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Imponenti scogliere dominate da
distese verdi e poco ondulate, circondate da un mare
incredibilmente turchese, bordeggiato da candide spiagge di arena
finissima. Ed insieme, raffiche di vento gelido che ti investono
con il proprio carico di storie e leggende che hanno per
protagonisti elfi e pirati, vichinghi e mostri marini,
catapultandoti nei meandri di epoche passate a cui appartengono le
vestigia di antichi insediamenti: siamo nell'arcipelago delle
Orcadi, negli sperduti lembi dell'Oceano Atlantico.
Ad abitarle per prime furono genti
che già 6mila anni or sono avevano attraversato il braccio di mare
che separa queste isole dalla Scozia settentrionale. Dalla stessa
regione giunsero nel IV secolo d.C. i Pitti, una popolazione
guerriera così chiamata dai Romani per l'usanza di dipingersi il
corpo, e da questi temuta. Fu però solo nel IX secolo, con l'arrivo
dei Vichinghi, che vennero piantate le radici culturali delle
Orcadi.
Oggi gli isolani riconoscono
apertamente le proprie origini scandinave, a prescindere
dall'adesione geopolitica al Regno Unito. Fino al 1468, con una
parentesi in cui si trovarono sotto la corona danese, le isole
appartennero alla Norvegia, che le cedette alla Scozia come parte
della dote di Margaret, figlia del re Cristiano I, andata in
matrimonio a James II di Scozia.
Il nome Orcadi, Orkney in inglese,
deriva dal vichingo Orkneyjar, "isola delle foche", ma già nel I
secolo a.C. lo scrittore romano Diodoro Siculo indicava
l'arcipelago con il nome Orchades, mentre il celebre geografo
naturalista Plinio il Vecchio le chiamava Orcades. L'espressione
Insi Orci del gaelico antico, con cui vi si riferivano gli storici
irlandesi, significava letteralmente "isola dei cinghiali", animali
utilizzati come totem tribale dai Pitti.
Con il suffisso "ay", che
nell'antica lingua vichinga individuava il vocabolo "isola",
terminano quasi tutti i nomi dati alle Orcadi. Sono una settantina,
di cui solo diciotto abitate. La più estesa e più importante è
Mainland. Nella sua costa nordorientale sorge Kirkwall, il
capoluogo fondato nel 1035 dai Vichinghi, che regnarono cinquecento
anni sull'arcipelago.
Il suonatore di cornamusa che
accoglie nel pittoresco porticciolo chi arriva con il traghetto da
Aberdeen, è un raro richiamo alla cultura scozzese in questo mondo
antico. Più rappresentative a proposito risultano le due
distillerie di whisky al malto: Scapa e Highland Park.
Quest'ultima, fondata nel 1798, è la più vecchia e settentrionale
al mondo. Un primo bicchiere della mitica bevanda si può gustare in
uno dei pub o dei ristoranti ospitati insieme a qualche accogliente
albergo nei palazzi di mattoncini rossi che formano il fronte del
porto. Quindi, senza altri indugi, ci si addentra per la Bridge
Street nella città vecchia.
Il tempo di percorrere un paio di
isolati in una prospettiva raccolta tra antichi edifici e si
raggiunge la Broad Street, su cui torreggia la Cattedrale di St
Magnus, una severa ed imponente struttura a croce in stile
normanno, in basola grigia con ornati di arenaria rossa e gialla,
eretta nel 1137, e la cui proprietà oggi non è di alcun ordine
religioso, bensì, per patente regia, della cittadinanza di
Kirkwall.

Al fascino di una tanto maestosa
opera architettonica che ospita annualmente in giugno un Festival
delle Arti di risonanza internazionale, si contrappone quello più
intimo del centro storico di Stromness, il porto più illustre delle
Orcadi, nella scenografica baia di Hamnavoe, all'estremità
sudoccidentale di Mainland. La pavimentazione a ciottolato delle
stradine e la pietra color cenere delle case basse che vi si
affacciano concorrono a creare una magica capsula del tempo,
animata da pirati e avventurieri, balenieri ed esploratori,
commercianti e naviganti, provenienti da ogni angolo del mondo
conosciuto.
Non occorre molta fantasia per
figurarsi il brulicare dei commerci nelle botteghe del fronte del
porto, esteso ben oltre un chilometro, che preserva le facciate
degli edifici e i pontili. Stromness dovette la propria iniziale
fortuna ai conflitti che implicarono la Gran Bretagna tra il 1688
ed il 1845: la pericolosità della navigazione nel Canale della
Manica, dove scorazzavano i navigli corsari, deviò i traffici
marittimi verso la Scozia settentrionale.
Personaggi di ogni sorta approdavano
nelle acque di Stromness. Dal pirata John Gow, morto impiccato a
Londra, a William Bligh, l'ammiraglio che provocò l'ammutinamento
della "HMS Bounty" e che ad essa sopravvisse navigando con una
scialuppa e un sestante per 4mila chilometri insieme ai suoi
fedelissimi. Bligh, che a bordo della "Resolution" rientrava dai
Mari del Sud, nel viaggio in cui James Cook venne assassinato e
quasi certamente mangiato dagli indigeni delle Hawaii, cenò a casa
della famiglia Stewart, nella settecentesca Whitehouse, che tuttora
si erge in fronte alla Whitehouse Lane. Proprio dal 1780, l'anno
della visita di Bligh a Stromness, la cittadina iniziò a fornire
uomini e vettovagliamenti alle baleniere che, fino agli inizi del
XX secolo, si avventurarono nelle acque polari dello Stretto di
Davis, che separa il Canada dalla Groenlandia.
Altro cittadino passato ai posteri
tra i coraggiosi fu John Renton (1848-1878), che nacque a Melvin
Place, poco a nord della Whitehouse. Alle sue avventure tra gli
antropofagi delle isole Salomone, in Melanesia, P. J. G. Marwick
dedicò il volume The Adventures of John Renton. Dal 1670 al 1891
Stromness fu anche sede dell'agenzia navale rappresentante la
mitica Hudson Bay Company, fabbrica di sogni e vite azzardate per
gli orcadiani, che verso la fine del Seicento emigrarono in gran
numero in Canada a lavorare per la prestigiosa compagnia
commerciale.
L'Haven, il palazzetto che ne
accolse gli uffici a Stromness e che si può tuttora osservare nel
centro storico, trasuda storia e avventura. Ospitò infatti nel 1851
anche Lady Jane Franklin, moglie del celebre esploratore polare
John, con la speranza di ricevere notizie del marito scomparso tra
i ghiacci dell'Artico mentre cercava di individuare il Passaggio di
Nordovest.
Il porto di Stromness venne
coinvolto in entrambe le guerre mondiali: nella Prima funse da
quartier generale per la Royal Navy, nell'ultima la servì come base
per i rifornimenti. Molti scafi affondati nel conflitto giacciono
sui fondali della Scapa Bay, sull'altro lato della costa in cui si
trova Kirkwall. Settantaquattro navi della Marina Militare tedesca
furono fatte colare a picco il 21 giugno del 1919 dal Comandante
della flotta germanica, l'ammiraglio Von Reuter, per non lasciarle
in mani nemiche qualora fossero stati disattesi gli accordi di
pace.
Numerosi resti di quella armata
possono essere ammirati nei gelidi fondali di Scapa Bay, anche
solcandone le acque a bordo della "MV Guide" e guardando in un
monitor le immagini trasmesse da un veicolo sottomarino a controllo
remoto. Altri oggetti e ricordi sono esibiti nel museo cittadino.
Vennero prelevati dagli scafi strappati agli abissi grazie alla più
colossale operazione del genere realizzata dall'uomo. Al visitatore
non fanno però meno effetto le teche che custodiscono i cimeli
sopravvissuti alle gesta dei balenieri, le cui imbarcazioni a vela
a lungo fecero parte del paesaggio costiero di Stromness insieme a
quelle per la pesca delle aringhe, che arrivarono nel tardo
Ottocento ad affollare a centinaia la Hamnavoe Bay.
Il mare della Mainland ha altre
storie da raccontare. Come quella delle blockships, le navi usate a
protezione di Scapa Flow e annientate dai tedeschi, spingendo
Winston Churchill a erigere barriere che presero il suo nome. Le
carcasse arrugginite di alcune blockships boccheggiano semisepolte
dal mare a pochi metri dalle auto di passaggio.
I prigionieri di guerra italiani che
lavorarono alla strada che le congiunge - e che unisce il versante
sudest della Mainland con le isolette di Burray e South Ronaldsay
-, ricavarono da un paio di baracche tondeggianti in lamiera
ondulata, nella vicina isoletta di Lamb Holm, una suggestiva
cappella affrescata. All'esterno il tricolore che sventola su un
pennone aiuta a ubicare quella che è divenuta una delle mete
d'obbligo per ogni turista.
Lasciata alle spalle la cappella, ci
si addentra nella bucolica campagna di South Ronaldsay, che ha il
suo scrigno più prezioso nella Tomba delle Aquile. Risalente
all'età della pietra, la camera principale conteneva le spoglie
scarnificate di 342 esseri umani, sacrificati alle divinità
collocandone i corpi su pensiline esterne. Il complesso si affaccia
verso un ameno scenario di scogliere, colonizzate da uccelli marini
e foche, verso cui vale di fare una bella camminata prima di
immergersi nuovamente nelle atmosfere neolitiche di altri siti
archeologici che integrano la lista mondiale dei siti Patrimonio
dell'Umanità dall'Unesco.
La tomba camerata di Maes Howe è
considerata la più affascinante dell'Europa nordorientale. Fa
effetto penetrare l'oscurità del corridoio d'accesso pensando di
trovarsi in una costruzione più antica delle piramidi egizie e
scoprire lo straordinario risultato architettonico di sobrietà e
sofisticazione offerto dalla camera maggiore. Vichinghi e crociati
norvegesi furono i primi a violarla verso la metà del XII secolo
d.C. Del proprio passaggio lasciarono traccia nelle rune intagliate
sulle pietre.
Vasellame a fondo piatto o scanalato
e alcune incisioni accomunano Maes Howe al villaggio neolitico di
Skara Brae, portato alla luce nel 1850 da una mareggiata che
scoperchiò una delle dune costiere sotto cui giaceva sepolto.
Dell'abitato sono giunti ai nostri giorni in ottimo stato di
preservazione perfino gli arredi delle abitazioni, ricavate
all'interno di mura circolari formate da sassi lisci e piatti, e
separate dagli ambienti lavorativi che costituivano l'officina.
Al fine di avvistare i cetacei e
spingerli verso riva per poi ucciderli o obbligarli a spiaggiare, è
probabile che gli abitanti preistorici di Skara Brae salissero in
cima a scogliere imponenti come quelle di Marwick Head, nella costa
nordorientale. Oggi il panorama è goduto soltanto dalle colonie
degli uccelli marini che vi nidificano, nonché dai birdwatchers che
vi restano incantati per ore prima di continuare l'esplorazione del
litorale isolano, raggiungendo poco più a nord l'isolotto di Brough
of Birsay.
Con la bassa marea si arriva
camminando alle millenarie rovine di un insediamento
cristiano-norvegese, situate sopra quelle di una chiesa celtica. Ma
una volta provato il fascino degli aspri paesaggi costieri di
Mainland, è difficile rimanerne a lungo lontani. Specie se hanno
l'incanto di Mull Head, ultima propaggine orientale dell'isola, con
le solitarie baie rocciose in cui nuotano le foche, le brughiere
ricoperte da tappeti di fiori di campo, i tanti uccelli marini.
Non meno maestose sono le pareti a
strapiombo chiamate Castle ò Burrian, nella costa sudoccidentale
dell'isola Westray, una delle più belle delle Orcadi. In estate
ospitano migliaia di pulcinella di mare, cormorani neri, urie e
procellarie artiche, il cui isolamento ricorda quello degli eremiti
cristiani che le occuparono. E i cinquecento abitanti, le 3mila
pecore e le diecimila vacche che lo popolano oggi formano un
universo a parte, in pace con se stesso nonostante le folate di
vento che lo schiaffeggiano con la forza di cinquanta nodi.
Sopra gli otto chilometri di
maestose scogliere di Noup Head, riserva naturale nell'estremità
ovest, su cui svetta un faro del 1898, ci si sente insieme nel
punto più remoto della Terra e nel suo ombelico. Nella Bay of
Westray, il porticciolo di Pierowall, protetto com'è dallo
schiantarsi dei marosi, appare ancora più accogliente, con i
pescherecci su un lato - che scaricano casse di granchi e aragoste,
destinati all'inscatolamento negli asettici ambienti della Westray
Processor Ltd - e occasionali barche da diporto sull'altro.
Gli skiff all'ancora nella baia, di
disegno norvegese, semplici nelle linee dello scafo in legno e
dell'unico albero, sono i partecipanti all'annuale settimana di
regate. Fino a circa la metà del secolo scorso se ne servivano per
la pesca entro le dodici miglia gli abitanti dei crofts,
tradizionali case in pietra in cui risiedevano i coloni di coste e
valli. Costituiscono l'iconografia paesaggistica dell'arcipelago
ancor più delle immacolate spiagge a mezzaluna.
La Rackwick Bay, nella costa
nordoccidentale dell'isola Hoy, a sudovest di Stromness, è lo
scenario delle Orcadi che meglio permette di cogliere l'essenza
della loro natura e della gente che vi si è insediata. Sui fianchi
di un collinoso entroterra su cui si aggrappano i crofts, alcuni
trasformati in musei contadini e in ostello, grandiose scogliere
creano un paesaggio che sembra rubato al Signore degli Anelli. Ci
si domanda l'origine della rotonda perfezione delle migliaia di
massi gialli e arancioni disseminati lungo la spiaggia deserta,
insieme a quelli tappezzati di alghe che appaiono di un verde
lucente come giganteschi smeraldi. Forse a calamitarli fin qui è
stato un faraglione di seducenti stratificazioni rocciose,
torreggiante sulla costa poco più a nord.
È la pura curiosità ad attrarre
invece verso le imbarcazioni di passaggio le foche grigie della
colonia di Linga Holm, la terza più numerosa al mondo, nella costa
ovest dell'isola Stronsay. La marcata protuberanza del naso e la
grande testa che indica proporzioni ragguardevoli permettono di
riconoscerle facilmente dalla foca comune, a dispetto del nome più
rara delle prime e che popola le acque e i litorali dell'arcipelago
con solo 7mila esemplari.
Stronsay fino agli anni Trenta del
XX secolo, radunava ben trecento pescherecci di aringhe. Oggi solo
un pugno di imbarcazioni dedicate alla pesca con la nassa
frequentano assiduamente il porto di Whitehall, nella Mill Bay. Sul
molo ciò che più desta l'attenzione è il viavai dei ventiquattro
tra monaci e suore, residenti nell'antico convento redentorista di
Galgata, nel vicino isolotto di Papa Stronsay, le cui tradizioni
monastiche risalgono a millequattrocento anni fa.
La Bay of Holland si insinua
profondamente nella regione sudoccidentale di Stronsay, fornendo
una spettacolare spiaggia, bianca come la neve e lunga un paio di
chilometri. La costeggia la strada agreste che conduce alle
collinette di Rothlesholm, meta ambita da ogni ornitologo di
passaggio. Stronsay è molto legata alla tradizione. In estate nei
cortili delle sue cinquecentesche fattorie gli uomini praticano il
popolare gioco del tiro alla fune. Nei pressi delle scogliere che
formano l'arco naturale del Vat di Kirbister, lungo i margini di
sudest, giacciono in rovina le dimore dei Pitti.
Un'ora di navigazione separa
Stronsay da Sanday, la più estesa delle isole settentrionali
dell'arcipelago e quella che, come suggerisce il nome, "isola di
sabbia", vanta la più importante concentrazione di spiagge. Una
vistosa trama di dune contiene l'accidentata geografia di
insenature, lingue di terra e arenili che onde e vento plasmano
incessantemente. Le coste abbondano dei resti delle piattaforme su
cui venivano bruciate le alghe kelp per ottenere una cenere
speciale con cui si ricavava il vetro. Le foreste sottomarine di
laminarie indicano le ottime condizioni del suo mare, candidato a
sito marino europeo. Tartarughe, squali, capodogli e orche ne
incrociano i fondali.
Le rilevanti attrattive naturali non
debbono distogliere dalla ricchezza di rovine archeologiche. Un
cenno a parte merita la tomba camerata di Elsness Quoyness,
risalente al neolitico. La sala principale da dove dipartono a
raggiera sei celle, serviva l'intera comunità quattromila anni fa.
Sul versante opposto dell'isola una tomba di epoca vichinga
contiene pregevoli suppellettili. La più preziosa è una corazza da
torace ricavata da un osso di balena e decorata con due teste di
drago.
L'esplorazione di Sanday riserva
molte altre sorprese. Le isole Orcadi restano un mondo ancora tutto
da scoprire. |