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E'appena l'alba del 25 settembre
1622 quando il portone del Ricovero delle Convertite di Santa
Valeria, a Milano, si apre per far passare una figura che, più che
camminare, viene trascinata: una larva, coperta da brandelli sudici
di quello che un tempo era stato il suo abito monacale,
scarmigliata, mentre un pallore mortale copre un viso un tempo
splendido. Nulla lascia supporre che quel fantasma sia stata una
donna tanto bella e tanto peccatrice.
Denunziata all'anagrafe come
Marianna, la protagonista di una delle più drammatiche vicende di
amore e dannazione, era nata a Milano il 7 gennaio 1575, figlia
minore di don Martino de Leyva, feudatario di Monza, e della
ricchissima donna Virginia Marino. Come in tutte le grandi famiglie
del tempo, nelle quali la legge del maggiorasco obbligava il padre
ad assegnare il patrimonio al primogenito, per la giovane non
restava che il Convento.
Marianna era ancora nel ventre della
madre che la sua vita futura era già stabilita. Bambole vestite da
monaca furono i suoi primi balocchi e quando il padre o altri
parenti volevano lodare l'aspetto florido della fanciullina, non
trovavano altre parole se non: «Che madre badessa!». L'infanzia di
Marianna non ebbe nulla dell'innocenza e della gaiezza infantili.
La piccola crebbe sballottata da una governante all'altra (la madre
era morta di peste quando lei aveva un anno), mentre il padre,
costretto dalle sue cariche militari ad allontanarsi di frequente,
non aveva che qualche ritaglio di tempo per la figlia, nella quale
la solitudine accentuava sempre più il carattere introverso, mentre
nasceva in lei il concetto che di fronte ai privilegi si spalancano
tutte le porte.
Nell'ombra intanto don Martino
continuava a tessere i fili di una trama indegna, deciso a mettere
le mani sulla somma cospicua comunque spettante a Marianna dopo
l'assegnazione del maggiorasco al fratello. Complici i parenti, che
lo aiutavano nel difficile assedio all'innocente, organizzò un
piano di coercizione mascherato da consigli paterni e la fanciulla
fu spinta verso il convento: ad ogni passo che faceva le dicevano
che comunque l'ultima decisione spettava a lei.
Avvenne così che il 25 marzo 1589,
Marianna, non ancora quattordicenne, varcò il portone del Convento
di Santa Margherita, a Monza. Per qualche tempo visse giorni
tranquilli, scanditi dallo studio e dalle preghiere con le altre
ragazze ospiti del Convento. L'idea del chiostro era come lontana,
sfocata. Ma, col passare dei mesi, le cose cominciarono a cambiare.
Non più discorsi da bimbe, ma da giovinette consapevoli del loro
domani: feste, balli e perfino matrimoni. Perché non avrebbe potuto
anche lei vivere quella vita? Mentre speranza e disperazione si
altalenavano nella sua mente, coartata dall'incessante
martellamento del padre, alleato alle monache nello spiare il
"momento decisivo", in un tumulto di pensieri confusi Marianna
pronunziò il "sì", e fu monaca per sempre.
Sul giardino del Convento di Santa
Margherita si aprivano le finestre del Palazzo degli Osio, nobile
famiglia del Bergamasco, a cui apparteneva il giovane Gianpaolo:
bello, intraprendente, spregiudicato, ricercato dalla giustizia per
aver accoltellato un suo nemico. Costretto agli "arresti
domiciliari", passava lunghe ore alla finestra, dalla quale si
divertiva a guardare nel giardino delle monache. Guardava in
particolare una suorina, giovane e molto bella, e un giorno, per
attirarne l'attenzione, si arrampicò su un albero e da lontano le
fece un cenno di saluto. Un gesto a cui - nella frase ormai passata
alla storia - «la sventurata rispose». Lei infatti ricambiò lo
sguardo con negli occhi un lampo che non lasciava adito a dubbi. La
schermaglia di sguardi e gesti ebbe una svolta improvvisa. Una
notte suor Virginia (è questo il nome da religiosa di Marianna de
Leyva) lasciò cadere nel giardino degli Osio la chiave del
parlatorio del Convento. Ma quella chiave non aprì solo la porta
del parlatorio: aprì la strada che l'avrebbe condotta al
delitto.
La relazione segreta tra suor
Virginia e Gianpaolo Osio andò avanti per sette anni, tessuta di
sotterfugi, bugie, lettere, regali, ma soprattutto sostenuta da una
passione sfrenata, coperta dall'omertà e dalla complicità di alcune
suore: suor Virginia è o non è, nel Convento, la Signora di Monza
per antonomasia? Col tempo però la "bufera infernal" che legava i
due protagonisti non poteva non rivelarsi in tutta la sua gravità:
suor Virginia rimase incinta. Con la complicità di suor Benedetta e
di suor Ortensia riuscì a tener nascosta sia la gravidanza, sia la
nascita del bambino: un maschio nato morto. Ma dopo due anni nasce
una bimba. Il padre trafugò la neonata dal Convento e la fece
battezzare con il nome di Alma, Francesca, Margherita, e la
legittimò come figlia di una fittizia Isabella da Meda. La bimba fu
data a balia a una donna di campagna, che, quando sarà chiamata a
deporre nel processo a carico di suor Virginia, dichiarerà che
portava al Convento la piccola, dicendole: «Andiamo dalla
mamma».
Tra le suore del Convento di Santa
Margherita, con il passare del tempo, andava sempre più
insinuandosi un'atmosfera di segreti. E tuttavia qualche mormorio
poco chiaro, ma inequivocabile arrivò all'Arcivescovo di Milano, il
cardinale Federico Borromeo, che nel 1605 andò al Convento "in
visita pastorale". Nulla trapelò di quanto accadeva tra quelle
mura. Ma quando un giorno una conversa addetta al servizio di suor
Virginia, stanca dei suoi modi altezzosi, si lasciò scappare che
sapeva qualcosa e che avrebbe parlato, e suor Virginia e l'Osio,
con la complicità di due suore (che poco dopo Osio farà fuori) la
soppressero, spargendo la notizia di una sua fuga, il racconto
della dilettuosa vicenda non poté rimanere nascosto.
Arrivò fino alla Curia Arcivescovile
e fino al Palazzo del Governo. Il conte de Fuentes, Governatore
spagnolo della Provincia, chiese la consegna di Osio, le autorità
religiose quella di suor Virginia. Quando gli sbirri andarono a
prelevarla, parve posseduta dal demonio. Fu necessario trasportarla
a viva forza, mentre si dibatteva come un'ossessa. Ed ecco la
conclusione del processo nella testimonianza di un cronista del
tempo.
«Il processo di suor Virginia, rea
confessa, si è concluso con una condanna che nella sua atrocità non
riesce tuttavia ad eguagliare la ferocia dei suoi misfatti.
Segregazione perpetua, in una cella murata, con uno spiraglio di
luce dall'alto appena bastevole per leggere l'uffizio». Anni e anni
senza vedere viso umano (il cibo le era passato attraverso uno
sportellino), anni e anni senza scambiare una sillaba, esposta
ugualmente ai rigori del freddo e del caldo soffocante, recitando
interminabili preghiere di espiazione, mentre lentamente in lei si
assopiva il senso del tempo, in quell'edificio che, per sua
maggiore umiliazione, era stato scelto tra i più malfamati della
Milano di allora...
L'oblio avvolse lentamente questa
esistenza, tra le più singolari della storia "al femminile".
L'ultima carta che la riguarda è un documento che si può leggere
nel Libro Mastro del Ritiro di Santa Valeria: «Addì 17 gennaro
1650. Devono le Monache del Convento di Santa Margherita L. 39 per
alimenti passati alla suor Virginia Maria Leyva fino al dì suddetto
che è passata miglior vita». La casa di Gianpaolo Osio, che cadde
in un'imboscata tesagli dai soldati di Fuentes, fu rasa al suolo,
perché le mura, testimoni delle sue scelleratezze, non gli
sopravvivessero. Ma perché di quelle non si perdesse memoria, a
monito dei posteri fu eretta in quel luogo una "colonna
infame". |