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Come mai, nel
nostro viaggio sull'evoluzione della musica militare, abbiamo
assistito a tanti eventi che essenzialmente riguardavano solo il
mondo occidentale? Forse altri popoli, civiltà o Paesi in passato
hanno considerato la musica un elemento tanto secondario da non
ritenere necessario legarla all'arte della guerra? Le cose non
stanno esattamente così.
In alcuni casi,
come per i Paesi africani, incapaci di opporsi alle mire del
colonialismo, la musica si era sviluppata solo a livello tribale
prima che le tradizioni dei loro popoli venissero imbrigliate,
represse e annientate (anche dalla piaga dello schiavismo), e non
avessero più alcun futuro. In altri, come nell'intero continente
americano, essendo state le popolazioni autoctone sterminate o
annichilite, e quindi sostituite da quelle dei dominatori (europei
al nord ed ispanici al centro-sud), le usanze degli ultimi andarono
a colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa dei primi abitatori,
usurpandone l'aspetto "locale", che in realtà tale non era.
Non dobbiamo poi dimenticare altre
terre, che divennero l'asse portante di grandi imperi (come l'India
per quello britannico), e che, sottomesse, già dopo i primi decenni
finirono per adattarsi ed accettare alcuni costumi del dominatore.
Anche per questo non appare oggi strano vedere in India una banda
di cornamuse suonate alla perfezione da fierissimi sikh, o in Nepal
dai superbi gurkha.
Infine, abbiamo altri grandi Paesi,
come la Cina o il Giappone, dove il concetto di "musica militare"
non è mai esistito in maniera assimilabile a quella occidentale ed
è quindi difficile, per noi, reperirlo come tale. Quando Tokyo e
Pechino, con modalità e tempi diversi, decisero di modernizzarsi
(prima il Giappone aprendosi all'Occidente, poi la Cina all'Urss),
di colpo accettarono, con molti altri aspetti di queste società,
anche quelli musicali. Per quanto, a differenza di altri Paesi,
mantennero ben strette le loro radici tradizionali e classiche,
limitandosi ad assorbire quelle militari per i nuovi eserciti.
Pure, in questo scenario mondiale,
al di là di rare tradizioni sopravvissute in qualche sperduto
angolo del mondo, ne esistono ancora due che, da un lontano e
glorioso passato, sono giunte ai nostri giorni; una tuttora attiva
e "in servizio", l'altra mantenuta ben viva nel cuore del popolo:
le musiche militari scozzese e turca.
Per quale motivo non abbiamo fino ad
ora fatto cenno di loro? Principalmente perché in tutti e due i
casi, che adesso passeremo ad esaminare, origini e sviluppi sono
talmente estranei alla tradizione europea che non era affatto
agevole inquadrarle in uno dei processi evolutivi dei quali abbiamo
parlato. Il che le rende senza dubbio ancora più interessanti ai
nostri occhi.
La diffusione della
cornamusa. La comparsa della cornamusa, nelle sue varie forme,
viene fatta ascendere da molti ad una mai ben definita leggenda: la
"scomparsa", in Britannia, della IX Legio Hispana che, dopo aver
servito con onore nel Paese dal 43 a.C. fino al 120 d.C., in questa
data si inoltrò dal Vallo Adriano nel territorio dell'attuale
Scozia, scomparendovi: barbarico Triangolo delle Bermude. Nella
Legione (vedi "Tuba signum dari", Il Carabiniere, febbraio 2005) vi
erano alcuni suonatori di utriculum, uno strumento simile alla
zampogna che, in mano agli indigeni, sarebbe stato il punto di
partenza per arrivare alle successive bagpipes o cornamuse.
In realtà la IX Legio sembra sia
stata disciolta nel 120 d.C. e ricostituita due anni dopo, per
necessità militari, sul Reno, e questo "vuoto" avrebbe dato adito
alla falsa tesi della sua scomparsa. Inoltre, anche se
l'immaginario collettivo lega d'istinto la cornamusa alla Scozia,
questo strumento non è esclusivo delle Highlands, essendo sin da
tempi remoti largamente presente nel mondo: in Europa, in Russia,
in Medio Oriente, in India, in Africa settentrionale; a volte con
alcune differenze costruttive, ma concettualmente sempre
uguale.
In Europa esistevano, e ancora
sopravvivono, il biniou bretone, la gaita iberica, la gaidy
slovacca, le cabrette e musette francesi, la bagpipe scozzese, la
northumbrian pipe inglese, la uillean irlandese, mentre in Italia
si trovano la baga veneta, le pive alpina, istriana ed appenninica,
il baghet lombardo e la musa piemontese. Sono evidenti le assonanze
di alcuni di questi nomi.
Comunque la cornamusa, o Great
Highland bagpipe, della quale troviamo le prime tracce nel
Cinquecento, non racchiude in sé tutta la musica scozzese che, nata
da percussioni e strumenti a fiato, ha poi incluso il violino,
l'arpa celtica, l'accordion (organetto diatonico) e le minori
smallpipes. E tuttavia questo straordinario strumento, che commuove
se suona un lamento funebre, scalda gli animi con un passo di danza
o li infiamma se suona "a battaglia", rappresenta la Scozia stessa
che emerge dalla brume del passato, strumento solista e banda
militare al contempo, grido di guerra e lamento per la libertà
perduta.
Dopo la battaglia di Culloden (1745)
che mise in ginocchio il Paese, gli inglesi proibirono armi, kilt e
tartan, ma chi possedeva una cornamusa, detta da loro warpipe, era
subito messo a morte. Paradossalmente, però, fu proprio l'esercito
di Sua Maestà a salvare queste tradizioni; banditi dalle leggi,
angariati dalle tasse, perseguitati dalla Chiesa anglicana, i vinti
migrarono in massa, ma molti corsero ad arruolarsi negli Highland's
Regiments britannici composti da volontari scozzesi dove, per un
soldo misero e una disciplina disumana, potevano morire per i loro
oppressori mantenendo però la loro lingua, i kilt, i tartan e le
cornamuse, il cui suono era adesso sostenuto dalle percussioni
degli eccellenti drummers (i tamburini) della tradizione militare
britannica.
Nomi di reggimenti come Gordon
Highlanders, Royal Scots, Argyll & Sutherlands, Black Watch,
King's Own Scottish Borderers testimoniano ancor oggi il valore di
quegli antichi guerrieri che, pur di non perdere le proprie radici,
scelsero la morte e la gloria su campi di battaglia stranieri.
Lo strumento. La warpipe è
composta da un sacco in pelle di capra (bag), nel quale il
suonatore insuffla l'aria tramite un blowpipe (bocchino); al bag
sono collegati una canna melodica (chanter) e tre bordoni (drones),
corte canne che emettono tre note basse e costanti che
costituiscono l'accompagnamento. Il chanter è un flauto in legno
con otto fori per le dita sui quali il suonatore compone la
melodia, fornito di un'ancia (lamella vibrante) doppia, molto corta
e spessa: a questo accorgimento sono dovuti in buona parte
l'incredibile volume e la grande potenza sonora dello
strumento.
Da un punto di vista della compagine
musicale, ogni reggimento scozzese è dotato di una banda di 22
elementi, di cui almeno quattro sono tamburi imperiali, e una
grancassa, il resto cornamuse; queste sono guidate e dirette da un
pipe major, equivalente del drum major (tamburo maggiore) nelle
formazioni bandistiche classiche.
Al di fuori della banda militare il
repertorio "classico" del piper si suddivide in due categorie,
denominate in gaelico (l'antica lingua delle Terre Alte) ceol beg e
ceol mor. Il ceol beg (piccola musica) comprende motivi e danze
tradizionali (a volte di origine guerriera) e marce militari. Il
ceol mor (grande musica) abbraccia invece il piobaireachd o "musica
per cornamuse", la vera musica classica scozzese, dalla struttura
melodica assai complessa.
La cornamusa, o meglio la Grande
Cornamusa da Guerra, resta uno strumento, più che militare, "da
battaglia". Varie vicende storiche ne hanno condizionato
l'esistenza e indirizzato la diffusione e, come è vero che, da
Waterloo alla Normandia, ovunque l'esercito britannico abbia
combattuto, almeno un bagpiper ha scagliato al cielo le sue
stridule note di sfida, oggi la diffusione di questo strumento è
tale che lo possiamo sentir risuonare ovunque nel mondo. Nelle
bande dei Gurkha nepalesi, degli Scottish Canadian, dei Cape Town
Highlander, dell'Oman Royal Army, del Royal Bermuda Regiment, della
Tasmania Police, dei Cameron Highlanders di Ottawa, della Vancouver
Police, della New York State Guard e in altre ancora.
Una musica del tutto diversa.
Gli odierni turchi provengono da regioni assai lontane. Dai loro
antenati, di stirpe mongolica, discesero quei turkmeni che ancora
oggi mantengono le ultime propaggini di fede islamica in Cina: gli
uighur. Le loro radici storiche sono perciò antichissime: si fanno
risalire a 30 secoli fa, e diedero origine ad imperi grandi e
potenti, che hanno visto estinguere le ultime vestigia nella caduta
dell'Impero Ottomano, dopo la Grande Guerra. A queste radici si
rifacevano le musiche tradizionali, ma non quella colta e raffinata
dell'Impero Ottomano.
Secondo un antico detto, la musica
tradizionale turca viene dalle steppe dell'Asia Centrale, come
pure, caso piuttosto unico, quella militare che ne fa parte:
entrambe profondamente sentite dal bellicoso popolo che ebbe fra le
sue prime figure di spicco personaggi come Attila e Tamerlano. I
profondi mutamenti affrontati dal popolo turco nel corso della sua
storia, come il primo grande processo di rinnovamento voluto dal
sultano Mahmud II attorno al 1825 e quello, ancora più radicale, di
modernizzazione e europeizzazione scelto e imposto dal padre della
Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk, hanno cambiato aspetti
sostanziali ed esteriori di una società che stava precipitando
verso l'autodistruzione. Alcuni elementi oltremodo cari alla
tradizione popolare, tuttavia, non sono mai stati toccati; anzi,
alle volte sono usciti rafforzati da questi processi di cui uno è
certamente la musica militare.
Questa musica non aveva alcuno scopo
funzionale (come le segnalazioni o altro) ma doveva solo suonare in
occasione di eventi civili, militari o religiosi, e accompagnare
l'esercito nei suoi trasferimenti, ma soprattutto in battaglia. La
sua era una funzione soprattutto psicologica, dal momento che, pur
essendo elaborata, curatissima e cadenzata, non era adatta, secondo
i nostri parametri, ad essere utilizzata per le marce.
Accompagnava i militari fornendo
loro un supporto emotivo che appare in tutta la sua (terribile)
evidenza nella Hücum Marsi, la musica impropriamente definita
marcia che era soprattutto un inarrestabile segnale di attacco e
che continuava a risuonare esaltante, ipnotica, esasperante durante
il combattimento, fattore senza dubbio deprimente per l'avversario
attaccato. Questo elemento quasi mistico non deve stupire: anche se
oggi la Turchia è il Paese islamico più laico del mondo, non
dimentichiamo che è anche la Patria di sette come quella dei
mevleviler, o Dervisci Rotanti, che raggiungono l'estasi girando
sulla punta dei loro piedi anche per un'ora al suono ipnotico del
flauto ney.
La banda era costituita da un
elevato numero di strumenti, con una larga base di percussioni ma
soprattutto di fiati dal tono molto alto, che potevano essere uditi
a notevole distanza. Durante i trasferimenti era sempre alla testa
delle truppe e si spostava a cavallo, mentre le percussioni
maggiori potevano essere portate da cammelli o persino da
elefanti.
Alla vittoria come alla
morte. In battaglia la banda naturalmente non combatteva, ma
suonava a perdifiato sino all'ultimo istante, alla vittoria come
alla morte, difesa da una ferrea scorta armata, assieme agli
stendardi e ai simboli che erano sempre presenti vicino a lei per
aumentarne l'importanza e l'intoccabilità quasi sacrale che le era
attribuita.
Attualmente nelle Forze Armate
turche sono in servizio normali bande come quelle degli altri
eserciti occidentali, ma, dopo alterne vicissitudini durate secoli,
negli anni Cinquanta venne deciso di ripristinare una banda che
costituiva la linea di continuità morale di questa tradizione e che
era stata disciolta negli anni Trenta. Nel 1968 veniva infine
stabilito che il suo personale indossasse le uniformi previste
dall'esercito ottomano.
La banda attualmente in servizio è
detta Mehter da un antico nome che può essere inteso come "La
Grande" e che per questi suoi ascendenti si può considerare la
banda militare più antica del mondo; dipende dal Museo Militare di
Istanbul. È guidata da un Çorbacibasi ed è diretta da un
Mehterbasi; l'elemento di base della sua struttura è il kat,
piccolo gruppo di suonatori dello stesso strumento guidato da un
Sazbasi. Tutti i suoi membri (ufficiali, sottufficiali, graduati e
civili, musicanti) indossano le antiche divise: il solo vedere la
Mehter pronta a un concerto è uno spettacolo che non si dimentica
facilmente. Çorbacibasi, Mehterbasi e Sazbasi vestono abiti rossi,
mentre tutti gli altri musicisti vestono di blu, con l'unica
eccezione dei suonatori di çevgen (detti sevganis), cha adottano
anch'essi il rosso.
Nella Mehter sono presenti nove
yaniceri (soldati sceltissimi il cui nome era anticamente
italianizzato in giannizzero) che portano ciascuno un tug,
equiparabile ad una insegna onorifica di reparto o del suo
comandante, costituito da un giavellotto ornato da mezzelune, due
code di cavallo e gruppi di campanelli. Assieme si trovano i
sancaktars (alfieri) che portano stendardi bianchi, simbolo di
indipendenza e dominazione, rossi con tre mezze lune, simbolo del
Sultano e dello Stato, e verdi con tre mezze lune, che
rappresentano la guerra, e la Guerra Santa quando richiesta. Il
tutto è difeso, oggi simbolicamente, da quattro militari di scorta
pesantemente armati.
Gli strumenti. Osserviamo
quali strumenti compongono la banda: per prima cosa i fiati, ossia
gli zurna o yuras, una sorta di pifferi acuti in legno, le sibizsi,
trombe in ottone, sempre dal tono molto acuto, lo sanhay o corno
degli unni. Seguono le percussioni con il kös o küvrüg, tamburo
grande dal suono molto cupo, in rame, con la battitoia in pelle di
cammello e fondo emisferico, che può essere suonato a terra o a
cavallo di cammelli o anche di elefanti; il kudüm, tamburo doppio
che il suonatore può utilizzare a cavallo, seduto a terra o anche
imbracciandolo in piedi; il çifte nara o tamburo doppio piccolo,
analogo al precedente ma realizzato in rame con battitoia in pelle
(in entrambe i casi uno dei due tamburi è minore dell'altro).
Chiudono la serie i ceng o zenç, cimbali un tempo in rame, ora in
lega, e il çevgen, un bastone lungo circa un metro con una decina
di campanelli disposti a mezzaluna impiegato per dare il ritmo ai
musicanti.
La Mehter ha un vasto repertorio di
marsi (marce) e altre musiche commemorative; in parte sono state
riscritte a partire dalla fine dell'Ottocento, attenendosi però
agli antichi canoni. Anche altre sono giunte a noi dal XVI-XVII
secolo attraverso le vicende storiche, con partiture originali e
testi in turco arcaico cantati ricorrendo ad una particolare,
antica metrica. Ora sono gelosamente custodite dalla Mehter che,
nei suoi frequenti concerti ed esibizioni pubbliche, ne perpetua
così l'esistenza nel cuore del popolo
turco. |