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Mille e una notte, il libro dei sogni

Trecento anni fa la prima edizione europea di questo caposaldo della letteratura, che venne definito come un palinsesto del folclore d'Oriente. Caleidoscopico documentario dell'Islam medioevale, dove la frivolezza è legata alla tragedia, la geometria all'inverosimile...

In principio, come sempre, era la favola", scrisse Sergio Solmi in un suo saggio del 1954 dedicato al Milione di Marco Polo. Quel libro, ricordava lo studioso, era un inventario di cose reali, una sorta di guida per far conoscere agli uomini del suo tempo (il secolo XIII) un mondo pressoché ignoto; non di meno fu considerato dai lettori un Livre des merveilles, e così fu chiamato per lungo tempo.

Un immagine dell'opera.

Libro delle meraviglie, dunque, che narrava di palazzi incrostati d'oro e di gemme, di fiumi immensi e di città sterminate, di usi e costumi inconsueti o affatto nuovi, di piante e spezie rare, di animali dalle fogge favolose, e d'altro ancora. Era, a ben vedere, il racconto di vecchi sogni e leggende: la descrizione di un mondo - l'Oriente - di cui gli uomini avevano favoleggiato sin dai tempi più antichi, il mondo dove sorge il Sole, dove s'innalza, maestosa e inaccessibile, l'erta montagna del Paradiso terrestre.

Lo spirito razionale e il metodo scientifico propri della civiltà occidentale, che daranno origine di lì a poco alla straordinaria stagione della Rinascenza europea, non saranno sufficienti a distruggere questa geografia dell'ignoto che trova il proprio fondamento nella certezza che da qualche parte, appunto in Oriente, esista una terra dove i sogni s'incarnano nella realtà e la trasformano, sottraendola alle necessità del tempo e dello spazio. Questo pensiero sotterraneo, per quanto irrazionale possa sembrare, non abbandona i figli dell'Occidente che, non a caso, continueranno di tanto in tanto a guardare verso un Oriente che diventa, a poco a poco, lo specchio di una coscienza più sotterranea e segreta.

Antoine Galland, arabista francese che per primo, nel 1704, fece conoscere questa magistrale raccolta alla cultura europea.

Questo Oriente, regno dell'immaginario e del meraviglioso, è anche l'altra dimensione della cultura europea a partire dalla seconda metà del Seicento, quando un'agguerrita schiera di studiosi, esploratori e viaggiatori comincia a delinearne il volto composito e ammaliante. Lentamente, una nuova concezione della vita veniva ad affiancarsi a quella elaborata lungo il corso dei secoli dal pensiero greco-romano-cristiano. Gli uomini d'Occidente, scrive Elémire Zolla, "cessarono di mangiare i frutti dell'albero della conoscenza del bene e del male, dell'opposizione, per cibarsi solamente dell'albero della vita: dell'estasi".

Poi, nel Settecento, ci fu un fatto nuovo: l'introduzione in Europa delle Mille e una notte, la più vasta raccolta di novelle arabo-islamiche, "insigne palinsesto del folclore d'Oriente, e caleidoscopico documentario dell'Islam medievale", come ha scritto l'illustre arabista Francesco Gabrieli. Era il 1704 - esattamente tre secoli fa - quando Antoine Galland diede alle stampe il primo dei dodici volumi dei suoi Contes arabes (l'ultimo uscirà nel 1717, due anni dopo la morte dell'autore). Ha notato in proposito Pietro Citati: "L'Europa ebbe l'impressione di ascoltare una musica nuova. Una simile leggerezza di tocco; un così incessante piacere di narrare; la fusione della féerie, dell'opera buffa, della storia d'avventure, del viaggio, della quiete esoterica in qualcosa che non assomigliava a niente; la frivolezza alleata alla tragedia; la geometria all'inverosimile; la naturalezza sovrana con cui il reale si scioglieva nel fantastico e il fantastico nel reale; l'impressione che il soprannaturale abitasse tra noi, senza che ce ne fossimo mai accorti…".

I maggiori traduttori europei delle Mille e una notte: l'inglese Richard Francis Burton, coltissimo orientalista, scrittore prolifico ma anche intraprendente avventuriero.

Nei tre secoli che sono trascorsi dalla "scoperta" di Galland, le Mille e una notte sono state proposte più volte in forme diverse, soggette alle più disparate metamorfosi, al punto che Citati ha concluso: "È un libro che non esiste"; mentre tutti gli altri interpreti si sono limitati a prendere atto che non esiste un autore della raccolta, frutto di un'elaborazione complessa, cui non sono estranei dei rapsodi popolari, che si svolge lungo un grande arco di tempo e di spazio, dal IX secolo al XIX, dall'India alla Persia, all'Iraq, all'Egitto. Si tratta dunque di stabilire la natura e il significato di questa raccolta, la sua storia compositiva, la sua ricezione in Occidente. Cominciamo da quest'ultimo punto, e cioè ancora da Galland.

Questi era un arabista francese che, nota Jorge Luis Borges, "portò da Istambul una paziente collezione di monete, una monografia sulla diffusione del caffè, un manoscritto arabo delle Notti e un maronita supplementare, la cui memoria era non meno ispirata di quella di Shahrazad" (la protagonista del racconto-cornice delle Mille e una notte). Si devono a lui, e al suo rapsodo orientale, tal Hannà, alcuni dei racconti più suggestivi della raccolta, come Aladino, Alì Babà, Il cavallo volante di ebano; racconti che non troviamo in nessuno dei codici e manoscritti utilizzati dai successivi traduttori. Questa circostanza, unita al fatto che i suoi personaggi sembrano parlare come dame di Versailles, indusse non pochi interpreti a ritenere che Galland non avesse tradotto, ma ricreato e in alcuni casi creato ex novo, le novelle arabe. La qual cosa, in certo senso, è indiscutibile, in quanto la sua traduzione è sempre libera e talvolta bugiarda; e tuttavia egli non fu un falsificatore, giacché è stato accertato che lavorò su un manoscritto arabo venutogli dalla Siria, uno dei più antichi e dei meglio scritti fra quanti se ne conoscano. In ogni caso, sarebbe riduttivo considerare Galland un semplice traduttore. Le sue Notti, è vero, avevano il sapore dolciastro del Settecento, ma in esse spirava un'aura rarefatta di meraviglia e di felicità che non doveva più ripetersi. L'Europa imparò ad amare le Mille e una notte attraverso Galland, e grazie ad esse scoprì nuovamente l'Oriente.

A novant'anni dalla morte di Galland, nacque un nuovo traduttore delle Notti, l'inglese Edward Lane, un arabista che visse per cinque anni al Cairo, conformandosi ai costumi di quella terra. In nome del pudore britannico, con ferreo rigore inquisitorio, cassò tutte le turpitudini e le scene d'alcova che nei racconti arabi abbondano. In verità, anche Galland talvolta elimina dei particolari licenziosi, ma non scade mai al ruolo di censore; egli opera sempre e comunque in nome del bello stile, del decoro letterario. Lane è invece un "virtuoso del sotterfugio", un implacabile custode della morale. La sua traduzione è datata 1839-41.

Dopo Antoine Galland, e tralasciando Lane, l'altro grande traduttore delle Mille e una notte fu Richard Francis Burton, il capitano Burton, come dice Borges, un gentiluomo inglese "dal viso istoriato da una cicatrice africana". Anche lui era un arabista colto e uno scrittore prolifico, conoscitore di infiniti idiomi: "Sognava in diciassette lingue e raccontano che ne possedesse trentacinque". Ad onta della sua passione letteraria che lo portò a comporre ben settantadue volumi di argomenti vari, Burton era tutt'altro che un uomo sedentario. Condusse una vita assai avventurosa, percorrendo senza posa le terre d'Africa e d'Oriente, e non si sbaglierebbe troppo a definirlo un avventuriero. Odiava gli ebrei, la democrazia e il cristianesimo, e tutto questo non va certo a suo merito; amava invece Lord Byron e l'Islam. Tuttavia, quest'uomo singolare ebbe il merito di portare a compimento una traduzione che, pur non essendo del tutto attendibile, è sicuramente felice, ispirata, letterariamente alta, libera da pregiudizi di qualsiasi natura. Il suo vocabolario predilige una certa ricercatezza arcaica, senza disdegnare però l'argot, i neologismi, i gerghi popolari.

Tutto questo comportò un arricchimento del testo originale distraendolo dal corso, a volte ripetitivo, delle Notti. Egli corresse le timidezze di Galland e le censure di Lane, raccontando in modo diretto le antiche storie amorose, che spesso sembrano impudiche e anche scurrili, e che tuttavia sono percorse dalla passione e dalla mestizia, e segnate da un destino di morte. Non a caso è stato detto che il capitano inglese rende come nessun altro gli incanti del proibito. La sua traduzione, oggetto per molti anni di culto da parte dei sottoscrittori del Burton Club, apparve nel 1885.

Dopo Burton ci fu J.C. Mardrus, un altro francese, che pubblicò la sua traduzione delle Mille e una notte negli anni 1900-04, in sedici volumi; una traduzione, a suo dire, letterale, "le mot à mot, pur, infléxible". Ma non è vero. È vero anzi il contrario, e cioè che egli fece delle Notti un'opera personalissima, rispondente al gusto dell'epoca, caratterizzata da una visione decadentistica ed estetizzante. Più che gli aromi del mondo arabo vi vediamo profusi quelli dei salotti europei, dominati dalle figure (e dalle opere) di Oscar Wilde e, di lì a poco, di Marcel Proust. E questo è assai ben documentato da Borges, il quale cita alcuni passi così come sono fedelmente tradotti e così come appaiono "trattati" da Mardrus. Ma bisogna aggiungere che il risultato è di una bellezza stupefacente. Pagina dopo pagina, egli "vuole completare il lavoro che i languidi arabi anonimi trascurarono. Aggiunge paesaggi art-nouveau, buone oscenità, brevi interludi comici, tratti circostanziati, simmetrie, molto orientalismo visivo". In breve, Mardrus inventa l'Oriente, traducendolo in rappresentazioni, meglio ancora in evocazioni, e crea una nuova opera d'arte.

A partire dalla seconda metà dell'Ottocento cominciarono a circolare in Europa le traduzioni cosiddette scientifiche. Gli autori erano, neanche a dirlo, tutti tedeschi: Gustav Weil, Max Henning, Felix Paul Greve, Enno Littmann. Ci hanno lasciato delle opere sicuramente oneste, ma anche mediocri. L'unico che merita di essere ricordato è Littmann, uno studioso autorevole che ebbe il merito di decifrare le iscrizioni etiopiche della fortezza di Axum. La sua traduzione, apparsa negli anni 1921-28, "è di una franchezza totale", come ammette Borges, "senza le soste compiacenti di Burton", senza la genialità di Galland e di Mardrus. In Littmann, incapace di mentire, "non c'è altro che la probità della Germania".

Le traduzioni che leggiamo oggi in Europa, condotte con criteri filologicamente corretti, tendono a restituire la verità dei testi orientali, e il tono generale ne risulta fatalmente più dimesso, meno smagliante, meno, se ci è consentito il paradosso, "orientale" (giacché l'orientalismo è una patina creata dagli scrittori e dagli artisti d'Occidente). Comunque sia, oggi il testo arabo a cui più volentieri si fa riferimento è quello egiziano di Bulàq (1835), a torto o a ragione considerato l'aeditio princeps. Si tratta di un testo scritto in modo letterariamente corretto, con qualche pretesa di eleganza, punto d'arrivo di metamorfosi infinite che hanno reso e rendono tuttora incerta l'identità di questo straordinario libro.

Abbiamo accennato all'inizio che c'è un racconto cornice, quello di Shahrazad. Questa fanciulla fragile e audace, sposa il sovrano Shahriyàr ben sapendo che ella è condannata a morire all'alba, come le altre fanciulle che l'hanno preceduta e le altre che seguiranno. Il sovrano, dopo aver sperimentato dolorosamente l'infedeltà della prima moglie, "ogni notte prendeva con sé una fanciulla vergine, le toglieva la verginità, e prima dell'alba l'uccideva". Shahrazad, che "aveva letto i libri, le storie, le gesta dei re antichi" e altro ancora, affida la propria speranza di salvezza, e insieme la salvezza di tutte le altre donne, alla propria capacità di raccontare storie. Ogni notte, per mille notti, racconta storie, storie fantastiche, storie infinite, che sono generate l'una dall'altra, e ogni notte il sovrano, incantato da quei racconti, differisce la sentenza di morte, fin quando tutto si risolve nel lieto fine. La letteratura, la bellezza le ha salvato la vita: "Il racconto nasce dalla notte, vive della notte, ma vince le tenebre e fa nascere ogni volta il giorno per tutti noi che parliamo e ascoltiamo".

Questa storia, con cui si apre la più celebre raccolta novellistica d'Oriente, ci porta molto lontano, molto più lontano nel tempo e nello spazio dal Medioevo arabo-islamico, riflesso nella maggior parte dell'opera. Ci porta in effetti nel IX secolo, in India (come attesta l'argomento del racconto) e poi in Persia (come rivelano i nomi dei protagonisti). Abbiamo quindi un primo nucleo della raccolta, di circa duecento racconti, narrati in più notti, detti già allora Mille racconti (Hazàr afsane), laddove mille stava a indicare molti. A questo primo nucleo si aggiunse, nel X e XI secolo, il ciclo arabo-musulmano di Baghdàd, in cui si rispecchiava un'altra storia, un'altra società e un'altra cultura, più legata alla vita quotidiana, con un taglio quindi più realistico che leggendario. Finalmente, nel secolo XII, ritroviamo il filo di questi racconti in terra d'Egitto, che sarà l'humus delle nuove Mille e una notte, quelle che sono giunte fino a noi. Questo terzo ciclo fornisce alla raccolta un forte incremento dell'elemento popolare: d'ora innanzi, come nota Gabrieli, questi racconti, "vivono tra il popolo e per il popolo, nei caffè e nelle piazze del Cairo".

Nell'incontro con il popolo le storie si rinnovano e si trasformano senza posa, e la poesia fatalmente decade. Di tanto in tanto però qualche rapsodo colto, qualche letterato curioso si prende il compito di riscrivere la meravigliosa avventura. Di qui la molteplicità e la difformità dei manoscritti sui quali generazioni di studiosi si sono misurati. Le mille e una notte, si può concludere, è un libro che non si sa bene quali e quante storie contenga. Sappiamo però che è un grande "romanzo" cui han posto mano diverse generazioni di autori. Un "romanzo" che ha viaggiato da Oriente verso Occidente, e che in Occidente è stato più volte reinventato e riscritto.

Paolo Pinto