Torino
com'era
Erano circa cinquantamila gli
abitanti di Torino all'inizio del Settecento. Fino a qualche
decennio prima, la presenza di un invadente presidio francese
nella Cittadella, le guerre e le pestilenze, avevano mortificato la
città. Sotto il buongoverno di Vittorio Amedeo II, Torino conobbe
un periodo di sviluppo e di serenità inimmaginabile fino a qualche
decennio prima. Abile politico, Vittorio Amedeo seppe barcamenarsi
fra le opposte potenze dei Borbone di Francia e degli Asburgo di
Spagna e d'Austria, sfruttando a suo favore persino le sconfitte e
la debolezza del suo Stato. Il duca riorganizzò la burocrazia,
potenziò l'università chiamando come docenti alcune delle migliori
menti del tempo, costituì alcuni collegi pubblici per la formazione
di una nuova classe dirigente, rese efficiente e bene armato un
esercito che, in tempo di guerra, poteva contare su
quarantacinquemila effettivi. Torino divenne una grande capitale
(non in grado di competere con Parigi o con Vienna, ma pronta a
svolgere il ruolo di attrazione sul resto dell'Italia che
nell'Ottocento sarebbe risultato determinante).
I primi frutti si sarebbero visti alla fine delle guerre di
Successione quando, ottenuta anche la corona di Sardegna, i Savoia
riuscirono a regalare una relativa prosperità alla capitale che, in
meno di un secolo, avrebbe raddoppiato il numero dei propri
abitanti. E - soprattutto - si sarebbe mostrata pronta a diventare
un grande centro culturale e politico. Come non era mai stata nei
secoli precedenti,
a differenza delle tante altre città italiane che nel Medioevo e
nel Rinascimento avevano vissuto il periodo di massimo fulgore.
Vittorio Amedeo
II
Dai contemporanei fu considerato
un genio per la disinvoltura con la quale cambiava alleanze persino
nel corso di una stessa guerra. Questo genere di politica
comportava i suoi indiscutibili vantaggi. Come accadde proprio nel
1706. Il duca Vittorio Amedeo II di Savoia, all'inizio della Guerra
di successione spagnola (nel 1702) era il comandante delle truppe
franco-piemontesi. Poi cambiò fronte, alleandosi con gli austriaci.
Con l'aiuto del cugino Eugenio, che comandava le truppe imperiali,
riuscì a sconfiggere i franco-spagnoli che assediavano Torino. Con
il trattato di Utrecht del 1713 aggiunse la Sicilia, con il titolo
di re, ai possedimenti della famiglia. Sette anni più tardi ottenne
lo scambio fra la Sicilia e la Sardegna: e da allora i Savoia
furono re di Sardegna, fino al 1861, quando Vittorio Emanuele II fu
incoronato re d'Italia.
Luigi XIV
Re di Francia per settantadue
anni, a Luigi XIV viene attribuita la celebre frase «L'Etat c'est
moi» (Lo Stato sono io). Ed era esattamente così. L'identificazione
della Francia con il proprio sovrano (e viceversa) non era mai
stata tanto stretta. Assistito per moltissimi anni da un
consigliere astuto e accorto come il cardinale Mazzarino, il Re
Sole fu il campione dell'assolutismo che - alla fine del secolo
apertosi sotto il suo segno - fu sconfitto dalla Rivoluzione
francese. La Francia non era mai stata così potente, e così
pericolosa per gli equilibri europei. Fra il 1667 e il 1714, il Re
Sole promosse una serie di guerre volte ad imporre l'egemonia della
Francia sull'Europa e ad ingrandire lo Stato: la guerra di
devoluzione, la guerra d'Olanda, la guerra della Lega d'Augusta e
quella per la successione di Spagna. Con tutti questi conflitti la
Francia non ottenne peraltro tutti gli obiettivi che il sovrano si
era illuso di ottenere. Ma il suo ruolo fra le grandi potenze
europee non era più messo in discussione (come era capitato nei
secoli precedenti). La magnifica Corte di Versailles (trasformata
in una residenza nella quale alloggiava gran parte dei nobili) era
diventata un modello da imitare per tutte le altre monarchie
europee. I francesi definiscono ancora il lungo regno di Luigi «il
grande secolo».
E uno storico autorevole come André Maurois aggiunge, compiaciuto,
che «tutto fu grande in quel secolo, e prima di tutto e di tutti
Luigi XIV».
Tutte le
date
1675 - Vittorio Amedeo II
succede al padre Carlo Emanuele II nel Ducato di Savoia.
1684 - Vittorio Amedeo II sposa Anna d'Orléans, nipote del
Re Sole.
1689 - Il duca di Savoia aderisce alla Lega di Augusta
(Inghilterra, Olanda, Austria e Svezia) contro la Francia. Luigi
XIV ordina di mettere a ferro e fuoco il Piemonte.
1695 - Le truppe di Vittorio Amedeo sconfiggono i francesi a
Casale Monferrato.
1700 - Filippo V di Borbone sale sul trono di Spagna.
1702 - L'imperatore Leopoldo, I'Inghilterra e le Province
Unite dichiarano guerra alla Francia e alla Spagna, appoggiate
dalla Baviera e, in una prima fase, dal Portogallo e dal duca di
Savoia che poi passa nell'altro schieramento.
1705 - Assedio di Torino.
1706 - Nella notte fra il 29 e il 30 agosto, Pietro Micca si
immola facendo saltare una galleria nella quale si trovano molti
soldati francesi. Il 7 settembre Eugenio e Vittorio Amedeo II di
Savoia sconfiggono i francesi.
1713 - Con il trattato di pace di Utrecht, che conclude la
Guerra di successione spagnola, Vittorio Amedeo II ottiene
Alessandria, il Monferrato e la corona di re di Sicilia.
1720 - Il trattato di pace di Londra consegna a Vittorio
Amedeo II di Savoia, e ai suoi discendenti, il Regno di Sardegna in
cambio della corona di Sicilia.
Filippo V
Filippo V fu il primo Borbone a
salire sul trono di Spagna. Prima di lui avevano regnato gli
Asburgo, e fu proprio l'ascesa al trono di Filippo (nipote di Luigi
XIV di Francia) a scatenare la Guerra per la successione di Spagna.
Il suo regno fu lungo e molto travagliato. Quando gli fu posta la
corona sul capo (nel 1700) aveva appena 17 anni, e non era
preparato al compito che lo attendeva. L'anno dopo si imparentò
anche con il duca di Savoia, sposandone la figlia Maria Gabriella,
che morì nel 1714. Filippo sposò in seconde nozze Elisabetta
Farnese, erede del ducato di Parma e Piacenza. Questi intrecci
matrimoniali fecero sì che, a un certo punto, i Borbone detenessero
contemporaneamente le corone di Francia, Spagna, Napoli e
Parma.
Federico De
Roberto
Nato a Napoli, ma catanese
d'adozione, Federico De Roberto è entrato nella storia della
letteratura italiana con I Viceré, la saga ottocentesca di una
famiglia nobile siciliana dalla quale Tomasi di Lampedusa trasse
certamente parecchi spunti per Il Gattopardo. Scrittore, critico
letterario, giornalista, allievo di Giovanni Verga, De Roberto ebbe
in vita un successo inferiore ai suoi meriti, al punto che fu più
volte tentato di cambiar mestiere. I Processi verbali (la raccolta
di novelle della quale fa parte il racconto su "Pietro Micca") sono
episodi brevi e crudeli. La lezione verista conduce De Roberto ad
abbandonare ogni descrizione d'ambiente, e ogni riflessione,
lasciando che parlino soltanto i protagonisti delle sue storie:
come nel copione di un film. «Se il lettore sfoglierà anche
rapidamente questo volume», scrisse lui stesso nell'introduzione,
«vedrà che tutte le pagine sono piene delle lineette indicatrici
del dialogo; due o tre volte appena ho adoperato il dialogo
indiretto».
Carlo
Levi
La pellicola è andata perduta, gli
acquerelli sono rimasti. Nel 1938 il regista Aldo Vergano (allora
esordiente) raccontò sugli schermi la storia di Pietro Micca in un
film intitolato con il nome dell'eroe. Girato in interni a
Cinecittà e in esterni ad Alessandria, il film era molto curato
nelle scene, nei costumi e nella ricostruzione storica. Tre artisti
collaborarono alla realizzazione: Carlo Mollino, che firmò le
scenografie, Italo Cremona, che disegnò le armi e le
fortificazioni, Carlo Levi che preparò i figurini delle uniformi
militari. Levi (che nell'ultimo dopoguerra divenne anche un famoso
scrittore con il suo Cristo si è fermato ad Eboli) era un pittore
famoso per la potenza espressiva dei suoi soggetti, ai quali si
ispirò molto Renato Guttuso. I 40 acquerelli del pittore torinese
sono attualmente conservati nel Museo Nazionale del Cinema,
che se li aggiudicò in una vendita all'asta qualche anno fa.
Eugenio di
Savoia
Fu determinante il ruolo di
Eugenio di Savoia, comandante supremo dell'esercito imperiale
austriaco, nella difesa di Torino. Non fu il richiamo del sangue
(Vittorio Amedeo II era suo cugino) a spingerlo a intervenire. Come
tutti i condottieri dell'epoca, Eugenio era un professionista della
guerra. L'impero gli aveva offerto il contratto più vantaggioso e
lui mise il suo indiscutibile talento al servizio dell'Austria (pur
essendo nato in Francia da madre italiana). Napoleone lo inserì fra
i sette più grandi condottieri della storia, insieme con Alessandro
il Grande, Annibale, Cesare, Gustavo Adolfo di Svezia, Henri
Turenne e Federico il Grande. Le guerre, alla fine del Seicento,
avevano ritmi e rituali molto precisi. Si combatteva dalla
primavera all'autunno. D'inverno erano quasi impossibili i grandi
spostamenti degli eserciti, viste le condizioni delle strade
dell'epoca. I mesi di pausa venivano sfruttati per reclutare nuovi
soldati. I vecchi generali si abbandonavano spesso alla pigrizia, e
giocavano alla guerra come se muovessero gli scacchi. Si
contentavano di cingere d'assedio una città e di bivaccare
all'esterno di essa, senza correre rischi inutili. Eugenio
scompaginò questi schemi. Combatteva in prima fila, bruciava i
tempi, per prendere di sorpresa il nemico, non esitando a
sottoporre i propri eserciti a marce forzate faticosissime.
Armi e
fortificazioni
Un generale francese, Henri
Turenne, riassunse in modo efficace il mutamento di strategia che
si era imposto alla fine del XVII secolo: «Fate pochi assedi e
combattete numerose battaglie. Quando sarete padrone delle
campagne, i villaggi vi consegneranno le città». Un altro francese,
il marchese Sébastien Le Prestre Vauban, era il principale
responsabile della rivoluzione militare. Ingegnere, Vauban aveva
progettato le fortificazioni delle città francesi (con una cinta
interna, detta "magistrale", costituita da fronti bastionate con
torri ai salienti, e una cinta esterna formata da ampi bastioni. In
pochi anni furono restaurate in Francia, seguendo questi criteri,
300 piazzeforti, e ne furono costruite una trentina di nuove. Le
città divennero inattaccabili, nonostante i progressi compiuti
negli armamenti. La fanteria aveva acquistato un ruolo determinante
con il moschetto con acciarino a pietra focaia e la baionetta con
innesto a ghiera (inventata dallo stesso Vauban), l'artiglieria
aveva maggiori capacità di movimento con pezzi più leggeri.
Siam pronti alla
morte
«Dulce et decorum est pro patria
mori» (è dolce e bello morire per la patria), scrisse Orazio
duemila anni fa. Di sacrifici supremi per la patria si erano già
avuti esempi importanti, prima di allora. L'eroismo di Sansone
(«Muoia Sanson con tutti i Filistei»); l'olocausto degli spartani
alle Termopili contro i persiani, con la morte di Leonida e dei
trecento soldati della sua guardia reale. Simonide dedicò un'ode a
quei trecento valorosi: «Di quelli che caddero alle Termopili /
famosa è la ventura, bella la sorte / e la tomba un'ara. Ad essi
memoria / e non lamenti; ed elogio il compianto. / Non il muschio,
né il tempo che devasta / ogni cosa, potrà su questa morte. / Con
gli eroi sotto la stessa pietra / abita ora la gloria della
Grecia». Il gesto supremo di un eroe è quello di immolare la vita
per il proprio Paese. Come canta Goffredo Mameli nel nostro Inno
nazionale: «Siam pronti alla morte / Siam pronti alla morte /
Italia chiamò». Un concetto che si trova, tale e quale, nei versi
settecenteschi di Pola, per la musica di Mercadante: «Chi per la
Patria muor / vissuto è assai; / la fronta dell'allor / non langue
mai». Fu la sorte scelta da Pietro Micca.
Superga
In memoria della vittoria contro i
franco-spagnoli del 1706, Vittorio Amedeo II affidò a uno dei più
grandi architetti del tempo, Filippo Juvara, il compito di
progettare e costruire una basilica sulla collina di Superga. La
costruzione, iniziata nel 1717, fu completata nel 1731, quando il
re di Sardegna aveva abdicato da un anno in favore del figlio Carlo
Emanuele III. La basilica fu destinata, fin dall'inizio, ad
ospitare i sepolcri della famiglia Savoia (divisi però con
l'abbazia di Altacomba e con il Pantheon di Roma per i successori
che divennero re d'Italia). Sulla collina di Superga, il 4 maggio
1949, morirono, in un tragico incidente aereo, tutti i giocatori
della squadra di calcio del Torino, il "grande
Torino". |