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Dall'ascia alla bombarda

Dopo due anni di lavori, riapre finalmente a Torino il Museo Storico Nazionale di Artiglieria, voluto nel 1731 da Carlo Emanuele III di Savoia e ospitato dal 1893 nel Mastio della Cittadella. Lo inaugura una mostra sulla evoluzione delle armi in asta

Sciabola modello 1833 da artiglieria, in dotazione ai marescialli dell'Arma a piedi

Solo il pianterreno? Solo per quattro giorni la settimana? Soltanto chi non sa quanto importanti siano il Museo Storico Nazionale di Artiglieria di Torino e le sue collezioni, o ignora quale ferita sia stata per la città la sua serrata, protrattasi per un paio d'anni, può sottovalutare l'importanza che ha la notizia della sua riapertura. Per chi già ha la fortuna di conoscere ad apprezzare il Museo, ma soprattutto per chi si avvia a scoprirlo per la prima volta, tracciamo un breve percorso nella sua storia e tra i suoi cimeli più significativi.

Il Museo ha le sue origini nel lontano 1731, quando una commissione consultiva sulle questioni d'artiglieria, voluta da re Carlo Emanuele III di Savoia, propose, fra gli altri punti, al sovrano che: «Vengano formati tutti li Modelli e Mostre per ogni categoria e Robe d'Artiglieria cui apporvi sopra i Biglietti... da conservarsi il tutto separatamente con buon ordine in una stanza dell'Arsenale», ad uso dei giovani artiglieri della Scuola Teorica istituita da Ignazio Bertola. Pronto ad accogliere un buon suggerimento, il Savoia determinava nell'arco di poche settimane di aprire questo primo nucleo di museo, accettando anche, come prima sede, il Palazzo, allora occupato dal Regio Arsenale, sito nell'attuale via XX Settembre (e adesso sede della Scuola d'Applicazione d'Arma). Artiglieria e armamenti, insieme a tutte le attività che si svolgevano nell'Arsenale, avevano già a quel tempo, e avrebbero continuato ad avere, un enorme rilievo tecnico-scientifico, dimostrandosi la vera frontiera avanzata della ricerca nelle più moderne tecnologie. Inoltre, proprio grazie alle loro competenze tecniche, numerosi valenti uomini di modeste origini conquistarono prestigio sociale.

Con la dominazione francese di fine Settecento, queste prime collezioni furono purtroppo disperse, ma l'idea di museo sopravvisse. Tanto che, su proposta del maggiore generale Angelo Morelli di Popolo, nel 1842, re Carlo Alberto volle che fosse ricostituito, nella stessa sede delle origini, e posto sotto la direzione del capitano Annibale Avogadro di Valdengo.

Nel 1861, a Italia unificata, l'importanza del museo fu subito riconosciuta, tanto che gli venne conferito il titolo di Museo Nazionale d'Artiglieria; ne era direttore il capitano d'Artiglieria Angelo Angelucci, soldato, scienziato, appassionato studioso e valente scrittore, che conservò la carica fino al 1885, dedicando questi anni ad ampliare e arricchire le collezioni, sia con acquisti (in Italia e all'estero), sia sollecitando le donazioni, che pervennero generose.

Nel 1893, di fronte alle crescenti esigenze di spazio della Scuola d'Applicazione, ospitata nel medesimo ex Arsenale, il Comune di Torino cedette in comodato all'Amministrazione Militare il Mastio della Cittadella, in cui quello stesso anno s'aprì il nuovo Museo d'Artiglieria.

La sua chiusura si è resa necessaria per adeguare gli impianti alle nuove normative sulla sicurezza, ma oggi, sotto il comando del colonnello Vincenzo Russo, esso è stato riaperto.

Moschetto da Carabiniere, con baionetta, modello 1867 trasformato

Pezzi unici. Il Museo conserva circa 11.500 reperti, principalmente armi di tutti i tipi, di ogni epoca e delle più svariate parti del mondo. Vi sono inoltre cimeli, documenti, pubblicazioni e raccolte iconografiche di storia militare. Nell'impossibilità di menzionarli tutti, occorre almeno ricordare che qui si trovano: armi da fuoco portatili e loro accessori, armi bianche manesce, lunghe e corte, armi d'asta, armi immanicate da botta ed armi lanciatoie, armi dell'età della pietra, del bronzo e del ferro, armi difensive. I pezzi sono divisi in categorie per tipologia, origini e funzione, tra cui artiglierie e relativi accessori, modelli vari, munizionamento, armi portatili lunghe, armi portatili corte, piastre a ruota, a pietra focaia e luminello, inneschi ed accessori per armi antiche, armi bianche, bandiere, trofei vari, medaglie e quadri.

Ripercorrendo le tappe del loro sviluppo, il visitatore percepisce subito il progresso dell'industria umana nel corso dei secoli, il grado di perfezione raggiunto, apprezzandone la possanza e la bellezza. Abbondano pezzi rari, unici, come l'ascia preistorica bipenne di pietra liscia; il più antico esemplare di bombarda italiana in ferro battuto; una grossa bombarda turca impiegata nell'assedio di Costantinopoli; una colubrinetta manesca del XV secolo, antenata delle armi da fuoco portatili; bocche da fuoco di rinomati fonditori italiani, quali gli Alberghetti, i Borgognoni, i Cerano, il Moreni e svariati altri; armi da fuoco portatili cinque e seicentesche, opera dei principali armaiuoli di quel tempo, segnato dalle guerre; il primo cannone di ghisa a retrocarica rigato, del 1832.

La sede. Da fine Ottocento il Museo ha sede nel Mastio della Cittadella, unico elemento superstite della fortificazione voluta dal duca Emanuele Filiberto di Savoia Carignano nel 1564, anno successivo a quello in cui riunì Torino ai suoi Stati, facendone la capitale. La Cittadella fu edificata su disegno dell'architetto Francesco Paciotto di Urbino, divenendo esempio e modello copiato in numerosi altri Stati europei (come la Cittadella di Amsterdam). Di forma pentagonale - considerata la più idonea per la difesa, perché l'intero perimetro poteva essere coperto al meglio dal fuoco -, la Cittadella aveva, dunque, oltre a cinque lati, altrettanti bastioni, fra cui s'estendevano lunghe muraglie rettilinee, le "cortine". Si sviluppava su una superficie di circa 74 giornate piemontesi e 63 tavole, pari a poco meno di 285.000 metri quadrati. Per rendere autonomo l'approvvigionamento d'acqua della fortezza anche se fosse rimasta isolata dal resto della città, nel centro del cortile era stata scavata una cisterna di oltre 30 metri di diametro, con una scala a doppia elica (una per salire, l'altra per scendere) di proporzioni tali da poter essere percorsa dai carri trainati da cavalli che portavano le botti.

Fu protagonista di importanti avvenimenti militari - e non solo - che interessarono la capitale subalpina, fra cui il principale e più noto fu quello legato all'episodio di Pietro Micca.

La mostra. S'intitola Armi in asta: da Alessandro Magno a Napoleone, la mostra con cui il Museo riapre le sue porte. In essa verranno ripercorse le principali tappe storiche dell'evoluzione delle armi in asta, con una settantina di reperti (tra i quali alcuni normalmente non esposti al pubblico), a partire dal Neolitico per giungere sino all'età contemporanea, passando tra falcioni, picche, alabarde, elmi, lance. Spicca, in una singola teca, l'elmo apulo, di bronzo tirato a martello.

Il percorso è accompagnato da una serie di pannelli illustrativi che consentono, attraverso spiegazioni dettagliate, di comprendere l'evoluzione e le tappe fondamentali di realizzazione e uso di queste armi. L'esposizione è stata organizzata dalla Direzione del complesso museale e dall'Associazione Amici del Museo di Artiglieria, mentre la scelta dei soggetti presentati in quest'occasione è stata curata dal professor Giorgio Dondi, membro dell'Accademia di San Marciano.

La mostra resterà aperta sino al 29 maggio 2005. Per informazioni: 011-56034061 o 5629223.

Francesca Rocci