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Incoronato dalla Storia

Duecento anni fa, nella cattedrale parigina di Notre-Dame, Napoleone Bonaparte si proclamò imperatore, mortificando il papa e tradendo la rivoluzione. Ma si conquistò l'immortalità

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Napoleone I imperatore (Parigi, Museo dell'Esercito).

C'è un quadro al Louvre che non può sfuggire all'occhio dei visitatori, non foss'altro per le sue dimensioni. Alto 6 metri e 21 centimetri, lungo 9 metri e 79 (una tela di oltre 60 metri quadri) rappresenta l'incoronazione di Napoleone. L'autore - Jacques-Louis David - impiegò due anni per dipingere la scena, che conosceva nei minimi particolari, essendo stato lui stesso il regista della cerimonia. Non aveva responsabilità sugli abiti dei protagonisti, che erano stati disegnati da un altro pittore molto considerato a corte, Jean-Baptiste Isabey. Uno storico autorevole, il tedesco Franz Herre, non ha dubbi sul giudizio estetico: «Il loro stile pomposo doveva essere consono alla cerimonia imperiale ma, con tutti quei pennacchi, gorgiere e jabots, si sarebbe adattato meglio a un ballo in maschera». Un giudizio certamente condiviso da Napoleone che, alla vigilia dell'incoronazione, espresse un qualche motivato imbarazzo davanti al Consiglio di Stato: «Quando mi infagotterete in tutti quegli abiti», borbottò niente affatto contento, «avrò l'aria di una bertuccia». Il ritratto di Jean-Auguste-Dominique Ingres, che lo ritrae di fronte, seduto sul trono, con la corona d'alloro in testa, giustifica pienamente le perplessità manifestate dall'imperatore.

Era il 2 dicembre 1804: esattamente duecento anni fa. Per rispetto della verità è doveroso sottolineare che fu proprio lui, l'imperatore, a pretendere lo sfarzo e la pompa. In fondo, era un parvenu, un giovane ufficiale immigrato dalla Corsica, che voleva dimostrare al mondo intero quanto fosse divenuto potente.

Il primo a cui volle dimostrarlo fu il papa. Pio VII si era inizialmente illuso che Napoleone - ripristinando le antiche consuetudini medioevali - accettasse di essere incoronato a Roma, nella basilica di San Pietro. Quando gli fu precisato che la cerimonia si sarebbe svolta nella cattedrale parigina di Notre-Dame, accettò controvoglia di sottoporsi a quella trasferta. Ma non osò rifiutare, nella speranza di ottenere in cambio un miglioramento delle condizioni della Chiesa in Francia (che se l'era passata brutta nel periodo giacobino). Fu amareggiato anche dalle critiche che gli piovvero addosso, ingiuste e impietose. Confrontandolo con il suo predecessore, Pio VI, imprigionato dai francesi e morto in esilio, la statua di Pasquino (che da secoli dava sfogo ai malumori del popolino romano), compose quattro versi caustici: «Un Pio perdé la sede / per conservar la fede; / un Pio perde la fede / per conservar la sede». Il pontefice non meritava queste cattiverie, e l'avrebbe dimostrato in seguito. Quattro anni più tardi Napoleone avrebbe deciso l'annessione di Roma e l'arresto di quel «pazzo indiavolato», che fu deportato a Savona. E soltanto dopo la sconfitta dell'imperatore a Lipsia, Pio VII sarebbe rientrato a Roma, accolto trionfalmente dalla popolazione, che aveva capito di averlo giudicato male.

Jacques-Louis David, L'incoronazione di Napoleone e Giuseppina (Parigi, Louvre)

UMILIAZIONI. La vittima principale dell'arroganza napoleonica fu dunque il papa. Uno storico cattolico ungherese, Wilhelm Tower, in una biografia di Napoleone pubblicata nella prima metà del secolo scorso, elencò undici umiliazioni inflitte dall'imperatore al pontefice. La prima offesa fu consumata una settimana prima dell'incoronazione. Napoleone volle che il primo incontro a Parigi apparisse come fortuito. Avvenne in un bosco a Fontainebleau, in mezzo al fango; l'imperatore era in abito da cacciatore. La seconda fu consumata la mattina del 2 dicembre. Il cerimoniale - rigorosissimo - aveva previsto tutto. Il papa arrivò puntualmente, all'ora stabilita; Napoleone fece il suo ingresso nella cattedrale con un'ora e un quarto di ritardo.

La terza fu la più grave di tutte. «Il papa», ricorda Tower, «unse con olio benedetto la fronte, il braccio e la mano dell'imperatore; poi benedisse la spada e gliela cinse; in seguito benedisse e gli consegnò lo scettro; finalmente benedisse la corona, ed aveva già steso la mano per porla sul capo di Napoleone, allorché questi salì inaspettatamente all'altare, tolse la corona di mano al papa, e di propria mano se la pose in capo». Napoleone volle dimostrare che non derivava la sua autorità dal papa, ma dalla nazione. Quando si trattò di incoronare l'imperatrice, «Napoleone ripeté il suo atto di superbia, non lasciando che il papa ponesse la corona sul capo di Giuseppina, ma mettendovela egli stesso». Con quel duplice sgarbo, «dimostrò la sua falsità, perché egli aveva invitato il papa a Parigi appunto per l'incoronazione; e se il papa avesse saputo che Napoleone voleva incoronarsi da sé, certo non si sarebbe sobbarcato a un viaggio così lungo, difficile e pericoloso».

La quarta offesa ebbe luogo poco dopo, quando Napoleone si fece incoronare dal Senato nel Campo di Marte. Nel negoziato dei mesi precedenti, Pio VII aveva respinto senza mezzi termini l'ipotesi che si svolgessero due incoronazioni, una laica e l'altra religiosa, avvertendo che - in tal caso - si sarebbe rifiutato di recarsi a Parigi. Aveva ricevuto formali assicurazioni in proposito. Napoleone non mantenne la promessa.

La quinta umiliazione avvenne nel banchetto che seguì la doppia incoronazione. Il papa fu fatto sedere a fianco dell'imperatrice, e non al posto d'onore. Il cardinale Ercole Consalvi, segretario di Stato vaticano, osservò, nelle proprie memorie: «Si può pensare quanta virtù, moderazione e bontà fossero necessarie al papa per imitare il grande esempio di umiltà datoci da Gesù».

Non fu mantenuto neppure un sesto impegno, preso dai plenipotenziari imperiali durante il negoziato: che lo scisma francese si sarebbe concluso e l'imperatore avrebbe costretto i cosiddetti vescovi "costituzionali" a giurare fedeltà al papa, pena l'allontanamento dalle loro diocesi, e che allo Stato della Chiesa sarebbero state conservate le Legazioni dell'Emilia Romagna. Niente di tutto questo avvenne.

La «settima sconvenienza» emerse al momento dello scambio dei doni. Il papa - nonostante le finanze vaticane versassero in condizioni disastrose - si presentò a Parigi con due regali magnifici, scelti con la consulenza di Antonio Canova: due antichissimi cammei in pietra preziosa per l'imperatore e due vasi antichi di grandissimo valore per l'imperatrice. Napoleone ricambiò con alcuni oggetti dozzinali (due candelieri, un servizio di porcellana per una sola persona, un paio di arazzi) e con una pietra preziosa che era stata strappata dalla tiara pontificia di Pio VI.

L'ottavo affronto fu pretendere che il papa arrivasse a Parigi di notte, perché non ci fosse la folla a festeggiarlo; e presentarsi a tutte le cerimonie pubbliche alla destra del pontefice. La nona "trappola" non scattò, soltanto per la previdenza del papa. A un certo punto fu chiaro che Napoleone intendeva impedire che Pio VII rientrasse in Italia (trasferendo la sua sede a Parigi o ad Avignone). Soltanto quando si seppe che - con molta previdenza - il papa aveva lasciato uno scritto secondo il quale, se fosse stato trattenuto con la forza in Francia, la Chiesa lo avrebbe dovuto considerare decaduto, l'imperatore acconsentì al suo rientro a Roma.

Mentre era ancora in Francia, il pontefice venne a sapere (decimo affronto) che nello stemma del nuovo Regno d'Italia erano state inserite le chiavi pontificie, segno evidente che l'imperatore riteneva lo Stato della Chiesa come una provincia del Regno. E l'ultima umiliazione fu inferta al papa durante il viaggio di ritorno: in territorio francese il papa fu costretto a seguire l'imperatore, fermandosi ad ogni stazione per attendere il ritorno dei cavalli che andavano a prenderlo dopo aver trasportato Napoleone.

ONNIPOTENZA. La corona imperiale aveva prodotto nella testa di Bonaparte una sorta di delirio di onnipotenza. Le successive vittorie ad Ulma e ad Austerlitz, la fine del Sacro Romano Impero, i trionfi sui campi di battaglia di Jena e Wagram, lo avrebbero convinto di essere ormai potente quanto Carlo V, l'imperatore del XVI secolo «sulle cui terre non tramontava mai il sole». Il declino sarebbe arrivato soltanto più tardi, con la drammatica spedizione in Russia e poi con le sconfitte di Lipsia e Waterloo.

Furono in molti - dentro e fuori la Francia, dentro e fuori Parigi - a non partecipare all'entusiasmo popolare il 2 dicembre 1804. Affiorava il timore che il generale di umili origini, infatuato (e favorito oltre misura) dalla rivoluzione, avesse dimenticato il passato e puntasse ormai soltanto alla grandeur (della Francia e sua personale). «La folla», racconta Guido Gerosa in una biografia di Napoleone, «era immensa, le case e le strade erano addobbate con mille colori. Ma si notò uno strano silenzio incombente da parte del popolo di Parigi. Erano molto più chiassosi i provinciali venuti da fuori, che impazzavano in un sincero delirio di entusiasmo».

L'Europa si preparava a far guerra a Napoleone, ma i sovrani di diritto divino si sentivano sollevati dopo l'incoronazione del generale. Avevano temuto che la rivoluzione tornasse pericolosa e riesumasse il Terrore, ora che la sua eredità era affidata al più grande condottiero del suo tempo. «Intuirono invece», secondo Gerosa, «che Napoleone tutto era fuorché un rivoluzionario. Dopo la giornata di Notre-Dame egli si presentava piuttosto come il re dei re. Aristocratico, onnipotente, assolutista, come tutti i veri re. E - quel che più contava - senza il minimo rispetto dei diritti dell'uomo. Le teste coronate respirarono. Non per nascita, ma per scelta, il piccolo corso dalla pelle gialla era uno di loro».

Una parte del popolo giunse alla medesima conclusione, con sentimenti opposti. Comprese che Napoleone era diventato il nemico.

CONTROPARTITA. Napoleone non era certo uno stupido. Si rendeva conto che il titolo imperiale creava diffidenze fra i suoi compagni e fra quanti avevano agevolato la sua ascesa. La cerimonia laica in Campo di Marte servì per non perdere il loro consenso. «Era la contropartita indispensabile per calmare gli scrupoli dei vecchi rivoluzionari», scrive il più autorevole biografo di Napoleone, Jean Tulard. Napoleone lesse a voce alta questa formula: «Io giuro di mantenere l'integrità del territorio della Repubblica, di rispettare e far rispettare le leggi del Concordato e la libertà dei culti, di rispettare e far rispettare l'eguaglianza dei diritti, la libertà politica e civile, l'irrevocabilità della vendita dei beni nazionali, di non riscuotere imposte, di non istituire tasse se non per legge, di governare solamente per l'interesse, la felicità e la gloria del popolo francese». Si dichiarò «rappresentante incoronato della rivoluzione trionfante».

Che lo pensasse davvero è opinabile. Che avrebbe mantenuto fede all'impegno è storicamente dimostrato come falso. È probabile tuttavia che, se avesse rispettato sempre la parola data e se non avesse tradito gli ideali rivoluzionari, il suo posto nella storia sarebbe stato di gran lunga inferiore. Qualche anno prima dell'incoronazione, dopo la campagna d'Egitto, confidò a un suo luogotenente: «Se morissi domani, le enciclopedie mi riserverebbero soltanto mezza pagina». Neppure le edizioni tascabili gli offrono così poco spazio. I francesi che lo amarono, lo odiarono, lo amarono, e lo odiarono di nuovo, oggi lo venerano. Il mondo intero - come scrisse Alessandro Manzoni - accolse «percosso e attonito» la notizia della sua morte. La corona sulla testa non gliela mise il papa: gliel'ha messa la Storia.

Marco Martelli