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Dedicato a messaggi e messaggeri

A centocinquant'anni dalla nascita, un ritratto di Oscar Wilde: intellettuale tra i più brillanti ed anticonformisti di ogni tempo, la cui fama non è stata oscurata neanche dalle pur drammatiche vicende che lo videro protagonista

Comunicare con gli altri, esternare le proprie volontà ed informazioni, i propri desideri, è un'esigenza avvertita dall'uomo fin dal suo apparire sulla Terra. Come soddisfare tale necessità, come realizzare questo "interscambio", considerate le distanze che occorre superare da luogo a luogo? Oggi il problema è d'immediata soluzione pratica; ma nel passato più remoto, agli albori del vivere civile, come si esprimevano tra loro gli uomini e come hanno regolato le relazioni sociali?

Una visita al Museo Storico delle Poste e delle Telecomunicazioni, a Roma, può fornire risposta a questi ed altri interrogativi, suscitando sensazioni ed interessi diversi. E può rivelarsi, anche, in grado di stimolare più approfondite ricerche; un fatto culturale di preciso impegno, alla ricerca di testimonianze concrete che documentino e consentano di ricostruire in maniera organica l'evoluzione delle comunicazioni terrestri.

Una storia, quella dello scambio di messaggi da un luogo all'altro, che inizia con le più antiche civiltà, e ancora prima: da quando, con linguaggio visivo elementare, ci si affidava a segnali di fumo che si alzavano verso il cielo. Ma il primato della posta intesa come servizio organizzato sembra spettare ai cinesi, che già quattromila anni prima di Cristo istituirono una rete di messaggeri a cavallo. Fu poi l'Egitto a creare corrieri per diramare editti, decreti ed ordini del faraone; mentre i privati, cui non era concesso usufruire di questo servizio "statale", dovevano ricorrere per le loro comunicazioni a qualche volenteroso viaggiatore, il più delle volte dietro pagamento di un compenso.

La coesistenza di una posta governativa e di una privata si ebbe anche in altri Paesi orientali e nella stessa Roma repubblicana; e si perpetuò nel tempo, dando luogo ad una miriade di iniziative private a carattere speculativo. Fino all'introduzione, nei principali Stati europei, di una posta nazionale facente capo ad una sola amministrazione, quella governativa, alla quale era attribuito in esclusiva il diritto di assicurare il servizio.

Lungo sarebbe seguire l'iter dello sviluppo dell'organizzazione postale che, in prosieguo, sarebbe stata affiancata - e per certi aspetti superata - da altri sistemi di comunicazione (telegrafia, telefonia, radio, televisione). Ma la storia di questo progressivo cammino può essere oggi rivissuta attraverso i cimeli più significativi raccolti ed esposti nel singolare museo, ubicato al piano terra dell'edificio sede del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni, nella zona di Roma Eur, con ingresso tra viale Europa e via Cristoforo Colombo.

Le sue origini risalgono al 1878, quando l'allora direttore generale dei Telegrafi, Ernesto D'Amico, iniziò a Firenze una raccolta di apparecchi e materiali telegrafici caduti in disuso dopo l'unificazione del Regno. L'acquisizione di nuovi cimeli e documenti, continuata negli anni, incrementò la raccolta, che nel 1907 fu trasferita a Roma presso l'Istituto Superiore Poste e Telecomunicazioni.

Era nata nel frattempo l'idea di affiancare un analogo museo dedicato specificamente alla Posta. Ne fu primo direttore un fervido cultore di filatelia, Emilio Diena, che si dedicò con passione alla classificazione e catalogazione del patrimonio del neonato museo. Nel 1939 alcuni locali dell'ufficio postale di Roma-Prati furono destinati alla conservazione delle raccolte, sia del Museo Postale che di quello Telegrafico. Il conflitto bellico e il periodo del dopoguerra fecero tuttavia passare in secondo piano i problemi e lo sviluppo dell'unificato museo, che solo nel giugno 1959 fu possibile inaugurare e il 20 dicembre dello stesso anno aprire al pubblico.

In seguito nuove acquisizioni e donazioni accrebbero la consistenza del museo che, per le aumentate esigenze di funzionalità dell'ufficio ospitante, doveva ridurre gli spazi destinati all'esposizione, costringendo ad ammassare parte del materiale in alcuni sotterranei. Fu quindi deciso di trasferire l'intero museo nei più accoglienti ambienti della sede ministeriale di Roma Eur. Questa definitiva sede, laboriosamente allestita, fu inaugurata il 20 febbraio 1982, con lo scopo dichiarato di non disperdere "un patrimonio di inestimabile valore intrinseco, storico e culturale".

Di cimeli del passato, di curiosità note o sconosciute, il museo abbonda. Appena entrato, il visitatore si trova di fronte una serie di buche d'impostazione di epoche diverse. La più antica, forse, risale all'anno 1633 e proviene da Borgo Cerreto, in provincia di Perugia. Si resta stupiti dalle molte soluzioni adottate nel tempo: in legno, in marmo, in ferro, con fregi perimetrali o sagome originali, con apertura frontale alta o bassa, con scritte di vario tenore. Non mancano due bocche spalancate di leone, in pietra, che servivano per imbucare a Venezia le lettere anonime (la denuncia segreta restò in vita, nella Serenissima, sino alla caduta della Repubblica); e neppure la cassetta verde del "servizio celere", adottata a Roma negli anni Cinquanta. Sistemata sulla parte anteriore dei tram, era vuotata ad ogni passaggio delle vetture presso la Stazione Termini, assicurando in tal modo un rapido inoltro della corrispondenza ai treni.

Proseguendo, il visitatore incontra la fedele ricostruzione di un "Uffizio di posta-lettere", arredato con autentici mobili fine Ottocento di pregevole fattura. Al lato dell'ufficio è esposto un "fornetto di disinfezione delle lettere" usato, in periodi di epidemia, sino al secolo XIX. Le lettere da disinfettare, afferrate con lunghe pinze di ferro, venivano messe in un'apposita gabbia rotante e sottoposte all'azione di vapori sulfurei, o soltanto esternamente (in tal caso era poi apposta con un bollo, sulla busta della lettera, la dicitura "Netta fuori e sporca dentro"), oppure, aperte con cura, fumigate anche all'interno (e sulla busta il bollo apponeva la diversa dicitura "Netta fuori e dentro").

Segue un settore relativo ai servizi postali negli Stati dell'Italia preunitaria (Regno di Sardegna, delle Due Sicilie, Lombardo-Veneto, Granducato di Toscana, Governo provvisorio delle Romagne, Stati della Chiesa) e, infine, nel Regno d'Italia. Con cimeli d'indubbio rilievo storico: macchine bollatrici e punzonatrici, conii e matrici per la stampa dei francobolli, suggelli di ceralacca, borse in cuoio per portalettere con grossa serratura a chiavistello, bilancine per la pesatura della corrispondenza, una cornetta da postiglione, pistole di cui erano dotati i procaccia per difendersi dai briganti che infestavano gli itinerari postali, una uniforme di gala con feluca e spadino per "ufficiale di posta". A costui, detto anche "tenente" o "sottintendente di officina", era riconosciuta una posizione sociale di prestigio; e persino il semplice portalettere, estremo anello della catena postale, nello sfoggiare un'elegante divisa - talora completata da cilindro o mantella - esercitava un inspiegabile fascino, tanto da far esclamare al sensibile Schumann: «I postini mi producono un effetto magico, simile a quello del più squisito champagne». Tra i pezzi più preziosi, un decreto originale del 1836 firmato dal re Carlo Alberto, un forziere del Trecento in legno intarsiato, con vistose borchie e maniglie in ferro, utilizzato per la custodia dei valori nell'ufficio postale di Urbino.

Il settore successivo documenta il funzionamento della Posta Militare durante le due guerre mondiali. Molti i cimeli, tra i quali un bastone dotato di sonagli usato come segnale di riconoscimento dell'incaricato della consegna della posta, per attraversare territori dove erano in corso operazioni belliche. Un ampio settore riguarda lo sviluppo della telegrafia, dai tempi più remoti ai più ingegnosi apparati moderni. Una sala è dedicata a Guglielmo Marconi e alla sua "scoperta del secolo", la telegrafia senza fili: oltre alla ricostruzione dell'originario apparato trasmittente realizzato nel 1895, con oscillatore e risonatore muniti di riflettore parabolico in rame, è esposta una copia del primo detector magnetico costruito, con mezzi di fortuna, in una scatola di sigari. E vi è pure, ricostruita, la cabina radiotelegrafica del panfilo Elettra, laboratorio galleggiante dello scienziato, con le apparecchiature recuperate dopo l'affondamento della nave per cause belliche.

Ed eccoci alla telefonia, per la quale sono giustamente ricordate due glorie italiane: lo sfortunato inventore Antonio Meucci e Giovan Battista Marzi. Del primo si conservano due lettere autografe indirizzate ai familiari, del secondo è mostrato il selettore (centralino automatico) a dieci "poste" (cioè linee telefoniche) che funzionò nella Biblioteca Vaticana dal 1886 al 1890. Sono anche esposti, nella sezione, vari esemplari di apparecchi telefonici, da parete e da tavolo, risalenti all'Ottocento e al tardo Novecento. Interessante un modulo di "contratto d'abbonamento" alla Società Romana di Telefoni e di Elettricità, con un elenco di "abbuonati" alla rete telefonica che, alla data del 20 novembre 1881, erano, nella capitale, appena 118. In una stessa vetrina sono presentati tre esemplari d'eccezione: l'apparecchio telefonico costruito dal Marzi per la regina Margherita di Savoia, con decorazioni artistiche e quattro sostegni di ferro alla base; il telefono, con rivestimento in pelle ed incisioni in oro, utilizzato al Quirinale da Vittorio Emanuele III; il prototipo dello speciale apparecchio a batteria automatica, corredato da un auricolare per l'ascolto, che fu per anni sulla scrivania di Benito Mussolini in Palazzo Venezia.

Per la storia della televisione italiana sono esposti: tubi a raggi catodici relativi ai primi esperimenti di trasmissione in bianco e nero, modelli di apparecchi risalenti all'anno 1950, tubi elettronici per riprese, apparati per gli studi del sistema televisivo a colori, telecamere ed altre apparecchiature varie.

Di enorme importanza la sezione filatelica, che comprende oltre un milione di francobolli dello Stato italiano raccolti in appositi armadi. Vi sono anche francobolli di altri Paesi europei e di tutti i continenti, catalogati e classificati nei rispettivi raccoglitori; e persino i famosi "bolli", detti "cavallini sardi", che si applicavano ad umido sulla prima emissione provvisoria della carta postale degli Stati Sardi, nell'anno 1919. Molto prima, cioè, che in Inghilterra venisse realizzata da Sir Rowland Hill la riforma della posta che determinò nel 1840 l'adozione del francobollo. Completano la sezione bozzetti e prove di colore per future emissioni e, a parte, alcuni disegni di notevole pregio artistico eseguiti da noti pittori.

Il Museo delle Poste ricostruisce, dunque, l'intera vicenda dei modi e dei mezzi con i quali gli uomini hanno attuato le loro relazioni, sempre alla ricerca di nuove tecniche per informarsi ed informare, consapevoli che, senza il valido apporto delle comunicazioni, la vita sarebbe nient'altro che un triste, desolato silenzio, escluso da ogni forma di progresso.

Certo, la storia delle comunicazioni è ancora lontana da un termine di arrivo. Altre esaltanti mete saranno, in futuro, raggiunte. Ma nessuno perderà l'abitudine di attendere una lettera scritta da una persona cara perché, ripetendo Flaubert, "le lettere sono come i baci; l'ultima è la più bella". E sarà un'indicibile gioia che avrà saputo donarci la posta. Non a torto definita da Voltaire "consolation de la vie", giacché, per suo tramite, gli assenti diventano, quasi per magia, virtualmente presenti.

Franco Dattilo