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I giorni che hanno cambiato la storia - 7 - La scoperta dell'America

Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo, convinto di essere approdato nell'Estremo Oriente (le Indie), mise piede nel Nuovo Continente. Poche scoperte hanno sconvolto la storia come quella, al punto che - per convenzione - si fa risalire a quel giorno la fine del Medioevo e l'inizio dell'Era moderna. Nacquero i grandi imperi coloniali, l'Italia - che aveva dominato fino ad allora la scena culturale e artistica - entrò in un periodo di grave declino. Il mondo non fu più lo stesso: per gli europei - che conobbero un lungo periodo di prosperità - e per le popolazioni indigene dell'America che furono sottomesse, schiavizzate e - in molti casi - sterminate dai conquistadores, in tutto il continente

Anonimo francese del XVII secolo: Colombo, sul ponte della Santa Maria, avvista l'isola di San Salvador

Certi confini temporali sono convenzionali (e persino simbolici) come quelli tracciati sul terreno per indicare le frontiere fra due Stati in un armistizio, o in un trattato di pace. Questo è chiaro. Ma se gli storici hanno scelto il 1492 come confine fra il Medioevo e l'Età moderna una ragione c'è, evidente per tutti a oltre cinque secoli di distanza. Il mondo non è più lo stesso dopo il 12 ottobre di quell'anno, quando un marinaio della Pinta (una delle tre caravelle di Cristoforo Colombo), Rodrigo di Triana, avvistò la terra: l'isola di Guanahani (nell'arcipelago delle Bahamas) che fu ribattezzata San Salvador. Dopo di allora, il mondo non fu più lo stesso: intanto perché si allargò enormemente, e poi perché si scatenò in Europa la gara per colonizzare le nuove terre e sfruttarle dal punto di vista economico, e non solo. Gli europei incontrarono anche civiltà diverse dalla loro, ma non seppero comprenderle e ricavarne uno scambio utile, se non in modo molto superficiale e marginale. I conquistadores non andarono per il sottile, e si preoccuparono in primo luogo di sottomettere e - se necessario - sterminare gli indigeni. Il paradosso della storia ha fatto sì che il contrasto con il vecchio mondo esplose qualche secolo dopo, quando i coloni si ribellarono alle rispettive madrepatrie. E quella (a scoppio ritardato) fu l'occasione per uno scambio proficuo di esperienze e di scelte civili che hanno finito per arricchire l'Europa e - di riflesso - tutto il mondo conosciuto fino alla fine del Medioevo.



12 ottobre 1492

Senza pomodori e patate, senza cioccolato e senza tabacco. Ma anche di zucchero ce n'era poco, prima dello sfruttamento delle piantagioni brasiliane, e la coltivazione del mais ebbe inizio soltanto nel XVI secolo. Questo per dire quanto fosse diversa - anche nel quotidiano, nell'alimentazione e persino nei vizi - la vita dei nostri antenati prima di quella magnifica avventura che condusse Cristoforo Colombo a scoprire, accidentalmente, il Nuovo Mondo.

Prima d'allora - lo dicono gli storici - vivevamo ancora nel Medioevo (anche se, in Italia, l'Umanesimo aveva creato uno straordinario clima culturale, e s'affacciava lo splendore del Rinascimento): castelli, feudi, una vita precaria e priva di consolazioni, con gli eserciti che traversavano l'Europa seminando morte e distruzione. La scoperta dell'America portò ricchezza e prosperità. Si moltiplicarono le traversate dell'Oceano, opera di altri coraggiosi esploratori in cerca di nuovi approdi, e nuove conquiste. L'entità della rivoluzione provocata dai viaggi di Colombo è descritta dalla quantità di scoperte dei decenni seguenti. Lo stesso genovese attraversò altre tre volte il Mare Oceano. La prima volta nell'anno successivo, approdando all'isola di Dominica, per raggiungere poi Hispaniola (dove ci fu la macabra sorpresa di trovare tutti gli uomini della prima spedizione uccisi dagli indigeni), e Giamaica; la seconda (dal 1498 al 1500), con sei bastimenti, lo portò a Trinidad e poi sulle coste del Venezuela. L'ultima lo condusse (nel 1502) nell'Honduras, a Panama e a Cuba. Nel 1497-1498 Vasco de Gama circumnavigò l'Africa e raggiunse Calcutta, in India. Nello stesso periodo, Giovanni Caboto (per conto degli inglesi) esplorò le coste nordamericane. Il primo a rendersi conto che quello raggiunto da Colombo era un continente nuovo (e non l'Asia) fu Amerigo Vespucci (nei due viaggi compiuti fra il 1499 e il 1502) e fu lui, di conseguenza, a dare il proprio nome all'America. Nel 1500 Pedro Alvares Cabral raggiunse il Brasile. Nel 1513 Vasco Nunez de Balboa raggiunse il Pacifico via terra in Messico. Sette anni più tardi Hernan Cortés avviò la conquista dell'impero atzeco in Messico. Nel 1520 Ferdinando Magellano partì per la circumnavigazione della Terra (che non riuscì a completare personalmente). Nel 1524 Giovanni da Verrazzano approdò nella baia dell'Hudson, dove ora sorge New York. Nel 1527 Sebastiano Caboto (figlio di Giovanni) esplorò l'Argentina. All'inizio del decennio successivo Francisco Pizarro conquistò l'impero Inca in Perù. Nel 1534 Jacques Cartier risalì il fiume San Lorenzo fino a dove oggi si trova Montreal. Nel 1580 l'ammiraglio inglese Francis Drake portò a compimento la seconda circumnavigazione del globo.

Sebastiano dal Piombo, Ritratto di Cristoforo Colombo (New York, Metropolitan Museum)

Nel giro di pochi anni (o decenni) il baricentro del mondo si spostò dal Mediterraneo all'Atlantico. L'Italia - che era all'avanguardia nella cultura e nelle arti - fu tagliata fuori da questa novità epocale. Le Repubbliche marinare persero il dominio dei mari cedendolo alle flotte della Spagna, del Portogallo, dell'Inghilterra: i Paesi europei che ebbero allora l'intuizione di fondare un impero a diverse migliaia di miglia marine di distanza. È singolare il fatto che un italiano (Colombo) abbia contribuito in misura determinante a far retrocedere l'Italia di allora (divisa politicamente, ma ancora con un ruolo da protagonista assoluta nella cultura, nelle arti, nei commerci, nella finanza) a una posizione di retroguardia nel concerto europeo. Un illustre studioso di storia economica, Carlo Cipolla, ha fissato di recente (Saggi di storia economica e sociale) il crollo dell'economia italiana al 1620. Non è azzardato collegare quella crisi alle scoperte geografiche, che produssero i loro frutti nell'arco di cinquanta o cent'anni. E allora le ripercussioni economiche non erano immediate come oggi: non erano le speculazioni in Borsa a creare il panico negli investitori. I processi erano lenti e richiedevano una metabolizzazione ancor più lunga. Il fatto è che, fino agli albori del Rinascimento, erano stati i mercanti e i banchieri italiani a dominare il mercato; dopo di allora la palla passò agli spagnoli, ai portoghesi, agli inglesi. Che fondarono i loro imperi, e li sfruttarono a dovere.

Salvador de Madariaga, illustre storico spagnolo, scrisse in una biografia di Colombo pubblicata quaranta anni fa: «Era venuto il tempo perché un mondo morisse e perché un altro mondo nascesse. Il Nuovo Mondo che doveva essere scoperto non era soltanto il continente americano, ma quel mondo che la scoperta del continente americano doveva far nascere nella mente degli uomini. Era necessario che qualcuno aprisse la strada, che facesse da guida. E il primo atto non poteva essere che un atto di fede: la scoperta di un continente da parte di un uomo che non aveva ragione alcuna per credere nell'esistenza di quel continente. Quel mondo perduto doveva essere trovato e qualcuno doveva trovarlo. Ma questo doveva essere il più gran giorno nella storia umana, e se fosse stato affidato ad un uomo che sapeva quello che faceva, quest'uomo sarebbe diventato pericoloso per i suoi simili». La forza del destino, per intenderci. «Che importava», osservava de Madariaga, «che egli facesse da guida per una ragione sbagliata, se conduceva verso il luogo giusto. L'umanità può sapere dove è diretta anche se chi la guida non lo sa».

Più di recente - in occasione del quinto centenario del viaggio di Colombo - Michel Lequenne, storico e geografo francese, ha espresso la tesi opposta: «Il vero problema è sapere quale coscienza si ha di quello che si scopre, e se vi è universalizzazione della conoscenza del nuovo». Colombo era un uomo del suo tempo: «Nella sua persona egli riunisce le caratteristiche degli europei di quell'epoca: genovese, dunque italiano, di nascita; poi corsaro al servizio della Catalogna; portoghese, prima per caso, poi per scelta e matrimonio; spagnolo per destino storico; attinse i fondamenti della sua scienza nei libri del cardinale francese d'Ailly». Colombo «ha scoperto l'America perché era un europeo, quando l'Europa significava solo cristianità. Perché Colombo esistesse era stato necessario che il Rinascimento cominciasse in Italia, che Marco Polo facesse il suo viaggio e dettasse il suo libro, che il Portogallo avesse cominciato le sue metodiche esplorazioni, e che il problema della "rotta dell'Ovest" agitasse Lisbona, che i regni di Spagna in via di unificazione ardessero dal desiderio di raggiungere il loro vicino nella conquista delle vie di commercio internazionale; bisognava che la stampa a caratteri mobili fosse stata inventata, che negli Stati avviati all'accentramento politico avesse inizio la sostituzione della scienza greco-araba, in particolare della cosmologia. Queste condizioni erano necessarie, così come la loro combinazione in termini di progresso delle idee e delle tecniche». Lequenne è convinto (e come dargli torto?) che senza Colombo «l'America sarebbe stata certamente scoperta, e forse in modo del tutto diverso, e forse da nord, e più tardi. Ma tutta la storia sarebbe stata diversa. Così, dunque, per affascinante che sia il personaggio, egli non deve far dimenticare l'opera collettiva di scoperta che occuperà tutto il XVI secolo, mobilitando uomini coraggiosi e di talento in tutta Europa: marinai, cartografi, cosmografi, curiosi, evangelizzatori, soldati, e - ahimé - anche avventurieri e banditi!».

Il rovescio della medaglia. La storia dell'Europa è cambiata, in questi cinque secoli. Ma è cambiata anche la storia di civiltà secolari che furono cancellate dai conquistadores. Una grande impresa, o un etnocidio, da deplorare come un crimine. Il filosofo Spinoza scrisse, a questo proposito, che non bisogna «né ridere né piangere, ma comprendere».

Le civiltà dei Maya, degli Aztechi, degli Inca furono spazzate via. Gli indigeni dell'America del nord e del sud (Indiani e Indios) furono schiavizzati e sterminati. In questa brutale opera di colonizzazione furono coinvolti anche i neri d'Africa, trascinati nel nuovo continente in catene, come schiavi. «Nei primi contatti con gli indiani d'America», ha ricordato di recente un genetista e antropologo di fama internazionale, Luigi Luca Cavalli Sforza (in un saggio intitolato L'evoluzione della cultura), «si era generato il dubbio che non avessero l'anima, e lo stesso problema sorse nei confronti degli schiavi africani trasportati in America. L'antropologia dell'Ottocento non era certo una scienza benevola, e considerava le differenze fra la vita civile e quella dei "selvaggi" come innate e non suscettibili di miglioramento». Nel Settecento, «le vedute erano più illuminate: Rousseau, ad esempio, parlava del "buon selvaggio". Jefferson (uno dei padri fondatori degli Stati Uniti) si torturava sul problema dell'anima degli africani, ma non tanto da non averne dei discendenti». E comunque - è opportuno ricordarlo - il problema della schiavitù negli Stati Uniti se lo sono portati dietro fino ad anni recenti. E la parità di diritti è una questione di pochi decenni.

Ci fu anche chi interpretò in altro modo il raffronto con i popoli dell'America. L'umanista lombardo Pietro Martire d'Anghiera - contemporaneo di Colombo - nelle Decades de Orbe Novo, raccontò che gli indigeni americani vivevano in un'età dell'oro simile a quella descritta da Ovidio, e portava a sostegno di questa tesi il fatto (riferitogli dai marinai di Colombo al rientro dal loro primo viaggio) che essi non conoscevano la proprietà. Lo storico inglese Peter Burke, nel suo recentissimo libro dedicato al Rinascimento europeo, sostiene che «le scoperte condizionarono l'immaginazione di diversi europei, contribuendo anche alla definizione della consapevolezza della loro posizione spaziale e temporale. Le figure di Colombo, definito spesso come un "secondo Nettuno", e di Magellano, vennero inglobate nella definizione della "nuova era". Un senatore veneziano disse a Giambattista Ramusio, funzionario della Serenissima, che Colombo meritava una statua di bronzo, idea raccolta più tardi dal patrizio genovese Andrea Spinola, che fece costruire una statua del navigatore davanti al municipio della città. Francesco Bacone descrive l'immagine di Colombo che avrebbe dovuto essere ospitata a Solomon House, il suo immaginario istituto di ricerca, insieme a quelle di tutti gli altri principali inventori. Lope de Vega scrisse un testo teatrale su Colombo».

E negli anni (e nei decenni seguenti) si moltiplicarono (agevolati dall'invenzione della stampa) i libri di viaggi, le descrizioni del Nuovo Mondo, i racconti delle imprese dei Grandi Navigatori, con l'esaltazione delle ricchezze che offrivano le terre conquistate. Per dare un'idea di quanto le scoperte geografiche avessero colpito l'immaginazione dei contemporanei, si può citare lo storico spagnolo Oviedo, che espresse il rimpianto che Leonardo da Vinci e Mantegna non avessero avuto l'opportunità (per ragioni meramente anagrafiche) di dipingere l'America. La curiosità ebbe anche altri risvolti. Grandi folle di visitatori accorrevano ad ammirare gli animali esotici (alligatori, armadilli) portati in Europa dalle spedizioni oltre Atlantico. E lo stesso interesse era rivolto agli oggetti naturali, ai minerali, ai manufatti di provenienza americana. Nei salotti e negli studi degli aristocratici non poteva mancare un mappamondo. Le carte geografiche di Ortelius erano ricercate come oggi i poster dei cantanti o dei calciatori. Uno scrittore piemontese, Giovanni Botero, dette alle stampe un libro, intitolato Le relazioni universali, che offriva dettagliate informazioni sugli usi, i costumi, i sistemi politici e le religioni dei Paesi lontani: fu tradotto in latino, inglese, spagnolo, tedesco e polacco. Un best-seller, per quei tempi.

Nell'antichità avevano riscosso grande successo gli stereotipi di razze "mostruose", come le Amazzoni (con un solo seno), gli Sciopodi (con un braccio), i Cinocefali (uomini con la testa di cane). Dopo il 1492 queste razze mostruose furono immediatamente trasferite nel Nuovo Mondo. E queste descrizioni di fantasia svolsero un ruolo nella nascita di un fenomeno razzista: legittimavano l'idea che quelle etnie dovessero essere sottomesse (se non cancellate). Si diffuse l'idea della superiorità dell'Europa rispetto al resto del mondo, e questo giudizio coinvolse anche le popolazioni africane o asiatiche già conosciute in precedenza. Fino ad allora non esisteva (o, almeno, non veniva vantata ufficialmente) una identità europea. L'orgoglio non meritava di esser condannato. La presunzione, sì. Le scoperte avevano arricchito l'umanità e concluso il Medioevo. Ma portarono con sé anche germi nocivi. Aveva ragione Spinoza: sarebbe stato meglio «né ridere né piangere, ma comprendere».

Benedetto Testa