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Sinfonie spaziali

Musica, ma anche parole ed immagini, nel disco inserito nelle due sonde Voyager lanciate oltre i confini del sistema solare, nell'eventuale contatto con genti di altri mondi

Magnetico primo piano di Adriana Asti.

Le sonde statunitensi Voyager I e Voyager II stanno arrivando ai confini del sistema solare. Entro il 2005 li supereranno, per lanciarsi definitivamente nel Cosmo.

Partite entrambe nell'estate del 1977, si trovano, attualmente, a circa la metà della distanza che ci separa dal Sole (quasi 150 milioni di chilometri). Fra parecchie migliaia di anni abborderanno la prima stella («Pazienza nell'azzurro», usava dire Hubert Reeves, astrofisico e scrittore del Québec). Ma se dovessero incontrare qualcuno, durante quel terrificante e meraviglioso tragitto?

L'eventualità (a suo tempo quanto oggi auspicata) sia dell'esistenza di extraterrestri, sia di un qualche contatto con essi offrì, al momento del lancio, un'occasione unica per provare un qualche sapore di immortalità. Entrambe le sonde portano così dei materiali capaci di raccontare scampoli di storia e cultura del pianeta Terra, beninteso articolati con l'intento di suscitare reazioni positive, magari persino la voglia di venire a conoscerci. Si tratta di un disco registrato in duplice copia, perfettamente uguale, inserito sia in Voyager I che in Voyager II, contenente una parte acustica e un'altra visiva. È in rame placcato oro, diametro 30 centimetri, sormontato da una targhetta di alluminio con tanto di data e coordinate planetarie, completo di strumenti per "leggerlo" immediatamente.

Vi si susseguono espressioni di saluto in cinquantaquattro lingue (originarie dei cinque continenti), una selezione di rumori tipici della vita sul nostro pianeta, un centinaio di fotografie e una sfilata di brani musicali esemplari dei nostri tanti e diversi periodi, stili, civiltà. Una sorta di messaggio nel cosmo alla mercé di chiunque prima o poi lo trovi. Tanto tempo fa lo si faceva con una bottiglia in mare. Però l'atteggiamento è davvero nuovo: mai prima d'ora, infatti, partendo alla conquista di un territorio, ci eravamo premurati di omaggiarne gli abitanti, e con un tale rispetto.

Così, ad esempio, si rivolge a loro Jimmy Carter, allora presidente degli Stati Uniti: «Se risolveremo i nostri problemi, speriamo di poterci trovare, un giorno, in un insieme di civiltà galattiche. Cerchiamo di sopravvivere alla nostra epoca per poter accedere alla vostra». Le sue parole sono registrate di fianco a quelle di Kurt Waldheim, all'epoca segretario generale delle Nazioni Unite: «Indirizzo i miei saluti a nome del popolo dell'intero nostro pianeta. Noi usciamo dal sistema solare e ci immergiamo nell'universo per cercare nient'altro che un contatto pacifico».

Seguono messaggi in aramaico, russo, sumero, francese, quechua, urdu, inglese, birmano, fiammingo, cingalese, arabo, spagnolo, tedesco, italiano, ebraico, greco, giapponese, persiano, thailandese, armeno. In mezzo, c'è anche un linguaggio non umano: quello di una balena, inserito presumibilmente per ammonirci che noi cerchiamo l'intelligenza al di là delle nostre frontiere cosmiche, ma ancora non siamo stati capaci di esplorare a fondo il nostro pianeta, specialmente le civiltà più antiche. Perché mai gli alieni dovrebbero (o potrebbero) conoscere almeno uno di questi linguaggi, è domanda che tuttavia rimane senza risposta.

La sezione fotografica consiste in una carrellata un po' struggente del nostro pianeta. Questa sorta di guida turistica tanto improbabile quanto affascinante riunisce elementi fra i più diversi e distanti, tipo il Tai Mahal, un jet in volo, un astronauta nello spazio, il Mar Morto, Sinai e Nilo visti da un satellite, un aborigeno australiano, una danzatrice di Bali, alcuni artigiani thailandesi, un vecchio turco con barba e occhiali, un raccolto del cotone, la Grande Muraglia cinese, la sede dell'Onu (il Palazzo di Vetro, visto di giorno e di notte). Ognuno di noi, leggendo, si rammaricherà per esclusioni dovute o a scelte soggettive o a ragioni temporali obiettive. Consoliamoci, certamente i nostri (eventuali) interlocutori hanno tutt'altri parametri...

Alla parte visiva ne seguono due acustiche. Intanto, un campionario di una quarantina di rumori, peraltro così caratteristici dell'ambiente Terra che noi praticamente non riusciamo più a percepirli. Poi, 92 minuti evocano le musiche del mondo: dei nostri nord, sud, est, ovest, con gli infiniti incroci - primordiali, geografici, etnici, direzionali, emotivi, intellettuali, tecnologici - e le infinite commistioni delle quali l'umanità si nutre.

Fra i rumori della Terra, ci sono passi su un acciottolato, battiti del cuore, cavalli e carrozzelle, qualche accordo tuttora misterioso della cosiddetta musica dello spazio, alcune risate, il pianto di un neonato, il ticchettio dell'alfabeto morse, un gracidare di rane; e poi, crepitìo di fiamme, cinguettio di uccelli, sgocciolio di pioggia, gemito del vento. Chissà se tali rumori potranno avere mai un qualche significato per gli eventuali alieni. «Anche se, com'è probabile, questo materiale rimanesse in grande parte non decifrato, noi lo trasmettiamo comunque, perché l'importante è tentare», commentò a suo tempo l'astrofisico statunitense Carl Sagan, che ebbe un ruolo determinante in questa e in altre spedizioni verso i pianeti del sistema solare.

Infine, la parte dedicata al linguaggio universale per eccellenza: la musica, l'arte più immateriale di tutte, senza la quale è impensabile vivere. Ammesso che esista un modo per entrare in comunicazione con eventuali alieni, questo ci verrà certamente dalla musica. A loro proporremo da Bach a Beethoven e Mozart, da un râga indiano al canto di un pastore bulgaro (interpretato da Valya Balkanska, la cui voce è stata di recente inserita, dall'Unesco, nel Patrimonio Culturale dell'Umanità), e suoni provenienti dall'Azerbaigian e da Giava, dal Senegal, al Perù, alla Russia e alla Francia. Secondo lo stesso Sagan, «alcuni brani esprimono il nostro sentimento di solitudine cosmica, l'auspicio di mettere fine al nostro isolamento, il desiderio di entrare in contatto con altri esseri nel Cosmo».

Il problema è sopravvivere alla nostra epoca. Se ci riusciremo - impresa tutt'altro che scontata - un giorno lontano potremo, forse, ritrovarci tutti insieme in una scia di civiltà galattiche.

Ornella Rota