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Geniali come le macchine

Viaggio fra le diverse "fazioni" di filosofi e scienziati, divisi nel dibattito su "Trans" e "Post" umanità. Ma la ricerca va avanti

Scena tratta dal film ispirato all'anonimo libro di Isaac Asimov.

In questi primi giorni di ottobre, gli schermi di mezza Italia sono stati "invasi" dall'ennesimo kolossal hollywoodiano a sfondo fantascientifico: I, Robot (del regista Alex Proyas, lo stesso de Il Corvo, con l'attore Will Smith), ispirato all'omonimo libro di Isaac Asimov. Asimov, gentlemen e scienziato russo emigrato in America all'età di tre anni, è considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi, autore di oltre 500 tra romanzi e racconti brevi. In I, Robot lo scrittore racconta la storia dell'umanoide NS-5, un nuovo modello di maggiordomo meccanico che, contravvenendo ad una delle leggi fondamentali della robotica ("Un robot non può fare del male a un essere umano né permettere, con la sua inazione, che un essere umano si faccia del male"), sembra essere il maggior indiziato in un misterioso caso di omicidio.

Al di là dell'inevitabile banalizzazione e spettacolarizzazione cinematografica, il film ripropone l'annoso dilemma sul rapporto uomo-macchina e sulla possibilità che, un giorno, robot pensanti possano in qualche modo eludere le rigide regole con cui sono stati programmati e prendere il sopravvento sull'umanità. Asimov, fino al giorno della sua morte (avvenuta per Aids nel 1992 a causa di una trasfusione sbagliata), ha sempre rifiutato il cliché dell'uomo che crea robot a sua immagine e somiglianza, e dell'automa che poi impazzisce e lo uccide, considerandola una propaganda anti-scientifica reazionaria. Ha preferito, invece, ribaltare le cose, facendo delle macchine un esempio di come il mondo potrebbe essere migliorato se prendesse spunto dalla tecnologia. Il robot era per lui intelligenza artificiale in un corpo di essere umano, la risposta concreta a cosa dovrebbe essere un uomo e quali regole dovrebbe seguire. Insomma, nel suo ottimismo, una piena realizzazione del nostro potenziale.

Isaac Asimov

Questi stessi principi sono alla base di un movimento filosofico-scientifico ancora allo stato embrionale, ma di cui, molto probabilmente, sentiremo parlare in futuro: il Transumanesimo. Sviluppatasi gradualmente nel corso degli ultimi vent'anni, questa corrente filosofica arriva alla conclusione che sia eticamente giusto - anzi desiderabile -, utilizzare la scienza e la tecnologia per abbattere i vincoli che la biologia e la natura impongono all'essere umano. Il concetto base che i Transumanisti difendono è piuttosto intuitivo: tecnologie come l'ingegneria genetica, l'informatica, le telecomunicazioni, fino ad arrivare alla realtà virtuale, alla nanotecnologia molecolare, all'intelligenza artificiale, continueranno a progredire senza sosta, e in un futuro non troppo lontano la loro applicazione sull'individuo consentirà di mettere a punto metodi razionali che porteranno ad un miglioramento della natura umana. Metodi che potranno permetterci di aumentare la durata della vita umana in piena salute (l'invecchiamento è visto come nient'altro che una malattia degenerativa), di incrementare le nostre capacità fisiche e intellettuali, di controllare il nostro stato mentale, il nostro umore, e il nostro panorama emozionale.

"Con l'accelerazione del progresso tecnologico e dell'esplorazione scientifica", si legge sui vari siti Internet dedicati all'argomento, "siamo ormai in procinto di iniziare una nuova fase nella storia dell'umanità. Nel prossimo futuro dovremo confrontarci con macchine sempre più intelligenti. Nuovi tipi di strumenti cognitivi combineranno l'intelligenza artificiale con nuove tecnologie di interfaccia fra computer ed esseri umani. L'ingegneria genetica, la nanotecnologia molecolare, la medicina, controlleranno le reazioni biochimiche che hanno luogo nel nostro corpo, e debelleranno vecchiaia e malattia. Grazie alla riorganizzazione dei centri neurali del piacere e/o attraverso prodotti farmacologici, potremo godere di un più vario panorama di emozioni e di sensazioni, arrivando a sperimentare la felicità perpetua".

Nonostante queste possano apparire come fantasiose estremizzazioni di irriducibili tecnofili, sta di fatto che, da un paio di decenni, un numero crescente di scienziati e filosofi sembra prenderle in seria considerazione, al punto da dar vita ad un vivace movimento culturale e intellettuale. "Menti migliori, corpi migliori, vite migliori e, in definitiva, individui migliori", recita lo slogan delle organizzazioni transumaniste, che vedono l'inevitabile processo di artificializzazione del corpo e della mente umana come logica progressione del processo evolutivo.

Secondo loro, l'essere umano, così come oggi lo conosciamo, non rappresenta il gradino finale della scala evolutiva: in un futuro non troppo lontano, esseri umani auto-modificati grazie ai ritrovati tecnoscientifici non saranno più semplici homo sapiens, ma diverranno entità "post-umane", le cui caratteristiche non è possibile al momento definire con precisione.

La locandina di I, Robot, pellicola di Alex Proyas con Will Smith.

Il percorso è segnato. Diverremo dapprima transumani - cioè "umani transizionali", una fase evolutiva transitoria di cui molti iniziano ad intravedere già oggi i primi segni (si pensi all'uso sempre più diffuso di strumenti, tecnologie e macchinari che migliorano le nostre capacità fisiche ed intellettuali, come le protesi meccaniche, le modificazioni genetiche, fino ad arrivare agli "impianti" del professor Warwick, vedi box). Poi, alla fine di un lungo processo, sostengono i più convinti, raggiungeremo lo stadio supremo, quello della Post-umanità.

Si legge sul sito della World Transhumanist Association: «Un postumano sarà il discendente di un essere umano che è stato "incrementato" (allo stesso modo in cui oggi si fanno gli upgrade dei computer, ndr) fino al punto di non essere più un semplice umano. Una volta raggiunto lo stadio postumano, le capacità intellettuali e fisiche saranno di molto superiori a quelle di un essere umano "non incrementato". Un essere postumano sarà più intelligente di ogni genio mai vissuto, e avrà una memoria infallibile. L'organismo postumano non sarà suscettibile alla malattia e non subirà l'invecchiamento. Energia, vigore e gioventù saranno illimitati. La capacità di provare emozioni, piacere ed amore potranno essere amplificate, così come la capacità di apprezzare la bellezza artistica. Stanchezza, noia, irritabilità saranno sotto il nostro controllo… I postumani potrebbero essere completamente sintetici (fondati su intelligenze artificiali) o potrebbero essere il risultato di una serie di incrementi parziali effettuati su esseri umani biologici o su esseri transumani. Certi postumani potrebbero persino decidire di sbarazzarsi dei propri corpi e di vivere all'interno di supercomputers, assumendo la forma di informazione pura.

È impossibile per noi umani immaginare come potrebbe essere la condizione postumana. Questi esseri potrebbero intraprendere attività e avere aspirazioni che noi non possiamo nemmeno cominciare a concepire, così come una scimmia non ha la possibilità di comprendere la complessità della vita umana».

L'approccio più responsabile di fronte a questi prospetti, secondo i transumanisti, è di abbracciare il progresso tecnologico difendendo però vigorosamente i diritti umani e il diritto di scelta dell'individuo: la perdita di potenziali benefici a causa di tecnofobia e proibizioni immotivate e non necessarie, sarebbe una tragedia per il genere umano. In netta opposizione all'approccio transumanista, infatti, troviamo un fronte bioconservatore contrario all'uso della tecnologia per la modificazione della natura umana. L'approccio migliore è di implementare una serie di divieti globali su aree di ricerca "a rischio", tali da prevenire uno slittamento verso una condizione postumana e degradante.

Il prospetto della postumanità è temuto dai bioconservatori per almeno due motivi. Il primo è che la condizione postumana sia, in sé, degradante, e le tecnologie che permetterebbero il miglioramento dell'essere umano potrebbero rivelarsi, in realtà, "deumanizzanti". Il bioetico Leon Kass, nel suo libro Vita, Libertà e Difesa della Dignità: La Sfida per la Bioetica, scrive: «Quasi certamente l'umanità uscirebbe indebolita dalla conquista tecnica della sua stessa natura. Questo tipo di padronanza sarebbe equivalente alla disumanizzazione assoluta... Omogeneizzazione, mediocrità, sottomissione, appagamento da droghe, degrado del senso estetico, anime senza amore e senza desideri, questi sono gli inevitabili risultati del rendere l'essenza della natura umana l'ultimo progetto della padronanza tecnica. Nel suo momento di trionfo, l'uomo prometeico si trasformerà in un bovino compiacente».

Il secondo timore dei bioetici è che si potrebbe verificare un'esplosione di violenza fra "non-incrementati" e postumani. Su un articolo apparso sul prestigioso American Journal of Law and Medicine, gli studiosi George Annas, Lori Andrews e Rosario Isasi spiegano: «La nuova specie, i postumani, probabilmente considererà inferiori i vecchi esseri umani "normali", o li vedrà persino come selvaggi adatti solo alla schiavitù o al macello. I "normali", da parte loro, potrebbero vedere i postumani come una minaccia e potrebbero azzardare un attacco preventivo, uccidendo i postumani prima che essi stessi siano da loro uccisi o asserviti. È questa prevedibile predisposizione al genocidio che fa degli esperimenti di modificazione della specie una potenziale arma di distruzione di massa e che rende il genetista irresponsabile un potenziale bioterrorista». E allora sarebbe una catastrofe: un disastro o una guerra causati, per intenzione o per accidente, da una tecnologia avanzata potrebbero portare all'estinzione di ogni forma di vita intelligente.

I transumanisti dal canto loro replicano che, pur riconoscendo che certe particolari modifiche della natura umana potrebbero essere degradanti e che non tutto il cambiamento rappresenta un progresso, è altresì indubbio che le caratteristiche specifiche della nostra stessa natura, come specie, sono una ricca fonte di situazioni spiacevoli ed inaccettabili: predisposizione verso malattie, omicidio, violenza, genocidio, tradimento, tortura, razzismo, sono esempi dei regali che la natura ci fa e che, saggiamente, dovremmo rifiutare. Invece di affidarci ciecamente e fatalisticamente all'ordine naturale, i transumanisti sostengono che è legittimo riformare la nostra natura in conformità con i valori umanitari e le aspirazioni personali, ed è moralmente ed eticamente doveroso cercare alternative migliori alla messa al bando di interi settori tecnologici. Riguardo al bioterrorismo, poi, è innegabile che un uso distorto delle tecnologia di modifica della specie costituisca una seria minaccia alla civiltà umana, ma è altrettanto indiscutibile l'utilità degli usi terapeutici della biotecnologia e della genetica tesi a migliorare la salute, la longevità, la condizione dell'uomo in generale.

Si legge sempre sul sito della Wta: «Ciò che siamo non è solo una funzione del nostro Dna, ma anche del nostro contesto tecnologico e sociale. La natura umana, in questo più ampio senso, è dinamica, parzialmente creata da noi e migliorabile. I nostri fenotipi correnti (in genetica, complesso dei caratteri somatici di un individuo, visibili esternamente), e le vite che conduciamo, sono sostanzialmente differenti da quelli dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori. Possiamo leggere e scrivere, indossiamo vestiti, viviamo in città, guadagniamo soldi e compriamo il nostro cibo al supermercato, parliamo al telefono, guardiamo la televisione, leggiamo i giornali, guidiamo automobili, paghiamo tasse, votiamo in elezioni, le donne partoriscono in ospedali, l'aspettativa di vita è di tre volte superiore a quel che era nel Pleistocene, sappiamo che la Terra è rotonda e che le stelle sono nubi di gas illuminate dall'interno da reazioni di fusione nucleare e che l'universo ha circa 13,7 miliardi di anni di età e che è incredibilmente enorme. Dal punto di vista di un cacciatore-raccoglitore, potremmo già sembrare quasi postumani. Eppure, queste radicali modifiche delle capacità umane - alcune biologiche, altre esterne - non ci hanno privati della nostra condizione morale e non ci hanno disumanizzati, nel senso di averci resi generalmente vili e indegni. Allo stesso modo, se noi o i nostri discendenti un giorno riusciremo a "transformarci" in quello che, rispetto agli standard correnti, potrebbe essere definito come postumano, questo non rappresenterebbe necessariamente una perdita di dignità».

Insomma, comunque la pensiate, probabilmente siamo agli inizi di uno dei grandi dibattiti degli anni a venire: come dovremmo guardare al futuro dell'umanità? Sarà giusto utilizzare metodi tecnologici per renderci "più che umani"? O, viceversa, occorrerà mantenere un rigoroso controllo su aree di ricerca "a rischio" concernenti l'individuo e la specie?

Raoul Cuminetti