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Mille e non più Mille

Sono gli anni che festeggia la suggestiva Abbazia di San Nilo, nella cittadina di Grottaferrata, alle porte della capitale. La realizzò, sui resti di una villa romana, un monaco calabrese di nobili origini, alla ricerca di un luogo per accogliere i "fratelli"

L'ingesso dell'Abbazia e la splendida navata centrale

Il Comune di Grottaferrata il 2004 segna una data davvero speciale. Questa elegante cittadina dei Castelli Romani, immersa nel verde, ospita infatti nel suo territorio la splendida Abbazia di San Nilo, di cui quest'anno si festeggiano i mille anni dalla fondazione.

Sono trascorsi quattro anni dall' anno Mille. Il sacro terrore scatenato dall'attesa della fine del mondo e del giudizio universale si è appena sopito, lasciando all'umanità un'eredità di paure apocalittiche, che, come sappiamo, riemergeranno - con caratteri più "moderni" - mille anni dopo. In quell'anno (1004) il conte Gregorio I, signore del Tuscolo, offre in dono all'abate Nilo di Rossano e ai suoi "fratelli" una piccola costruzione, già adibita a santuario, comprensiva di un terreno impreziosito dai ruderi di una villa e collocato in un'ampia e verde vallata.

Anche se l'attribuzione dei resti della villa a Marco Tullio Cicerone non è affatto certa, il terreno su cui fu costruita l'Abbazia era certamente di origine romana. Infatti, ancora oggi, dell'antica villa è possibile ammirare il luogo sotterraneo da cui appare il Criptoportico, un corridoio riservato al passeggio. Con questa generosa donazione inizia ufficialmente la storia dell'Abbazia di San Nilo.

Non capita tutti i giorni di compiere un millennio, e dunque un anniversario così importante rappresenta senz'altro un'occasione unica per far conoscere, a chi ancora non vi si fosse mai recato, l'Abbazia dedicata al Santo, ricca di storia (millenaria, appunto), tesori nascosti e posta al centro di un ambiente naturale di straordinario interesse. La zona dei Castelli Romani, infatti, non è solo, come molti credono, un luogo estremamente generoso dal punto di vista enogastronomico, ma anche per quanto riguarda i beni artistici e architettonici disseminati nel territorio, la quantità e la qualità di ville e palazzi, abitati nei secoli da nobili, cardinali e papi, e i preziosi resti archeologici, che attraversano differenti epoche, concentrandosi soprattutto in quella romana.

In particolare, il paese di Grottaferrata, situato ad appena trenta chilometri dalla capitale, ha visto crescere il proprio centro abitato proprio intorno al nucleo dell'Abbazia di San Nilo, tanto è vero che il palazzo del Comune, divenuto autonomo nel 1848, fu in origine ospitato al suo interno.

Una delle quattro torri che collegano il muro di cinta dell'Abbazia di San Nilo, fatto erigere dal cardinale della Rovere nel 1480 per difendere chiesa e monastero dai ripetuti saccheggi.

Dopo la "breccia di Porta Pia", nel 1870, in seguito alla confisca di beni da parte dello Stato italiano, il centro del paese si candidò a divenire uno dei luoghi prescelti dalla borghesia per l'edificazione di bellissime ville, impreziosite da parchi e giardini. A partire da quella prima frammentazione del territorio, nel corso dei decenni le abitazioni residenziali si sono moltiplicate, tanto che oggi, presso gli abitanti dei paesi limitrofi, questa tranquilla cittadina, circondata da vigneti e oliveti, si è conquistata l'appellativo di "Beverly Hills" dei Castelli Romani.

Sebbene, forse, meno conosciuta e meno ambita dai romani, che per le loro gite fuori porta preferiscono la più "popolare" e "popolosa" Frascati, a Grottaferrata il turismo, che si concentra su ristoranti e trattorie, s'intensifica nella settimana in cui si svolge l'annuale Fiera Nazionale, la più antica d'Italia, ma soprattutto si coniuga con gli interessi culturali, avendo come mete principali appunto l'Abbazia di San Nilo ed il Convento di San Bonaventura.

D'altra parte, anche la Fiera Nazionale, detta quest'anno "del Millenario", è cresciuta nel tempo intorno all'Abbazia, per festeggiare la ricorrenza dell'Annunciazione (25 marzo), ed è dedicata alla Madonna proprio come la Fiera d'autunno, che si svolge intorno a settembre. Questi riti comunitari avevano luogo in due stagioni - la primavera e l'autunno, appunto - particolarmente significative per contadini e allevatori. E in essi, come in quasi tutte le manifestazioni fieristiche tipiche del Medioevo, il sacro si univa al profano, richiamando a raccolta i corpi, dediti più prosaicamente ai commerci e agli scambi di bestiame, ma anche le anime, per la celebrazione collettiva di importanti feste religiose.

Ma chi era veramente il Santo cui è dedicata l'Abbazia? Nilo era di Rossano Calabro, ma le sue origini e la sua formazione erano greche; la sua "vocazione" fu piuttosto tardiva: si fece monaco soltanto a trent'anni, dopo essersi già sposato e aver concepito una figlia. In seguito alla sua scelta coraggiosa, a causa dell'appartenenza al ceto nobile dovette abbandonare il luogo natio. In seguito, per sfuggire alle incursioni dei Saraceni, proseguì il suo pellegrinaggio passando per la Lucania, poi per Montecassino, e arrivando, infine, a Grottaferrata.

Conosciuto per il carattere mite ed umile, coltivava il desiderio di individuare un posto in cui poter riunire i suoi monaci. Secondo il racconto di un discepolo, San Bartolomeo, la fonte d'ispirazione che lo guidò verso la scelta del luogo che avrebbe ospitato gli ultimi anni della sua vita fu una rivelazione "divina": la Madonna, apparendogli in sogno, chiese che proprio lì nascesse un santuario in grado di accogliere i suoi fedeli. I seguaci raggiunsero dunque l'Abate presso il Santuario di Sant'Agata, collocato sui colli tuscolani, e qui edificarono una piccola dimora, per loro stessi e per i pellegrini che vi giungevano, utilizzando i resti della villa romana donata dal conte Gregorio.

Accanto al corpo architettonico principale si trovava un piccolo edificio, anch'esso di epoca romana, costituito da due ambienti in blocchi di peperino ("opus quadratum") forniti di volte a crociera. La costruzione era stata adibita a sepolcro e poi ad oratorio. Una curiosità riguarda la presenza di alcune piccole finestre da cui penetrava la luce. Secondo la tradizione, dalle robuste inferriate derivò il nome "crypta ferrata", trasformatosi poi in Grottaferrata.

Alla costruzione iniziale, grazie al mecenatismo dei signori di Tuscolo e di altri generosi donatori, fu affiancata una chiesa. Fu soprattutto l'abate Bartolomeo a prendersi cura del monastero e della chiesa: un lavoro di circa vent'anni. L'opera, arricchita da arredi sacri, marmi e dipinti, fu terminata e consacrata da papa Giovanni XIX nel 1024.

A causa della sua posizione strategica, più volte, nel corso del tempo, l'Abbazia costituì il rifugio ideale per i soldati del luogo, impegnati in operazioni d guerra, e fu occupata dalle truppe che si recavano verso Roma. Nel 1241 Federico I, non contento di occupare l'Abbazia, la saccheggiò duramente, e anche negli anni seguenti, durante lo scisma d'Occidente, le lotte per il papato resero la vita del monastero piuttosto difficile.

Proprio per evitare che questi continui passaggi potessero arrecare danni irreparabili al complesso architettonico, il cardinale della Rovere, nel 1480, decise di fortificare l'intera Abbazia, facendo innalzare un alto muro di cinta, quattro torri e un fossato e creando così il cosiddetto Castello Roveriano, quasi certamente opera di Antonio da Sangallo il Giovane e Baccio Pontelli. Soltanto a metà del Quattrocento, sotto il cardinale Bessarione, un uomo di lettere di origine greca, i monaci poterono beneficiare di una fase di tranquillità. Negli anni il monastero diventò così un importante centro culturale; grazie all'insegnamento impartito da San Nilo, che trasmise le sue doti di amanuense, la biblioteca si arricchì di preziosi volumi: manoscritti greci e latini, incunaboli, cinquecentine, codici liturgici e musicali.

Nel Settecento fu eretto il Nuovo Monastero, in cui sono collocate le celle dei monaci ed il refettorio. Nella biblioteca più antica si trovano almeno 50mila volumi, preziosi manoscritti dei primi monaci e dello stesso San Nilo, codici greci, testi in latino e libri stampati di argomento ecclesiastico e storico-umanistico.

Nel 1928 fu inaugurato un importante laboratorio dedicato al restauro di libri, che vanta tra i suoi meriti quello di aver curato le oltre mille carte del Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci, contenente i suoi studi geometrici, i disegni di macchine, note di carattere privato. Il lavoro di restauro fu estremamente complesso: i quattro secoli trascorsi avevano infatti lasciato tracce di decomposizione dei materiali usati, facendo crescere insetti, tarme e muffe. I monaci, con grande pazienza, effettuarono lo scollamento delle carte, le pulirono e ricostruirono i fori e le fessure provocati da insetti e parassiti.

Anche in occasione dell'alluvione che colpì la città di Firenze, nel 1966, il laboratorio del restauro fu coinvolto in un'importante lavoro di recupero. Papa Paolo VI chiese ai tecnici di raggiungere la città, dove più di mille volumi, dopo un primo trattamento d'emergenza, furono portati a Grottaferrata e riportati nelle condizioni originali.

Sono numerose le bellezze concentrate nello spazio che ospita la millenaria Abbazia. A fianco del monastero, la facciata della basilica, oltre a un suggestivo rosone e finestre in marmo traforato, è ornata da archetti in stile gotico. Il chiostro invece è stato attribuito, nel corso tempo, a Giuliano da Sangallo e al Bramante; il fonte battesimale, in marmo, è sostenuto da leoni alati; il portale, dotato di una preziosa decorazione, è arricchito da intarsi di pietre. Il mosaico posto al di sopra, in stile bizantino, raffigura l'intercessione: Gesù in trono con il Vangelo di San Giovanni che riporta la scritta: "Io sono la porta, chi per me passerà sarà salvo". Ai lati, la Madonna e San Giovanni.

La chiesa, che in origine era in stile romanico, è stata ricoperta, a metà del Settecento, da stucchi in stile barocco, mentre il pavimento è in marmo policromo. All'interno si trovano numerosi mosaici, che raffigurano apostoli e santi e, nella cappella, gli affreschi del Domenichino che ritraggono le vicende e i miracoli del Santo: San Nilo che guarisce un fanciullo posseduto dal demonio si richiama alla Trasfigurazione di Raffaello.

Vale ancora la pena di segnalare una stupenda icona bizantina su tavola dorata che ritrae la Madonna che tiene tra le braccia Gesù Bambino benedicente, di cui non si conosce l'autore, ma che probabilmente fu prodotta dai monaci greci del Sud Italia, tra il X e l'XI secolo. Anche in questa figura la tradizione e la storia popolare hanno unito il sacro al profano: infatti, da un lato l'icona fu ritenuta la fonte di grazie ricevute, dall'altro l'afflusso dei pellegrini nei giorni delle feste della Madonna fu tale che, per sfamare e ospitare le folle così numerose, si approntarono tende e bancarelle di viveri, nucleo originario delle fiere commerciali di marzo e settembre.

Diversi furono anche i papi si recarono in visita alla Vergine Maria. Tra gli altri: Pio IX, Giovanni XXIII, Paolo VI, e l'attuale pontefice Giovanni Paolo II. La fondazione del monastero italo-bizantino di Santa Maria di Grottaferrata, precedette di mezzo secolo la separazione tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, e da ormai mille anni offre una testimonianza importante dell'unità della Chiesa e del dialogo tra l'Occidente latino e l'Oriente ortodosso, nel riconoscimento di un'identica volontà di santificare la gloria del Signore attraverso la celebrazione di riti e liturgie.

Il rito bizantino deriva dalla tradizione della Chiesa di Costantinopoli, che era seconda, per importanza, soltanto alla sede di Roma. Intorno al IX secolo le liturgie risentirono fortemente degli influssi della Chiesa di Gerusalemme, assumendo una connotazione "orientale"; finché, nel Cinquecento, la fusione e l'ibridazione delle differenti tradizioni assunse un carattere stabile, portando a istituzionalizzare il rito nella sua versione attuale.

Laura Chiaronzi