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Schede, non pallottole

Una «felice sorpresa» le elezioni in Afghanistan. Ma decisivo per il futuro del Paese sarà l'aiuto dell'Occidente

Il Pentagono dopo l'11 settembre

Sulle elezioni in Afghanistan, le prime nella lunga storia del Paese, il commento più corretto e efficace suona in inglese: ballots, not bullets, "schede, non pallottole". Chi, pessimisticamente, aveva pronosticato, e si aspettava, che le elezioni del 9 ottobre sarebbero naufragate in un bagno di sangue, con i talebani a farla da guastatori e i numerosi capi tribù a scannarsi a vicenda, è rimasto felicemente (o infelicemente, secondo i punti di vista) sorpreso. La grande maggioranza degli elettori ha votato senza esserne fisicamente impedita o, peggio, senza essere minacciata di morte. «La democrazia», ha scritto l'Economist,«è evidentemente possibile anche in un Paese spaccato come l'Afghanistan». Così, almeno per i prossimi mesi, e per la prima volta, il popolo afghano sarà governato, sia pure in attesa delle indispensabili elezioni parlamentari, da un leader scelto in relativa libertà. «Dopo tutto siamo anche noi esseri umani», ha commentato, con ironico sollievo, un'anziana afghana. Che, come i suoi concittadini, era andata a votare per la prima volta, non sapendo materialmente come si votasse e non avendo mai saputo, e forse non sapendolo chiaramente neppure ora, dopo aver votato, che cosa sia la democrazia.

«Per la prima volta nella sua lunga storia», ha scritto il New York Times, «in Afghanistan la gente comune ha avuto la possibilità di votare per il proprio leader nazionale e né la minaccia terrorista, né la consapevolezza di cinici accordi sottobanco l'ha tenuta lontana dai seggi». Insomma: la democrazia, per quanto imperfetta, rimane - secondo il celebre detto di Winston Churchill - il peggiore dei sistemi politici ad eccezione di tutti gli altri. Anche in un Paese che non l'ha mai conosciuta, e che sarebbe davvero azzardato definire democratico, come l'Afghanistan. Il che, dopo tutto, non è francamente una cattiva notizia.

Nel Paese, uscito da soli tre anni dalla dittatura teocratica dei talebani, si è votato, tutto sommato, nella sicurezza. Soprattutto perché il presidente temporaneo, Hamid Karzai, l'uomo d'ordine "sponsorizzato" dagli americani, si era guardato bene dal mettere in discussione l'autorità dei singoli "signori della guerra" locali che, a loro modo, hanno garantito, se non la regolarità, almeno il pacifico svolgimento delle votazioni. Karzai aveva prudentemente evitato di fare campagna elettorale fuori dalle mura della capitale; molti elettori sono stati intimiditi dai "signori della guerra"; la distribuzione dei certificati elettorali non è stata propriamente corretta; molti hanno votato forse più di una volta; i 300 osservatori stranieri che avrebbero dovuto controllare che gli oltre 21 milioni di elettori votassero secondo le regole erano pochi per evitare che, com'è accaduto, finissero col votare, in qualche località lontana, persino i bambini, come documentato fotograficamente, in una sorta di esaltazione democratica collettiva. Qualche incidente c'è stato, alcuni morti ammazzati ci sono scappati.

Sostenere, quindi, che, in un Paese che votava per la prima volta nella sua storia secondo le regole della democrazia - e che era chiamato a scegliere fra quasi una ventina di candidati, molti dei quali non proprio dei convinti democratici nell'accezione occidentale del termine - non ci siano stati brogli, sarebbe ingenuo. E infatti i brogli ci sono stati, e probabilmente non pochi. Basti dire che uno dei suddetti "signori della guerra" aveva installato il seggio elettorale addirittura nella propria abitazione. E non certo per amore della democrazia. Ma, e qui sta il lato singolare e paradossale della questione, l'estensione territoriale del Paese, l'estrema frammentarietà sociale e politica dei "poteri" che ancora lo governano, l'assenza di un vero e proprio potere centrale, l'esposizione della popolazione alle fazioni e qualche volta anche alla violenza hanno finito col diventare una sorta di garanzia della sostanziale "attendibilità" - da noi si direbbe del carattere pluralistico - delle votazioni, perché non hanno, di fatto, favorito nessuno. Il pluralismo tribale ha sopperito allo scarsissimo pluralismo democratico di un Paese che non sa neppure che cosa significhi il pluralismo politico. Così, le polemiche si sono ridotte alla qualità dell'inchiostro, indelebile o no, che avrebbe dovuto marchiare quelli che avevano votato, e le rimostranze e le accuse di broglio, sollevate dagli avversari di Karzai, sono rientrate una volta che lo stesso presidente ha garantito la costituzione di una commissione che vaglierà sulla correttezza (si fa per dire) dei risultati.

Ha commentato il New York Times: «Milioni di uomini e di donne afghani, attraverso tutto il Paese, hanno coraggiosamente affermato la propria fede nella democrazia. Il loro coraggio merita la ricompensa di elezioni parlamentari che sono state ripetutamente rimandate e che ora sono previste per il prossimo anno». È, del resto, il tempo di cui Karzai ha probabilmente bisogno per correggere l'apparato organizzativo elettorale, allo scopo di ridurre i brogli e, soprattutto, per disarmare i "signori della guerra". Finora il presidente e il suo governo di transizione - 32 ministri, dei quali solo una dozzina davvero competenti a gestire un ministero e ad assolvere ai propri incarichi - si erano retti, e avevano evitato la guerra civile, sulla instabile e pericolosa alleanza con i potentati che la fanno da padroni nell'intero Paese. Ma è impensabile che l'Afghanistan possa funzionare in tali condizioni. È ancora il New York Times che parla: «Il successo a lungo termine di queste elezioni dipenderà se esse conferiranno una legittimazione democratica duratura e di cui il presidente eletto ha bisogno per prevalere sui talebani e sui signorotti locali senza dover contare su una presenza delle truppe americane troppo prolungata».

Decisivo sarà, sotto questo profilo, l'aiuto che non solo gli Stati Uniti, ma l'intera comunità internazionale dell'Occidente sarà in grado, o sarà disposta a dare a quella che rimane, secondo l'opinione di tutti gli osservatori neutrali, la priorità assoluta per il governo: il disarmo delle fazioni. «L'immagine degli afghani che aspettavano pazientemente in fila per votare», ha commentato il giornale newyorkese, «ricorda che l'Afghanistan merita più aiuto di quanto non abbia finora ricevuto dopo le devastazioni della guerra e dei talebani». Le elezioni per il Parlamento saranno, infatti, decisive perché senza un meccanismo democratico, per quanto imperfetto, per gestire le differenze fra le molte etnie, i gruppi linguistici e religiosi, non potrà esserci un governo centrale realmente efficiente. Ma perché ciò possa accadere occorre che Karzai non si veda costretto a venire a patti con i "signori della guerra" e a offrire loro dei posti nel suo futuro governo. Futuro governo, sostiene l'Economist, «che non dovrebbe includere gente che abbia milizie private. Queste devono essere disarmate, e perché ciò accada occorre che la Nato dispieghi le truppe che ha promesso. In caso contrario l'Afghanistan non diventerà prospero e il ricordo di queste benedette elezioni svanirà presto».

La scommessa, per ora, l'hanno fatta gli afghani, e si può dire, con tutte le prudenze del caso, che l'abbiano vinta. Ma la scommessa, come convengono tutti gli osservatori internazionali, non è destinata ad avere effetti duraturi se non è sostenuta da un processo di modernizzazione che da soli gli afghani non sono ancora in condizione di affrontare e di portare al successo. Perciò, l'Afghanistan è stata, e rimane, anche, e soprattutto, una grande scommessa per la comunità internazionale. Il successo nella guerra ai talebani sarebbe davvero effimero se non si traducesse in una modernizzazione del Paese che abbia a fondamento la nascita di un sistema democratico, per quanto perfettibile, e la formulazione di regole di convivenza civile compatibili con la tutela dei diritti civili, primi fra tutti quelli delle donne.

Piero Ostellino