Napoli
com'era
Nel Seicento Napoli era una
metropoli. Nel 1614 contava 167mila abitanti, cresciuti, dieci anni
dopo, a circa mezzo milione. Era ricca di monumenti importanti,
aveva mura solide, castelli torri e baluardi che ne garantivano la
sicurezza, un porto fra i più trafficati del Mediterraneo. Una
città ricca, nella quale la maggior parte della popolazione viveva
in condizioni spaventose di miseria, ammassata nei vicoli
maleodoranti e privi di luce dei quartieri poveri. Le condizioni
igieniche erano disastrose e favorivano ogni genere di epidemie. La
violenza imperava, i bambini si dedicavano al borseggio, gli adulti
dovevano ogni giorno inventarsi qualcosa per guadagnarsi un tozzo
di pane. Ciechi, gobbi, storpi e 'nzallanuti (scimuniti)
affollavano le strade chiedendo l'elemosina. Gli stranieri che
giungevano a Napoli non riuscivano a capire come mai una città che
cresceva a vista d'occhio e che era considerata molto ricca potesse
ospitare tanti disperati. «La congestione urbana», ha scritto
Giuseppe Campolieti, autore di Masaniello, trionfo e caduta,
«determinò in pochi anni fenomeni di vera patologia sociale, a
parte l'aggravarsi delle condizioni igienico-sanitarie già affidate
alla precarietà. Si moltiplicarono gli episodi di delinquenza, di
emarginazione, di violenza finalizzata o gratuita. Temutissimo era
allora il "serra serra", ossia il grido che si passavano artieri,
bottegai, gente qualsiasi non appena si aveva sentore di tumulto
accompagnato da saccheggio o vandalismo gratuito.
Si correva a chiudere porte e
finestre, a sbarrare le botteghe, a "serrare" tutto quanto fosse
aperto al pubblico per commercio o per consuetudine».
Il Duca
d'Arcos
Rodrigo Ponz De Leòn, duca d'Arcos
- viceré di Napoli per conto di Sua Altezza il sovrano di Spagna
Filippo IV d'Asburgo - non era il nemico riconosciuto di Masaniello
e del suo popolo. Essi non covavano sentimenti antispagnoli: erano
monarchici, e il loro odio era rivolto soltanto contro i nobili.
D'Arcos tentava di districarsi fra i due interlocutori in lotta,
dando un colpo al cerchio e uno alla botte.
Gli aristocratici gli ricordavano
che il popolo napoletano voleva essere governato «con il bastone»;
lui, il viceré, era un uomo senza scrupoli, ma era anche un
pusillanime, incline a ogni accomodamento.
Quando Masaniello entrò in azione,
d'Arcos visse momenti di autentico panico, che lo aiutarono a
cavalcare la rivoluzione e a domarla.
Alla fine fu lui l'unico vincitore,
e dentro di sé giunse sicuramente alla conclusione di aver dato
grande prova di saggezza.
Filippo
IV
Al tempo della rivolta di
Masaniello, il trono di Spagna era occupato da quasi trent'anni da
Filippo IV d'Asburgo, discendente diretto di Carlo V, che
s'occupava molto poco degli affari di Stato, impegnato com'era con
le donne, la caccia, i libri e i quadri. Filippo (a testimonianza
delle capacità di operare le scelte giuste nei campi che
maggiormente lo interessavano) fu il sovrano che nominò Diego
Velazquez pittore di corte. Soltanto una serie di sconfitte
militari (e la morte della moglie e del figlio primogenito) lo
indussero a cambiar vita, per occuparsi con maggiore attenzione del
suo regno. Il figlio Carlo II (avuto dalla seconda moglie, Maria
d'Austria) - che gli succedette sul trono nel 1665 - fu l'ultimo
Asburgo a cingere la corona di Spagna. Dopo di allora regnò la
dinastia dei Borbone, la stessa che occupa ancora il trono di
Spagna.
Giulio
Genoino
La rivolta di Masaniello ebbe un
Richelieu: un ottuagenario, che fu l'ispiratore, il regista e il
consigliere del giovane pescivendolo. Sufficientemente cinico e
spregiudicato (nonostante l'abito talare che indossava) da
abbandonare Masaniello al suo crudele (e repentino) destino. Don
Giulio Genoino, uomo di legge, agitatore e tribuno della plebe per
vocazione, era salito alla ribalta delle cronache nel 1620, quando
aveva personalmente rappresentato (come Eletto del popolo) le
rivendicazioni della povera gente, ottenendo dal viceré don Pedro
di Ossuna la soppressione di alcune gabelle. Poi, allontanato da
Napoli il suo protettore, era stato processato, torturato e
condannato all'esilio. Era tornato a Napoli dopo aver preso gli
ordini religiosi. Ma non erano cambiate le sue idee. Il suo odio
per i nobili era rimasto tale e quale, accoppiato a una certa
diffidenza per le tentazioni anarcoidi della plebe cittadina. Era
un rivoluzionario autentico, Genoino. L'esperienza gli aveva
insegnato quanto fosse opportuno tramare nell'ombra, piuttosto che
esporsi in prima persona. Nel 1647 individuò in Masaniello l'uomo
giusto per fare la rivoluzione. Era un giovanotto sveglio, dotato
di temperamento e di un indiscutibile carisma. La persona ideale
per realizzare i suoi progetti, che miravano a eliminare i nuovi
nobili e gli afffamatori del popolo.
Tutte le date di
Masaniello
1620 - Da una povera famiglia nasce
il 29 giugno Tommaso Aniello d'Amalfi, chiamato da tutti
Masaniello.
1641 - Il 20 aprile Masaniello sposa Bernardina Pisa.
1646 - L'11 febbraio entra a Napoli il nuovo viceré don Rodrigo
Ponz de Leòn, duca d'Arcos. Il 26 dicembre si sparge la voce del
ripristino della tassa sulla frutta. D'Arcos promette di
abolirla.
1647 - Masaniello incontra Giulio Genoino.
1647 - Il 7 luglio scoppia la rivolta in Piazza Mercato. Masaniello
guida i lazzari al grido: «Mora il governo, viva il re di
Spagna!».
1647 - Fra il 13 e il 15 luglio Genoino, d'intesa con il viceré,
progetta di togliere di mezzo Masaniello per la ferocia delle sue
azioni.
1647 - Il 16 luglio (festa del Carmine) Masaniello si libera dai
ceppi e si reca nella basilica, dove - salito sul pulpito - dà
evidenti segni di squilibrio mentale. Il cardinale Filomarino e i
frati riescono a portarlo in convento dove viene ucciso ad
archibugiate dai suoi seguaci. La testa di Masaniello viene portata
a d'Arcos. Il corpo viene gettato in una fogna. Il giorno
successivo la folla si pente, il corpo viene recuperato e vengono
celebrati solenni funerali.
1647 - In luglio e agosto dilaga la rivolta contro Genoino e il
viceré.
1647 - D'Arcos, alla fine dell'anno, viene sostituito da don
Giovanni d'Austria, figlio naturale di Filippo I.
Il cardinale
Filomarino
Ascanio Filomarino, cardinale,
arcivescovo di Napoli, tentò di svolgere un ruolo di mediazione nei
giorni della rivolta. Il cardinale nutriva una evidente antipatia
per i nobili. Giudicava con molta severità le loro continue pretese
di vessare il popolino imponendo imposte che la povera gente non
era in grado di pagare se non a costo di sacrifici intollerabili.
Prima ancora dei moti del 1647 aveva avuto scontri pubblici con
alcuni esattori. Il 10 luglio 1647 - nel momento glorioso della
rivoluzione - benedisse i rivoltosi. Aveva anche qualche personale
motivo di riconoscenza per Masaniello, che si era mostrato
devotissimo verso di lui, arrivando a far radere al suolo un
edificio che dava ombra al palazzo principesco della famiglia
Filomarino. E che aveva poi invitato la folla a chiedere perdono
all'arcivescovo per aver dubitato della sua paterna sollecitudine
verso le sorti dei lazzari. Masaniello aveva sicuramente ecceduto
in cortigianeria, ma il cardinale s'era meritato quegli atti di
devozione popolare. Molto spesso - nel Seicento - gli alti prelati
erano alleati, e complici, dell'aristocrazia. Filomarino non era di
quella pasta. Negli anni successivi si spinse anche oltre le
posizioni dei ribelli, criticando (sia pure con un linguaggio
sempre ispirato alla moderazione) la politica dei vicerè spagnoli,
troppo incline ad assecondare le pretese degli aristocratici.
Cromwell
A metà circa del XVII secolo fu
coniata in Olanda una medaglia con incisi i volti di Masaniello
("pescatore e re di Napoli", si legge nella dicitura) e Oliver
Cromwell ("protettore dell'Inghilterra, Scozia e Irlanda").
Riscoperta due secoli più tardi, e assente dai cataloghi
numismatici del tempo, risulta molto arduo spiegare le ragioni che
indussero a proporre un paragone fra i due personaggi, anche se
guidarono entrambi una rivoluzione. Alcuni storici ritengono che la
medaglia fosse stata coniata non con intenti celebrativi, quanto
piuttosto per ammonire i seguaci di Cromwell ricordando loro la
brutta fine di Masaniello. È un'ipotesi suffragata dal fatto che il
parallelismo fra i due si fermava alla rivoluzione. Masaniello non
intendeva ribellarsi né al re di Spagna né al viceré di Napoli;
Cromwell, viceversa, instaurò la repubblica e fece decapitare Carlo
I. Fallirono l'uno e l'altro; Masaniello nel giro di pochi giorni;
Cromwell riuscì persino a nominare erede il figlio prima che la
monarchia fosse restaurata. Ma l'uno e l'altro sono rimasti - a
distanza di tre secoli e mezzo - nella memoria storica come
anticipatori di una strana forma politica, che si chiama
democrazia.
I
lazzari
La plebe napoletana - quella
oppressa dalle gabelle e dalle prepotenze dei nobili, costretta a
vivere in tuguri malsani, arrangiandosi in qualche modo (qualunque
modo) per sfangarla - aveva un nome: lazzari (dal quale derivò poi
il termine lazzarone). L'origine della parola lazzaro, che esisteva
fin dai tempi della dominazione angioina, è controversa. Antonio
Ghirelli, nella sua Storia di Napoli, ricorda che - nel Medioevo -
i cavalieri della fede «chiamavano lazare chi si era contagiato di
lebbra durante le crociate; mentre, in ogni caso, per i napoletani
il termine passò gradualmente ad indicare il ragazzaccio plebeo
"costretto a fare tutti i mestieri" per tirare avanti, un tipo che
le difficoltà della vita e la sua scioperatezza hanno conciato come
"un santo lazzaro"».
Alla categoria dei lazzari
appartenevano anche gli alarbi (arabi), un gruppo di scugnizzi
organizzati come un piccolo esercito di mercenari. Armati di canne,
gli alarbi furono la task force di Masaniello nelle dimostrazioni
contro l'oppressione fiscale.
La
moglie
Era giovane, bella ed avvenente
Bernardina Pisa, la moglie di Masaniello.
Lei aveva appena sedici anni quando
il pescivendolo la condusse all'altare nella chiesa parrocchiale di
Santa Caterina in Foro Magno. Nei giorni della rivoluzione
Bernardina si tolse alcuni sfizi: fu ricevuta a Palazzo dalla
viceregina, indossò gioielli e abiti lussuosi che le erano stati
regalati per guadagnarsene la benevolenza. Prima di allora aveva
sofferto abbastanza. Era stata arrestata per contrabbando. I
gabellieri l'avevano perquisita per strada, scoprendole addosso una
piccola quantità di farina acquistata in un casale fuori della
cerchia cittadina (dove non si pagavano le imposte). Era rimasta
otto giorni in prigione, e per liberarla Masaniello aveva dovuto
pagare una multa di cento scudi (per racimolare i quali s'era
indebitato). Rientrando a casa, quel giorno, giurò: «Per la Madonna
del Carmine, o ch'io non sia più Masaniello, o che un giorno mi
vendicherò di questa canaglia». Cioè di tutti i mascalzoni che
opprimevano la povvera gente, riducendola in miseria.
La
sorella
Il 14 luglio 1647, sette giorni
dopo lo scoppio della rivolta, le donne più care a Masaniello (la
moglie e la sorella Grazia) vissero un'esperienza indimenticabile:
furono ricevute dalla duchessa d'Arcos. Vestite in gran pompa,
attraversarono Napoli su una carrozza, applaudite della folla.
Grazia s'era portata anche il figlioletto, che fu accolto a corte
come se fosse stato l'erede al trono. Le donne ricevettero regali e
dolciumi in grande quantità. Poi furono accomiatate in modo freddo,
dopo che Bernardina aveva dato una risposta poco diplomatica alla
viceregina. Appena due giorni più tardi giunse la notizia della
morte di Masaniello. Bernardina, Grazia e la madre di Masaniello,
Antonia, fuggirono a Gaeta, dove le ultime due furono fatte morire.
Bernardina, incinta, fu risparmiata. Morì di peste nove anni
dopo.
Il
cinema
È in qualche modo sorprendente che
la letteratura e le arti in generale si siano occupate ben poco di
Masaniello, un personaggio che - tre secoli e mezzo dopo la sua
brevissima avventura - conserva ancora intatto il suo fascino
rivoluzionario, un po' cialtrone, un po' pazzoide, ma comunque
simbolico. Qualche storico lo ha paragonato a Pulcinella, la
maschera partenopea per eccellenza. E questo potrebbe costituire
una spiegazione, confinando l'interesse nei confini di una città.
Un fenomeno locale, si potrebbe dire. Non fu così fra i
contemporanei. Il filosofo olandese Spinoza era talmente attratto
dalla storia di quel capopopolo che disegnava in continuazione
ritratti di Masaniello, pur non avendo testimonianze dirette della
sua fisionomia. A Napoli si recitano ancora filastrocche e poesie
che hanno Tommaso d'Amalfi come protagonista. È un eroe popolare,
popolarissimo, al quale il popolo partenopeo si sente ancora
profondamente legato. Ma, fuori dalle mura di Napoli, il suo nome è
quasi dimenticato. Una lacuna viene colmata proprio in questo
periodo. È in uscita un film (intitolato Amore e libertà) che
racconta la storia del pescivendolo divenuto - per dieci giorni -
il protagonista assoluto della vita politica di Napoli. Il regista
del film è Angelo Antonucci. Il cast comprende Sergio Assisi, Anna
Ammirati, Anna Galiena, Nicola Di Pinto e Gabriele
Lavia. |