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Il fatto in sé fu di scarsissimo
conto. Il 14 luglio 1789 la folla parigina affamata (e incoraggiata
dagli avvenimenti delle settimane precedenti) dette l'assalto a una
vecchia prigione ormai in disarmo: la Bastiglia. In quel momento
ospitava soltanto sette detenuti. «La presa della Bastiglia», ha
scritto André Maurois, storico insigne, «è uno di quegli
avvenimenti storici dei quali non è facile, e non sarebbe nemmeno
giusto, parlare obiettivamente. Per comprenderne la parte nella
storia della Francia, bisogna pensare a ciò che era dal punto di
vista simbolico. L'effetto della sua caduta fu prodigioso, poiché
di colpo il popolo si rese conto della propria forza». Quel giorno
il re di Francia Luigi XVI era impegnato in una partita di caccia.
Il mattino dopo il duca di Liancourt lo svegliò per metterlo al
corrente degli avvenimenti. «È una rivolta?», domandò Sua Maestà.
«No, sire», replicò l'aristocratico: «è una rivoluzione». Luigi
Salvatorelli, illustre storico italiano del secolo scorso, sostiene
che la rivoluzione, «anziché una demolizione improvvisata e
inconcludente, fu l'atto "ostetrico" che trasse alla luce un nuovo
mondo dalla gestazione secolare», ponendo «fondamenta politiche,
sociali, morali, su cui vive ancora il mondo d'oggi, e senza le
quali ancora oggi non è possibile costruire un futuro che valga la
pena di vivere». Le ostetriche aiutano i bimbi a nascere, ma senza
di loro i bimbi nascono ugualmente. Cioè: la presa della Bastiglia
fu l'atto simbolico di una svolta epocale che si sarebbe comunque
verificata.
Parigi, 14 luglio 1789
Che cosa accadde realmente in quel
fatidico giorno di 215 anni fa? Un giovane avvocato privo di
clienti, Camille Desmoulins, salito in piedi su una sedia, davanti
al Palazzo Reale, mostrando una coccarda tricolore che si era fatto
con !». Claude-Joseph Rouget de Lisle (il Goffredo Mameli francese)
tre anni dopo avrebbe ripreso quell'appello nel refrain della
Marsigliese: «Aux armes, Citoyens! Formez vos bataillons! /
Marchons, marchons! / Qu'un sang impur abreuve nos sillons!» (Alle
armi, Cittadini! Formate i vostri battaglioni! / Marciamo,
marciamo! / Che un sangue impuro irrighi i nostri campi!).
La folla accolse l'invitouna foglia
di ippocastano, gridò: «Alle armi. Saccheggiò le botteghe degli
armaioli, gli arsenali, l'Hotel des Invalides, e si diresse verso
la Bastiglia, simbolo dell'arbitrio e dell'assolutismo anche per il
suo aspetto fisico (un forte medioevale, tetro e imponente, con le
mura massicce e i ponti levatoi).
Albert Mathiez, il più autorevole
storico della Rivoluzione, raccontò così quella giornata. «Il 14
luglio gli elettori che avevano costituito nel Municipio, insieme
alla vecchia amministrazione, un Comitato permanente, mandarono a
chiedere a parecchie riprese al governatore della Bastiglia di
consegnare le armi alla milizia rivoluzionaria e di ritirare i
cannoni che guarnivano le torri della fortezza. Un'ultima
deputazione essendo stata ricevuta a fucilate, malgrado portasse la
bandiera bianca dei parlamentari, incominciò l'assedio. Aiutati
dagli artigiani del Faubourg Saint-Antoine (la strada che sbocca
davanti al forte), i miliziani portarono su dei cannoni e li
piazzarono contro il ponte levatoio per infrangere le porte. Dopo
un combattimento assai vivace, durante il quale gli assedianti
persero un centinaio di uomini, i veterani, che con qualche
svizzero formavano la guarnigione, e non avevano mangiato per
mancanza di viveri, obbligarono il governatore de Launay a
capitolare. La folla si abbandonò a terribili rappresaglie: de
Launay, che si sospettava avesse dato l'ordine di tirare sui
parlamentari, e il preposto dei mercanti Flesselles, che aveva
cercato di ingannare gli assedianti sull'esistenza dei depositi
d'armi, furono massacrati in Piazza di Grève, e le loro teste
portate in trionfo in cima a una picca. Pochi giorni dopo il
consigliere di Stato Foullon, incaricato del rifornimento
dell'armata sotto Parigi, e il suo genero, l'intendente Bertier,
furono impiccati alla lanterna del Municipio».

Francois-Noel Babeuf (che qualche
anno più tardi avrebbe progettato in carcere con Filippo Buonarroti
la fallita "congiura degli uguali"), testimone degli eccessi della
folla, scrisse alla propria moglie: «I supplizi di ogni genere, lo
squartamento, la tortura, la ruota, i roghi, le forche, i boia
moltiplicati ovunque, ci hanno dato così feroci abitudini. I nostri
governanti, invece di educarci, ci hanno reso barbari, perché essi
stessi lo sono: raccolgono ora, e raccoglieranno, quello che hanno
seminato».
Il giorno successivo il re si recò
all'Assemblea per annunciare l'allontanamento delle truppe. I
parigini proclamarono l'astronomo Jean-Sylvain Bailly sindaco di
Parigi. Bailly s'era guadagnato la fama di eroe il 23 giugno,
quando i deputati del Terzo Stato (ai quali si erano aggiunti 150
rappresentanti del clero) si erano riuniti nella sala della
Pallacorda per chiedere la Costituzione. Avevano preso allora
coscienza della loro forza e del loro potere contrattuale. Alla
vigilia di tutti quegli avvenimenti tumultuosi - che stavano
scardinando la fisionomia istituzionale e politica della Francia -
l'abate Emmanuel-Joseph Sieyès («un prete inacidito, freddo e
ragionatore», così lo descrive Maurois) aveva proposto gli
interrogativi che riassumevano quel che accadeva: «Che cos'è il
Terzo Stato? Tutto. Che cosa è stato fino ad oggi? Niente. Che cosa
chiede di diventare? Qualche cosa». Bailly s'era guadagnato la fama
di eroe perché era stato lui a convocare l'Assemblea nazionale alla
Pallacorda, e perché aveva presieduto la riunione, in piedi su un
tavolo.
L'altro eroe riconosciuto dal popolo
era il marchese di Lafayette, un aristocratico schierato su
posizioni democratiche. Lafayette fu nominato comandante della
Guardia Nazionale. E, mentre l'arcivescovo di Parigi faceva cantare
un Te Deum a Notre-Dame per la presa della Bastiglia e i picconi
dei demolitori attaccavano la vecchia prigione, i nobili (molti
nobili) cercavano di convincere il re a fuggire a Metz per
ritornare alla testa di un esercito. Il monarca si rifiutò di
seguire il consiglio, e il giorno successivo richiamò Jacques
Necker, il direttore generale delle Finanze licenziato in
precedenza: l'uomo che aveva tentato di intaccare i privilegi della
nobiltà e del clero. Luigi accettò anche di avallare la rivolta, e
si fece appuntare dal sindaco la coccarda tricolore. Non era più il
re di Francia: era il re dei francesi, e doveva rispondere al
popolo del proprio operato. La rivoluzione aveva vinto, quasi senza
combattere.
CROLLO REPENTINO. Il duca di
Dorset, ambasciatore d'Inghilterra a Parigi, scrisse alla sua
corte: «Da questo momento noi possiamo considerare la Francia come
un Paese libero, il re come un monarca a poteri limitati, e la
nobiltà come eguagliata al resto della nazione».
Come si spiega il crollo repentino
del vecchio regime? La Francia era rimasta la stessa di due secoli
prima, mentre il mondo era cambiato. La borghesia produttiva aveva
conquistato un ruolo economico importante, senza alcun
riconoscimento giuridico-istituzionale. I nobili stipati nel
castello di Versailles come pesci in un acquario, parassiti della
società, si ostinavano a nuotare nei loro privilegi. L'edificio era
fradicio, e fu sufficiente un colpo leggero perché si trasformasse
in macerie.
Di più: come hanno scritto quaranta
anni fa due storici francesi (François Furet e Denis Richet: La
Rivoluzione Francese), nel XVIII secolo appare una nuova forza
politica: l'opinione pubblica. Raccolta ancora in un numero
ristretto di persone (avvocati, magistrati, funzionari: la
borghesia intellettuale), l'opinione pubblica incarna lo "spirito
di riforma". Conosce le opere di Montesquieu e di Rousseau. Crede
nella libertà, nell'uguaglianza, nella solidarietà. È il motto
della Rivoluzione (Liberté, Egalité, Fraternité) che, tuttavia, fu
coniato a posteriori, per riassumere il senso della svolta. «Nel
tribunale della cultura borghese», scrivono Furet e Richet, «che
dissacra l'Ancien Régime, la molteplicità delle accuse contro
l'assurdità della vecchia società, l'irrazionalità delle religioni
rivelate e il parassitismo dei signori è tanto più formidabile in
quanto non si fonda più soltanto sulla dimostrazione del
ragionevole e dell'auspicabile, ma è inoltre alimentata dalle forze
più oscure del rifiuto e dell'umiliazione sociale: il privilegio
nobiliare, rafforzato in tutti i campi dall'evoluzione del secolo,
mobilita la collera borghese». La monarchia non si decide ad
attuare le riforme che i tempi impongono, e allora la rivoluzione
diviene ineluttabile.
Federico Chabod, uno dei più grandi
storici italiani del Novecento, aggiunge un'altra considerazione a
questo complesso quadro di motivazioni. A partire dalla Rivoluzione
francese che si modifica il concetto di Nazione, che diventa
Patria, «la nuova divinità del mondo moderno» («Amour, sacré de la
patrie», recita la Marsigliese).
Restano da spiegare molti aspetti (e
molte contraddizioni) della stagione rivoluzionaria che la Francia
visse fra il 1789 e il 1794, fra la Bastiglia e il Terrore. Come
mai un moto di popolo, teso a ottenere libertà, uguaglianza e -
anche - solidarietà - si trasformò in una macelleria. «Fu la
Rivoluzione francese», ha osservato Sergio Luzzatto, «che inaugurò
la tragica epoca dell'omicidio seriale, impersonale, industriale».
Oggi lo riconoscono tutti, persino i francesi. «Come Saturno, la
Rivoluzione divorava i propri figli, uno dopo l'altro». Accadde
qualcosa del genere anche nell'Unione Sovietica dopo la Rivoluzione
d'Ottobre, nel secondo decennio del "Secolo breve". Ed è accaduto
in molte altre occasioni recenti, che è superfluo elencare. Forse
il terrore, e il terrorismo, sono ineluttabili quando si vuole
estirpare un precedente regime, quale che sia la ragione del
sommovimento.
Albert Laurens Fisher (nella sua
Storia d'Europa, pubblicata nel 1935), scrisse che «la fede nella
bontà sostanziale della natura umana, fondamento delle nuove
teorie, fu fonte dei molti terribili disastri che, l'uno dopo
l'altro, si abbatterono sulla Francia, ove non viveva un'accolita
di angeli politici, ma un popolo a cui, più che a ogni altro forse,
era necessaria, per il pieno svolgimento delle sue grandi doti, la
mano ferma dell'autorità, e che fu invece abbandonato, per questa
agevole e ottimistica teoria, alle proprie forze». Gli eccessi
furono dunque una conseguenza inevitabile dei successi. E la storia
dimostra che ogni mutamento di rotta comporta sacrifici di vite
umane. Così accade, naturalmente, in tutte le guerre che
ridisegnano la geopolitica, ma anche negli eventi apparentemente
pacifici. Quando Colombo sbarcò sulle coste americane furono molti
gli indigeni sacrificati al nuovo ordine.
LA FEDERAZIONE. Molti
francesi, e quasi tutti i non francesi, sono convinti che il 14
luglio sia in Francia festa nazionale nel ricordo della presa della
Bastiglia. Non è così. L'anno dopo, nella stessa data, nacque la
Federazione. «Il signor de Lafayette», scrisse Madame de Staël,
scrittrice e animatrice del più importante salotto letterario
parigino dei primi anni dell'Ottocento, figlia di Jacques Necker
(l'uomo che aveva tentato di rimettere in sesto le finanze dello
Stato), «si accostò all'altare per giurare fedeltà alla nazione,
alla legge e al re; il giuramento e l'uomo che lo pronunciava
destarono un profondo senso di fiducia. Gli spettatori erano al
colmo dell'esaltazione, il re e la libertà sembravano loro
tutt'uno». Era ancora giovane, e felice, la Rivoluzione.
Quel clima di concordia nazionale
sarebbe stato presto cancellato dalle lotte fra le varie fazioni
rivoluzionarie: i giacobini, i montagnardi, i cordiglieri, i
girondini. Nacque, allora, la politica come la intendiamo oggi: non
più sottile arte diplomatica, riservata alle cancellerie e ai
sovrani, ma battaglia quotidiana, sui singoli provvedimenti da
adottare, nel confronto (e nella zuffa) fra idee diverse, e
interessi contrastanti. E poi venne la degenerazione, forse
inevitabile. Le teste che rotolavano nel paniere, una dopo l'altra.
I difensori di Robespierre e della sua furia giustizialista
spiegano che - fra i tanti calcoli elaborati durante il Terrore -
ci fu anche quello dei soldi da redistribuire fra i sanculotti, i
diseredati del Terzo Stato, quelli che non avevano neppure
l'indispensabile per nutrirsi e vestirsi. Perché di ogni nobile
accompagnato sul patibolo, venivano confiscati i beni, a vantaggio
del "sottoproletariato". Il tutto garantito da un uomo
"incorruttibile".
Spiegazioni, giustificazioni o alibi
a posteriori? Pierre Gaxotte, accademico di Francia, nella sua
Rivoluzione francese, pronuncia una condanna senza appello: «In
dieci anni la Rivoluzione aveva fatto fallire tutti i calcoli e
deluso tutte le speranze. Se ne attendeva un governo regolare e
stabile, delle buone finanze, delle leggi sagge, la pace di fuori e
la tranquillità all'interno. Si era avuta l'anarchia, la guerra, il
comunismo, il Terrore, il fallimento, la fame e due o tre
bancarotte. La dittatura napoleonica conciliò il bisogno di
autorità e l'ideologia democratica. Fu un espediente di teorici
ridotti agli estremi. I dottrinari del 1789 avevano voluto
rigenerare l'umanità e ricostruire il mondo. Per sfuggire ai
Borboni, i dottrinari del 1799 erano ridotti a far dedizione a una
sciabola».
Il dibattito - come si vede - è
apertissimo. Le citazioni di vari studiosi, tutti illustri, valgono
proprio a testimoniare la disparità di vedute, di interpretazioni,
e di umori, a oltre due secoli di distanza da quell'evento epocale
che fu la Rivoluzione francese. Ma che fu un evento epocale non ci
sono dubbi. E che la presa della Bastiglia ne sia il simbolo non lo
si può mettere in discussione. |