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Scuola: tra passato e futuro

Ha preso avvio, con l'inizio dell'anno scolastico, la Riforma Moratti. Ma, come dicono i suoi stessi sostenitori, per portarla a regime «ci vorrà del tempo»

Un immagine che raffigura un tabellone che ricorda agli americani di recarsi alle urne.

Un fatto è certo: la scuola è sempre stata e sempre sarà la chiave di volta per capire lo stato di salute di una nazione. Dunque ogni pretesto è buono per discuterne. Tanto più nel nostro Paese, dove un italiano su due ha almeno un figlio, un nipote, un fratello che ha risposto «Presente!» all'appello del primo giorno di lezioni. E così, puntuali, con l'autunno, anche quest'anno polemiche, discussioni e distinguo sono riaffiorati. Per gli spunti c'è stato solo l'imbarazzo della scelta: dall'improvvisa comparsa di decine di telecamere "di controllo" in qualche istituto, al cellulare in mano ai bambini sotto i 12-13 anni (per oltre la metà degli scolari italiani, e nonostante il disappunto di psicologi e pedagogisti); dall'ingresso a scuola verificato con il codice a barre (e il controllo dei genitori via Internet in tempo reale), allo sfoggio, non per tutti opportuno, di determinati capi "di moda"; dalla sconfortante classificazione dei nostri studenti da parte dell'Ocse, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, allo stato di sicurezza degli edifici scolastici…

Quest'anno, però, dibattiti, dubbi, preoccupazioni hanno avuto una consistenza particolare. È partita, infatti, la riforma della scuola "dell'infanzia" (ieri materna), di quella "primaria" (le ex elementari), e del primo anno della "scuola secondaria di primo grado" (le vecchie medie). E la novità ha agitato un po' tutti, che fosse o meno apprezzato il preesistente, e anche se si trattava di un cambiamento preannunciato (vedi Il Carabiniere, n. 4 del 2003), con la legge delega approvata definitivamente il 12 marzo dello scorso anno.

Per capire dobbiamo tener presente che la scuola continua ad essere per noi italiani un servizio pubblico tra i più considerati (come dimostra il prestigio sociale riconosciuto agli insegnanti, dai cattedratici ai maestri), ma pure deve fare i conti con un disorientamento che investe, prima ancora degli insegnanti stessi, gli studenti e le loro famiglie. Tutti infatti ormai si rendono conto che la società si è profondamente trasformata, e con essa il mercato del lavoro e gli strumenti di trasmissione del sapere, e che perciò riformare la scuola è un passo necessario. Tanto che molte delle proposte a riguardo avanzate hanno registrato subito un ampio consenso: il ripristino delle commissioni interne d'esame, ad esempio; e poi l'annunciato studio dell'inglese e dell'utilizzo del computer fin dall'inizio della scuola primaria; ma anche l'introduzione di una seconda lingua europea nel primo anno della secondaria di primo grado. Per non dire della proclamata volontà di rendere effettiva l'alternanza scuola-lavoro, o della reintroduzione del voto di condotta o, ancora, della possibilità di inserire nel Pof, il Piano di offerta formativo, che ogni istituto deve proporre allo studente, accanto ad un nucleo fondamentale di insegnamenti valido in tutto il Paese, discipline legate alle diverse realtà locali. Ma una volta accertata la necessità di cambiare - se volete di "rivoluzionare", più che riformare, l'intero processo dell'acculturamento dai primi anni dell'infanzia all'età adulta, dando origine alla "educazione permanente" -, al momento di passare dalle parole ai fatti tutto è apparso più complicato, ed è nata l'esigenza di osservare ogni passo "in controluce".

TEMPO E FLESSIBILITÀ. Il primo commento che nella primavera del 2003 accompagnò il conclusivo voto del Senato sulla tanto discussa legge n. 53 fu: «Ci vorrà del tempo». Ed è proprio "tempo" la parola chiave. Modificare una macchina complessa come quella dell'istruzione di un grande Paese quale è l'Italia non è fatto che si possa risolvere in quattro e quattr'otto. E ogni singolo atto deve essere accompagnato, come lo stesso Ministro dell'Istruzione, Letizia Moratti, ha avuto modo di ricordare non più tardi dello scorso settembre, dalla «necessaria flessibilità».

Flessibilità, e adattabilità. Perché, in effetti, ad essere interessato dal cambiamento non è solo il processo di istruzione in quanto tale, ovvero i vari cicli di apprendimento, ma un ambito ben più vasto, dove il filo conduttore è quel concetto di diritto/dovere allo studio che sostituisce il vecchio "obbligo scolastico": «Abbiamo modificato le parole», ha detto il Ministro Moratti, «per far capire che c'è un diritto delle famiglie a pretendere questo servizio (l'istruzione, ndr), ma anche un dovere dei genitori, sanzionabile, di mandare i figli a scuola». Esso prevede, una volta arrivato a regime, che ogni cittadino italiano affronti un primo periodo formativo di 12 anni (rimane facoltativa la frequenza della scuola dell'infanzia), per acquisire le basi necessarie a muoversi nel mondo; o comunque giunga a conseguire un titolo entro il diciottesimo anno di età, quando cioè diverrà maggiorenne.

Ma se questa trasformazione necessariamente deve essere graduale (cosicché per il 2004-2005 vi è stato solo un primo passo, con l'innalzamento dell'obbligo scolastico ai 16 anni di età), l'impegno non va comunque preso sotto gamba. Saranno i Comuni a dover vigilare sui genitori per assicurarsi che non vengano meno al dovere di formazione culturale dei loro figli, mentre viene istituita presso il Ministero dell'Istruzione l'Anagrafe nazionale degli studenti, per evidenziare più facilmente i casi di cosiddetta "dispersione", ovvero di abbandono della scuola. Nella stessa direzione, anche un'ulteriore novità: la possibilità di venire bocciati "per assenteismo", visto che per la prima volta si introduce un tempo minimo obbligatorio di frequenza, attestato sulle 825 ore annue (che equivalgono in media, suddivise per le 33 settimane convenzionali dell'anno scolastico, a 25 ore per settimana).

Flessibilità e adattabilità, dunque. Ma ancor di più ci vuole, abbiamo detto, del tempo. Tempo per tradurre i principi informatori enunciati dalla legge in atti concreti, come è, per essere chiari, il decreto legislativo n. 59 del febbraio 2004, che fornisce le indicazioni per dar corpo alla nuova scuola dell'infanzia e a gran parte del primo ciclo di istruzione, interessando i cinque anni della primaria e il primo della secondaria di primo grado. Decreto che necessariamente verrà seguito, pena la decadenza della legge delega, entro la primavera del 2005, da ulteriori provvedimenti per completare l'architettura scolastica italiana.

La quale, in sintesi, si concluderà con un secondo ciclo di istruzione, suddiviso in due diversi canali formativi: quello dei licei, della durata di cinque anni (due bienni seguiti da un anno di preparazione agli studi superiori), e quello dell'istruzione professionale. E se poi l'originaria scelta dello studente dovesse risultare inappropriata, sarà possibile il passaggio fra un canale e l'altro, così come tra liceo e liceo; ugualmente, a coloro che seguiranno l'istruzione professionale non verrà precluso l'accesso al mondo dell'università e della formazione professionale superiore, essendo previsto un quinto anno integrativo per consentire il giusto approccio ad essi.

VECCHIO E NUOVO. Ritornando agli argomenti di queste settimane, e quindi all'ingresso del bambino (e della sua famiglia) nel mondo della scuola, il primo contatto con l'avvenuta "rivoluzione" sono stati senza dubbio i libri di testo. I quali rispondono al principio secondo cui la scuola da "prescrittiva" deve trasformarsi in "indicativa", lasciando spazio all'esercizio di quella "autonomia scolastica" che è anche il mezzo attraverso il quale ogni singolo istituto si adeguerà gradualmente ai cambiamenti e, per coloro che già negli anni scorsi frequentavano le aule, al passaggio dal vecchio al nuovo. Principi, dunque, che dovranno tenere conto delle diverse situazioni, pur salvaguardando quanto previsto dalla legge.

Scendendo ancora di più nella quotidianità, al di là dell'anticipo dell'età di iscrizione, sia alla scuola dell'infanzia che a quella primaria - misura facoltativa, adottata perché i nostri giovani possano completare il percorso di studi contemporaneamente agli altri europei, e che permette l'abbassamento dei limiti rispettivamente a due anni e mezzo e a cinque anni e mezzo -, le novità di maggior interesse riguardano la modifica interna dell'articolazione dei cicli, l'introduzione del tutor e, aspetto questo strettamente legato alla realtà italiana, il progressivo divenire multietnico delle nostre classi. Chiamati a discuterne, non solo docenti e personale tecnico-amministrativo, ma anche i familiari degli studenti, che la riforma vuole responsabilizzare al massimo.

Se dunque nella scuola elementare avevamo un biennio seguito da tre anni, che portavano all'esame di quinta per l'omonima licenza, oggi nella scuola primaria (così chiamata, tra le altre motivazioni, perché consente il primo approccio del bambino al sapere) vi è un anno iniziale "di adattamento", seguito da due bienni, che dovranno collegarsi, senza più la cesura dell'esame di Stato, ai tre anni della scuola secondaria di primo grado, a loro volta composti da un biennio seguito da un anno preparatorio al secondo ciclo di istruzione.

L'aver soppresso l'esame di licenza elementare ha lo scopo di consentire un più graduale approfondimento delle materie. Così, se prima il programma di storia veniva riproposto integralmente, a diverso livello di approfondimento, per due volte, ora vi sarà uno studio in progress che, partito sempre dalla terza classe della primaria, giungerà, senza soluzione di continuità, all'ultimo anno della secondaria di primo grado. La quale, secondo il nuovo dettato, nel comporre il curriculi cor, ossia gli elementi formativi fondamentali, alle discipline già conosciute aggiunge nei propri piani di studio, personalizzati in modo da adeguarli alle capacità del singolo studente, altre sei nuove "educazioni" (alla cittadinanza, stradale, ambientale, alla salute, alimentare, all'affettività).

Va anche detto che l'abolizione "dell'esame di quinta" non implica il venir meno dei processi di valutazione e controllo, che anzi - ed è aspetto che rientra tra i più positivamente giudicati dai genitori al momento dell'enunciazione della riforma - si sono intensificati, con riscontri a cadenze annuali e biennali, che dovrebbero consentire di individuare più rapidamente, e con maggiore precocità rispetto al passato, eventuali lacune dello studente. Riscontri che verranno affiancati dall'attività dell'Invalsi - il servizio nazionale di valutazione del sistema scolastico - che, dopo alcuni anni sperimentali, diventerà obbligatorio e consentirà di verificare da una parte il livello di apprendimento degli studenti, dall'altra la qualità dell'insegnamento impartito.

Infine, in una organizzazione scolastica che si è trovata in soli dieci anni a dover affrontare una decuplicazione delle presenze di bambini di nazionalità ed etnie diverse (vedi box), assume fondamentale importanza l'introduzione del tutor. Parola di origine latina che significa "colui che dà sicurezza", indica l'insegnante - il professore nei tre anni finali del ciclo, ma soprattutto il maestro nei cinque della scuola primaria - destinato a diventare punto di riferimento per ogni singolo alunno e quindi per la sua famiglia.

Finora nella scuola elementare si optava tra due diverse organizzazioni: il "tempo pieno" ed il "modulo", rispondenti entrambe al principio del confronto con una pluralità di figure di riferimento. Oggi, invece, con l'intenzione di privilegiare al di là dell'aspetto formativo quello affettivo, più che importante nei primi anni di vita, vi sarà un insegnante che, sulle 27 ore del programma obbligatorio settimanale (vedi box), ne trascorrerà con i propri alunni almeno 18, gran parte delle quali nelle cosiddette "lezioni frontali", con il maestro, cioè, posto "di fronte" all'alunno. Nel contempo, il tutor coordinerà le attività educative e didattiche, e darà suggerimenti per la scelta di quelle opzionali, curando la documentazione del percorso di apprendimento dei suoi alunni attraverso la creazione del cosiddetto portfolio, che in pratica alla "vecchia" scheda individuale di valutazione aggiunge una sezione per l'orientamento e una dove raccogliere la documentazione sulle diverse esperienze formative dello studente.

Ruolo delicato e difficile, quello del tutor, che comunque verrà affiancato da altri insegnanti, ai quali saranno affidate le responsabilità dei cosiddetti "laboratori": dall'inglese all'informatica, dall'insegnamento religioso a quello scientifico. Con uguale dignità e responsabilità, essi concorreranno insieme a lui a disegnare e realizzare i diversi piani formativi, che dovranno tenere in conto, ponendola al giusto centro, la personalità di ogni allievo.

RODAGGIO. In un quadro così articolato appare allora chiaro che, per usare un paragone di facile comprensione, solo lasciando al motore la possibilità di rodarsi prima di affrontare più impegnativi percorsi riusciremo ad arrivare al risultato che davvero conta: valorizzare la funzione centrale della scuola nel nostro Paese. L'unico risultato che consentirà effettivamente a ciascuno di disporre delle giuste carte da giocare per determinare il proprio futuro, per realizzare le proprie aspettative, per dare un significato alla propria vita: indipendentemente da dove e da come sia partito.

Minna Conti e Valeriano Forbes