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Docente di Dottrine Politiche
all'Università di Cassino e, nello stesso Ateneo, Presidente per le
Pari Opportunità, Fiorenza Taricone, che qui risponde ad alcune
nostre domande, ha pubblicato, tra gli altri, un testo dal titolo
Teoria e prassi dell'associazionismo italiano nel XIX e XX secolo,
che ripercorre la lunga e battagliata strada delle donne nel nostro
Paese per il riconoscimento dei loro diritti umani, civili e
politici e mette in luce il loro valido contributo alla
democrazia.
Cosa si intende per
associazionismo?
«La formazione di organismi che,
all'interno di una società, perseguono comuni obiettivi con
un'organizzazione anche giuridica; cioè con uno Statuto, una
progettualità a breve o lungo termine, una rete di rapporti
all'esterno».
Dove e quando le donne hanno
cominciato ad associarsi?
«In Francia, durante la Rivoluzione.
La massa delle donne che protestavano e chiedevano il pane è stata
la prima espressione di associazionismo, che poi però la
Rivoluzione stessa si è rimangiata. In Italia la spinta propulsiva
ad esso è avvenuta all'indomani dell'Unità. Ma si è trattato più di
movimenti informali, nati nei luoghi femminili della storia: il
forno per il pane, il lavatoio, il salotto anche colto. La
differenza con l'associazionismo d'oggi è enorme».
Le donne che si sono associate
per prime?
«Quelle del Consiglio Nazionale
Donne Italiane, fondato a Roma nel 1903, che però fu l'approdo di
una federazione di attività femminili costituite precedentemente,
nel 1895-97 e nel 1898-99, a Milano, con l'Unione Femminile».
Dunque, a cavallo dei due secoli,
l'associazionismo si presentava già formale...
«E lo stato sociale era tutto da
costruire: nel privato urgeva il cambiamento della condizione della
donna nell'ambito della famiglia, che richiederà moltissimi anni,
tanto che ancora oggi una concreta parità è lontana. I diritti
civili da vedere riconosciuti erano essenzialmente il diritto
all'istruzione e quello alle libere professioni; il diritto
politico per eccellenza significava "suffragio femminile". Qui le
posizioni erano diversissime: non tutti gli uomini erano ugualmente
conservatori, non tutte le donne erano propense al voto. A volte
quelle favorevoli ai diritti civili si mostravano contrarie ai
diritti politici: pensavano all'impreparazione e alla scarsa
istruzione delle donne per le scelte politiche. Le associazioni,
così, passarono da una gestione filantropica al disegno assai più
ambizioso del raggiungimento dei diritti civili e politici. Un
salto di qualità enorme».
E per le libere professioni,
invece?
«Le libere professioni ebbero un
cammino tortuosissimo. Il ministro Biondi già nel 1874 volle
l'apertura di tutte le facoltà universitarie alle donne; ma il
diritto fu teorico, perché alla laurea non seguiva l'esercizio
della professione. Solo nel 1919 la legge Sacchi abolì
l'autorizzazione maritale (le donne necessitavano della firma del
marito per qualsiasi atto pubblico) e sancì il loro accesso alle
libere professioni».
Un percorso di vita deformato da
tanto ostruzionismo, oggi incredibile.
«In realtà nel 1919, nonostante la
legge, le poche laureate che si avviarono alla professione scelta
trovarono ancora molta resistenza. In Medicina il campo era aperto
alle donne in Ostetricia e ginecologia, ma Anna Kuliscioff, la
compagna di Turati, divenne la "dottora dei poveri", perché
l'ospedale di Milano le negò l'esercizio della professione in
corsia».
Così le donne hanno dovuto
associarsi per fare lotta comune.
«Certo, perché prima della
costituzione delle associazioni in ente collettivo era la
personalità singola della donna illustre ad avere seguito:
l'eccezione che confermava la regola della massa di donne amorfe,
incapaci di studiare, di apprendere, di presentarsi in pubblico. La
politica le sporcava, meglio che se ne astenessero... La donna era
una sorta di essere intermedio fra il modello uomo e la scala
animale, secondo quanto molti filosofi dell'Ottocento
sostenevano».
A volte anche gli uomini più
illuminati sono portatori di luoghi comuni stupefacenti.
«Dall'inizio del XX secolo le
associazioni hanno lottato almeno vent'anni per ottenere un primo
risultato. E pensare che proprio le donne durante la Prima guerra
mondiale hanno costituito il vero fronte interno, hanno sostituito
gli uomini ovunque, sono state tramviere, contadine, operaie nelle
fabbriche, hanno lavorato ai torni, hanno costruito pezzi di
ricambio... ma la Patria non le ha riconosciute. Loro però avevano
ormai assaggiato un nuovo stile di vita e hanno resistito».
Poi, incredibilmente, il regime
fascista, maschilista al massimo, le ha sospinte fuori casa per
adunanze, giochi ginnici...
«Sono i paradossi della storia. Il
fascismo incappò in uno strumento moderno di ampia diffusione come
la radio, che lo obbligò, anche non volendo, ad una politica
modernizzatrice».
Come si manifestò in questo
periodo l'associazionismo italiano?
«La legge liberticida del 1924
soppresse il diritto associativo: un anno dopo l'Associazione per
la Donna, una delle più radicali, non avendo più un minimo di
regole democratiche si autosciolse; altre associazioni vennero
soppresse, quelle che lottavano per diritti civili e politici
abbandonarono il campo. Resistettero quelle in accordo con il
regime sul tema della cooperazione intellettuale; continuarono
senza problemi la Croce Rossa Italiana e la San Vincenzo de' Paoli.
Con una certa accorta lungimiranza il fascismo creò associazioni
"gemelle" cui le donne furono costrette ad iscriversi, determinando
lo scioglimento di altre. Bisognerà attendere il secondo dopoguerra
per la rinascita delle associazioni femminili».
Che avviene quando?
«Nel 1944 nascono il Cif, Centro
Italiano Femminile, che alcuni ritengono semplice appendice della
Democrazia Cristiana, e l'Udi, Unione Donne Italiane, che al suo
interno comprende una federazione di associazioni importanti, come
la rinata Fildis (Federazione Italiana Laureate e Diplomate
Istituti Superiori), la Fidapa (Donne, arti, professioni e affari),
l'Associazione Donne Medico, di tradizione pacifista, poi tutta una
serie di associazioni legate alle professioni, cui si aggiungono
club di servizio come il Soroptimist e lo Zonta. Nasce ancora
l'Associazione Cattolica di Protezione della Giovane, con una serie
di ramificazioni».
Tutte con un loro
statuto?
«Tutte avevano come collante di base
il miglioramento della condizione femminile, che poteva avvenire
culturalmente, socialmente, e anche politicamente, scopo questo che
Udi e Cif avevano come pregiudiziale. Ma la condizione femminile
era talmente arretrata che c'era da lavorare per tutte: alla
possibilità di entrare in magistratura e nella carriera
diplomatica; al nuovo diritto di famiglia; alla legge sugli asili
nido e la tutela delle donne lavoratrici; alla famosa 194, la legge
sull'aborto; a quella per il divorzio; fino, negli anni Novanta,
alla legge contro la violenza sessuale; l'ultimo velo è caduto di
recente con la legge sulle donne soldato. Tutti traguardi raggiunti
sotto pressione delle associazioni femminili, anche se con diverso
impegno, pro o contro».
Così l'associazionismo femminile
attraverso gli anni ha tracciato la storia e la vita democratica
della donna.
«Per secoli l'interrogativo è stato:
quanto hanno contribuito le donne? Oggi si è operata una inversione
di tendenza e ci si chiede: quanto la società ha contribuito al
miglioramento della vita femminile e alla vera democrazia, quella
egualitaria fra i due sessi? Le femministe del XIX secolo avevano
già messo in rilievo che la questione femminile non esisteva come
vantaggio esclusivo delle donne, ma lo rappresentava per tutta la
società, come poi si è dimostrato. Il cosiddetto stato di diritto e
lo stato assistenziale di fatto hanno sempre poggiato sulle donne,
al punto che non si riesce nemmeno a quantificare il lavoro
femminile, tanto è sommerso. Paradossalmente, è stato il lavoro
delle immigrate a monetizzarlo: quanto costa allo Stato un anziano
lasciato solo, se la sua pensione non riesce nemmeno a supplire il
lavoro delle badanti?». |