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Quella
mattina del 28 agosto, nella Cattedrale della Dormizione di Mosca -
altrimenti detta dell'Assunzione - ha avuto luogo un evento di
valore storico: la consegna dell'Icona della Madre di Dio di Kazan.
Un evento dal significato eccezionale, per il solo fatto che ad
accettare la Santissima Theotokos (Madre di Dio) sia stato il
Patriarca di Mosca, Sua Santità Alessio II. La celebrazione aveva
mosso i primi passi in Vaticano il 25 agosto, col rito di
venerazione e di consegna dell'Icona - dipinta su una tavola di
tiglio e rivestita di una lamina argentea, la riza, tempestata di
pietre preziose - al cardinale Walter Kasper, affinché venisse
mostrata ai fedeli nella Basilica di San Pietro.
L'incontro è tale da interrompere
tensioni ed aprire nuove frontiere di dialogo interecclesiale.
Questa, con tutta probabilità, la speranza del cardinale Kasper,
presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità
dei cristiani e, nella circostanza, Capo della delegazione
pontificia deputata alla celebrazione e al rito di consegna.
L'eccezionale portata dell'evento è
sostenuta da fattori che diventano "segni": lo speciale affetto
della popolazione per l'effige della Madonna di Kazan; la scelta
del Patriarcato ortodosso di accoglierla laddove veniva posta la
corona in capo agli zar e la tiara ai patriarchi di tutte le
Russie, luogo che, forse, per il rispetto di tanta eredità storica
nazionale, non ebbe a soffrire la devastazione toccata alla
maggioranza degli edifici sacri nella Russia sovietica. E, ancora,
una data liturgica, il 28 agosto, che corrisponde al 15 agosto
della liturgia romano-latina, ossia alla festa dell'Assunzione.
Del resto, la storia dell'Icona
della Madonna di Kazan si avvolge di un'aura miracolosa. Kazan,
città sul Volga, a 500 miglia da Mosca, nel 1579 fu annientata da
un incendio. Durante la ricostruzione, la leggenda vuole che la
Madonna fosse apparsa a una bambina alla quale annunciò che sotto
le rovine avrebbe potuto recuperare l'immagine sacra, perfettamente
conservata. Una storia che, nel cuore di un popolo sofferente, dà
alla reliquia e al mistero che ne promana il significato di viatico
salvifico.
Da quell'originale sarebbero state
eseguite svariate copie, dalle quali si generò uno speciale culto
mariano. Di lì a poco, nel 1595, venne istituita la Festa della
Madonna di Kazan, che nel 1612 fu estesa a tutta la Chiesa
russa.
D'altra parte, l'Icona merita
l'alone miracoloso anche a seguito della storia che la vede
protagonista, nel Novecento, di fortuite sopravvivenze a una
situazione politica che ne coglieva il valore venale e non il
profilo trascendente. Attorno al 1920 essa riappare in Occidente,
forse svenduta e messa all'asta, scampata alle censure ideologiche
del regime russo. Un tragitto di compravendite, prima in
Inghilterra e poi in America dove, nel 1964, riacquistò visibilità
grazie all'Esposizione Universale di New York. Questa riapparizione
pubblica avrebbe reso possibile l'interessamento di una
Associazione cattolica, la Blue Army, e dopo un'ulteriore sosta nel
Santuario di Fatima, in Portogallo, il dono al Papa nel 1993.
Sono dunque undici anni che Giovanni
Paolo II custodisce nel suo appartamento privato l'Icona di Maria
proveniente dalla Russia: l'udienza per la sua riconsegna si
riempie di un tono affettuoso e della consapevolezza che il
distacco da quell'immagine è un evento necessario e colmo di
significato e di speranza. «Fin dall'inizio ho desiderato che
questa santa Icona facesse ritorno nel suolo della Russia, dove
(...) è stata per lunghissimi anni oggetto di venerazione da parte
di intere generazioni di fedeli», ha osservato il Papa, aggiungendo
che intorno ad essa «si è sviluppata la storia di quel grande
popolo: il popolo della "Santa Rus"».
Quell'immagine diventa così, nel
progetto del Papa, il punto di incontro della riconciliazione con
il Patriarcato moscovita. Il Papa non a caso ha rievocato l'unità
che nasce dal ministero sacramentale di unione dei vescovi in
Cristo: «...venerando la tua Icona, il vescovo di Roma si unisce
spiritualmente al suo Fratello nel ministero episcopale, che
presiede quale Patriarca alla Chiesa ortodossa russa». Il
significato dell'unione fraterna, così esplicito, si intreccia con
la figura istituzionale che associa ed unifica Alessio II e
Giovanni Paolo II come vescovi e pastori di due popoli, ma con la
medesima fede in Cristo. C'è, in tutto questo, una tensione verso
l'auspicato ecumenismo; traspare il trasporto sentimentale delle
parole rivolte al Patriarca, che alternano considerazione, stima,
rispetto.
Wojtyla ha chiesto idealmente
all'Icona di Kazan un'intercessione: l'apertura di Alessio II ad
una rinnovata disponibilità e che a lui «dica l'affetto del
successore di Pietro (...) Dica la sua stima per la grande
tradizione spirituale di cui la Santa Chiesa russa è custode. Dica
il desiderio e il fermo proposito del Papa di Roma per progredire
insieme con loro nel cammino di reciproca conoscenza e
riconciliazione, per affrettare il giorno di quella unità piena dei
credenti...» che è, poi, l'insegnamento conciliare della Lumen
gentium del Vaticano II. Ma è nelle parole di Alessio II che vi è
la sintesi di quella speranza: ecco perché il suo «grazie profondo
di cuore» al Pontefice, assume quello speciale significato che ne
fa, come sottolinea il portavoce vaticano, Joaquin Navarro Valls,
un evento «storico».
Ne è ben cosciente lo stesso
Vladimir Putin, distolto dall'evento di fede a causa dell'emergenza
terrorista. Ma coglie l'occasione per la continuità del dialogo
anche il Patriarca. Le sue parole, «le buone relazioni tra
cattolici e ortodossi sono estremamente importanti per il futuro
dell'Europa», non si arrestano al protocollo dei ringraziamenti, ma
sovrappongono a quelle di Roma le speranze della Chiesa russa.
Dopo la permanenza alla chiesa del
Cremlino «in continuità di devozione», Alessio II ha accolto
l'Icona nella cappella privata del monastero di San Danilo, in
vista della definitiva collocazione, a Mosca. O, forse, a Kazan,
come in origine. Un cerchio simbolico si chiude attraverso
un'effige che testimonia l'unità dei discepoli di Cristo.
Occorre ora che la difficile
stagione dei rapporti tra cattolici ed ortodossi sia inaugurata da
un nuovo cammino ecumenico. Per questo è fondamentale che le parole
confidate privatamente da Alessio II ai cardinali Kasper e Mc
Carrick, nella necessità di «fronteggiare insieme le sfide comuni,
come la secolarizzazione e la perdita di valori in Europa», abbiano
un concreto seguito negli anni a
venire. |