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Via col vento... in mongolfiera

Emozioni impareggiabili, quasi surreali, quelle che si vivono sorvolando con i grandi aerostati la colonia greca di Poseidonia. Un appuntamento che si ripete ogni anno in autunno in occasione del Festival Internazionale di Paestum e le cui immagini sono esposte questo mese al Palazzo Genovesi di Salerno

Una mongolfiera mentre sorvola Paestum

A Salerno, dal 22 al 30 gennaio, nello storico Palazzo Genovesi, verranno esposti gli scatti che decine di fotografi invitati dal Circolo Fotografico Salernitano hanno realizzato lo scorso autunno in occasione dei quattro giorni del Festival Internazionale delle Mongolfiere di Paestum. Un appuntamento che si ripete puntuale ad ottobre da quattro anni e che, quasi in maniera surreale, mette insieme l'affascinante leggerezza del volo con l'imponenza antica di quanto è giunto fino a noi della colonia greca di Poseidonia. Non solo un meeting per gli appassionati di questo sport aviatorio, dunque, né solo un modo spettacolare per promuovere uno dei siti archeologici più noti d'Italia, ma, per i fortunati che, come noi, sono riusciti ad ottenere un imbarco, un'opportunità per visitare l'area in maniera unica ed entusiasmante.

All'ultima edizione del raduno hanno partecipato 27 equipaggi provenienti da tutta Europa, guidati da Nello Charbonnier, 51 anni, pilota di mongolfiera che ha al suo attivo imprese come il sorvolo del Monte Bianco, del Circolo Polare Artico e del Polo Nord. «Il volo di una mongolfiera», ci ha detto mentre sullo sfondo del campo di decollo i templi greci della piana di Paestum assistevano al lento avviarsi degli aerostati, «in qualche modo fa diventare l'equipaggio parte integrante dell'aria. La navicella si muove col vento in assoluto silenzio, è una sorta di balcone nel cielo dal quale si ha una vista del paesaggio senza paragoni. Non ci sono parole per descriverne le emozioni».

Le mongolfiere moderne sono dirette discendenti di quella costruita dai fratelli Montgolfier, che il 21 novembre 1783 permise a François Pilatre de Rozier ed al Marchese di Arlandes di essere i primi uomini a realizzare il sogno di Icaro. L'involucro di carta è stato sostituito dal nylon e dal nomex, tessuto ignifugo utilizzato anche per le tute dei piloti di Formula 1, il riscaldamento dell'aria avviene con bruciatori a gas propano e non con il fuoco di fascine, ma il senso di avventura e di pionierismo che trasmettono gli aerostati è intatto, nonostante i due secoli trascorsi e la nostra ormai quotidiana confidenza con le macchine volanti.

A portarci in volo, una mongolfiera francese, condotta dal pilota Jean-Charles Siry. Lui stesso, con l'ausilio di una sorta di potente ventilatore, ha pompato aria nei 2.500 metri cubi dell'involucro, riscaldandola con ritmate fiammate. Mano a mano che la temperatura dell'aria all'interno aumentava, l'involucro s'innalzava, e abbiamo dovuto trattenere a braccia la cesta di vimini e legno che ci avrebbe ospitato per impedirne il prematuro involo. Il pilota, poi, è salito a bordo e ci ha ordinato di seguirlo: a stento il peso di quattro persone riusciva ad equilibrare la spinta che portava verso l'alto la mongolfiera.

Siry continuava a riscaldare l'aria e ad ogni fiammata l'esuberanza della macchina volante costringeva gli uomini di assistenza a terra a sforzi sempre maggiori per trattenerci al suolo. Alla fine, il pilota ha ordinato di mollare la presa. La nostra navicella ha iniziato a levitare nell'aria, inseguendo le mongolfiere decollate in precedenza.

In un paio di secondi eravamo già più alti degli alberi che circondano l'area archeologica e la vista delle rovine dava un'emozione pari al ritrovarsi in aria. Il vento ci ha spinto verso la cinta muraria dell'antica città ed il tempio del dio greco del mare Poseidone si è presentato proprio di fronte a noi. In un solo colpo d'occhio, grazie all'altezza, il profilo dei monti ad est, la piana del fiume Sele e la costa: quasi si riusciva ad immaginare la colonia della Magna Grecia pullulare delle navi e dei traffici che la resero fiorente nell'antichità.

Il nostro pilota continuava, ad intervalli regolari, ad azionare il bruciatore, ed il sibilo della fiamma era l'unico rumore che sentivamo. Nel silenzio delle pause ci arrivavano però distinti dal suolo il vocio delle persone e l'eco delle macchine agricole al lavoro nei campi. «Sto riscaldando l'aria», ci ha spiegato Siry, «in modo da avere una spinta maggiore e guadagnare quota. Quello che ci permette di volare è il principio di Archimede, lo stesso che consente alle barche di galleggiare. L'aria dell'involucro è più calda di quella circostante e, più leggera, tende ad andare verso l'alto portandoci con sé. Una mongolfiera non può essere diretta, ed è costretta ad andare alla deriva col vento. L'unica possibilità di manovra è verticale. Se aumento il ritmo delle fiammate, l'aria si riscalda ancor di più e la mongolfiera va in alto. Se rallento le fiammate, l'aria si raffredda, la spinta aerostatica diminuisce e scendiamo. In questo modo posso evitare gli ostacoli o decidere di scendere quando mi trovo davanti un campo adatto per l'atterraggio».

In quel nostro andare a zonzo per il cielo ci precedeva proprio la mongolfiera di Charbonnier, che ha permesso a Siry di spiegarci qualche dettaglio costruttivo di queste macchine. «Una mongolfiera può avere varie dimensioni: più è grande l'involucro, maggiore è il carico che è in grado di trasportare. Quelle di dimensioni medie, come questa, sono alte una ventina di metri e, a seconda della temperatura esterna, possono portare tre o quattro persone. La forma tradizionale è a pera, ma esistono involucri dalle forme molto curiose che, di solito per motivi pubblicitari, riproducono animali, oggetti o immagini di fantasia».

All'apice dell'involucro notiamo un'apertura, tenuta chiusa da un pannello. «È azionabile con questa corda rossa», ci fa vedere Siry. «Aprendo, consento all'aria calda di uscire, operazione che mi serve in volo per perdere molto rapidamente quota, o dopo l'atterraggio per sgonfiare in breve tempo l'involucro ed evitare ritorni in volo involontari o trascinamenti al suolo se il vento è molto forte».

Il gas che alimenta i bruciatori è contenuto in quattro bombole poste negli angoli della navicella, la cosiddetta "gondola". «Esso ci consente, con un'abbondante riserva, due ore di volo, ma l'autonomia può aumentare o diminuire in base alle condizioni atmosferiche», precisa il pilota, che poi ci mostra gli strumenti di bordo: «il Gps, che grazie ai satelliti indica la posizione; l'altimetro, che in base alla pressione indica l'altezza; il variometro, che indica le velocità di salita e di discesa, e la sonda termica, che ci avvisa quando la temperatura interna dell'involucro si avvicina a quella limite dei materiali, che è intorno ai 120 gradi».

Il vento è stato davvero generoso con noi e molto lentamente ci ha fatto attraversare tutta l'area archeologica, sospingendoci verso il mare. Dall'alto, la pianta della città era visibilissima, con le mura di cinta a forma pentagonale intervallate da torri a base circolare o quadrata. Altrettanto visibile era il perimetro della Basilica, il più grande dei templi dell'area, costruito nel VI secolo a.C. e dedicato ad Hera. Facilmente riconoscibile la forma dell'anfiteatro, che risale all'epoca romana, quando Poseidonia cambiò nome in Paestum.

Superata l'area archeologica non c'era ragione di volare a bassa quota e Siry ha riscaldato l'aria nell'involucro per risalire. «In astratto», ci ha spiegato, «la mongolfiera non è governabile, ma la conoscenza dei venti e delle correnti aeree può in una qualche misura consentire di decidere dove andare. La direzione del vento non è costante, ma varia sia in funzione della quota e dei luoghi attraversati, che col variare della temperatura nel corso della giornata». Al di là di queste minime possibilità di governare la rotta, nessun pilota sa di preciso dove atterrerà. Per questo ogni mongolfiera ha un equipaggio a terra in contatto radio, che con un automezzo la segue per poi recuperarla.

Il vento ci sospingeva verso il mare ed il pilota ha deciso di avvicinarsi al suolo in cerca di un campo per atterrare. Ha azionato la corda rossa per smaltire un po' di aria calda, poi, raggiunta la quota desiderata, ha ricominciato con le ritmiche fiammate del bruciatore. Per qualche minuto abbiamo volato poco più alti dei tetti delle case e, visti gli ostacoli intorno, l'ampia spiaggia ci è sembrata un luogo di atterraggio perfetto.

Lentamente la mongolfiera si è abbassata e la nostra immensa ombra, che ci ha seguiti al suolo per tutto il volo, si è avvicinata sempre più. Siry ci ha detto di reggerci forte: un tonfo ci ha riportato sulla Terra e la gondola ha leggermente oscillato. Il pilota ha azionato al massimo la corda rossa e la mongolfiera ha perso buona parte della sua forza ascensionale. La gondola si è fermata: sulle nostre teste, l'aria nell'immenso involucro aveva ancora il calore sufficiente a mantenerlo perfettamente gonfio.

Dopo poco gli uomini dell'assistenza a terra sono arrivati a riprenderci e ci è toccata la fatica di ripiegare l'involucro e di caricarlo insieme alla navicella sul mezzo d'appoggio, per poi restare a bordo a fare da zavorra alla nostra macchina volante. Ho ripensato al mio volo ed all'imponenza dei templi, scolpiti dalla stessa cultura che ha partorito il mito di Icaro. E solo battendo un piede sul fondo della navicella, il ritrovare la familiarità della terra mi ha ricordato che il mio viaggio nell'aria e nel tempo era davvero finito.

Maurizio Landi