CARABINIERI

Entra nella Stazione On-Line dei Carabinieri
Ministero della Difesa
Home > L'Editoria > Il Carabiniere > Anno 2004 > Ottobre > Militaria

Il tragico epilogo di una lunga fuga

Il tragico epilogo di una lunga fuga

Campagne di Tivoli, 3 luglio 2004: l'appuntato Francesco D'Asti e il carabiniere Giuseppe Albanese sono in perlustrazione in una zona periferica, luogo ad alto rischio di imprese criminali. Un luogo, quello, dove non può mancare la presenza dell'Arma. L'attenzione dei militari è attratta da una moto enduro, apparentemente abbandonata sul ciglio di una strada. All'improvviso uno sconosciuto sbuca dalla boscaglia e fugge. I due militari decidono di vedere di chi si tratta: D'Asti è a bordo dell'auto di servizio; Albanese, invece, guadagnando una via traversa che sembra essere un punto obbligato di passaggio del fuggitivo. Il centauro ricompare all'altezza di un dosso, proprio dinanzi al militare in auto, che è costretto a fermarla per armarsi. Non fa in tempo. Lo sconosciuto spara in successione alcuni colpi che l'appuntato riesce miracolosamente a schivare. Immediate battute e intensi rastrellamenti consentono di identificarlo: si tratta di Luciano Liboni, ricercato per gravi reati.

A Tivoli i due militari dell'Arma riescono ad evitare il peggio, ma un'infausta sorte viene riservata a un altro carabiniere: Alessandro Giorgioni che, come i nostri lettori già sanno, rimane vittima della mano assassina di Liboni. Riviviamo quel tragico evento. Siamo a Sant'Agata Feltria, in provincia di Pesaro, sono le 12 circa del 22 luglio 2004. Un esercente si avvede che nel suo bar è entrato un personaggio sospetto. Chiama il 112, viene allertata la locale Stazione Carabinieri. Giorgioni, di stanza presso quel reparto, raggiunge il bar, si avvicina all'avventore e gli chiede i documenti. «Li ho lasciati sulla moto», si sente rispondere. «Va bene, andiamo», ribatte il militare. I due, avanti il controllato e dietro Giorgioni, fanno pochi passi, quando Liboni si volta di scatto, afferra il militare e, a bruciapelo lo ferisce mortalmente, colpendolo di nuovo a terra per finirlo.

Le altre tappe di questo racconto si ambientano a Roma, sabato 24 luglio, nelle vie a ridosso della Stazione Termini. Tre agenti della Polizia di Stato in servizio di pattugliamento notano un passante dal fare guardingo. Decidono di controllarlo. Appena si avvicinano, a distanza di pochi metri, i sospetti degli agenti si connotano in pallottole che lo sconosciuto gli rivolge contro con la propria arma, sempre la stessa. La reazione dei tre non può essere di fuoco difensivo: c'è troppa gente. Un'occhiata, e si convincono che chi hanno incontrato è Liboni, l'assassino del "collega" Giorgioni. Immediate battute, l'arrivo di rinforzi e di numerose pattuglie dell'Arma romana non riescono a dar conto della presenza del ricercato. Liboni si è volatilizzato tra i passeggeri della vicina metropolitana. Il Lupo è in fuga.

Siamo ancora a Roma, a distanza di sette giorni. Il Circo Massimo pullula di turisti. Una signora passeggia godendosi il panorama finché, ad un certo punto, nota un uomo che muove sullo stesso marciapiede, ma in senso inverso. Lo spazio, breve, le consente di osservarlo, protetta com'è dagli occhiali scuri: è Liboni, il Lupo, l'uomo più ricercato d'Italia. I due si incrociano, lei si volta, si guarda intorno e nota una postazione della Polizia Municipale. Anche loro, gli agenti Ivan Bianco e Giorgio De Angelis, si convincono della genuinità della informazione. Tenendo a vista l'uomo, si rammentano che poco distante hanno salutato una pattuglia di Carabinieri motociclisti. Li vanno a chiamare, indicando l'individuo sospetto. Il brigadiere Angelo Bellucci e il carabiniere Alessandro Palmas decidono di controllarlo. Palmas lo segue sul retro, arma in pugno, moto marciante senza la conduzione - tanto è l'addestramento che riesce a guidare senza mani -, il collega ne costeggia il passo a distanza. Il militare che lo tallona, convintosi che chi gli sta di fronte è il latitante, lo chiama per nome: «Luciano, Luciano». Questi si volta e, senza esitazione, spara ripetuti colpi in direzione del militare. Il motociclista per non essere colpito poggia la moto a terra ricevendone precaria protezione. Non può reagire al fuoco: sulla traiettoria c'è una famiglia di cinque persone. Ancora il revolver assassino che ha colpito a Tivoli, a Sant'Agata Feltria, a Roma Termini. Non è un conflitto a fuoco, è un tiro al bersaglio di ben 5 colpi. Poi, quando Liboni si accorge che le sue munizioni sono quasi esaurite e gli rimane un solo colpo, avvinghia un'ignara cittadina francese, minacciandola di morte qualora Palmas si avvicini. Al carabiniere non rimane che fingere la resa, posando l'arma quasi in segno di rassegnata ubbidienza. I due si scambiano disperate battute: «Luciano arrenditi, non ti voglio uccidere». «Non lo farò mai, ormai sono un uomo morto». Ma Liboni si accorge che il brigadiere Bellucci al suo fianco lo tiene sotto ferma mira, che non può trasformare in legittima reazione pena porre a repentaglio la vita dell'ostaggio. È disperato: gli rimane un solo colpo ed ha due nemici. Decide di voltarsi e sparare sul brigadiere. Il sequestratore assassino scopre ora parte della spalla, Palmas ne approfitta e spara un colpo che raggiunge Liboni, provocandone la morte qualche ora dopo.

Qui termina la triste vicenda - quasi un incubo - di un disperato, inseguito da un destino feroce, che ha seminato morte e sangue al solo scopo di fuggire da una devastante solitudine e da una vita randagia. Noi ne copriamo il ricordo con il velo della pietà cristiana che a tutti gli uomini si deve. Anche a Luciano Liboni, detto il Lupo.

Umberto Pinotti