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Un missionario tra Oriente e Occidente

La parola a padre Giulio Albanese, il comboniano direttore della Missionary Service News Agency, che in una lucida analisi della realtà dei nostri giorni ci aiuta a riflettere sul complesso rapporto tra religione e politica

Padre Giulio Albanese, il comboniano direttore della Missionary Service News Agency.

«Della verità, il missionario si considera non il detentore, bensì un servitore. Per questo, è l'esatto contrario del fondamentalista». Comboniano, giornalista e scrittore, direttore responsabile della Missionary Service News Agency (Misna, da lui fondata nel 1997), padre Giulio Albanese racconta con lucidità pari alla passione.

«A qualificare le missioni», premette, «sono i valori di riferimento. Possono essere di tipo filantropico, come per alcuni medici. O di servizio all'essere umano in quanto tale; conosco dei non credenti che con enorme dedizione vivono l'esperienza di aiuto ai poveri. Noi cristiani non dobbiamo giudicare né tantomeno scomunicare. Il nostro compito è annunciare e testimoniare il Vangelo. Il Concilio Vaticano II, che invitò a tornare all'ispirazione primigenia, ha ammonito al rispetto delle altre fedi, ha invitato al dialogo (basti citare i grandi appuntamenti di Assisi, promossi dal Papa), ha ricordato che il Regno d'Iddio, coincidendo con la presenza di Gesù Cristo nella Storia degli esseri umani, è ovunque ci sia l'uomo».

In Occidente i missionari sono chiamati a fronteggiare il fenomeno della progressiva scristianizzazione, altrove devono confrontarsi con contesti culturali lontani dai propri. «Cambiano i mondi, ma non i contenuti del loro operare. Difficile dire quale ambiente sia più complesso. Entrambi esigono una spogliazione, perché vivi comunque la frontiera, con il senso di precarietà, di incertezza, che questo comporta, anche per il fatto di non capire bene la lingua. Devi proporti in atteggiamento tollerante, rispettoso, di ascolto, di dialogo vero e non di espediente tattico per convincere l'altro alle tue idee, come per lo più usiamo fare nella nostra cultura (del genere: "Sì, va bene, parliamo, però poi te lo spiego io come stanno davvero le cose…"). Il dialogo cristiano e missionario - quello di cui parla papa Paolo VI nell'Ecclesiam suam - parte dal presupposto che anche l'altro ti comunica una verità. Non ci sei solo tu: la verità è Gesù Cristo e ti supera. Un esempio: sono stati i nostri fratelli protestanti a stimolarci a recuperare il senso della Parola divina. Noi cattolici fino al Concilio Vaticano II che rapporto avevamo con la Bibbia? C'è voluto il contributo del protestantesimo, per arrivare a un documento conciliare meraviglioso quanto la Dei Verbum».

Quella del missionario è una condizione totalizzante, che da un lato esige «la difesa dei valori del Regno, che sono pace, giustizia, solidarietà, promozione umana: il che significa non solamente coerenza di vita, ma impegno attivo in difesa dei diritti umani, contro ogni sopraffazione»; e dall'altro lato dev'essere mirata «a fare da ponte tra un nord che è sempre più ricco e una popolazione del sud che diventa sempre più povera. Oggi, se c'è un esperto di approccio globale è proprio il missionario, perché conosce la sua cultura di partenza e si sforza di immergersi in altre. Essere cattolici cosa significa? Essere universali, quindi capire davvero che stiamo vivendo nel villaggio globale. Cos'è l'evangelizzazione se non la globalizzazione della solidarietà, della carità, partendo da un presupposto evangelico? Certo, in alcuni ambienti provinciali, campanilistici, i missionari sono figure scomode».

A questo atteggiamento, a questo stile di vita, ostacolo massimo è il fondamentalismo, «perché pretende di tornare alle origini riducendo l'esperienza religiosa a norma, a legge. Mi viene in mente un racconto della tradizione buddista. A un discepolo che gli chiedeva cosa fosse l'esperienza religiosa, Buddha rispose che essa si articola in quattro fasi: quella del fuoco (per noi, Gesù Cristo), poi della memoria (i Vangeli), quindi della legge (dottrine o leggine che dir si voglia), infine il tempo della confusione, in cui tutto sembra lecito. Stagioni che appartengono anche alla storia individuale: tutti noi abbiamo fatto un'esperienza forte di vita e in seguito ci siamo via via raffreddati. La nostra società sta attraversando la quarta fase, i fondamentalisti vogliono riportarci alla terza, cioè alla legge. Ma la legge è riduttiva: ad esempio si va in chiesa non per incontrare Gesù Cristo, ma perché un precetto impone la Messa, oppure si è fedeli al coniuge non per amore, ma per evitare di peccare».

Oggi, i movimenti fondamentalisti contagiano i settori più diversi: società, ideologie, religioni. È soprattutto dal mondo islamico che noi percepiamo minacce... «Bisogna subito ricordare», spiega padre Albanese, «che non poche voci si sono levate, e si alzano, contro le suggestioni intolleranti e aggressive. Lo scrittore egiziano Sayyed al-Qimani, ad esempio, afferma, richiamando il filosofo Averroè, che il razionalismo è patrimonio della tradizione islamica, in seguito decaduto causa l'ossessione tradizionalista per la shari'à (la Legge, secondo le prescrizioni del Corano, ndr). Invoca il rinnovamento anche l'egiziano Khalil Abd al-Karim, che presenta la propria lettura storica come alternativa alla visione fondamentalista. Per non parlare di personaggi del calibro di Mahmoud Mohammed Taha, impiccato a Khartoum nel 1985, come apostata. Dal Corano desumeva una netta separazione tra l'aspetto religioso della rivelazione (universalmente valido, immutabile) e quello politico (legato invece a situazioni storiche); sulla base di questa lettura proponeva libertà di religione, rispetto dei diritti umani, eguaglianza dei sessi. Un intellettuale iraniano, Ali Shariati, sciita, ucciso negli anni Settanta, a Vienna, dalla polizia segreta dello scià, scriveva della necessità di riformare l'Islàm, trasformandolo da "strumento usato dai reazionari per evitare il progresso e lo sviluppo sociale, in volano di liberazione per le società ancora ferme a una dimensione tribale", cioè al Medioevo dell'Oriente».

Cos'hanno fatto, le nostre società occidentali, per aiutare concretamente voci come queste? La risposta non è consolante. «Perché non ci rendiamo conto che il mondo islamico sta vivendo il suo tredicesimo, quattordicesimo secolo e che, nel periodo corrispondente, in Europa, non era ancora iniziata la Riforma protestante? Dobbiamo aiutare la società civile a crescere, a prendere coscienza. Ecco il percorso da seguire e appoggiare, per sconfiggere i pazzi sanguinari che predicano il jihad (la guerra santa, ndr). Un percorso indicato a chiare lettere anche dal comboniano padre Giuseppe Scattolin, professore di Mistica islamica. Purtroppo, la disinformazione, l'ignoranza e il pregiudizio, inutile nasconderselo, sono diffusi a macchia d'olio a Oriente e Occidente. Nei nostri Paesi, si parla dell'Islàm quasi soltanto in riferimento ad attentati, cellule eversive, violenze e quant'altro. I luoghi comuni prendono il sopravvento dimenticando che il mondo musulmano è una realtà religiosa di grande spessore spirituale, che raccoglie oltre un miliardo di persone. L'equazione Islàm=Bin Laden rappresenta una micidiale trappola, non foss'altro perché legittima i vari fautori del jihad».

Correnti fondamentaliste esistono anche in ambito cristiano; si esprimono generalmente in sette, in forme di spiritualismo che invitano più che altro al disimpegno, in determinate tendenze che appoggiano certi gruppi politici, o anche in altre esperienze. «In Africa», ricorda padre Albanese, «ci sono le cosiddette Indipendent Churches, per la stragrande maggioranza provenienti dal protestantesimo, legate al desiderio (troppo spesso trascurato) di vivere l'esperienza religiosa radicandola nella realtà locale. Sovente gli scontri che vengono definiti religiosi sono in realtà contrapposizioni ancestrali fra gruppi etnici dediti alla pastorizia e altri dediti all'agricoltura. L'aspetto religioso è strumentale. Nel Nord Uganda, ad esempio, i guerriglieri "cristiani" del cosiddetto Esercito di Liberazione del Signore non sono neppure battezzati; il fondatore si è ispirato a una cugina "stregonessa", ha proposto una sintesi fra principi cristiani, musulmani e animisti. In America Latina il messaggio delle sette è tutto diverso. Caratterizzati dall'anelito alla spiritualità, questi movimenti invitano alla rassegnazione: sei povero? e ringrazia Iddio che ti ha voluto povero, rimani tale. Non esiste il concetto di liberazione. Negli Stati Uniti, come in Europa, le correnti fondamentaliste propongono il mistero di Dio in un'ottica distorta, si rifanno soltanto al Dio degli eserciti, non anche a Gesù Cristo morto in croce. Di più: non di rado la religione viene strumentalizzata per legittimare interessi politici, di potere, economici».

Ornella Rota