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Le sonde statunitensi Voyager I e
Voyager II stanno arrivando ai confini del sistema solare. Entro il
2005 li supereranno, per lanciarsi definitivamente nel Cosmo.
Partite entrambe nell'estate del
1977, si trovano, attualmente, a circa la metà della distanza che
ci separa dal Sole (quasi 150 milioni di chilometri). Fra parecchie
migliaia di anni abborderanno la prima stella («Pazienza
nell'azzurro», usava dire Hubert Reeves, astrofisico e scrittore
del Québec). Ma se dovessero incontrare qualcuno, durante quel
terrificante e meraviglioso tragitto?
L'eventualità (a suo tempo quanto
oggi auspicata) sia dell'esistenza di extraterrestri, sia di un
qualche contatto con essi offrì, al momento del lancio,
un'occasione unica per provare un qualche sapore di immortalità.
Entrambe le sonde portano così dei materiali capaci di raccontare
scampoli di storia e cultura del pianeta Terra, beninteso
articolati con l'intento di suscitare reazioni positive, magari
persino la voglia di venire a conoscerci. Si tratta di un disco
registrato in duplice copia, perfettamente uguale, inserito sia in
Voyager I che in Voyager II, contenente una parte acustica e
un'altra visiva. È in rame placcato oro, diametro 30 centimetri,
sormontato da una targhetta di alluminio con tanto di data e
coordinate planetarie, completo di strumenti per "leggerlo"
immediatamente.
Vi si susseguono espressioni di
saluto in cinquantaquattro lingue (originarie dei cinque
continenti), una selezione di rumori tipici della vita sul nostro
pianeta, un centinaio di fotografie e una sfilata di brani musicali
esemplari dei nostri tanti e diversi periodi, stili, civiltà. Una
sorta di messaggio nel cosmo alla mercé di chiunque prima o poi lo
trovi. Tanto tempo fa lo si faceva con una bottiglia in mare. Però
l'atteggiamento è davvero nuovo: mai prima d'ora, infatti, partendo
alla conquista di un territorio, ci eravamo premurati di omaggiarne
gli abitanti, e con un tale rispetto.
Così, ad esempio, si rivolge a loro
Jimmy Carter, allora presidente degli Stati Uniti: «Se risolveremo
i nostri problemi, speriamo di poterci trovare, un giorno, in un
insieme di civiltà galattiche. Cerchiamo di sopravvivere alla
nostra epoca per poter accedere alla vostra». Le sue parole sono
registrate di fianco a quelle di Kurt Waldheim, all'epoca
segretario generale delle Nazioni Unite: «Indirizzo i miei saluti a
nome del popolo dell'intero nostro pianeta. Noi usciamo dal sistema
solare e ci immergiamo nell'universo per cercare nient'altro che un
contatto pacifico».
Seguono messaggi in aramaico, russo,
sumero, francese, quechua, urdu, inglese, birmano, fiammingo,
cingalese, arabo, spagnolo, tedesco, italiano, ebraico, greco,
giapponese, persiano, thailandese, armeno. In mezzo, c'è anche un
linguaggio non umano: quello di una balena, inserito
presumibilmente per ammonirci che noi cerchiamo l'intelligenza al
di là delle nostre frontiere cosmiche, ma ancora non siamo stati
capaci di esplorare a fondo il nostro pianeta, specialmente le
civiltà più antiche. Perché mai gli alieni dovrebbero (o
potrebbero) conoscere almeno uno di questi linguaggi, è domanda che
tuttavia rimane senza risposta.
La sezione fotografica consiste in
una carrellata un po' struggente del nostro pianeta. Questa sorta
di guida turistica tanto improbabile quanto affascinante riunisce
elementi fra i più diversi e distanti, tipo il Tai Mahal, un jet in
volo, un astronauta nello spazio, il Mar Morto, Sinai e Nilo visti
da un satellite, un aborigeno australiano, una danzatrice di Bali,
alcuni artigiani thailandesi, un vecchio turco con barba e
occhiali, un raccolto del cotone, la Grande Muraglia cinese, la
sede dell'Onu (il Palazzo di Vetro, visto di giorno e di notte).
Ognuno di noi, leggendo, si rammaricherà per esclusioni dovute o a
scelte soggettive o a ragioni temporali obiettive. Consoliamoci,
certamente i nostri (eventuali) interlocutori hanno tutt'altri
parametri...
Alla parte visiva ne seguono due
acustiche. Intanto, un campionario di una quarantina di rumori,
peraltro così caratteristici dell'ambiente Terra che noi
praticamente non riusciamo più a percepirli. Poi, 92 minuti evocano
le musiche del mondo: dei nostri nord, sud, est, ovest, con gli
infiniti incroci - primordiali, geografici, etnici, direzionali,
emotivi, intellettuali, tecnologici - e le infinite commistioni
delle quali l'umanità si nutre.
Fra i rumori della Terra, ci sono
passi su un acciottolato, battiti del cuore, cavalli e carrozzelle,
qualche accordo tuttora misterioso della cosiddetta musica dello
spazio, alcune risate, il pianto di un neonato, il ticchettio
dell'alfabeto morse, un gracidare di rane; e poi, crepitìo di
fiamme, cinguettio di uccelli, sgocciolio di pioggia, gemito del
vento. Chissà se tali rumori potranno avere mai un qualche
significato per gli eventuali alieni. «Anche se, com'è probabile,
questo materiale rimanesse in grande parte non decifrato, noi lo
trasmettiamo comunque, perché l'importante è tentare», commentò a
suo tempo l'astrofisico statunitense Carl Sagan, che ebbe un ruolo
determinante in questa e in altre spedizioni verso i pianeti del
sistema solare.
Infine, la parte dedicata al
linguaggio universale per eccellenza: la musica, l'arte più
immateriale di tutte, senza la quale è impensabile vivere. Ammesso
che esista un modo per entrare in comunicazione con eventuali
alieni, questo ci verrà certamente dalla musica. A loro proporremo
da Bach a Beethoven e Mozart, da un râga indiano al canto di un
pastore bulgaro (interpretato da Valya Balkanska, la cui voce è
stata di recente inserita, dall'Unesco, nel Patrimonio Culturale
dell'Umanità), e suoni provenienti dall'Azerbaigian e da Giava, dal
Senegal, al Perù, alla Russia e alla Francia. Secondo lo stesso
Sagan, «alcuni brani esprimono il nostro sentimento di solitudine
cosmica, l'auspicio di mettere fine al nostro isolamento, il
desiderio di entrare in contatto con altri esseri nel Cosmo».
Il problema è sopravvivere alla
nostra epoca. Se ci riusciremo - impresa tutt'altro che scontata -
un giorno lontano potremo, forse, ritrovarci tutti insieme in una
scia di civiltà galattiche. |