
Dieci giorni per entrare nella
Storia. Per promuoversi da pescivendolo a capopopolo, per
assaporare l'ebbrezza del potere, per diventare un eroe agli occhi
dei concittadini. E per morire, assassinato dai suoi stessi
seguaci. Questa è l'incredibile vicenda di Tommaso Aniello
d'Amalfi, la cui fama superò i confini nazionali, per diffondersi
in tutta Europa, malgrado la brevità dell'avventura che lo vide
protagonista. Un eroe controverso, che è stato di volta in volta
paragonato a Cola di Rienzo, ai tribuni della plebe della Roma
antica, ai giacobini della Rivoluzione francese. Masaniello era
diverso da tutti i personaggi ai quali è stato affiancato. Quel che
è certo è che fu un eroe che aveva ben poco in comune con i
patrioti di cui ci siamo occupati nella nostra galleria dei
personaggi che hanno contribuito a creare una coscienza italiana
(da Garibaldi a Scipione l'Africano, da Francesco Ferrucci a
Balilla, da Giovanni da Procida ad Alberto da Giussano). Masaniello
non gridò «Viva l'Italia!», come fece Enrico Toti dopo essere stato
colpito a morte sulla Quota 85; assaltando la baracca del dazio
sulla frutta, nella piazza del Mercato di Napoli il 7 luglio 1647,
gridò invece: «Mora il governo, viva il re di Spagna!». Non aveva
in testa l'indipendenza: la sua fu una rivolta proletaria contro i
soprusi dei nobili, non una rivoluzione contro lo straniero.
Ma un posto nella galleria lo merita
ugualmente. Tre secoli e mezzo dopo, il suo ricordo è ancora vivo
nella memoria dei napoletani, perpetuato da una lapide nella chiesa
del Carmine, una statua nel chiostro ed una piazzetta nei pressi di
Piazza Mercato. Antonio Ghirelli (nella sua Storia di Napoli) ha
fornito una spiegazione dell'affetto che ancora lo circonda:
Masaniello è «il primo personaggio storico che riassuma
intensamente, anche se ad un livello istintivo e con tutti i
condizionamenti possibili, l'essenza della napoletanità, ossia il
primo napoletano che si presenti in un preciso contorno storico con
una personalità fortemente caratterizzata da quello stesso ambiente
di cui, sulle scene, Pulcinella è stato e sarà la maschera
emblematica». Scritto da un napoletano, il giudizio è da prendere
in grande considerazione.

IL DAZIO SULLA FRUTTA. Tommaso Aniello d'Amalfi
aveva 27 anni quando si mise a capo della protesta dei lazzari
napoletani contro il malgoverno. Era nato nel 1620 in una casa al
primo piano nel Vico Rotto, a un passo dalla piazza del Mercato. Il
padre Cicco - pescivendolo anche lui - e la madre Antonia Gargano
si erano sposati soltanto quattro mesi prima della sua nascita. A
21 anni Tommaso aveva portato all'altare una popolana, Bernardina
Pisa, che i contemporanei descrissero bellissima. Lui, invece, era
un uomo di bassa statura, con carnagione olivastra, baffi appena
accennati, sguardo vivo e penetrante, capelli castani. Era un
ragazzo ignorante e impulsivo, rissoso e insolente come sanno
esserlo soltanto i popolani schietti, ma di grande temperamento e
con una naturale attitudine al comando. Era anche simpatico e
gioviale, come lo sono ancor oggi i napoletani. Ed era furbo: in
grado di cogliere le occasioni che la vita gli offriva. Non era uno
stinco di santo, ma rientrava nella norma. In quegli anni difficili
era del tutto improbabile che un popolano potesse vivere osservando
le regole. Qualche reato era inevitabile per sbarcare il lunario.
Era finito in carcere per colpa di un daziere disonesto che gli
aveva sequestrato il pesce. La stessa sorte era toccata a
Bernardina, arrestata per aver acquistato un pugno di farina fuori
dai confini del dazio. Un'ingiustizia e un sopruso al quale Tommaso
si ribellò giurando che si sarebbe vendicato. I guai con la
giustizia lo misero in contatto con alcuni agitatori di
professione, prigionieri politici, che lo attirarono nella cerchia
di don Giulio Genoino, da trent'anni il guru di tutti gli oppressi
a Napoli. Il vecchio sacerdote e il giovane pescivendolo furono
visti ripetutamente insieme nei giorni precedenti alla rivolta. Il
braccio e la mente. Precisando, tuttavia, che Masaniello non era un
individuo facilmente manovrabile, e che non si fece mai
completamente plagiare da Genoino.

IL GIORNO DELLA VENDETTA. «E il giorno della
vendetta arrivò, tristo, terribile, inaspettato», come scrisse
nell'Ottocento un biografo dell'eroe, Bartolommeo Capasso,
«allorché ai 7 luglio 1647, nella piazza del Mercato, la plebe,
istigatore e duce Masaniello, al grido di Viva il Re e muoja il mal
governo, fieramente insorse». Fu dato alle fiamme un casotto del
dazio, fu incendiato un posto in cui si riscuotevano le gabelle
sulla farina a Porta Nolana, fu assalita la casa di Girolamo
Letizia (che era uno degli esattori più esosi) a Portanova. «Un
drappello di circa cinquanta garzoni e fanciulli, capitanati da
Giovanni d'Amalfi (fratello di Tommaso) a cavallo, eseguiva
fedelmente gli ordini di Masaniello. Scalzi, in sola camicia e
mutande di tela, e col berretto rosso in testa, essi, facendosi
ministri di una nuova giustizia, andavano processionalmente per le
vie, preceduti da uno stendardo, nel quale si vedevano dipinte le
armi reali di Spagna, e portavano chi torce di pece, chi frafii o
forcine, chi solfanelli, fascine impeciate ed altre cose
bisognevoli ad accendere, e chi finalmente picconi e sciamarri.
Erano cenciaiuoli o venditori ambulanti, gente della più vile e
povera condizione, che viveva stretta ed ammucchiata in alcuni di
quei luridi covoli del Mercato e del Lavinaro». Una descrizione che
richiama alla mente le stampe di fine Settecento che raccontano la
presa della Bastiglia, a Parigi, nel 1789. Non erano, invece, scene
consuete nella metà del Seicento, quando il proletariato non sapeva
neppure di esistere.
L'eccezionalità dell'evento vale
anche a spiegare le concessioni fatte dal viceré di Spagna, duca
d'Arcos. Sua Eccellenza fu preso talmente alla sprovvista che
rischiò persino di essere ammazzato per strada da un insorto (forse
lo stesso Masaniello) che gli si avventò contro brandendo un
coltello. D'Arcos mise al sicuro la pelle soltanto perché un
cittadino (di cui si conosce anche il nome: Giuseppe San Vincenzo)
se lo caricò sulle spalle e lo mise in salvo nella chiesa di San
Luigi.

Gli eventi di quella memorabile
giornata furono convulsi e concitati, al punto che le ricostruzioni
dei biografi e degli storici differiscono su parecchi punti,
nient'affatto marginali. Alcuni raccontano che Masaniello, dopo
l'attentato, si costituì alla polizia (guadagnando così ulteriore
credito fra i suoi seguaci). Altri ignorano completamente
l'episodio che, se realmente accaduto, non può essere considerato
secondario. Alcuni sostengono che - dopo aver rovesciato parecchi
banchi di frutta insieme con i suoi ragazzi - Masaniello si
inerpicò su uno di quei banchi per pronunciare il suo primo
discorso pubblico, e anche questa circostanza non è riferita da
tutte le fonti. Quel che è certo è che lo spaventatissimo viceré si
convinse immediatamente che era opportuno accogliere molte delle
richieste dei rivoltosi, per mantenere in qualche modo la
situazione sotto controllo. Persino don Genoino - che ne era stato
il Richelieu - prese coscienza del fatto che la sommossa gli era
sfuggita di mano. Il suo disegno era di saldare un'alleanza fra il
popolo e la vecchia aristocrazia, contro i nuovi nobili, gli
arricchiti, gli speculatori e i gabellieri. Ma i lazzari -
capeggiati da Masaniello - non erano più disposti a scendere a
patti con nessuno. Volevano soltanto che il viceré riconoscesse i
loro diritti. La sommossa si era tramutata in rivoluzione. E
Tommaso Aniello, "Capitano generale del fedelissimo popolo", ne era
l'unico capo riconosciuto.
Per tre giorni - dalla domenica 7
luglio al mercoledì successivo - Rodrigo d'Arcos abbandonò la città
e si rifugiò a Castelnuovo, tentando di mantenere aperto un
negoziato con gli insorti. I margini di trattativa, tuttavia, erano
molto scarsi. Masaniello, in poche ore, si era ritagliato un
carattere, e un ruolo, molto simile a quello di Robespierre. Era
spietato, ma incorruttibile. Tanto per fare un esempio, consegnò a
suo fratello Giovanni un elenco degli edifici da bruciare (tutti
appartenenti a nobili e speculatori), ordinando di vigilare perché
nessuno si macchiasse del minimo furto. Fece anche il giro delle
botteghe di Napoli intimando agli esercenti di praticare prezzi
giusti: altrimenti li avrebbe fatti decapitare. I tentativi di
Genoino, e del cardinale Filomarino (che era un prelato molto
sensibile alle esigenze del popolo e molto critico nei confronti
degli affamatori), di indurre Masaniello a una maggiore duttilità,
non ottennero alcun risultato. Il giovane continuava a rispettare
profondamente sia Genoino che il cardinale, ma era anche convinto
di avere una missione da svolgere.

IL TRIONFO. Mercoledì 10 luglio fu il giorno
del trionfo. Masaniello fu convocato dal viceré, che gli mandò
anche in regalo un abito laminato d'argento, appropriato per la
visita. Giunto sulla piazza del Castello, mostrando i documenti che
portava a d'Arcos, arringò la folla: «Io non chiedo niente per me,
io pretendo soltanto il bene pubblico. Per nessun'altra ragione
avrei mai lasciato i miei stracci di marinaio, perché marinaio sono
nato, marinaio sono vissuto, e marinaio voglio morire». Era
sincero. E la folla lo sapeva. Lo sapeva anche il viceré, che firmò
l'impegno a concedere la Costituzione. Al termine del colloquio, i
due s'affacciarono al balcone della reggia, e Masaniello si rivolse
ancora alla folla: «Popolo mio, tutto è fatto. Siate devoti alla
Santissima Vergine del Carmine e fedeli a Sua Maestà Cattolica. In
segno di consenso, alzate la mano». La rivoluzione aveva vinto. Per
il momento.
Due secoli prima...
Esisteva un precedente (che, di
sicuro, Masaniello ignorava). A metà del XIV secolo, un popolano,
Cola di Rienzo, figlio di un oste e di una lavandaia, aveva preso
il potere a Roma. Le due vicende hanno moltissimi punti di
contatto. Erano, tutti e due, rivoluzionari rispettosi dell'ordine
costituito. Masaniello gridava «Viva il re, abbasso l'oppressione»;
Cola di Rienzo ebbe una sorta di investitura dal papa Clemente VI,
che lo ricevette ad Avignone e lo incoraggiò ad organizzare la
resistenza dei romani contro i soprusi dei nobili. Masaniello, come
Cola, lottava in nome del popolo oppresso. L'uno e l'altro erano
dotati di un indiscutibile carisma, ed erano grandi affabulatori.
L'uno e l'altro si inebriarono del potere così facilmente
conquistato, e dettero evidenti segni di squilibrio mentale. Furono
tutti e due trucidati dai loro stessi seguaci.
Cola di Rienzo rimase sulla scena
per un tempo di gran lunga maggiore a quello che la sorte concesse
al pescivendolo napoletano. All'epoca di Cola la città di Roma
viveva il periodo più buio della propria storia. Il trasferimento
della sede papale in Francia aveva impoverito drammaticamente la
Città Eterna, la cui fonte principale di reddito era rappresentata
- nel Medio Evo - dalla devozione dei pellegrini che giungevano da
tutte le contrade d'Europa. Tutta la corte (prelati, diplomatici,
ma anche faccendieri) che ruotava intorno al pontefice s'era
spostata ad Avignone, e Roma rischiava di retrocedere al rango di
una provincia alla periferia dell'Impero. Di questo malessere si
fece interprete e portavoce Nicola di Rienzo Cabrini, tribuno di
indiscutibili qualità, capace di guidare la riscossa del popolino.
Dopo il suo viaggio ad Avignone (nel 1343), Cola decise di passare
all'azione (nel 1347).

Convocò un'assemblea che lo proclamò
"Liberatore della Sacra Repubblica Romana". Per qualche tempo
governò bene, ma poi si montò la testa e cominciò a vaneggiare un
impero mondiale (di cui, nemmeno a dirlo, sarebbe divenuto il
capo), fino a che il papa (nello stesso anno 1347) non emanò una
bolla nella quale minacciava di cancellare il Giubileo (al quale i
romani tenevano moltissimo, sapendo che avrebbe portato un po' di
quattrini nelle loro tasche vuote) se il tribuno non si fosse
ritirato. Cola riparò all'estero. Ma anche lui, come sarebbe
capitato a Napoleone quasi cinquecento anni più tardi), ebbe i suoi
"cento giorni" (68 per la precisione). Nel 1354 rientrò a Roma
(inviato dal nuovo papa, Innocenzo VI), ma la sua gloria resistette
ben poco. Finì assassinato in una sommossa popolare.
Il 18 maggio 1347, davanti alla
chiesa di Santa Sabina, sull'Aventino, Cola arringò la folla
annunciando che presto sarebbe passato all'azione. Il giorno
successivo raccolse i suoi seguaci (che erano parecchi) in
Sant'Angelo in Pescheria per illustrare il suo piano per la
conquista del potere. Durante la notte fece celebrare trenta messe.
Due giorni più tardi guidò un corteo (fra due ali di folla
entusiasta) che lo condusse in Campidoglio, dove si insediò come
autentico dittatore. Era il giorno di Pentecoste. Cola era partito
dalla chiesa di Sant'Angelo in Peschiera (dove aveva trascorso la
notte) «tutto coperto dall'armatura, solo il capo scoperto, con
intorno a sé i congiurati», racconta Ferdinand Gregorovius nella
Storia della città di Roma nel Medioevo. La rivoluzione cominciò
con una processione, come s'usava a quei tempi: ogni imperatore,
sovrano principe o capopolo avvertiva il bisogno di sentirsi unto
dal Signore. Arrivato in Campidoglio, Cola montò sulla tribuna e
fece quel che sapeva fare meglio: parlò alla folla. «Parlò con
parole trascinanti della servitù e della liberazione di Roma,
dicendosi pronto a sacrificare la vita per amore del papa e per la
salvezza del popolo. Mille voci lo acclamarono». Inizialmente il
suo fu un buon governo, ma poi uscì di senno. Fu a quel punto che
papa Clemente VI gli impose di ritirarsi. Fu assassinato l'8
ottobre in una sommossa popolare. Il cadavere, mutilato e senza
testa, fu trascinato giù dal Campidoglio fino al quartiere dei
Colonna. I suoi resti furono esposti per due giorni al dileggio
della folla. Le processioni, la fede religiosa e la fine cruenta,
con la decapitazione e la macabra esposizione pubblica dei resti,
sono capitoli identici alla tragedia di Masaniello.
Un eroe nella polvere
Robespierre non fu un personaggio
popolare. E non fu amato neppure dai giacobini. L'intransigenza e
la virtù - coniugate insieme - non suscitano né simpatia né
fiducia. Questo spiega perché la popolarità di Masaniello si esaurì
in pochi giorni. Gli storici raccontano i suoi eccessi, concordano
nel ritenere che il potere l'avesse condotto alla pazzia,
descrivono con abbondanza di particolari i segni inequivocabili di
squilibrio che egli fornì nei giorni immediatamente successivi al
trionfo. Testimonianze inconfutabili, anche se non si può escludere
che certi racconti siano stati dilatati per giustificare in qualche
modo la fine ingloriosa di un eroe diventato scomodo. Scomodo per
tutti: per il potere costituito, per i vecchi e i nuovi nobili, per
gli apprendisti stregoni che lo avevano convinto ad agire, per il
popolo stesso che non si riconosceva nella sua crociata di
giustizia.
SEGNI DI SQUILIBRIO. Il
giorno 12 luglio (quarantotto ore dopo essersi affacciato al
balcone del palazzo del viceré per annunciare la vittoria),
Masaniello volle assistere da un altro punto di osservazione
privilegiato - la finestra della sua modestissima casa nel Vico
Rotto - all'esecuzione sommaria dei nemici del popolo. Il giorno
successivo - mentre la moglie Bernardina veniva ricevuta dalla
viceregina, e coperta di regali - si abbandonò ad atti di ridicolo
servilismo nei confronti del duca. La domenica tornò a far visita a
D'Arcos portandogli un omaggio di pesce fresco. Il viceré gli mise
a disposizione una feluca per fare una gita a Posillipo. In sua
assenza, D'Arcos convocò una riunone di maggiorenti (fra i quali
Genoino), con i quali strinse un'intesa perché Masaniello fosse
isolato, e i suoi ordini fossero considerati nulli e privi di ogni
valore. La mattina seguente (siamo a lunedì 15 luglio) Masaniello
si svegliò febbricitante, impartì

ordini pazzeschi, pretese altre
esecuzioni. Nessuno (fatta eccezione per la madre) osava
contraddirlo apertamente. Ma tutti, ormai, complottavano per
toglierlo di mezzo. La sera stessa i capitani del popolo lo
catturarono, gli misero i ferri ai polsi e lo confinarono agli
arresti domiciliari nella casa di Vico Rotto. Nel convento di
Sant'Agostino, i capipopolo decisero di sospendere dalla carica il
"Capitano generale del fedelissimo popolo". Fu scelto anche il suo
sostituto, nella persona di un nipote di don Genoino. La mattina di
martedì, il decreto fu letto in pubblico nella Piazza Mercato: un
proclama del viceré confermò la decisione, affidando a Genoino
l'incarico di provvedere ai bisogni della città.
LA CONGIURA. Masaniello ebbe
un ultimo colpo di coda. Riuscì a fuggire dalla sua prigione e a
rifugiarsi nella chiesa del Carmine, dove quella mattina era in
programma il rito solenne per la festa della Madonna, officiato dal
cardinale Filomarino. Il giovane era fuori di sé. Salito sul
pulpito, improvvisò un discorso sconclusionato ai fedeli. Fece
appello alla solidarietà, disse che il tempo della miseria era
finito ed il merito era soltanto suo, lamentò l'ingratitudine di
cui si sentiva circondato. Annunciò la propria morte: era sicuro
che fosse in atto una cospirazione contro di lui, e che l'avrebbero
ucciso. Una premonizione. Poi - per testimoniare come fosse ridotto
- si spogliò da capo a piedi. Il cardinale - turbato profondamente
da quella scena, e dalla reazione dei fedeli che deridevano lo
sventurato - fece portare Masaniello nel dormitorio dei monaci. Lì
fu raggiunto dai congiurati. Il loro capo (un certo Carlo
Ardizzone, che Tommaso conosceva bene) lo chiamò, invitandolo ad
aprire la porta. Intorpidito dal sonno e dalla stanchezza, il
ragazzo socchiuse la porta, quanto bastò perché fosse ucciso a
colpi di archibugio.
IN UNA FOGNA. Ma lo strazio
non era ancora finito. Un altro dei congiurati, Salvatore Catania,
gli recise la testa, portandola poi in giro per le strade di
Napoli, esibendola come un trofeo. Il lugubre corteo era salutato
dalle urla della folla che inneggiava al re. D'Arcos, informato del
delitto, dette ordine ad un suo consigliere di offrire una
ricompensa agli assassini. Il che dimostrava quanto fosse sollevato
dalla notizia della

morte di Masaniello, ma provava
anche la sua completa estraneità al delitto. Ardizzone conservò la
testa di Masaniello. Il corpo fu trascinato nelle strade, prima di
essere abbandonato tra i rifiuti in una fogna a cielo aperto. In un
soprassalto di pietà (o di pentimento), alcuni popolani raccolsero
i resti mortali dell'uomo che li aveva guidati alla sommossa contro
le ingiustizie. Per circa un secolo le spoglie furono sepolte nella
chiesa del Carmine. Nel 1799 il re Ferdinando IV fece riesumare la
salma, per trasferirla in un luogo sconosciuto, inaccessibile a
quanti ancora vedevano in quel pescivendolo del XVII secolo un
esempio di riscossa per il popolo. Il mito di Masaniello era vivo
più che mai. Ed è ancora vivo, a Napoli, e non solo. Uno scrittore
contemporaneo, Giuseppe Campolieti (autore di una biografia
dell'eroe), sostiene che «l'anima di Napoli da secoli si trascina
dietro un cocente rimorso, qualcosa che ha scavato nel profondo e
somiglia a una specie di "complesso giudaico". Questa città, che
per essere felice attendeva sempre l'arrivo del suo re da lontano,
uccise in grembo l'unico figlio del popolo acclamato capo. E ora, a
distanza di secoli, lo rimpiange e ne sogna assurdamente il
ritorno». |