|
Comunicare con gli altri, esternare
le proprie volontà ed informazioni, i propri desideri, è
un'esigenza avvertita dall'uomo fin dal suo apparire sulla Terra.
Come soddisfare tale necessità, come realizzare questo
"interscambio", considerate le distanze che occorre superare da
luogo a luogo? Oggi il problema è d'immediata soluzione pratica; ma
nel passato più remoto, agli albori del vivere civile, come si
esprimevano tra loro gli uomini e come hanno regolato le relazioni
sociali?
Una visita al Museo Storico delle
Poste e delle Telecomunicazioni, a Roma, può fornire risposta a
questi ed altri interrogativi, suscitando sensazioni ed interessi
diversi. E può rivelarsi, anche, in grado di stimolare più
approfondite ricerche; un fatto culturale di preciso impegno, alla
ricerca di testimonianze concrete che documentino e consentano di
ricostruire in maniera organica l'evoluzione delle comunicazioni
terrestri.
Una storia, quella dello scambio di
messaggi da un luogo all'altro, che inizia con le più antiche
civiltà, e ancora prima: da quando, con linguaggio visivo
elementare, ci si affidava a segnali di fumo che si alzavano verso
il cielo. Ma il primato della posta intesa come servizio
organizzato sembra spettare ai cinesi, che già quattromila anni
prima di Cristo istituirono una rete di messaggeri a cavallo. Fu
poi l'Egitto a creare corrieri per diramare editti, decreti ed
ordini del faraone; mentre i privati, cui non era concesso
usufruire di questo servizio "statale", dovevano ricorrere per le
loro comunicazioni a qualche volenteroso viaggiatore, il più delle
volte dietro pagamento di un compenso.
La coesistenza di una posta
governativa e di una privata si ebbe anche in altri Paesi orientali
e nella stessa Roma repubblicana; e si perpetuò nel tempo, dando
luogo ad una miriade di iniziative private a carattere speculativo.
Fino all'introduzione, nei principali Stati europei, di una posta
nazionale facente capo ad una sola amministrazione, quella
governativa, alla quale era attribuito in esclusiva il diritto di
assicurare il servizio.
Lungo sarebbe seguire l'iter dello
sviluppo dell'organizzazione postale che, in prosieguo, sarebbe
stata affiancata - e per certi aspetti superata - da altri sistemi
di comunicazione (telegrafia, telefonia, radio, televisione). Ma la
storia di questo progressivo cammino può essere oggi rivissuta
attraverso i cimeli più significativi raccolti ed esposti nel
singolare museo, ubicato al piano terra dell'edificio sede del
Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, nella zona di Roma Eur,
con ingresso tra viale Europa e via Cristoforo Colombo.
Le sue origini risalgono al 1878,
quando l'allora direttore generale dei Telegrafi, Ernesto D'Amico,
iniziò a Firenze una raccolta di apparecchi e materiali telegrafici
caduti in disuso dopo l'unificazione del Regno. L'acquisizione di
nuovi cimeli e documenti, continuata negli anni, incrementò la
raccolta, che nel 1907 fu trasferita a Roma presso l'Istituto
Superiore Poste e Telecomunicazioni.
Era nata nel frattempo l'idea di
affiancare un analogo museo dedicato specificamente alla Posta. Ne
fu primo direttore un fervido cultore di filatelia, Emilio Diena,
che si dedicò con passione alla classificazione e catalogazione del
patrimonio del neonato museo. Nel 1939 alcuni locali dell'ufficio
postale di Roma-Prati furono destinati alla conservazione delle
raccolte, sia del Museo Postale che di quello Telegrafico. Il
conflitto bellico e il periodo del dopoguerra fecero tuttavia
passare in secondo piano i problemi e lo sviluppo dell'unificato
museo, che solo nel giugno 1959 fu possibile inaugurare e il 20
dicembre dello stesso anno aprire al pubblico.
In seguito nuove acquisizioni e
donazioni accrebbero la consistenza del museo che, per le aumentate
esigenze di funzionalità dell'ufficio ospitante, doveva ridurre gli
spazi destinati all'esposizione, costringendo ad ammassare parte
del materiale in alcuni sotterranei. Fu quindi deciso di trasferire
l'intero museo nei più accoglienti ambienti della sede ministeriale
di Roma Eur. Questa definitiva sede, laboriosamente allestita, fu
inaugurata il 20 febbraio 1982, con lo scopo dichiarato di non
disperdere "un patrimonio di inestimabile valore intrinseco,
storico e culturale".
Di cimeli del passato, di curiosità
note o sconosciute, il museo abbonda. Appena entrato, il visitatore
si trova di fronte una serie di buche d'impostazione di epoche
diverse. La più antica, forse, risale all'anno 1633 e proviene da
Borgo Cerreto, in provincia di Perugia. Si resta stupiti dalle
molte soluzioni adottate nel tempo: in legno, in marmo, in ferro,
con fregi perimetrali o sagome originali, con apertura frontale
alta o bassa, con scritte di vario tenore. Non mancano due bocche
spalancate di leone, in pietra, che servivano per imbucare a
Venezia le lettere anonime (la denuncia segreta restò in vita,
nella Serenissima, sino alla caduta della Repubblica); e neppure la
cassetta verde del "servizio celere", adottata a Roma negli anni
Cinquanta. Sistemata sulla parte anteriore dei tram, era vuotata ad
ogni passaggio delle vetture presso la Stazione Termini,
assicurando in tal modo un rapido inoltro della corrispondenza ai
treni.
Proseguendo, il visitatore incontra
la fedele ricostruzione di un "Uffizio di posta-lettere", arredato
con autentici mobili fine Ottocento di pregevole fattura. Al lato
dell'ufficio è esposto un "fornetto di disinfezione delle lettere"
usato, in periodi di epidemia, sino al secolo XIX. Le lettere da
disinfettare, afferrate con lunghe pinze di ferro, venivano messe
in un'apposita gabbia rotante e sottoposte all'azione di vapori
sulfurei, o soltanto esternamente (in tal caso era poi apposta con
un bollo, sulla busta della lettera, la dicitura "Netta fuori e
sporca dentro"), oppure, aperte con cura, fumigate anche
all'interno (e sulla busta il bollo apponeva la diversa dicitura
"Netta fuori e dentro").
Segue un settore relativo ai servizi
postali negli Stati dell'Italia preunitaria (Regno di Sardegna,
delle Due Sicilie, Lombardo-Veneto, Granducato di Toscana, Governo
provvisorio delle Romagne, Stati della Chiesa) e, infine, nel Regno
d'Italia. Con cimeli d'indubbio rilievo storico: macchine
bollatrici e punzonatrici, conii e matrici per la stampa dei
francobolli, suggelli di ceralacca, borse in cuoio per portalettere
con grossa serratura a chiavistello, bilancine per la pesatura
della corrispondenza, una cornetta da postiglione, pistole di cui
erano dotati i procaccia per difendersi dai briganti che
infestavano gli itinerari postali, una uniforme di gala con feluca
e spadino per "ufficiale di posta". A costui, detto anche "tenente"
o "sottintendente di officina", era riconosciuta una posizione
sociale di prestigio; e persino il semplice portalettere, estremo
anello della catena postale, nello sfoggiare un'elegante divisa -
talora completata da cilindro o mantella - esercitava un
inspiegabile fascino, tanto da far esclamare al sensibile Schumann:
«I postini mi producono un effetto magico, simile a quello del più
squisito champagne». Tra i pezzi più preziosi, un decreto originale
del 1836 firmato dal re Carlo Alberto, un forziere del Trecento in
legno intarsiato, con vistose borchie e maniglie in ferro,
utilizzato per la custodia dei valori nell'ufficio postale di
Urbino.
Il settore successivo documenta il
funzionamento della Posta Militare durante le due guerre mondiali.
Molti i cimeli, tra i quali un bastone dotato di sonagli usato come
segnale di riconoscimento dell'incaricato della consegna della
posta, per attraversare territori dove erano in corso operazioni
belliche. Un ampio settore riguarda lo sviluppo della telegrafia,
dai tempi più remoti ai più ingegnosi apparati moderni. Una sala è
dedicata a Guglielmo Marconi e alla sua "scoperta del secolo", la
telegrafia senza fili: oltre alla ricostruzione dell'originario
apparato trasmittente realizzato nel 1895, con oscillatore e
risonatore muniti di riflettore parabolico in rame, è esposta una
copia del primo detector magnetico costruito, con mezzi di fortuna,
in una scatola di sigari. E vi è pure, ricostruita, la cabina
radiotelegrafica del panfilo Elettra, laboratorio galleggiante
dello scienziato, con le apparecchiature recuperate dopo
l'affondamento della nave per cause belliche.
Ed eccoci alla telefonia, per la
quale sono giustamente ricordate due glorie italiane: lo sfortunato
inventore Antonio Meucci e Giovan Battista Marzi. Del primo si
conservano due lettere autografe indirizzate ai familiari, del
secondo è mostrato il selettore (centralino automatico) a dieci
"poste" (cioè linee telefoniche) che funzionò nella Biblioteca
Vaticana dal 1886 al 1890. Sono anche esposti, nella sezione, vari
esemplari di apparecchi telefonici, da parete e da tavolo,
risalenti all'Ottocento e al tardo Novecento. Interessante un
modulo di "contratto d'abbonamento" alla Società Romana di Telefoni
e di Elettricità, con un elenco di "abbuonati" alla rete telefonica
che, alla data del 20 novembre 1881, erano, nella capitale, appena
118. In una stessa vetrina sono presentati tre esemplari
d'eccezione: l'apparecchio telefonico costruito dal Marzi per la
regina Margherita di Savoia, con decorazioni artistiche e quattro
sostegni di ferro alla base; il telefono, con rivestimento in pelle
ed incisioni in oro, utilizzato al Quirinale da Vittorio Emanuele
III; il prototipo dello speciale apparecchio a batteria automatica,
corredato da un auricolare per l'ascolto, che fu per anni sulla
scrivania di Benito Mussolini in Palazzo Venezia.
Per la storia della televisione
italiana sono esposti: tubi a raggi catodici relativi ai primi
esperimenti di trasmissione in bianco e nero, modelli di apparecchi
risalenti all'anno 1950, tubi elettronici per riprese, apparati per
gli studi del sistema televisivo a colori, telecamere ed altre
apparecchiature varie.
Di enorme importanza la sezione
filatelica, che comprende oltre un milione di francobolli dello
Stato italiano raccolti in appositi armadi. Vi sono anche
francobolli di altri Paesi europei e di tutti i continenti,
catalogati e classificati nei rispettivi raccoglitori; e persino i
famosi "bolli", detti "cavallini sardi", che si applicavano ad
umido sulla prima emissione provvisoria della carta postale degli
Stati Sardi, nell'anno 1919. Molto prima, cioè, che in Inghilterra
venisse realizzata da Sir Rowland Hill la riforma della posta che
determinò nel 1840 l'adozione del francobollo. Completano la
sezione bozzetti e prove di colore per future emissioni e, a parte,
alcuni disegni di notevole pregio artistico eseguiti da noti
pittori.
Il Museo delle Poste ricostruisce,
dunque, l'intera vicenda dei modi e dei mezzi con i quali gli
uomini hanno attuato le loro relazioni, sempre alla ricerca di
nuove tecniche per informarsi ed informare, consapevoli che, senza
il valido apporto delle comunicazioni, la vita sarebbe nient'altro
che un triste, desolato silenzio, escluso da ogni forma di
progresso.
Certo, la storia delle comunicazioni
è ancora lontana da un termine di arrivo. Altre esaltanti mete
saranno, in futuro, raggiunte. Ma nessuno perderà l'abitudine di
attendere una lettera scritta da una persona cara perché, ripetendo
Flaubert, "le lettere sono come i baci; l'ultima è la più bella". E
sarà un'indicibile gioia che avrà saputo donarci la posta. Non a
torto definita da Voltaire "consolation de la vie", giacché, per
suo tramite, gli assenti diventano, quasi per magia, virtualmente
presenti. |