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Eroi d'Italia - 8 - Masaniello

Questa è l'incredibile storia di un giovane pescivendolo che - a metà del XVII secolo - guidò la rivolta del popolo napoletano contro i soprusi dei nobili e dei gabellieri. Il viceré di Spagna fu costretto a scendere a patti con quel manipolo di disperati e a riconoscere al loro capo il titolo di "Capitano generale del fedelissimo popolo". Il trionfo ebbe una durata brevissima, appena pochi giorni. Il giovane - virtuoso e incorruttibile come Robespierre - dette segni di squilibrio mentale, inebriato dal potere. I nobili ripresero il controllo della situazione, che era loro sfuggita di mano. Il popolo (preoccupato dalla sua onestà e dal suo rigore, più di quanto gli fosse riconoscente per i risultati ottenuti) finì per abbandonarlo. Un gruppo di congiurati lo uccise a colpi di archibugio, e la folla ne oltraggiò il cadavere (per poi pentirsene subito dopo). Crudele destino per un eroe che aveva il torto di aver anticipato i tempi delle rivoluzioni del proletariato. Che non era ancora pronto

Masaniello

Dieci giorni per entrare nella Storia. Per promuoversi da pescivendolo a capopopolo, per assaporare l'ebbrezza del potere, per diventare un eroe agli occhi dei concittadini. E per morire, assassinato dai suoi stessi seguaci. Questa è l'incredibile vicenda di Tommaso Aniello d'Amalfi, la cui fama superò i confini nazionali, per diffondersi in tutta Europa, malgrado la brevità dell'avventura che lo vide protagonista. Un eroe controverso, che è stato di volta in volta paragonato a Cola di Rienzo, ai tribuni della plebe della Roma antica, ai giacobini della Rivoluzione francese. Masaniello era diverso da tutti i personaggi ai quali è stato affiancato. Quel che è certo è che fu un eroe che aveva ben poco in comune con i patrioti di cui ci siamo occupati nella nostra galleria dei personaggi che hanno contribuito a creare una coscienza italiana (da Garibaldi a Scipione l'Africano, da Francesco Ferrucci a Balilla, da Giovanni da Procida ad Alberto da Giussano). Masaniello non gridò «Viva l'Italia!», come fece Enrico Toti dopo essere stato colpito a morte sulla Quota 85; assaltando la baracca del dazio sulla frutta, nella piazza del Mercato di Napoli il 7 luglio 1647, gridò invece: «Mora il governo, viva il re di Spagna!». Non aveva in testa l'indipendenza: la sua fu una rivolta proletaria contro i soprusi dei nobili, non una rivoluzione contro lo straniero.

Ma un posto nella galleria lo merita ugualmente. Tre secoli e mezzo dopo, il suo ricordo è ancora vivo nella memoria dei napoletani, perpetuato da una lapide nella chiesa del Carmine, una statua nel chiostro ed una piazzetta nei pressi di Piazza Mercato. Antonio Ghirelli (nella sua Storia di Napoli) ha fornito una spiegazione dell'affetto che ancora lo circonda: Masaniello è «il primo personaggio storico che riassuma intensamente, anche se ad un livello istintivo e con tutti i condizionamenti possibili, l'essenza della napoletanità, ossia il primo napoletano che si presenti in un preciso contorno storico con una personalità fortemente caratterizzata da quello stesso ambiente di cui, sulle scene, Pulcinella è stato e sarà la maschera emblematica». Scritto da un napoletano, il giudizio è da prendere in grande considerazione.

Micco Spadaro, La piaxxa del Mercatello a Napoli.

IL DAZIO SULLA FRUTTA. Tommaso Aniello d'Amalfi aveva 27 anni quando si mise a capo della protesta dei lazzari napoletani contro il malgoverno. Era nato nel 1620 in una casa al primo piano nel Vico Rotto, a un passo dalla piazza del Mercato. Il padre Cicco - pescivendolo anche lui - e la madre Antonia Gargano si erano sposati soltanto quattro mesi prima della sua nascita. A 21 anni Tommaso aveva portato all'altare una popolana, Bernardina Pisa, che i contemporanei descrissero bellissima. Lui, invece, era un uomo di bassa statura, con carnagione olivastra, baffi appena accennati, sguardo vivo e penetrante, capelli castani. Era un ragazzo ignorante e impulsivo, rissoso e insolente come sanno esserlo soltanto i popolani schietti, ma di grande temperamento e con una naturale attitudine al comando. Era anche simpatico e gioviale, come lo sono ancor oggi i napoletani. Ed era furbo: in grado di cogliere le occasioni che la vita gli offriva. Non era uno stinco di santo, ma rientrava nella norma. In quegli anni difficili era del tutto improbabile che un popolano potesse vivere osservando le regole. Qualche reato era inevitabile per sbarcare il lunario. Era finito in carcere per colpa di un daziere disonesto che gli aveva sequestrato il pesce. La stessa sorte era toccata a Bernardina, arrestata per aver acquistato un pugno di farina fuori dai confini del dazio. Un'ingiustizia e un sopruso al quale Tommaso si ribellò giurando che si sarebbe vendicato. I guai con la giustizia lo misero in contatto con alcuni agitatori di professione, prigionieri politici, che lo attirarono nella cerchia di don Giulio Genoino, da trent'anni il guru di tutti gli oppressi a Napoli. Il vecchio sacerdote e il giovane pescivendolo furono visti ripetutamente insieme nei giorni precedenti alla rivolta. Il braccio e la mente. Precisando, tuttavia, che Masaniello non era un individuo facilmente manovrabile, e che non si fece mai completamente plagiare da Genoino.

Carlo Coppola, Il Tribunale della Vicaria.

IL GIORNO DELLA VENDETTA. «E il giorno della vendetta arrivò, tristo, terribile, inaspettato», come scrisse nell'Ottocento un biografo dell'eroe, Bartolommeo Capasso, «allorché ai 7 luglio 1647, nella piazza del Mercato, la plebe, istigatore e duce Masaniello, al grido di Viva il Re e muoja il mal governo, fieramente insorse». Fu dato alle fiamme un casotto del dazio, fu incendiato un posto in cui si riscuotevano le gabelle sulla farina a Porta Nolana, fu assalita la casa di Girolamo Letizia (che era uno degli esattori più esosi) a Portanova. «Un drappello di circa cinquanta garzoni e fanciulli, capitanati da Giovanni d'Amalfi (fratello di Tommaso) a cavallo, eseguiva fedelmente gli ordini di Masaniello. Scalzi, in sola camicia e mutande di tela, e col berretto rosso in testa, essi, facendosi ministri di una nuova giustizia, andavano processionalmente per le vie, preceduti da uno stendardo, nel quale si vedevano dipinte le armi reali di Spagna, e portavano chi torce di pece, chi frafii o forcine, chi solfanelli, fascine impeciate ed altre cose bisognevoli ad accendere, e chi finalmente picconi e sciamarri. Erano cenciaiuoli o venditori ambulanti, gente della più vile e povera condizione, che viveva stretta ed ammucchiata in alcuni di quei luridi covoli del Mercato e del Lavinaro». Una descrizione che richiama alla mente le stampe di fine Settecento che raccontano la presa della Bastiglia, a Parigi, nel 1789. Non erano, invece, scene consuete nella metà del Seicento, quando il proletariato non sapeva neppure di esistere.

L'eccezionalità dell'evento vale anche a spiegare le concessioni fatte dal viceré di Spagna, duca d'Arcos. Sua Eccellenza fu preso talmente alla sprovvista che rischiò persino di essere ammazzato per strada da un insorto (forse lo stesso Masaniello) che gli si avventò contro brandendo un coltello. D'Arcos mise al sicuro la pelle soltanto perché un cittadino (di cui si conosce anche il nome: Giuseppe San Vincenzo) se lo caricò sulle spalle e lo mise in salvo nella chiesa di San Luigi.

gatti e Dura, I gabellieri sequestrano il pesce a Masaniello (litografia della prima metà del XIX secolo).

Gli eventi di quella memorabile giornata furono convulsi e concitati, al punto che le ricostruzioni dei biografi e degli storici differiscono su parecchi punti, nient'affatto marginali. Alcuni raccontano che Masaniello, dopo l'attentato, si costituì alla polizia (guadagnando così ulteriore credito fra i suoi seguaci). Altri ignorano completamente l'episodio che, se realmente accaduto, non può essere considerato secondario. Alcuni sostengono che - dopo aver rovesciato parecchi banchi di frutta insieme con i suoi ragazzi - Masaniello si inerpicò su uno di quei banchi per pronunciare il suo primo discorso pubblico, e anche questa circostanza non è riferita da tutte le fonti. Quel che è certo è che lo spaventatissimo viceré si convinse immediatamente che era opportuno accogliere molte delle richieste dei rivoltosi, per mantenere in qualche modo la situazione sotto controllo. Persino don Genoino - che ne era stato il Richelieu - prese coscienza del fatto che la sommossa gli era sfuggita di mano. Il suo disegno era di saldare un'alleanza fra il popolo e la vecchia aristocrazia, contro i nuovi nobili, gli arricchiti, gli speculatori e i gabellieri. Ma i lazzari - capeggiati da Masaniello - non erano più disposti a scendere a patti con nessuno. Volevano soltanto che il viceré riconoscesse i loro diritti. La sommossa si era tramutata in rivoluzione. E Tommaso Aniello, "Capitano generale del fedelissimo popolo", ne era l'unico capo riconosciuto.

Per tre giorni - dalla domenica 7 luglio al mercoledì successivo - Rodrigo d'Arcos abbandonò la città e si rifugiò a Castelnuovo, tentando di mantenere aperto un negoziato con gli insorti. I margini di trattativa, tuttavia, erano molto scarsi. Masaniello, in poche ore, si era ritagliato un carattere, e un ruolo, molto simile a quello di Robespierre. Era spietato, ma incorruttibile. Tanto per fare un esempio, consegnò a suo fratello Giovanni un elenco degli edifici da bruciare (tutti appartenenti a nobili e speculatori), ordinando di vigilare perché nessuno si macchiasse del minimo furto. Fece anche il giro delle botteghe di Napoli intimando agli esercenti di praticare prezzi giusti: altrimenti li avrebbe fatti decapitare. I tentativi di Genoino, e del cardinale Filomarino (che era un prelato molto sensibile alle esigenze del popolo e molto critico nei confronti degli affamatori), di indurre Masaniello a una maggiore duttilità, non ottennero alcun risultato. Il giovane continuava a rispettare profondamente sia Genoino che il cardinale, ma era anche convinto di avere una missione da svolgere.

Il duca d'Arcos (xilografia acquarellata, 1648).

IL TRIONFO. Mercoledì 10 luglio fu il giorno del trionfo. Masaniello fu convocato dal viceré, che gli mandò anche in regalo un abito laminato d'argento, appropriato per la visita. Giunto sulla piazza del Castello, mostrando i documenti che portava a d'Arcos, arringò la folla: «Io non chiedo niente per me, io pretendo soltanto il bene pubblico. Per nessun'altra ragione avrei mai lasciato i miei stracci di marinaio, perché marinaio sono nato, marinaio sono vissuto, e marinaio voglio morire». Era sincero. E la folla lo sapeva. Lo sapeva anche il viceré, che firmò l'impegno a concedere la Costituzione. Al termine del colloquio, i due s'affacciarono al balcone della reggia, e Masaniello si rivolse ancora alla folla: «Popolo mio, tutto è fatto. Siate devoti alla Santissima Vergine del Carmine e fedeli a Sua Maestà Cattolica. In segno di consenso, alzate la mano». La rivoluzione aveva vinto. Per il momento.



Due secoli prima...



Ritratto di Cola di Rienzo (incisione del XVII secolo).

Esisteva un precedente (che, di sicuro, Masaniello ignorava). A metà del XIV secolo, un popolano, Cola di Rienzo, figlio di un oste e di una lavandaia, aveva preso il potere a Roma. Le due vicende hanno moltissimi punti di contatto. Erano, tutti e due, rivoluzionari rispettosi dell'ordine costituito. Masaniello gridava «Viva il re, abbasso l'oppressione»; Cola di Rienzo ebbe una sorta di investitura dal papa Clemente VI, che lo ricevette ad Avignone e lo incoraggiò ad organizzare la resistenza dei romani contro i soprusi dei nobili. Masaniello, come Cola, lottava in nome del popolo oppresso. L'uno e l'altro erano dotati di un indiscutibile carisma, ed erano grandi affabulatori. L'uno e l'altro si inebriarono del potere così facilmente conquistato, e dettero evidenti segni di squilibrio mentale. Furono tutti e due trucidati dai loro stessi seguaci.

Cola di Rienzo rimase sulla scena per un tempo di gran lunga maggiore a quello che la sorte concesse al pescivendolo napoletano. All'epoca di Cola la città di Roma viveva il periodo più buio della propria storia. Il trasferimento della sede papale in Francia aveva impoverito drammaticamente la Città Eterna, la cui fonte principale di reddito era rappresentata - nel Medio Evo - dalla devozione dei pellegrini che giungevano da tutte le contrade d'Europa. Tutta la corte (prelati, diplomatici, ma anche faccendieri) che ruotava intorno al pontefice s'era spostata ad Avignone, e Roma rischiava di retrocedere al rango di una provincia alla periferia dell'Impero. Di questo malessere si fece interprete e portavoce Nicola di Rienzo Cabrini, tribuno di indiscutibili qualità, capace di guidare la riscossa del popolino. Dopo il suo viaggio ad Avignone (nel 1343), Cola decise di passare all'azione (nel 1347).

Un ritratto di Masaniello.

Convocò un'assemblea che lo proclamò "Liberatore della Sacra Repubblica Romana". Per qualche tempo governò bene, ma poi si montò la testa e cominciò a vaneggiare un impero mondiale (di cui, nemmeno a dirlo, sarebbe divenuto il capo), fino a che il papa (nello stesso anno 1347) non emanò una bolla nella quale minacciava di cancellare il Giubileo (al quale i romani tenevano moltissimo, sapendo che avrebbe portato un po' di quattrini nelle loro tasche vuote) se il tribuno non si fosse ritirato. Cola riparò all'estero. Ma anche lui, come sarebbe capitato a Napoleone quasi cinquecento anni più tardi), ebbe i suoi "cento giorni" (68 per la precisione). Nel 1354 rientrò a Roma (inviato dal nuovo papa, Innocenzo VI), ma la sua gloria resistette ben poco. Finì assassinato in una sommossa popolare.

Il 18 maggio 1347, davanti alla chiesa di Santa Sabina, sull'Aventino, Cola arringò la folla annunciando che presto sarebbe passato all'azione. Il giorno successivo raccolse i suoi seguaci (che erano parecchi) in Sant'Angelo in Pescheria per illustrare il suo piano per la conquista del potere. Durante la notte fece celebrare trenta messe. Due giorni più tardi guidò un corteo (fra due ali di folla entusiasta) che lo condusse in Campidoglio, dove si insediò come autentico dittatore. Era il giorno di Pentecoste. Cola era partito dalla chiesa di Sant'Angelo in Peschiera (dove aveva trascorso la notte) «tutto coperto dall'armatura, solo il capo scoperto, con intorno a sé i congiurati», racconta Ferdinand Gregorovius nella Storia della città di Roma nel Medioevo. La rivoluzione cominciò con una processione, come s'usava a quei tempi: ogni imperatore, sovrano principe o capopolo avvertiva il bisogno di sentirsi unto dal Signore. Arrivato in Campidoglio, Cola montò sulla tribuna e fece quel che sapeva fare meglio: parlò alla folla. «Parlò con parole trascinanti della servitù e della liberazione di Roma, dicendosi pronto a sacrificare la vita per amore del papa e per la salvezza del popolo. Mille voci lo acclamarono». Inizialmente il suo fu un buon governo, ma poi uscì di senno. Fu a quel punto che papa Clemente VI gli impose di ritirarsi. Fu assassinato l'8 ottobre in una sommossa popolare. Il cadavere, mutilato e senza testa, fu trascinato giù dal Campidoglio fino al quartiere dei Colonna. I suoi resti furono esposti per due giorni al dileggio della folla. Le processioni, la fede religiosa e la fine cruenta, con la decapitazione e la macabra esposizione pubblica dei resti, sono capitoli identici alla tragedia di Masaniello.



Un eroe nella polvere



Gatti e Dura, Masaniello a capo degli Alarbi.

Robespierre non fu un personaggio popolare. E non fu amato neppure dai giacobini. L'intransigenza e la virtù - coniugate insieme - non suscitano né simpatia né fiducia. Questo spiega perché la popolarità di Masaniello si esaurì in pochi giorni. Gli storici raccontano i suoi eccessi, concordano nel ritenere che il potere l'avesse condotto alla pazzia, descrivono con abbondanza di particolari i segni inequivocabili di squilibrio che egli fornì nei giorni immediatamente successivi al trionfo. Testimonianze inconfutabili, anche se non si può escludere che certi racconti siano stati dilatati per giustificare in qualche modo la fine ingloriosa di un eroe diventato scomodo. Scomodo per tutti: per il potere costituito, per i vecchi e i nuovi nobili, per gli apprendisti stregoni che lo avevano convinto ad agire, per il popolo stesso che non si riconosceva nella sua crociata di giustizia.

SEGNI DI SQUILIBRIO. Il giorno 12 luglio (quarantotto ore dopo essersi affacciato al balcone del palazzo del viceré per annunciare la vittoria), Masaniello volle assistere da un altro punto di osservazione privilegiato - la finestra della sua modestissima casa nel Vico Rotto - all'esecuzione sommaria dei nemici del popolo. Il giorno successivo - mentre la moglie Bernardina veniva ricevuta dalla viceregina, e coperta di regali - si abbandonò ad atti di ridicolo servilismo nei confronti del duca. La domenica tornò a far visita a D'Arcos portandogli un omaggio di pesce fresco. Il viceré gli mise a disposizione una feluca per fare una gita a Posillipo. In sua assenza, D'Arcos convocò una riunone di maggiorenti (fra i quali Genoino), con i quali strinse un'intesa perché Masaniello fosse isolato, e i suoi ordini fossero considerati nulli e privi di ogni valore. La mattina seguente (siamo a lunedì 15 luglio) Masaniello si svegliò febbricitante, impartì

Gatti e Dura, La moglie di Masaniello condannata per contrabbando.

ordini pazzeschi, pretese altre esecuzioni. Nessuno (fatta eccezione per la madre) osava contraddirlo apertamente. Ma tutti, ormai, complottavano per toglierlo di mezzo. La sera stessa i capitani del popolo lo catturarono, gli misero i ferri ai polsi e lo confinarono agli arresti domiciliari nella casa di Vico Rotto. Nel convento di Sant'Agostino, i capipopolo decisero di sospendere dalla carica il "Capitano generale del fedelissimo popolo". Fu scelto anche il suo sostituto, nella persona di un nipote di don Genoino. La mattina di martedì, il decreto fu letto in pubblico nella Piazza Mercato: un proclama del viceré confermò la decisione, affidando a Genoino l'incarico di provvedere ai bisogni della città.

LA CONGIURA. Masaniello ebbe un ultimo colpo di coda. Riuscì a fuggire dalla sua prigione e a rifugiarsi nella chiesa del Carmine, dove quella mattina era in programma il rito solenne per la festa della Madonna, officiato dal cardinale Filomarino. Il giovane era fuori di sé. Salito sul pulpito, improvvisò un discorso sconclusionato ai fedeli. Fece appello alla solidarietà, disse che il tempo della miseria era finito ed il merito era soltanto suo, lamentò l'ingratitudine di cui si sentiva circondato. Annunciò la propria morte: era sicuro che fosse in atto una cospirazione contro di lui, e che l'avrebbero ucciso. Una premonizione. Poi - per testimoniare come fosse ridotto - si spogliò da capo a piedi. Il cardinale - turbato profondamente da quella scena, e dalla reazione dei fedeli che deridevano lo sventurato - fece portare Masaniello nel dormitorio dei monaci. Lì fu raggiunto dai congiurati. Il loro capo (un certo Carlo Ardizzone, che Tommaso conosceva bene) lo chiamò, invitandolo ad aprire la porta. Intorpidito dal sonno e dalla stanchezza, il ragazzo socchiuse la porta, quanto bastò perché fosse ucciso a colpi di archibugio.

IN UNA FOGNA. Ma lo strazio non era ancora finito. Un altro dei congiurati, Salvatore Catania, gli recise la testa, portandola poi in giro per le strade di Napoli, esibendola come un trofeo. Il lugubre corteo era salutato dalle urla della folla che inneggiava al re. D'Arcos, informato del delitto, dette ordine ad un suo consigliere di offrire una ricompensa agli assassini. Il che dimostrava quanto fosse sollevato dalla notizia della

I solenni funerali di Masaniello.

morte di Masaniello, ma provava anche la sua completa estraneità al delitto. Ardizzone conservò la testa di Masaniello. Il corpo fu trascinato nelle strade, prima di essere abbandonato tra i rifiuti in una fogna a cielo aperto. In un soprassalto di pietà (o di pentimento), alcuni popolani raccolsero i resti mortali dell'uomo che li aveva guidati alla sommossa contro le ingiustizie. Per circa un secolo le spoglie furono sepolte nella chiesa del Carmine. Nel 1799 il re Ferdinando IV fece riesumare la salma, per trasferirla in un luogo sconosciuto, inaccessibile a quanti ancora vedevano in quel pescivendolo del XVII secolo un esempio di riscossa per il popolo. Il mito di Masaniello era vivo più che mai. Ed è ancora vivo, a Napoli, e non solo. Uno scrittore contemporaneo, Giuseppe Campolieti (autore di una biografia dell'eroe), sostiene che «l'anima di Napoli da secoli si trascina dietro un cocente rimorso, qualcosa che ha scavato nel profondo e somiglia a una specie di "complesso giudaico". Questa città, che per essere felice attendeva sempre l'arrivo del suo re da lontano, uccise in grembo l'unico figlio del popolo acclamato capo. E ora, a distanza di secoli, lo rimpiange e ne sogna assurdamente il ritorno».

Filippo Malatesta