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Solo il pianterreno? Solo per
quattro giorni la settimana? Soltanto chi non sa quanto importanti
siano il Museo Storico Nazionale di Artiglieria di Torino e le sue
collezioni, o ignora quale ferita sia stata per la città la sua
serrata, protrattasi per un paio d'anni, può sottovalutare
l'importanza che ha la notizia della sua riapertura. Per chi già ha
la fortuna di conoscere ad apprezzare il Museo, ma soprattutto per
chi si avvia a scoprirlo per la prima volta, tracciamo un breve
percorso nella sua storia e tra i suoi cimeli più
significativi.
Il Museo ha le sue origini nel
lontano 1731, quando una commissione consultiva sulle questioni
d'artiglieria, voluta da re Carlo Emanuele III di Savoia, propose,
fra gli altri punti, al sovrano che: «Vengano formati tutti li
Modelli e Mostre per ogni categoria e Robe d'Artiglieria cui
apporvi sopra i Biglietti... da conservarsi il tutto separatamente
con buon ordine in una stanza dell'Arsenale», ad uso dei giovani
artiglieri della Scuola Teorica istituita da Ignazio Bertola.
Pronto ad accogliere un buon suggerimento, il Savoia determinava
nell'arco di poche settimane di aprire questo primo nucleo di
museo, accettando anche, come prima sede, il Palazzo, allora
occupato dal Regio Arsenale, sito nell'attuale via XX Settembre (e
adesso sede della Scuola d'Applicazione d'Arma). Artiglieria e
armamenti, insieme a tutte le attività che si svolgevano
nell'Arsenale, avevano già a quel tempo, e avrebbero continuato ad
avere, un enorme rilievo tecnico-scientifico, dimostrandosi la vera
frontiera avanzata della ricerca nelle più moderne tecnologie.
Inoltre, proprio grazie alle loro competenze tecniche, numerosi
valenti uomini di modeste origini conquistarono prestigio
sociale.
Con la dominazione francese di fine
Settecento, queste prime collezioni furono purtroppo disperse, ma
l'idea di museo sopravvisse. Tanto che, su proposta del maggiore
generale Angelo Morelli di Popolo, nel 1842, re Carlo Alberto volle
che fosse ricostituito, nella stessa sede delle origini, e posto
sotto la direzione del capitano Annibale Avogadro di Valdengo.
Nel 1861, a Italia unificata,
l'importanza del museo fu subito riconosciuta, tanto che gli venne
conferito il titolo di Museo Nazionale d'Artiglieria; ne era
direttore il capitano d'Artiglieria Angelo Angelucci, soldato,
scienziato, appassionato studioso e valente scrittore, che conservò
la carica fino al 1885, dedicando questi anni ad ampliare e
arricchire le collezioni, sia con acquisti (in Italia e
all'estero), sia sollecitando le donazioni, che pervennero
generose.
Nel 1893, di fronte alle crescenti
esigenze di spazio della Scuola d'Applicazione, ospitata nel
medesimo ex Arsenale, il Comune di Torino cedette in comodato
all'Amministrazione Militare il Mastio della Cittadella, in cui
quello stesso anno s'aprì il nuovo Museo d'Artiglieria.
La sua chiusura si è resa necessaria
per adeguare gli impianti alle nuove normative sulla sicurezza, ma
oggi, sotto il comando del colonnello Vincenzo Russo, esso è stato
riaperto.

Pezzi unici. Il Museo conserva circa
11.500 reperti, principalmente armi di tutti i tipi, di ogni epoca
e delle più svariate parti del mondo. Vi sono inoltre cimeli,
documenti, pubblicazioni e raccolte iconografiche di storia
militare. Nell'impossibilità di menzionarli tutti, occorre almeno
ricordare che qui si trovano: armi da fuoco portatili e loro
accessori, armi bianche manesce, lunghe e corte, armi d'asta, armi
immanicate da botta ed armi lanciatoie, armi dell'età della pietra,
del bronzo e del ferro, armi difensive. I pezzi sono divisi in
categorie per tipologia, origini e funzione, tra cui artiglierie e
relativi accessori, modelli vari, munizionamento, armi portatili
lunghe, armi portatili corte, piastre a ruota, a pietra focaia e
luminello, inneschi ed accessori per armi antiche, armi bianche,
bandiere, trofei vari, medaglie e quadri.
Ripercorrendo le tappe del loro
sviluppo, il visitatore percepisce subito il progresso
dell'industria umana nel corso dei secoli, il grado di perfezione
raggiunto, apprezzandone la possanza e la bellezza. Abbondano pezzi
rari, unici, come l'ascia preistorica bipenne di pietra liscia; il
più antico esemplare di bombarda italiana in ferro battuto; una
grossa bombarda turca impiegata nell'assedio di Costantinopoli; una
colubrinetta manesca del XV secolo, antenata delle armi da fuoco
portatili; bocche da fuoco di rinomati fonditori italiani, quali
gli Alberghetti, i Borgognoni, i Cerano, il Moreni e svariati
altri; armi da fuoco portatili cinque e seicentesche, opera dei
principali armaiuoli di quel tempo, segnato dalle guerre; il primo
cannone di ghisa a retrocarica rigato, del 1832.
La sede. Da fine Ottocento il
Museo ha sede nel Mastio della Cittadella, unico elemento
superstite della fortificazione voluta dal duca Emanuele Filiberto
di Savoia Carignano nel 1564, anno successivo a quello in cui riunì
Torino ai suoi Stati, facendone la capitale. La Cittadella fu
edificata su disegno dell'architetto Francesco Paciotto di Urbino,
divenendo esempio e modello copiato in numerosi altri Stati europei
(come la Cittadella di Amsterdam). Di forma pentagonale -
considerata la più idonea per la difesa, perché l'intero perimetro
poteva essere coperto al meglio dal fuoco -, la Cittadella aveva,
dunque, oltre a cinque lati, altrettanti bastioni, fra cui
s'estendevano lunghe muraglie rettilinee, le "cortine". Si
sviluppava su una superficie di circa 74 giornate piemontesi e 63
tavole, pari a poco meno di 285.000 metri quadrati. Per rendere
autonomo l'approvvigionamento d'acqua della fortezza anche se fosse
rimasta isolata dal resto della città, nel centro del cortile era
stata scavata una cisterna di oltre 30 metri di diametro, con una
scala a doppia elica (una per salire, l'altra per scendere) di
proporzioni tali da poter essere percorsa dai carri trainati da
cavalli che portavano le botti.
Fu protagonista di importanti
avvenimenti militari - e non solo - che interessarono la capitale
subalpina, fra cui il principale e più noto fu quello legato
all'episodio di Pietro Micca.
La mostra. S'intitola Armi in
asta: da Alessandro Magno a Napoleone, la mostra con cui il Museo
riapre le sue porte. In essa verranno ripercorse le principali
tappe storiche dell'evoluzione delle armi in asta, con una
settantina di reperti (tra i quali alcuni normalmente non esposti
al pubblico), a partire dal Neolitico per giungere sino all'età
contemporanea, passando tra falcioni, picche, alabarde, elmi,
lance. Spicca, in una singola teca, l'elmo apulo, di bronzo tirato
a martello.
Il percorso è accompagnato da una
serie di pannelli illustrativi che consentono, attraverso
spiegazioni dettagliate, di comprendere l'evoluzione e le tappe
fondamentali di realizzazione e uso di queste armi. L'esposizione è
stata organizzata dalla Direzione del complesso museale e
dall'Associazione Amici del Museo di Artiglieria, mentre la scelta
dei soggetti presentati in quest'occasione è stata curata dal
professor Giorgio Dondi, membro dell'Accademia di San Marciano.
La mostra resterà aperta sino al 29
maggio 2005. Per informazioni: 011-56034061 o
5629223. |