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E' stato ricostruito anche il
bateau-atelier su cui Claude Monet dipingeva gli ineguagliabili
quadri, nella mostra Monet, la Senna, le ninfee: soltanto
l'ouverture della lunga stagione che la città di Brescia dedicherà
ai grandissimi dell'impressionismo. A curarla, l'impareggiabile
Marco Goldin, che dopo Treviso ha accettato quest'altra grande
sfida: fare della città un punto di riferimento per quanti amano
l'arte.
Certo, la provincia lombarda porta
in dote un patrimonio personale di grandissima rilevanza. A parte i
suoi Musei Civici d'Arte e Storia (da quello Romano alla Pinacoteca
Tosio Martinengo, dal Museo del Risorgimento a quello delle Armi),
una straordinaria culla di civiltà è il complesso museale di Santa
Giulia. Antichissimo monastero, fu fondato nel 753 d.C. sui resti
di un sito residenziale di età romana, per volontà del re
longobardo Desiderio e della moglie Ansa. Col trascorrere dei
secoli è stato poi fatto oggetto di numerosi interventi destinati
ad ampliare e ad arricchire la struttura originaria. Cosicché oggi
Santa Giulia, per le stratificazioni che presenta, riassume in sé
la storia stessa della città: dalle origini fino ai giorni nostri,
mentre le sue sale raccontano secoli di arte e di cultura.
Ed è qui che troviamo i circa 100
dipinti che simboleggiano il lungo cammino percorso da Claude Monet
che, dalla visione di impianto descrittivo e naturalistico, lo
portò alla dissoluzione della materia. A guidarlo, la Senna: una
sorta di filo rosso, presente ad ogni passo decisivo della sua vita
artistica e non. Sarà quindi lungo questo corso d'acqua che egli
darà vita a tanti dei suoi quadri più celebri, offrendoci la
possibilità di valutare, con attenzione, il suo procedere verso una
interiorizzazione dell'immagine, quasi che, alla fine, la natura e
il paesaggio sorgessero in lui non più da una visione esteriore, ma
da dentro.
Dalle prime descrizioni del fiume,
nei pressi della foce, tra Le Havre e Honfleur, fino alla
contaminazione con l'acqua del mare: e proprio questo spazio
indistinto, che è fiume e mare insieme, è oggetto di alcuni tra i
primi quadri. Poi il fiume che attraversa Parigi, nella musicalità
affollata del rigoglio fiorito della gente che invade le strade,
fino alla identificazione di quel fiume con la natura, con il suo
splendore. Fiume che diventa così, poco per volta, la lente per
intendere la grandezza e l'evoluzione del pittore, e che la mostra
indicherà con generosità d'esempi e con capolavori. Fino alla serie
celebre, tra il 1896 e il 1897, dedicata ai "Mattini sulla Senna",
quando la visione partecipata del reale sta già virando entro il
territorio della dissoluzione delle forme.
L'idea di Monet, di deviare il corso
del fiume per costituire l'artificio della natura, sarà illustrata
attraverso alcuni quadri celebri, dai Ponti giapponesi alle Ninfee.
La Senna, il motivo unificatore della mostra, si spegne, in fine,
in queste acque stagnanti. Trasformata nella luce di un divenire
che è tempo e spazio insieme. Ecco perché occorreva, alla
conclusione della mostra, indicare anche l'acqua di Giverny come
ulteriore spazio di una grandezza pittorica che aveva già toccato
vertici sublimi. Perché è il fiume, la Senna, il vero
protagonista.
Insieme alle opere di Monet verranno
presentati anche dieci dipinti di Corot e Daubigny, pittori che
costituiscono, prima dell'impressionismo, il vero punto di
partenza; ma anche altri importanti dipinti di quelli che possono
essere considerati i compagni di strada del Maestro. E cioè,
Pissarro, Renoir, Sisley e Caillebotte. Attraverso queste opere,
diciamo così, di contorno, saranno più evidenti gli inizi comuni di
un percorso che ha poi trovato, per ciascuno, strade diverse.
Dal confronto tra l'insieme di opere
verrà fuori il senso finale di questa esposizione: ossia
comprendere come Monet si sia portato entro i confini di una
regione nuova, ormai pienamente novecentesca, e capire come, alla
fine, egli si sia così tanto allontanato dall'impressionismo, di
cui pure è sempre stato considerato il padre: «Un padre che
tradisce il figlio che ha generato».
E non finisce qui. Infatti, oltre
all'esposizione principe su Monet, il Museo di Santa Giulia ospita
altre tre mostre di eccezionale interesse. Come i dieci capolavori
della pittura italiana del Cinquecento, conservati al Louvre nella
Sala degli Stati, chiusa per un restauro coincidente con il periodo
della mostra.
Si tratta di opere di valore
assoluto, che arrivano nella città di Brescia grazie agli ottimi
rapporti instaurati con il museo francese. A parte il soggetto
mitologico di Giuditta che taglia la testa a Oloferne, di Palma il
Giovane, i prestiti provenienti da Parigi possono dividersi in due
generi: da una parte la ritrattistica, che ha i suoi vertici
nell'Autoritratto di Tintoretto e nel Francesco I re di Francia di
Tiziano, dove le ricche vesti sottolineano la indiscutibile
presenza fisica del sovrano. Particolarmente bello anche il
Ritratto di donna con un bambino e un cane di Paolo Veronese.
Dell'altro genere presente, quello
della pittura a carattere religioso, vogliamo ricordare almeno due
opere: Il Calvario, ancora del Veronese, in cui si assiste a un
personalissimo taglio della composizione, strutturata lungo la
diagonale che a partire dalle donne sale fino alla figura del
Cristo in croce, e La Madonna del coniglio, dipinta dal giovane
Tiziano, dove nel dolcissimo volto della Vergine è stata
riconosciuta Cecilia, la moglie dell'artista. Curatori di questa
straordinaria esposizione sono Vincent Pomarède e Jean Habert, del
Museo del Louvre.
Ma c'è ancora un'altra esposizione
che i visitatori di Santa Giulia non dovranno assolutamente
perdere. Si tratta di quella dedicata a Gino Rossi (Venezia, 1884 -
Treviso, 1947), un pittore la cui vicenda umana e artistica fu
davvero straordinaria. Da vent'anni non si realizza più una sua
mostra, dopo quella che gli dedicarono Verona e Venezia in
occasione del centenario della nascita. Non è stato facile
reperirne le opere, disperse in molte collezioni private anche
straniere, oltre che raccolte in alcuni tra i maggiori musei
italiani. I quadri nel catalogo generale sono poco più di cento, un
numero decisamente esiguo. Di questi, Marco Goldin ne presenta
oltre trenta, proponendo così una sorta di summa straordinaria di
quanto il pittore veneziano ha prodotto nel corso della sua
travagliata vita (gli ultimi venti anni della quale trascorsi in
manicomio).
Conclusa la mostra di Rossi, dal 14
gennaio alla fine della stagione espositiva (20 marzo 2005) ne
prenderà il posto uno dei protagonisti dell'arte italiana tra le
due guerre: Mario Mafai. Il che permetterà al visitatore di
ripercorrere, attraverso quadri di valore assoluto, l'intero arco
della sua esperienza artistica. Una pittura per molto tempo venata
di un espressionismo discreto, che seppe tradurre i drammi del
tempo.
Ma, come accennammo all'inizio,
Brescia non è solo Santa Giulia. Questa lunga maratona artistica -
tutte le mostre citate, inaugurate il 23 ottobre, chiuderanno il 20
marzo, ad eccezione di quella su Gino Rossi che terminerà il 13
gennaio 2005 - ha un'altra sede d'eccezione: la Pinacoteca Tosio
Martinengo, risultato dell'unione di due gallerie già costituite
con i lasciti del conte Paolo Tosio (1844) e del conte Francesco
Leopardo Martinengo (1883) e aperta al pubblico nel 1908. Qui
trovano ospitalità altre due eccezionali esposizioni.
Una, dal titolo Da Rembrandt a
Morandi, annovera sessanta capolavori dell'incisione che vanno dal
XV al XX secolo. All'interno della sezione di grafica della
Pinacoteca, che raccoglie tutte le opere su carta di proprietà dei
Musei Civici d'Arte e Storia di Brescia, troviamo la serie,
pressoché completa, delle opere di Albrecht Dürer, ma anche la
sequenza delle incisioni del Cinquecento italiano, rappresentato da
autori quali Marcantonio Raimondi, Parmigianino, Annibale e
Ludovico Carracci. Il Settecento è ben rappresentato dalle
acqueforti dei maestri veneti (Piranesi, Canaletto, i due Tiepolo),
mentre tra gli esemplari ottocenteschi spiccano un'edizione
completa, ancora rilegata, dei "Capricci" di Goya e alcune annate
della rivista francese Le Charivari, con le litografie satiriche di
Daumier. Per le stampe moderne, la Grande natura morta di Giorgio
Morandi, un capolavoro dell'incisione del '900.
La seconda esposizione, Da Raffaello
a Ceruti, riunisce invece circa sessanta opere di pittura datate
tra il XV e il XVIII secolo, ovvero tutti i capolavori della
collezione Tosio Martinengo, che pongono la raccolta bresciana ai
vertici, e non soltanto nel nostro Paese, della pittura antica. Una
rigorosa selezione offre dunque quanto di più suggestivo vi sia
contenuto, a cominciare da opere di bellezza incomparabile di
Raffaello.
Molti dipinti, che provengono da
chiese e palazzi cittadini, rispecchiano il clima artistico
bresciano tre-quattrocentesco, aperto ai richiami del mondo
veneto-bizantino, alle influenze giottesche e al filone "cortese"
di chiara matrice lombarda, rappresentato dalla tavola di San
Giorgio e il drago databile alla seconda metà del XV secolo.
L'interpretazione della realtà,
negli aspetti naturali e umani, che affonda le radici
nell'inventiva innovatrice del Foppa, sarà approfondita anche da
altri due artisti bresciani: Gerolamo Romani, detto il Romanino, e
Alessandro Bonvicino, detto il Moretto. Fra le opere di scuola
veneta cinquecentesca si distingue la tela di Lorenzo Lotto
Adorazione dei pastori, databile al terzo decennio del secolo,
mentre la scuola rinascimentale dell'Italia centrale è
rappresentata soprattutto da L'Angelo e il Cristo benedicente di
Raffaello.
Per il XVII e XVIII secolo merita
particolare attenzione Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto. Pittore
"della realtà", l'artista esalta nelle sue opere il lavoro umile e
quotidiano dei tanti personaggi senza storia. Come la celebre
Lavandaia, le Donne che lavorano, I Calzolai e la Filatrice e altri
ancora... |