CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2005 > Marzo > Attualità

Insieme per vincere

L'associazionismo femminile ha tracciato, negli anni, la storia e la vita democratica della donna nel nostro Paese. Ne parliamo con Fiorenza Taricone, docente di Dottrine politiche all'Università di Cassino e grande studiosa della materia

Immagine raffigurante un collettivo degli anni Settanta del Novecento .

Docente di Dottrine Politiche all'Università di Cassino e, nello stesso Ateneo, Presidente per le Pari Opportunità, Fiorenza Taricone, che qui risponde ad alcune nostre domande, ha pubblicato, tra gli altri, un testo dal titolo Teoria e prassi dell'associazionismo italiano nel XIX e XX secolo, che ripercorre la lunga e battagliata strada delle donne nel nostro Paese per il riconoscimento dei loro diritti umani, civili e politici e mette in luce il loro valido contributo alla democrazia.

Cosa si intende per associazionismo?

«La formazione di organismi che, all'interno di una società, perseguono comuni obiettivi con un'organizzazione anche giuridica; cioè con uno Statuto, una progettualità a breve o lungo termine, una rete di rapporti all'esterno».

Dove e quando le donne hanno cominciato ad associarsi?

«In Francia, durante la Rivoluzione. La massa delle donne che protestavano e chiedevano il pane è stata la prima espressione di associazionismo, che poi però la Rivoluzione stessa si è rimangiata. In Italia la spinta propulsiva ad esso è avvenuta all'indomani dell'Unità. Ma si è trattato più di movimenti informali, nati nei luoghi femminili della storia: il forno per il pane, il lavatoio, il salotto anche colto. La differenza con l'associazionismo d'oggi è enorme».

Le donne che si sono associate per prime?

La professoressa Fiorenza Taricone, che a lungo ha studiato l'associanismo e si batte per le pari opportunità.

«Quelle del Consiglio Nazionale Donne Italiane, fondato a Roma nel 1903, che però fu l'approdo di una federazione di attività femminili costituite precedentemente, nel 1895-97 e nel 1898-99, a Milano, con l'Unione Femminile».

Dunque, a cavallo dei due secoli, l'associazionismo si presentava già formale...

«E lo stato sociale era tutto da costruire: nel privato urgeva il cambiamento della condizione della donna nell'ambito della famiglia, che richiederà moltissimi anni, tanto che ancora oggi una concreta parità è lontana. I diritti civili da vedere riconosciuti erano essenzialmente il diritto all'istruzione e quello alle libere professioni; il diritto politico per eccellenza significava "suffragio femminile". Qui le posizioni erano diversissime: non tutti gli uomini erano ugualmente conservatori, non tutte le donne erano propense al voto. A volte quelle favorevoli ai diritti civili si mostravano contrarie ai diritti politici: pensavano all'impreparazione e alla scarsa istruzione delle donne per le scelte politiche. Le associazioni, così, passarono da una gestione filantropica al disegno assai più ambizioso del raggiungimento dei diritti civili e politici. Un salto di qualità enorme».

E per le libere professioni, invece?

«Le libere professioni ebbero un cammino tortuosissimo. Il ministro Biondi già nel 1874 volle l'apertura di tutte le facoltà universitarie alle donne; ma il diritto fu teorico, perché alla laurea non seguiva l'esercizio della professione. Solo nel 1919 la legge Sacchi abolì l'autorizzazione maritale (le donne necessitavano della firma del marito per qualsiasi atto pubblico) e sancì il loro accesso alle libere professioni».

Un percorso di vita deformato da tanto ostruzionismo, oggi incredibile.

«In realtà nel 1919, nonostante la legge, le poche laureate che si avviarono alla professione scelta trovarono ancora molta resistenza. In Medicina il campo era aperto alle donne in Ostetricia e ginecologia, ma Anna Kuliscioff, la compagna di Turati, divenne la "dottora dei poveri", perché l'ospedale di Milano le negò l'esercizio della professione in corsia».

Così le donne hanno dovuto associarsi per fare lotta comune.

«Certo, perché prima della costituzione delle associazioni in ente collettivo era la personalità singola della donna illustre ad avere seguito: l'eccezione che confermava la regola della massa di donne amorfe, incapaci di studiare, di apprendere, di presentarsi in pubblico. La politica le sporcava, meglio che se ne astenessero... La donna era una sorta di essere intermedio fra il modello uomo e la scala animale, secondo quanto molti filosofi dell'Ottocento sostenevano».

A volte anche gli uomini più illuminati sono portatori di luoghi comuni stupefacenti.

«Dall'inizio del XX secolo le associazioni hanno lottato almeno vent'anni per ottenere un primo risultato. E pensare che proprio le donne durante la Prima guerra mondiale hanno costituito il vero fronte interno, hanno sostituito gli uomini ovunque, sono state tramviere, contadine, operaie nelle fabbriche, hanno lavorato ai torni, hanno costruito pezzi di ricambio... ma la Patria non le ha riconosciute. Loro però avevano ormai assaggiato un nuovo stile di vita e hanno resistito».

Poi, incredibilmente, il regime fascista, maschilista al massimo, le ha sospinte fuori casa per adunanze, giochi ginnici...

«Sono i paradossi della storia. Il fascismo incappò in uno strumento moderno di ampia diffusione come la radio, che lo obbligò, anche non volendo, ad una politica modernizzatrice».

Come si manifestò in questo periodo l'associazionismo italiano?

«La legge liberticida del 1924 soppresse il diritto associativo: un anno dopo l'Associazione per la Donna, una delle più radicali, non avendo più un minimo di regole democratiche si autosciolse; altre associazioni vennero soppresse, quelle che lottavano per diritti civili e politici abbandonarono il campo. Resistettero quelle in accordo con il regime sul tema della cooperazione intellettuale; continuarono senza problemi la Croce Rossa Italiana e la San Vincenzo de' Paoli. Con una certa accorta lungimiranza il fascismo creò associazioni "gemelle" cui le donne furono costrette ad iscriversi, determinando lo scioglimento di altre. Bisognerà attendere il secondo dopoguerra per la rinascita delle associazioni femminili».

Che avviene quando?

«Nel 1944 nascono il Cif, Centro Italiano Femminile, che alcuni ritengono semplice appendice della Democrazia Cristiana, e l'Udi, Unione Donne Italiane, che al suo interno comprende una federazione di associazioni importanti, come la rinata Fildis (Federazione Italiana Laureate e Diplomate Istituti Superiori), la Fidapa (Donne, arti, professioni e affari), l'Associazione Donne Medico, di tradizione pacifista, poi tutta una serie di associazioni legate alle professioni, cui si aggiungono club di servizio come il Soroptimist e lo Zonta. Nasce ancora l'Associazione Cattolica di Protezione della Giovane, con una serie di ramificazioni».

Tutte con un loro statuto?

«Tutte avevano come collante di base il miglioramento della condizione femminile, che poteva avvenire culturalmente, socialmente, e anche politicamente, scopo questo che Udi e Cif avevano come pregiudiziale. Ma la condizione femminile era talmente arretrata che c'era da lavorare per tutte: alla possibilità di entrare in magistratura e nella carriera diplomatica; al nuovo diritto di famiglia; alla legge sugli asili nido e la tutela delle donne lavoratrici; alla famosa 194, la legge sull'aborto; a quella per il divorzio; fino, negli anni Novanta, alla legge contro la violenza sessuale; l'ultimo velo è caduto di recente con la legge sulle donne soldato. Tutti traguardi raggiunti sotto pressione delle associazioni femminili, anche se con diverso impegno, pro o contro».

Così l'associazionismo femminile attraverso gli anni ha tracciato la storia e la vita democratica della donna.

«Per secoli l'interrogativo è stato: quanto hanno contribuito le donne? Oggi si è operata una inversione di tendenza e ci si chiede: quanto la società ha contribuito al miglioramento della vita femminile e alla vera democrazia, quella egualitaria fra i due sessi? Le femministe del XIX secolo avevano già messo in rilievo che la questione femminile non esisteva come vantaggio esclusivo delle donne, ma lo rappresentava per tutta la società, come poi si è dimostrato. Il cosiddetto stato di diritto e lo stato assistenziale di fatto hanno sempre poggiato sulle donne, al punto che non si riesce nemmeno a quantificare il lavoro femminile, tanto è sommerso. Paradossalmente, è stato il lavoro delle immigrate a monetizzarlo: quanto costa allo Stato un anziano lasciato solo, se la sua pensione non riesce nemmeno a supplire il lavoro delle badanti?».

Giovanna Gualdi