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A livello sociale, dovremo gestire un sovraccarico di dati,
funzioni, possibilità, e imparare a decidere praticamente in tempo
reale. A livello individuale, il nostro sistema nervoso dovrà
abituarsi a una quotidianità che, oggi, invece, recepisce quale
emergenza.
Saranno probabilmente queste le
conseguenze principali della crescente, diffusa, esigenza di una
rapidità sempre maggiore. Una pretesa che emerge anche nei momenti
più banali, come accendere un computer o collegarsi a Internet.
Sempre più sovente ci sembrano così lenti, quei pochi secondi.
Vorremmo sveltire tutto: cominciando dalla nostra prontezza di
riflessi, dalla capacità di apprendere, e poi lo scambio di
messaggi con il mondo, il ricevere ed erogare dati, il disporre di
strumenti, il saperli usare… E se da un lato pretendiamo che siano
le tecnologie a soddisfare questa esigenza, dall'altro le accusiamo
se non proprio di crearla, quantomeno di esasperarla.
Una documentazione storica su un
certo personaggio? Un adeguato motore di ricerca seleziona migliaia
di pagine subito disponibili. I saldi di determinati articoli di
vestiario? Ecco un elenco completo di tutti i negozi della città
(da quel momento riceveremo anche tanta pubblicità). Lo stesso vale
per teatri, concerti, locali. Persino scegliere dove passare la
serata può diventare complicato (immaginarsi quando bisogna
decidere qualcosa di meno futile).
Di più: oggi i computer tendono a
fuoriuscire dal loro spazio originario (il classico scatolone su un
tavolo) per incastonarsi in oggetti dalle funzioni più diverse.
L'idea fu di Marc Weiser, che morì nel 1997 dopo avere per anni
diretto il laboratorio informatico di Xerox Park ed essere stato
anche responsabile di tutto il settore ricerche e attività
tecnologiche dell'azienda.
Fare un bucato in lavatrice? Un
aggeggio ci sostituisce nel dividere gli indumenti a seconda di
colori e stoffe, controlla le etichette, sceglie i programmi: tutto
tempo guadagnato. Ritrovare un animale domestico o un bagaglio
smarrito? I satelliti della rete europea Galileo ci eviteranno
affanni e trafile varie consentendoci (entro il 2008) di utilizzare
adeguati collari e cartellini, anche speciali dispositivi antifurto
e persino antirapimento. Fidanzarsi? Basta un cellulare, altro che
le lungaggini dei servizi per incontri on line: su un sito si
registrano i dati propri e le caratteristiche desiderate, così,
appena uno/a transita nel raggio di 30 metri viene immediatamente
individuato/a, e un apposito segnale mette in comunicazione i
telefoni delle persone interessate.
Il computer che lascia la scrivania
per meglio porsi al nostro servizio ci aiuta anche «a realizzare
due aspirazioni nella nostra epoca molto diffuse, e percepite come
prioritarie: lavorare muovendosi e fare più cose
contemporaneamente», osserva Edoardo Cicolella, dottore in
Informatica e responsabile dei servizi informatici dell'Università
Roma Tre. «Dal dare consigli a un cliente mentre stai guidando la
macchina», dice, «fino a fissare appuntamenti personali attraverso
Sms mentre stai aspettando l'autobus, e così avanti. Microsoft sta
attualmente esplorando una serie di soluzioni che ci permetteranno
di essere connessi a Internet in qualsiasi ambiente e di avere la
possibilità di accedere a tutti i nostri dati ovunque. Se poi, in
campagna per il fine settimana, non siamo capaci di aspettare fino
a lunedì mattina per sapere se è arrivata una certa comunicazione,
beh, non potremo imputare alla tecnologia la nostra ansia…».
Si prepara un mondo terrificante e
meraviglioso. A pensarci bene, però, né l'uno né l'altro aggettivo
si confanno. Forse è proprio il caso di riprendere la definizione
che a suo tempo lo stesso Weiser propose della tecnologia:
rilassante. Già oggi potremmo viverla così. Un esempio? Il più
banale: invece di rispondere a telefonate che sovente arrivano nei
momenti meno probabili, possiamo leggere i messaggi di posta
elettronica quando ci è più comodo. «Tecnologia rilassante è un
concetto che noi stiamo scoprendo soltanto adesso», commenta
Alberto Marinelli, docente di Teorie e tecniche dei nuovi media
alla facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza. Eppure la
ragion d'essere di questi aggeggi, ricorda il professore, «è
proprio aiutarci a vivere, sbrigare incombenze, liberarci
dall'ansia di non fare in tempo. I computer non c'entrano nulla con
la nostra voglia di sveltire i ritmi della vita. Innovazione e
accelerazione avendo di fatto caratterizzato l'intero XX secolo,
oggi la rapidità è una condizione in qualche modo inevitabile. Sono
gli usi sociali a determinare le tecnologie, non viceversa. Sembra
ovvio, ma non lo è».
Alla velocità dovrà, prima o poi,
abituarsi anche il sistema nervoso. Per ora, però, ha qualche
difficoltà. Claudio Dell'Anna, neurologo dell'American Hospital,
membro della New York Academy of Sciences, ricorda i risultati di
un test clinico che propone a una persona una raffica di problemini
matematici, esortandola a risolverli al più presto. «Il sistema
nervoso simpatico del soggetto entra in iperattività, e le sue
reazioni equivalgono a quelle che insorgono nei momenti di allarme.
Ad esempio, in persone eventualmente sofferenti di cuore (o che
siano predisposte a queste patologie) si possono addirittura
verificare onde elettrocardiografiche tipiche di un'ischemia. In
soggetti sani, si osserva un aumento della pressione arteriosa,
della frequenza cardiaca, della sudorazione corporea, non di rado
anche la produzione di alcuni ormoni».
Se queste reazioni, che normalmente
sono scatenate dall'emergenza e limitate nel tempo, si prolungano
invece fino a diventare pressoché stabile condizione di vita, anche
i relativi effetti biologici e funzionali si trasformeranno in
alterazioni permanenti (esemplare in proposito l'instaurarsi
dell'ipertensione). Questo fenomeno viene definito "plasticità
neuronale". Per spiegarlo, Dell'Anna richiama la distinzione di
Fritjof Capra (il noto fisico americano esperto nel campo delle
alte energie, ndr) tra l'intelligenza artificiale e quella umana.
«I computer, per quanto sofisticati, funzionano ed elaborano i dati
esterni, peraltro formulati e immessi secondo modalità predefinite,
sulla base di una loro struttura interna fissa, immodificabile,
legata al progetto e alle modalità di costruzione. Il nostro
sistema nervoso invece, continuamente si modifica in rapporto alle
tante e diverse sollecitazioni esterne, che non sono prevedibili né
programmabili (e alla cui elaborazione dobbiamo il formarsi della
nostra struttura individuale, unica e irripetibile). Ovvio che, in
seguito alla pratica prolungata di un'eccessiva rapidità, le
ripercussioni non possono che fissarsi».
Potrebbe forse esserci un lato
positivo: velocizzare i ritmi magari ci servirà ad acquisire una
maggiore prontezza di riflessi. «No», risponde il neurologo, «le
reazioni automatiche non sono legate al livello di integrazione
cognitiva. Occorrono alcuni millisecondi perché degli stimoli
nervosi semplici, di tipo tattile, arrivino dalla periferia cutanea
alla corteccia. Una maggiore rapidità, nell'erogarli e/o nel
riceverli, incide non sulla velocità del percorso ma
sull'articolazione della risposta, che si fa più complessa,
reclutando altri neuroni prima nel midollo spinale e poi nel
cervello».
Però: visto che è estremamente
improbabile recuperare i ritmi del passato - ricominciamo a
scrivere a macchina? ad andare in biblioteca sfogliando pagina dopo
pagina? a mandare raccomandate invece di e-mail? - dobbiamo dedurne
che nel 3005 saremo tutti cardiopatici e ipertesi? «Nel corso del
tempo ci siamo abituati a novità che sconvolgevano ritmi
plurisecolari, anzi millenari. Prima o poi dovremo adattarci
un'altra volta», risponde Dell'Anna. Nel frattempo, prosegue, «per
arginare i danni, potremmo sempre rileggere Seneca. Battute a
parte, dobbiamo stare molto attenti a che la crescente rapidità
degli stimoli rispetti quel minimo di tempo indispensabile perché
ognuno di noi li elabori secondo proprie modalità, significati,
immagini. Se non c'è questo tempo e - altro fattore assolutamente
indispensabile - manca il sonno, finiremo frastornati quanto certi
ragazzi che passano ore davanti alle
play-station». |