedeli della zona.
In attesa del ritorno del
Papa. È una collettività sempre più numerosa, quella che
partecipa alle funzioni religiose della domenica nella chiesa
dell'Abbazia. C'erano oltre trecento persone il 29 maggio scorso
nella ricorrenza del Corpus Domini, pur sapendo che Joseph
Ratzinger non avrebbe potuto, questa volta, essere lì come in
passato. Ma la sua presenza e la sua spiritualità sono state ben
rappresentate dal suo delegato personale, monsignor Clemens, nel
corso della messa in latino e della processione nei cortili del
convento, aperto una volta l'anno ai fedeli. «Il Papa tornerà a
Rosano», ha detto Clemens, non specificando naturalmente quando. In
molti scommettono che lo farà prima di quanto si possa pensare,
arrivando magari in tutta riservatezza e senza clamore, pur di
mantenere vivo il legame con quella straordinaria comunità
religiosa. Che prega e lavora in silenzio, ma ogni tanto - c'è da
pensarlo - alza lo sguardo verso la strada per vedere se, dalla
curva lungo l'Arno, spunta una macchina scura con una figura
vestita di bianco al suo interno. |