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La radio dei matti

Un singolare esperimento è diventato una felice realtà: l'esperienza radiofonica come terapia. A volerlo, i medici del Centro psicosociale "Carlo Poma" di Mantova

Un'immagine dei malati mentali di qualche anno fa

Ormai l'etere riservato alle modulazioni di frequenza radio, le cosiddette F.M., è una giungla comunicativa: non v'è spazio che non sia occupato, non v'è banda che non sia impegnata. Nonostante ciò, Radio Rete 180 ha trovato subito un suo autonomo segmento trasmissivo. Eh sì, perché è l'unica radio che non prende il nome dalla frequenza su cui trasmette, bensì da quel 180 che è il numero di riferimento di una legge. È questa la singolarità. Scopriamola insieme.



La legge n. 180 ("Legge Basaglia") è quel provvedimento di legge del 13 maggio 1978 che reca: "Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori". Da qui si è arrivati a Radio 180, una radio davvero speciale. L'esperienza è nata nel Centro psicosociale dell'Azienda ospedaliera "Carlo Poma" di Mantova, con il dichiarato scopo di aprire un varco tra il malato mentale e la realtà, attraverso un canale di comunicazione come la radio, vera e propria "terapia al microfono".

Per molti di quei pazienti, per anni segregati nel ghetto degli ospedali psichiatrici, costretti a trattamenti durissimi, ad elettroshock, a letti di contenzione, a terapie farmacologiche che annichilivano e annientavano l'infermità, un dolore muto, silenzioso, una sofferenza, una prigione di angoscia, paure ed incertezze. Ora, con la loro radio, invece, sono protagonisti di un'esperienza straordinaria che li valorizza e li stimola all'auto-aiuto: Rete 180 ha spalancato loro le porte alla vita, alla realtà che è fuori.

Questo ha significato rompere i muri del pregiudizio, aprire un varco alla "diversità", liberare i pensieri "confusi e disordinati" del malato e scoprire quell'anima che parla nelle sue parole. Rete 180 ha introdotto i pazienti in un rapporto "normale", uscendo anche dalla redazione per ascoltare, intervistare, guardare e confrontarsi da vicino con una realtà di per sé fonte di disagio e di angoscia. L'esperienza serve anche al "mondo fuori", popolato da tanta "normalità" distratta, per conoscere quest'altra realtà, quella di chi ha smarrito il filo della propria esistenza e cerca di rintracciarlo, ricomponendo pensieri, fantasie, sogni che parlano di anime ferite, spesso lacerate, ma profondamente vive.

Rete 180 si è data una struttura redazionale stabile che si riunisce per discutere i programmi. Ed ecco, quindi, la rassegna-stampa mattutina, una rubrica di poesie, uno spazio per i dibattiti, un angolo per le ricette e tanto altro ancora. I redattori-pazienti sono tutti consapevoli della loro sofferenza mentale, e questo progetto li fa sentire protagonisti, stimola la reciproca solidarietà, e li aiuta a tenersi attaccati al mondo. Ad affiancare il lavoro dei redattori, circa una quindicina, operano i due medici ideatori del progetto: Giovanni Rossi, primario del Centro ed editore di radio Rete 180 ed Enrico Baraldi, viceprimario e quindi collaboratore più vicino del caporedattore nella gestione del gruppo radiofonico.

Alla creazione dei programmi partecipano anche un infermiere, che cura l'aspetto tecnico e le registrazioni, e alcuni psicologi tirocinanti, che accompagnano i redattori alla ricerca di notizie da approfondire o li sostengono nella conduzione dei programmi. C'è Marco Notizia, che conduce la rassegna stampa del mattino. C'è Luciano, con grandi doti di affabulatore, che dirige i dibattiti e intrattiene gli ospiti. C'è Luisa, l'esperta di cucina che illustra le ricette più prelibate. C'è chi si occupa di turismo e chi è specializzato in poesia. C'è chi rappresenta la voce degli ascoltatori, raccogliendo spunti di discussione dalla cronaca o dalle proposte dei singoli ricoverati.

Ma, ci chiediamo, come è nata questa idea? Come spesso accade, per caso. «Una sera», racconta il professor Rossi, «siamo stati ospiti di una trasmissione televisiva in compagnia di alcuni dei nostri ragazzi. Lì, davanti a una platea reale e virtuale tanto numerosa, la grande sorpresa: Luciano, uno dei pazienti affetto da delirio di influenzamento, cioè sempre convinto di trovarsi in un ambiente ostile, riesce a parlare della propria patologia con assoluto distacco. Si è comportato con grande tranquillità e in modo adeguato».

Un episodio che fa riflettere il primario, che fa maturare in lui l'idea di un trattamento sanitario atipico: la radio. A una condizione: che non sia specializzata nella malattia mentale, ma che parli semplicemente delle cose che interessano la gente; una radio in cui i conduttori si possono rivolgere al pubblico protetti dall'assenza dell'immagine, entrando in contatto diretto con le persone grazie alle interviste telefoniche.

Così il laboratorio ha avuto inizio. Dalle parole di Luciano è scaturito anche quello che diventerà uno dei motti di Rete 180: «La radio fa bene se la faccio, la televisione fa male se la vedo».

Rete 180 potrebbe espandersi molto presto ed uscire dalle pareti del Centro in cui si sta muovendo. «L'obiettivo», spiegano Giovanni Rossi e Enrico Baraldi, «è diventare una radio di quartiere, con un limitato raggio d'onda dalla sede, che ci consenta di raggiungere i cittadini attraverso l'interazione. Gli ascoltatori potranno venire direttamente in studio e parlare con i nostri redattori, trasformando ogni trasmissione in un incontro».

Insomma, una radio di matti sì, consci delle loro sofferenze mentali, ma aperti alla società civile, alla quale chiedono solidarietà ed attenzione, pronti, nel contempo, a donare la loro voglia di vivere, il loro riscatto morale, l'intenso proposito del reinserimento più rapido e completo possibile.

Elbano