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Ernest Hemingway, in uno dei suoi
racconti più riusciti e noti, Le nevi del Kilimangiaro, riassume in
un distico di poche righe una storia enigmatica: quella di un
leopardo andato a morire vicino alla vetta occidentale
dell'imponente montagna, ben oltre i cinquemila metri d'altezza.
«Nessuno ha saputo spiegare», conclude lo scrittore, «cosa cercasse
il leopardo a quell'altitudine».
Un enigma analogo dobbiamo proporci
dinanzi alla figura di Arthur Rimbaud, il "poeta bambino" che fu
subito maestro senza essere mai stato discepolo. A 26 anni, quando
già aveva composto le opere che dovevano assicurargli
l'immortalità, lasciò il suo mondo e i suoi sogni d'arte e si
trasferì in Africa, dove si guadagnò da vivere come mercante, dando
prova di una spregiudicatezza solitamente ignota ai poeti. Restò
nel continente nero undici anni, e vi sarebbe rimasto di più se un
cancro non l'avesse riportato quasi agonizzante in Francia, dove
morì il 10 dicembre 1891, a soli 37 anni.
Che cosa era andato a cercare in
quelle terre lontane e desolate il poeta giovinetto che aveva
qualcosa di angelico nello sguardo azzurrino e qualcosa di satanico
nello spirito? Era naturale che un simile mistero riverberasse su
di lui un alone di leggenda, ed era naturale che questa leggenda ne
rendesse ancor più falsa e indecifrabile la vita e l'opera. Si è
detto che egli preferisse al sogno la vita attiva, che la sua
poesia tendesse al superamento dell'arte per giungere, attraverso
l'esplorazione dell'ignoto, alla realtà vera. Certo è che egli
avvertì in un determinato momento di aver esaurito il proprio
compito. Scrive Mario Richter, uno dei più accreditati studiosi di
Rimbaud: «La sua testimonianza, terribile, l'aveva data… Aveva
esaurito le sue energie. Aveva dato tutto se stesso. Aveva pagato
di persona. Non gli era rimasto che mettersi da parte, andare
via».
Tuttavia questa è solo un'ipotesi,
per quanto ben congegnata, e la domanda inquietante che abbiamo
sollevato all'inizio torna a proporsi, e a suscitare le
interpretazioni più disparate, non escluse quelle in chiave
psicanalitica. E la leggenda continua ad amplificarsi e a
presentarci di volta in volta un Rimbaud occultista e cabalista,
mago, santo e mistico, patriota e disfattista, comunardo e
bolscevico, provinciale e borghese. Fino alla sublimazione ultima
che ne fa un profeta, un superuomo, un angelo (del bene e del
male), un essere capace di raccogliere in sé tutte le aberrazione
dell'età "dell'angoscia".
Per sollevare questo velo di mistero
e di mito è necessario tornare alle origini, cioè leggere (o
rileggere, per chi già lo avesse fatto) la sua opera poetica, con
animo sgombro di pregiudizi e quasi prescindendo, se possibile,
dalle interpretazioni della critica; e ripercorrere, magari anche
attraverso le lettere, la vicenda esistenziale, complessa e
tormentata, del poeta. A partire da Charleville, la piccola
cittadina delle Ardenne che gli diede i natali, fino ad Harar, la
città dell'Etiopia dove trascorse gli ultimi anni di vita e dove si
manifestò il terribile male che doveva portarlo alla tomba.
L'occasione per una rivisitazione, e per un bilancio, ci è data
oggi dal 150° anniversario della sua nascita, avvenuta per
l'appunto il 20 ottobre 1854.

Il padre del poeta, Frédéric, era un
ufficiale di fanteria. Ebbe, prima del figlio, la passione per
l'Africa (la sua carriera si era svolta prevalentemente in Algeria)
e quella per la scrittura. I doveri militari lo tenevano spesso
lontano di casa, fin quando non decise di lasciare la famiglia e
sparire; sicché Arthur non lo conobbe quasi. La madre, Vitalie
Cuif, era una donna autoritaria e terribilmente intransigente, che
non seppe mai essere di aiuto al figlio. Arthur fece studi proficui
nel Collège di Charleville, imparando in fretta i fondamenti
dell'ars poetica e la lingua latina, e acquisendo gran
dimestichezza con i classici (a 10 anni compose i suoi primi
versi). Ma soprattutto trovò un interlocutore intelligente e
premuroso - un po' padre, un po' fratello - nell'insegnante di
retorica, George Izambard. Il promettente allievo si segnalò ben
presto per i suoi componimenti in latino: «Egli scriveva con
verve», ricorderà Izambard, «per il solo gusto del virtuoso, in una
lingua che voleva e sapeva render chiara ed eloquente, proprio come
il suo francese d'allora… o l'etiopico che parlerà correttamente
alla fine della sua vita». Subito dopo, a 16 anni, cominciò a
scrivere versi "parnassiani" che inviò, sperando nella
pubblicazione, a Theodore de Banville.
La sua strada era segnata, e la sua
personalità sembrava già formata, con il rifiuto sdegnoso della
normalità ottusa della provincia, con la rivendicazione di
un'operosa solitudine. È il 1870: l'anno per la Francia della
guerra contro la Prussia, e Arthur è sempre più infastidito dal
patriottismo tronfio e vuoto dei borghesi di provincia, che in
verità hanno a cuore solo i loro interessi di bottega. Il suo
sguardo è rivolto a Parigi, che egli non conosce, ma che sa essere
terra di cultura e di libertà. Senza un soldo in tasca, tenta
un'impossibile fuga che finisce alla prefettura di Mazas. Sarà il
suo professore a liberarlo, ma ben presto Madame Rimbaud pretenderà
il ritorno del fuggitivo. Annota desolatamente il poeta, riportato
a casa: «Io muoio, mi decompongo nella volgarità, nella cattiveria,
nel grigiore. Che volete, io mi perdo ad adorare la libertà
assoluta».
Il 18 marzo 1871 a Parigi viene
proclamata la Comune, il tentativo di instaurare una forma di
governo basata sul suffragio universale e sulla gestione operaia
dell'economia. Arthur che, oltre ad aver fatto propria la lezione
dei classici, ha letto le opere di Louis Blanc e di Proudhon, di
Thiers e di Michelet, si lascia prendere dal sacro fuoco della
rivoluzione. Questa volta riesce ad arrivare a Parigi, dove
partecipa all'insurrezione e scrive canti di battaglia.
L'esperienza si rivelerà deludente, ma gli consentirà di maturare
un nuovo stile poetico e, soprattutto, di teorizzare un nuovo modo
di essere poeta.
Egli si farà "veggente", non già nel
senso eroico di Hugo, ma in quanto, liberandosi delle
infrastrutture culturali che fanno da velo alla nostra conoscenza,
potrà attingere la verità autentica. «La Poesia», afferma, «non si
limiterà a ritmare l'azione: essa sarà più avanti». Di qui il
rifiuto di tutte le sue composizioni precedenti, e l'invito a Paul
Demeny - un nuovo amico - a bruciare tutti i versi fatti fino a
quel momento. L'invito fu disatteso, ed è una vera fortuna, giacché
in tal modo furono salvate composizioni di grande pregio, in
particolare il celebre sonetto sulle forme, i colori e i suoni
delle vocali (Voyelles) e il poemetto simbolico-esistenziale del
battello ebbro (Le bateau ivre): due testi che, per la sicurezza
del dettato e la novità dell'invenzione, sono punti di riferimento
della lirica europea moderna e contemporanea.
Da maggio a settembre ritroviamo
Arthur a Charleville a meditare nuove fughe, ma l'assoluta mancanza
di risorse ne complica i piani. La madre, avara e bigotta, gli
passa 10 centesimi la domenica per pagarsi la sedia in chiesa, e
null'altro. Scrive a Verlaine, i cui versi (Fêtes galantes, La
bonne chanson) egli ha letteralmente divorato, e chiede il suo
aiuto. Verlaine che, a 26 anni, è già poeta affermato, gli
risponde: «Venite, cara grande anima, vi chiamiamo, vi aspettiamo».
Inizia così un sodalizio, non solo artistico, che susciterà non
poco scandalo in Francia e in Europa.
Il poeta più affermato accoglierà
generosamente il ragazzo prodigio. Gli darà ospitalità, e in
seguito gli aprirà le porte di altre case parigine; gli farà
conoscere i suoi amici, poeti, pittori: un po' scapestrati,
bevitori di assenzio e fumatori di hashish, ma spesso geniali. Il
poeta bambino non si integrò mai del tutto nel gruppo, e una sera,
in preda ai fumi dell'alcool, dopo un aspro battibecco, tirò fuori
una lama con cui tentò di aggredire un rivale.
Le cose andarono diversamente con
Verlaine. Fra i due si stabilì un'amicizia intensa, fatta di poesia
e, diciamo la parola, di amore. Nel luglio 1872 Verlaine, che
all'epoca aveva una giovane moglie e un figlio, ritenendo quella
situazione insostenibile, lascia tutto e parte con Arthur per
Bruxelles. Scrive alla moglie in quell'occasione: «Mia povera
Mathilde, non ti addolorare, non piangere, sto facendo un brutto
sogno, un giorno tornerò». Andarono prima in Belgio e poi a
Londra.
Ma c'era sempre qualcuno che
s'incaricava di riportarli a casa: la madre di Verlaine e quella,
assai meno comprensiva, di Rimbaud. E poi c'era il pensiero degli
altri che cominciava ad assillarli: la lontananza dei vecchi amici,
la miseria, la noia, e quella infelicità di cui i poeti non sanno
fare a meno. Verlaine soprattutto era molto inquieto. La natura
capricciosa, talvolta isterica, del suo compagno ne esasperava
l'animo già esacerbato. Il 3 luglio 1873 dopo un banale litigio,
Verlaine all'improvviso s'imbarcò alla volta di Ostenda e se ne
andò.
Ma la determinazione, appena presa,
era già in discussione. Si profilò allora un'altra ipotesi: por
fine a ogni problema con il suicidio. I due poeti si rividero l'8
luglio a Bruxelles, senza riuscire a sciogliere il bandolo della
matassa. Alla fine, fuori di sé, il 10 luglio Verlaine sparò tre
colpi di pistola contro l'amico, mancandolo due volte e ferendolo
la terza a un polso. Rimbaud finì all'ospedale, Verlaine in carcere
preventivo, dove l'8 agosto fu condannato a due anni di prigione e
a 200 franchi di multa, nonostante Rimbaud avesse ritirato la sua
denuncia. La condanna fu confermata in appello. Era la fine per
entrambi di una stagione "magica", di una vita "inimitabile". Dopo,
niente sarà più uguale: Verlaine cercherà una rigenerazione
passando attraverso una crisi religiosa; Rimbaud si rinserrerà
nella solitudine, nella tragica alterità del poeta dinanzi al
mondo, fino al momento della fuga - la rottura definitiva con il
proprio passato e, in qualche modo, con la propria identità.
Ma prima dell'Africa ci sarà il
doloroso raccoglimento nella quiete di Roche - il paesino dov'era
il podere di famiglia - che produrrà il frutto più maturo: Une
Saison en Enfer (Una stagione all'inferno). In questa opera, una
sorta di ossessionante autobiografia, Rimbaud riversò la sua
amarezza e la sua delusione per la realtà di una vita fallita e di
una poetica incompresa. Anche se in seguito scriverà le
Illuminations, portate a termine nel 1875, Une Saison en Enfer
conclude drasticamente la sua prima vita e ne costituisce il
riepilogo. Scrive il poeta: «Tutte le feste ho creato, tutti i
trionfi, tutti i drammi. Cercai d'inventare fiori nuovi, nuovi
astri, nuove carni e lingue nuove. Ho creduto di acquistare
sovrannaturali poteri. Ebbene! io devo sotterrare la mia
immaginazione e i miei ricordi! Bella gloria d'artista e narratore
andata a monte! Io! io che mi sono detto mago o angelo, esente da
ogni moralità, eccomi per terra, in cerca di un dovere, con la
scabrosa realtà da stringere! Bifolco!». È la confessione di una
sconfitta, un immergersi nella mistica della disperazione, un
abbandonarsi a brevi estasi illusorie, un corteggiamento della
follia.
Nasce adesso, sulle rovine del
poeta, il viaggiatore instancabile e curioso: dapprima la spola fra
Londra e Parigi, con qualche puntata in Italia, Austria e Olanda.
Di qui s'imbarca per Sumatra e Giava; poi torna in Europa, e si
ferma a Stoccolma, dove lavora in un circo; infine raggiunge
Amburgo, ed offre i suoi servigi a una ditta di prodotti coloniali.
Prima di raggiungere Aden, sul mar Rosso, continua a girovagare:
Alessandria d'Egitto, in cui spera di trovare lavoro, e Cipro, dove
diventa capocantiere di un'impresa che sfrutta una cava di
pietra.
Nel maggio dell'80 si trasferisce
definitivamente in Africa, ad Aden e poi ad Harar. Si dedica alle
esplorazioni e soprattutto agli affari: trafficante d'armi, di
casseruole, di arachidi, di avorio, di pelli (ma non di schiavi,
come qualcuno sospettò). Non rimpiange il passato, o almeno non ne
dà l'impressione. Dopo tanta povertà ha raggiunto adesso una certa
agiatezza. Ma non è felice. Nelle lettere annota meditazioni
sconsolate sull'esistenza: «Fortunatamente questa vita è la sola
che abbiamo… perché non si potrebbe immaginarne un'altra così
insopportabile»; «Ogni uomo è schiavo di questa fatalità
miserabile, a Aden come altrove»; «L'uomo consuma tre quarti del
suo tempo nella sofferenza, e un quarto per riposarsi; quasi sempre
crepa di miseria senza avere un progetto di vita».
Verrà la morte anzi tempo a dargli
la pace. Gli ultimi giorni furono costellati di dolori indicibili;
di tanto in tanto però cadeva in un torpore dolce e rassegnato. La
sorella, che amorevolmente lo assisteva, disse: «Finisce la sua
vita in una sorta di sogno continuo». |