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Per non parlare del cibo

Figlia del benessere e dell'opulenta civiltà occidentale, l'anoressia, disturbo psichico legato ai condizionamenti sociali e culturali, non è però soltanto un male del nostro tempo. E non interessa solo le donne

Anoressia (dal greco an e orexis) letteralmente significa "assenza di appetito". Può essere causata da patologie fisiche, ma è soprattutto l'anoressia mentale o nervosa quella più diffusa nel mondo civile e industrializzato. La rinuncia volontaria al cibo, più frequente nelle donne in età adolescenziale, ne è il sintomo principale, e può portare a gravi forme di denutrizione, quando non (nel 5% dei casi) alla morte.

Parlando di anoressia ci viene subito spontaneo associarla alla bulimia, o "fame da bue" (dal greco bous e limòs). Questa è solo in apparenza una patologia opposta all'anoressia. L'ingestione nervosa di quantità enormi di cibo è lo stesso disagio rivolto allo specchio, la stessa volontà di controllo totale sul proprio corpo. Come per l'anoressia, infatti, il cibo viene eliminato col vomito, ma a differenza di essa non vi sono evidenti variazioni di peso.

Anoressia e bulimia sono, insomma, due facce della stessa medaglia. Il rifiuto o, all'opposto, un desiderio spasmodico del cibo, che nascondono - il più delle volte - una mancata accettazione di se stessi, che si cerca di compensare con un'illusoria onnipotenza sul corpo, sottoponendosi a forme estreme di ascetismo.

Del resto, la moda, il cinema e lo spettacolo ci impongono ogni giorno un canone estetico femminile sempre più esile ed incorporeo. Il bombardamento delle immagini pubblicitarie da parte dei mass media, per non parlare poi delle diete, in agguato dietro ogni pagina di giornale, non fanno che consolidare questo standard, alle cui regole si cerca d'istinto di attenersi.

Ormai abbiamo imparato a riconoscere l'anoressia nei profili incavati, nelle braccia ossute, nelle scapole e nei bacini sporgenti. Sono soprattutto le modelle ad inseguire costantemente questo ideale di magrezza innaturale, dal momento che il mondo della moda lo impone. E mentre la bambola Barbie, accusata di essere un esempio fuorviante, perché rappresentava un'immagine distorta - troppo perfetta e magra - della donna, veniva assolta…"per mancanza di prove", negli anni Settanta era Twiggy a lanciare la moda delle indossatrici scheletriche.

L'anoressia è figlia del nostro benessere, della nostra opulenta civiltà occidentale. Ma non è soltanto un male dei nostri tempi, frutto di mode e modelli distorti, di una cura ossessiva per la forma fisica. L'anoressia è soprattutto un disturbo psichico - legato a problemi familiari, a fragili equilibri emotivi o a carenze affettive - su cui fanno leva con maggiore facilità condizionamenti sociali e culturali.

Una volta non si conosceva la vera natura di certi squilibri alimentari: l'anoressia non era considerata una malattia nervosa (fu riconosciuta tale solo nel XX secolo) ed è per questo che solo a posteriori è stato possibile diagnosticarla a molti celebri personaggi del passato. Il che ha ridimensionato le cause sociali ed estetiche, mettendo in luce l'elemento psichico quale principale fattore della malattia.

Elisabetta d'Austria (1837-1898), la principessa Sissi moglie dell'imperatore Francesco Giuseppe, per mantenere un peso di 50 chili (era alta 1 metro e 72) si imponeva delle diete rigorosissime ed attività sportive come il nuoto, l'ippica e lunghe passeggiate. Le quattro gravidanze la spinsero a diete sempre più drastiche, che inventava lei stessa, a base di carne cruda, sangue di bue, moltissimo latte. I frequenti disturbi nervosi e la depressione, causati dalla fragilità emotiva e dall'incapacità di sopportare la rigidità delle regole di corte, in particolare il controllo severo e impietoso della regina madre (che non le mostrò mai affetto), sono stati da molti storici e biografi attribuiti all'anoressia nervosa.

Una principessa infelice dei nostri tempi è stata Diana Spencer (1961-1997). Tutti ricorderanno le sue dichiarazioni alla televisione, in cui confessò la bulimia, il fallimento del matrimonio ed il rapporto difficile con la regina Elisabetta, suocera dal carattere ferreo.

E soffrì quasi certamente di anoressia anche un personaggio discusso e controverso come Evita Duarte (1919-1952), moglie del presidente argentino Juan Domingo Perón. Sin dall'infanzia ebbe problemi col cibo e una vera e propria ossessione per la forma fisica. Criticata spesso per lo sfoggio sfrontato di ricchezza (famosi i suoi inopportuni defilé di abiti, pellicce e gioielli di lusso, durante il viaggio presidenziale nell'Europa prostrata dalla guerra), seppe anche farsi amare dalle classi più deboli e più povere della popolazione.

L'anoressia o la bulimia sono malattie principalmente femminili ma non sono pochi gli uomini che hanno sofferto, e soffrono, di questo disturbo dell'alimentazione. La storia della letteratura ci riserva qualche sorpresa, e annovera tra i più famosi anoressici Franz Kafka (1883-1924). In una sua lettera del 1921 leggiamo: «Se l'aspirazione alla perfezione mi rende impossibile raggiungere la donna, dovrebbe rendermi impossibile anche tutto il resto, il cibo, l'ufficio, ecc. Questa impossibilità esiste di fatto, l'impossibilità di mangiare ecc., salvo che non dà così rudemente nell'occhio come l'impossibilità di prender moglie».

Il rifiuto del cibo, in questo grande scrittore del Novecento, è associato di frequente al rapporto tormentato col padre, di cui proprio l'avidità nel mangiare è una delle manifestazioni di fisicità che infastidisce maggiormente il figlio. «Poiché tu, in considerazione del tuo vigoroso appetito e di una tua particolare attitudine, mangiavi tutto rapidamente, bollente e a grossi bocconi, anche tuo figlio doveva affrettarsi, e a tavola regnava un cupo silenzio, interrotto dalle esortazioni: "Prima mangia, poi parla", oppure: "Più alla svelta, più alla svelta", oppure: "Vedi, io ho già finito da un bel pezzo". Gli ossi non si potevano rosicchiare, ma tu lo facevi. A tavola ci si doveva occupare solo del pasto: tu però facevi la punta alle matite».

Si dice che la follia sia l'essenza stessa del genio. La poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886) soffrì con molta probabilità di anoressia nervosa accompagnata da vari altri squilibri psichici. Dal trentesimo anno d'età scelse un'esistenza ascetica e solitaria, al riparo dal mondo, tra le mura della sua stanza. Nonostante la condizione di reclusa separata dal mondo reale, la Dickinson seppe dare ai suoi versi la passione violenta dell'esperienza di vita, esperienza spiata più che vissuta, desiderata e mai realizzata.

Rifiutò il cibo perché l'unico suo nutrimento era la poesia. Pensando ai posteri che avrebbero letto i suoi versi scrisse: «Mi preparo per loro/ e cerco il buio finché non sia pronta./ Il lavoro è solenne,/ con una sola e sufficiente dolcezza:/ che una rinunzia come questa mia/ procuri loro un cibo/ più puro, se riesco;/ se non riesco, avrò avuto lo slancio/ del desiderio». Alimentando il desiderio con la privazione, la poetessa rinuncia al nutrimento del corpo e spinge l'anima oltre i confini del mondo materiale. Questa «fame fredda, senza sosta, senza fine...» nei versi di Emily Dickinson è un vuoto incolmabile, lo stesso che ha tormentato Virginia Woolf, Karen Blixen, e tante altre scrittrici.

Oggi si sa molto di più di questa malattia rispetto al passato, il che rende meno difficile il compito dei genitori, sempre più angosciati per i mille pericoli che minacciano l'esistenza dei loro figli: incidenti automobilistici, droga, Aids eccetera. Una lista già troppo lunga, a cui si aggiungono depressione e anoressia. Le cattive compagnie non sono però l'unico vero pericolo; assai spesso la causa del disagio psichico si nasconde proprio entro le mura domestiche.

Elisa Quilici