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I Carabinieri nel Novecento italiano - 33 - Le cinque Italie 1943-45

Con questa serie vogliamo riproporre il cammino dell'Arma nel secolo appena trascorso. Un cammino complesso, a diretto contatto con il sofferto sviluppo della storia patria, ma che vede l'Istituzione sempre in primo piano, cosciente dello spirito del tempo e dell'importanza del suo ruolo nel quotidiano rapporto con la gente. Un'Arma "unica al mondo", grazie ai suoi valori ed ideali, sempre al di sopra delle parti e al servizio del popolo

Immagine della serie I carabinieri nel novecento italiano

Il Regno del Sud. L'armistizio dell'8 settembre 1943 e gli avvenimenti che ne seguirono furono il momento più oscuro della vita dell'ancor giovane Stato italiano, tanto che Galli della Loggia si è spinto a definirlo "la morte della Patria". Mentre le Forze Armate si dissolvevano, Badoglio, i vertici militari ed il Re raggiungevano via mare, da Pescara, Brindisi, insediando il governo nell'unico territorio dal quale i tedeschi se ne erano già andati e gli angloamericani non erano ancora giunti.

I primi contatti con gli Alleati furono traumatici: essi pretesero, tra l'altro, che nell'Italia libera circolassero le Am-lire (Allied Military Lira), da loro stampate senza alcun controllo da parte italiana e che in breve tempo portarono al collasso il sistema economico; che Badoglio firmasse il cosiddetto "armistizio lungo", con clausole ancor più dure di quello stipulato a Cassibile da Castellano, e che l'Italia dichiarasse guerra alla Germania.

Si opposero, invece, frapponendo ostacoli di ogni genere, alla ricostituzione delle Forze Armate, che il governo pretendeva per dare un senso, partecipando alle operazioni belliche, alla dichiarazione di guerra. Nel frattempo gli esponenti dei partiti antifascisti reclamavano un ruolo nella guida di quella che veniva chiamata "Italia liberata", ma ponevano come pregiudiziale alla loro entrata nel governo l'accantonamento della monarchia, ritenuta responsabile di aver favorito l'instaurazione del regime fascista. La situazione di stallo che si era creata fu superata con un compromesso che prevedeva in un primo tempo il ritiro a vita privata, e poi l'abdicazione, di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto. Ciò consentì di formare a Salerno un governo politico guidato da Badoglio e, dopo la conquista di Roma, un primo ed un secondo gabinetto presieduto da Bonomi.

Un soldato del nostro Esercito in azione lungo la Linea Gustav.

Le operazioni belliche, dopo lo sbarco di Salerno, languirono per oltre sei mesi sulla Linea Gustav, che i tedeschi avevano allestito dal Tirreno all'Adriatico, in corrispondenza dei fiumi Garigliano e Sangro. Attorno a Cassino infuriarono ben quattro battaglie, ma i tedeschi riuscirono a resistere, pur se in sensibile inferiorità numerica, e nonostante fossero minacciati di accerchiamento, a seguito dello sbarco alleato ad Anzio del 22 gennaio 1944. Solo a maggio la Linea Gustav fu infranta e gli agloamericani poterono risalire lentamente la penisola, conquistando Roma il 5 giugno e Firenze il 16 agosto. La guerra, poi, ristagnò per altri sette mesi sulla Linea Gotica, che la Wermacht aveva allestito sugli Appennini, da Massa Carrara a Pesaro, e che, seppure intaccata sensibilmente nel settore est (Cesena fu conquistata dagli Alleati il 28 ottobre e Ravenna il 6 gennaio 1945), crollò soltanto nell'aprile 1945, più per effetto del collasso generale della Germania che per la forza delle armate angloamericane, che consideravano del tutto secondario il fronte italiano.

Dopo aver ostacolato a lungo la ricostituzione di forze armate italiane, gli Alleati, nel novembre 1943, consentirono la formazione di un Raggruppamento motorizzato di 5.000 uomini, che partecipò con onore al combattimento di Monte Lungo, avamposto delle difese tedesche di Cassino. Il Raggruppamento fu trasformato in aprile in Corpo Italiano di Liberazione con una forza di circa 30.000 uomini. Nel gennaio 1945 il Cil diede origine a sei Gruppi di Combattimento (Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno), vere e proprie divisioni che, con una forza complessiva di 50.000 uomini, combatterono sulla Linea Gotica, fino alla vittoria finale.

La Resistenza Italiana vista da Renato Guttuso.

La Repubblica Sociale Italiana e la Resistenza. Intanto in Italia settentrionale, all'indomani dell'8 settembre, Hitler aveva indotto un riluttante Mussolini, liberato dalla prigione sul Gran Sasso dai tedeschi, a ripristinare il regime fascista e a continuare la guerra a suo fianco. Il nuovo Stato, la Repubblica Sociale Italiana, retta dal Duce e composta dagli esponenti più oltranzisti del vecchio regime, si dotò di forze di polizia costituite da milizie del fascismo e da forze armate che il maresciallo Graziani, nominato Ministro della Difesa, volle non direttamente collegate al nuovo partito fascista-repubblicano.

La vita politica della Rsi fu contrassegnata dal Congresso di Verona, con il quale il fascismo repubblicano cercò di darsi un fondamento ideologico. L'assise, convocata il 14 novembre 1943 nella città scaligera, discusse un documento in 18 punti, redatto in parte dal Duce che, memore delle sue lontane origini di sinistra, volle dare un volto socialista al nuovo regime. L'approvazione dei diciotto punti si trasformò in una formalità e il dibattito si disperse in invettive, richiesta del partito unico e invocazioni alla vendetta contro gli artefici del 25 luglio. Che ebbe luogo pochi mesi dopo, sempre a Verona: l'ex Ministro degli Esteri Ciano e altri cinque dirigenti - gli unici catturati dei 19 che avevano votato l'ordine del giorno durante il Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, la cui approvazione aveva causato la crisi del regime - furono sottoposti ad un processo farsa, l'8 ed il 9 gennaio 1944 , e condannati a morte. La sentenza fu eseguita due giorni dopo, nonostante i disperati tentativi di Edda Ciano, moglie dell'ex Ministro e figlia del Duce, di salvare il marito.

Fin dal settembre 1943 era iniziata una forte opposizione al regime di occupazione nazifascista, che si manifestava sporadicamente con aggressioni armate, dapprima contro le truppe tedesche, ma successivamente contro esponenti di rilievo del nuovo regime. I fascisti, come del resto i tedeschi, reagivano alle uccisioni con rappresaglie indiscriminate verso innocenti, non potendo rivalersi sui veri colpevoli che risultavano sempre inafferrabili. Era scoppiata così la guerra civile, che insanguinerà l'Italia settentrionale per quasi due anni.

Il movimento che si opponeva al regime nazifascista prese il nome di Resistenza, a somiglianza di quanto avvenne negli altri Paesi occupati dai tedeschi. Nelle zone da essi controllate, fin dall'ottobre si formarono le prime brigate partigiane: Garibaldi, di osservanza comunista; Giustizia e Libertà, espressione del partito d'Azione; Franchi, monarchiche; Matteotti, socialiste, e le brigate di ispirazione democristiana. Il Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) assunse nel gennaio 1944 il coordinamento di tutte le formazioni che operavano nell'Italia occupata.

Le brigate partigiane operavano in montagna, ove talora riuscivano a liberare ampie zone creandovi Repubbliche partigiane (Val d'Ossola, Alba, Montefiorino, Carnia) prima che la reazione nazifascista riuscisse ad organizzare massicci rastrellamenti, durante i quali i partigiani cercavano di disimpegnarsi per riapparire quando le truppe regolari se ne erano andate. In pianura, dove la vita delle brigate sarebbe stata impossibile per il capillare controllo di tedeschi e fascisti, agivano i Gap (Gruppi di Azione Patriottica) e le Sap (Squadre di Azione Patriottica), con attività di disturbo e sabotaggio che suscitavano feroci reazioni da parte tedesca, come il massacro delle Fosse Ardeatine a Roma. Gap e Sap appoggiarono anche i grandi scioperi del marzo 1944.

I rastrellamenti della primavera e dell'autunno 1944 ed il decreto di Mussolini, che comminava la pena di morte ai partigiani e a chiunque li aiutasse, non valsero ad indebolire la Resistenza, che anzi si consolidò numericamente e nella struttura gerarchica. Il 9 giugno 1944 nell'ambito del Clnai si costituì il Cvl (Corpo Volontari della Libertà), ed il 7 dicembre 1944 furono firmati i "Protocolli di Roma" che regolamentarono la cooperazione tra esercito angloamericano e movimento partigiano ed il governo italiano riconobbe il Clnai come proprio delegato nell'Alta Italia.

Il destino del fascismo e l'uccisione di Mussolini avvennero all'inizio della primavera 1945. In merito ai fatti riguardanti la sua esecuzione materiale (sul chi, dove, come e quando venne compiuta l'azione) ci sono diverse versioni. Come è apparso anche in una seguitissima trasmissione televisiva andata in onda sulla terza rete della Rai nello scorso mese di settembre.

Le zone di operazioni. Le regioni nordorientali italiane (Trentino-Alto Adige e provincia di Belluno, Friuli, Venezia Giulia) ebbero sorte diversa da quelle governate a sud da Badoglio e a nord da Mussolini. Hitler aveva emanato un'ordinanza con cui divideva il territorio italiano in "zone di operazioni" e in "restante territorio italiano". Le zone di operazioni erano tre: la prima a diretto contatto con il fronte di combattimento a sud, ove erano in corso gli scontri con gli Alleati che risalivano la penisola; le altre due raggruppavano le province italiane del nord-est: Bolzano, Trento e Belluno (Voraberg, Prealpi), Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana (Adriatisches Künstenland, Litorale Adriatico).

All'indomani dell'8 settembre 1943, i partigiani slavi avevano occupato tutto il territorio istriano, esclusi i capoluoghi di provincia, agevolati dalla dissoluzione dell'esercito italiano e dall'assenza in zona di consistenti guarnigioni tedesche. L'occupazione, prima pacifica, si trasformò presto per gli abitanti di etnia italiana in un incubo: torture, stupri, infoibamenti, fucilazioni. Le forze armate tedesche si riorganizzarono rapidamente, e all'inizio dell'ottobre '43 misero in atto l'Operazione "Wolkenbruch" (nubifragio), che in pochi giorni spazzò dall'Istria la resistenza slava. Anche questa operazione fu caratterizzata da brutalità di ogni genere a danno dei civili.

Fin dai primi giorni dopo la proclamazione dell'armistizio si costituirono numerose formazioni partigiane composte da elementi antifascisti della popolazione italiana. I partigiani slavi peraltro operavano affinché tutte le terre ad est dell'Isonzo (e per alcuni anche ad est del Tagliamento) venissero annesse, al termine della guerra, alla Jugoslavia. La presenza di combattenti contro i nazifascisti di nazionalità italiana intralciava questi progetti perché costoro, la cui consistenza quantitativa raggiunse in qualche momento anche le 10.000 unità, combattevano i tedeschi per riaffermare la italianità della regione in cui erano nati.

La guerriglia nel territorio giulio, tranne che nella zona ad est dell'Isonzo, non diede manifestazione di grande vitalità fino alla fine dell'aprile 1945, quando Tito riuscì ad ammassare sul confine una nuova armata dell'Epl. In dieci giorni di combattimenti gli slavi accerchiarono le forze tedesche e fasciste stanziate nella Venezia Giulia, ed il 1° maggio, a conclusione della battaglia, entrarono a Trieste, che era già stata liberata dal Cln locale, il cui nerbo era costituito da finanzieri e carabinieri che avevano fatto causa comune con i partigiani.

Le unità jugoslave agli ordini di Tito avevano dato priorità assoluta alla conquista di Trieste, per precedere l'arrivo degli Alleati, trascurando le operazioni per la liberazione di Lubiana e Zagabria, capitali delle repubbliche di Slovenia e Croazia, che infatti vennero conquistate verso metà maggio, dopo la fine della guerra in Europa. Tito voleva porre i britannici e gli americani di fronte al fatto compiuto, così da avere mano libera per l'annessione della Venezia Giulia. Ma questi protestarono per la violazione dei patti, che prevedevano l'occupazione militare alleata dell'Italia fino ai confini del 1940, quindi anche dell'intera regione giulia. Il dittatore jugoslavo però tenne duro e accettò di sgomberare solo una parte della città di Gorizia, Trieste con il suo limitato hinterland, e Pola. Terminava così il calvario di una terra che nel corso della storia mai era appartenuta agli Stati slavi. Non terminava invece la persecuzione degli italiani, colpiti da una spietata pulizia etnica: tragiche le cifre tra i 5.000 e i 10.000 morti, mentre coloro che scelsero l'esilio ammontano ad oltre 350.000.

Con il trattato di pace i confini orientali ebbero la loro sistemazione: all'Italia rimaneva la parte occidentale delle città di Gorizia e Trieste con una limitata striscia sul Carso triestino. Il resto della Venezia Giulia veniva annesso alla Jugoslavia. Questa martoriata regione, per millenni gravitante nella sfera romana, veneziana, asburgica e italiana passava pressoché totalmente sotto il dominio croato e sloveno.

Conclusioni. Resta il dubbio irrisolto se la Repubblica Sociale Italiana abbia assolto una funzione utile all'Italia. Alcuni sostengono che senza Mussolini ed il suo governo i tedeschi avrebbero assoggettato il Paese ad un regime di occupazione più duro di quello che in effetti fu attuato. Ciò presumibilmente non è vero, perché i nazisti avevano tutto l'interesse a tenere pacificato il territorio, retrovia delle armate che combattevano sulla Linea Gustav prima e sulla Gotica poi. E la nascita della Repubblica di Mussolini trasformò una lotta di liberazione nazionale dallo straniero in una guerra civile, in cui furono coinvolti i tedeschi, che dovettero impiegare per la repressione forze militari superiori a quelle che avrebbero utilizzato se la Rsi non fosse esistita.

Nonostante dunque un giudizio complessivamente negativo, non possono però essere taciuti alcuni meriti, a partire dall'aver mantenuto in una certa efficienza l'apparato amministrativo dello Stato, le scuole, le ferrovie, l'organizzazione territoriale dell'Esercito, il sistema giudiziario e tributario, che i tedeschi, se avessero potuto avere mano libera, avrebbero senz'altro distrutto, ed averlo consegnato intatto ai nuovi governi democratici.

Quello della RSI fu anche l'ultimo ridotto di tanti idealisti, perlopiù giovanissimi che si sacrificarono nel nome e per l'onore d'Italia (vedasi Roberto Vivarelli La fine di una stagione). Si discute ancor oggi anche del peso effettivo della Resistenza sulle operazioni belliche. Molti ne sostengono l'irrilevanza sul piano militare, senza considerare però che i tedeschi, per la lotta antipartigiana, dovettero distogliere dal fronte fino a dieci divisioni: forze considerevoli che avrebbero potuto creare problemi agli Alleati sui fronti di guerra.

La Resistenza ebbe anche un altro grande merito: consentì al Paese di disporre fin dal 25 aprile 1945 di una classe politica, formatasi nelle dure lotte al nazifascismo, che costituì governi di alta rispettabilità democratica in grado di gestire la ricostruzione morale e materiale e di presentarsi all'estero, almeno nei confronti delle nazioni occidentali, con dignità e fermezza, evitando, se non le dure condizioni del trattato di pace, almeno la lunga occupazione e la spartizione tra gli Stati vincitori del territorio nazionale, come accadde a Germania, Austria e Giappone.

Luciano Luciani