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Il Regno del Sud.
L'armistizio dell'8 settembre 1943 e gli avvenimenti che ne
seguirono furono il momento più oscuro della vita dell'ancor
giovane Stato italiano, tanto che Galli della Loggia si è spinto a
definirlo "la morte della Patria". Mentre le Forze Armate si
dissolvevano, Badoglio, i vertici militari ed il Re raggiungevano
via mare, da Pescara, Brindisi, insediando il governo nell'unico
territorio dal quale i tedeschi se ne erano già andati e gli
angloamericani non erano ancora giunti.
I primi contatti con gli Alleati
furono traumatici: essi pretesero, tra l'altro, che nell'Italia
libera circolassero le Am-lire (Allied Military Lira), da loro
stampate senza alcun controllo da parte italiana e che in breve
tempo portarono al collasso il sistema economico; che Badoglio
firmasse il cosiddetto "armistizio lungo", con clausole ancor più
dure di quello stipulato a Cassibile da Castellano, e che l'Italia
dichiarasse guerra alla Germania.
Si opposero, invece, frapponendo
ostacoli di ogni genere, alla ricostituzione delle Forze Armate,
che il governo pretendeva per dare un senso, partecipando alle
operazioni belliche, alla dichiarazione di guerra. Nel frattempo
gli esponenti dei partiti antifascisti reclamavano un ruolo nella
guida di quella che veniva chiamata "Italia liberata", ma ponevano
come pregiudiziale alla loro entrata nel governo l'accantonamento
della monarchia, ritenuta responsabile di aver favorito
l'instaurazione del regime fascista. La situazione di stallo che si
era creata fu superata con un compromesso che prevedeva in un primo
tempo il ritiro a vita privata, e poi l'abdicazione, di Vittorio
Emanuele III a favore del figlio Umberto. Ciò consentì di formare a
Salerno un governo politico guidato da Badoglio e, dopo la
conquista di Roma, un primo ed un secondo gabinetto presieduto da
Bonomi.

Le operazioni belliche, dopo lo
sbarco di Salerno, languirono per oltre sei mesi sulla Linea
Gustav, che i tedeschi avevano allestito dal Tirreno all'Adriatico,
in corrispondenza dei fiumi Garigliano e Sangro. Attorno a Cassino
infuriarono ben quattro battaglie, ma i tedeschi riuscirono a
resistere, pur se in sensibile inferiorità numerica, e nonostante
fossero minacciati di accerchiamento, a seguito dello sbarco
alleato ad Anzio del 22 gennaio 1944. Solo a maggio la Linea Gustav
fu infranta e gli agloamericani poterono risalire lentamente la
penisola, conquistando Roma il 5 giugno e Firenze il 16 agosto. La
guerra, poi, ristagnò per altri sette mesi sulla Linea Gotica, che
la Wermacht aveva allestito sugli Appennini, da Massa Carrara a
Pesaro, e che, seppure intaccata sensibilmente nel settore est
(Cesena fu conquistata dagli Alleati il 28 ottobre e Ravenna il 6
gennaio 1945), crollò soltanto nell'aprile 1945, più per effetto
del collasso generale della Germania che per la forza delle armate
angloamericane, che consideravano del tutto secondario il fronte
italiano.
Dopo aver ostacolato a lungo la
ricostituzione di forze armate italiane, gli Alleati, nel novembre
1943, consentirono la formazione di un Raggruppamento motorizzato
di 5.000 uomini, che partecipò con onore al combattimento di Monte
Lungo, avamposto delle difese tedesche di Cassino. Il
Raggruppamento fu trasformato in aprile in Corpo Italiano di
Liberazione con una forza di circa 30.000 uomini. Nel gennaio 1945
il Cil diede origine a sei Gruppi di Combattimento (Cremona,
Friuli, Folgore, Legnano, Mantova e Piceno), vere e proprie
divisioni che, con una forza complessiva di 50.000 uomini,
combatterono sulla Linea Gotica, fino alla vittoria finale.

La Repubblica Sociale Italiana e la Resistenza.
Intanto in Italia settentrionale, all'indomani dell'8 settembre,
Hitler aveva indotto un riluttante Mussolini, liberato dalla
prigione sul Gran Sasso dai tedeschi, a ripristinare il regime
fascista e a continuare la guerra a suo fianco. Il nuovo Stato, la
Repubblica Sociale Italiana, retta dal Duce e composta dagli
esponenti più oltranzisti del vecchio regime, si dotò di forze di
polizia costituite da milizie del fascismo e da forze armate che il
maresciallo Graziani, nominato Ministro della Difesa, volle non
direttamente collegate al nuovo partito fascista-repubblicano.
La vita politica della Rsi fu
contrassegnata dal Congresso di Verona, con il quale il fascismo
repubblicano cercò di darsi un fondamento ideologico. L'assise,
convocata il 14 novembre 1943 nella città scaligera, discusse un
documento in 18 punti, redatto in parte dal Duce che, memore delle
sue lontane origini di sinistra, volle dare un volto socialista al
nuovo regime. L'approvazione dei diciotto punti si trasformò in una
formalità e il dibattito si disperse in invettive, richiesta del
partito unico e invocazioni alla vendetta contro gli artefici del
25 luglio. Che ebbe luogo pochi mesi dopo, sempre a Verona: l'ex
Ministro degli Esteri Ciano e altri cinque dirigenti - gli unici
catturati dei 19 che avevano votato l'ordine del giorno durante il
Gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943, la cui approvazione
aveva causato la crisi del regime - furono sottoposti ad un
processo farsa, l'8 ed il 9 gennaio 1944 , e condannati a morte. La
sentenza fu eseguita due giorni dopo, nonostante i disperati
tentativi di Edda Ciano, moglie dell'ex Ministro e figlia del Duce,
di salvare il marito.
Fin dal settembre 1943 era iniziata
una forte opposizione al regime di occupazione nazifascista, che si
manifestava sporadicamente con aggressioni armate, dapprima contro
le truppe tedesche, ma successivamente contro esponenti di rilievo
del nuovo regime. I fascisti, come del resto i tedeschi, reagivano
alle uccisioni con rappresaglie indiscriminate verso innocenti, non
potendo rivalersi sui veri colpevoli che risultavano sempre
inafferrabili. Era scoppiata così la guerra civile, che
insanguinerà l'Italia settentrionale per quasi due anni.
Il movimento che si opponeva al
regime nazifascista prese il nome di Resistenza, a somiglianza di
quanto avvenne negli altri Paesi occupati dai tedeschi. Nelle zone
da essi controllate, fin dall'ottobre si formarono le prime brigate
partigiane: Garibaldi, di osservanza comunista; Giustizia e
Libertà, espressione del partito d'Azione; Franchi, monarchiche;
Matteotti, socialiste, e le brigate di ispirazione democristiana.
Il Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) assunse
nel gennaio 1944 il coordinamento di tutte le formazioni che
operavano nell'Italia occupata.
Le brigate partigiane operavano in
montagna, ove talora riuscivano a liberare ampie zone creandovi
Repubbliche partigiane (Val d'Ossola, Alba, Montefiorino, Carnia)
prima che la reazione nazifascista riuscisse ad organizzare
massicci rastrellamenti, durante i quali i partigiani cercavano di
disimpegnarsi per riapparire quando le truppe regolari se ne erano
andate. In pianura, dove la vita delle brigate sarebbe stata
impossibile per il capillare controllo di tedeschi e fascisti,
agivano i Gap (Gruppi di Azione Patriottica) e le Sap (Squadre di
Azione Patriottica), con attività di disturbo e sabotaggio che
suscitavano feroci reazioni da parte tedesca, come il massacro
delle Fosse Ardeatine a Roma. Gap e Sap appoggiarono anche i grandi
scioperi del marzo 1944.
I rastrellamenti della primavera e
dell'autunno 1944 ed il decreto di Mussolini, che comminava la pena
di morte ai partigiani e a chiunque li aiutasse, non valsero ad
indebolire la Resistenza, che anzi si consolidò numericamente e
nella struttura gerarchica. Il 9 giugno 1944 nell'ambito del Clnai
si costituì il Cvl (Corpo Volontari della Libertà), ed il 7
dicembre 1944 furono firmati i "Protocolli di Roma" che
regolamentarono la cooperazione tra esercito angloamericano e
movimento partigiano ed il governo italiano riconobbe il Clnai come
proprio delegato nell'Alta Italia.
Il destino del fascismo e
l'uccisione di Mussolini avvennero all'inizio della primavera 1945.
In merito ai fatti riguardanti la sua esecuzione materiale (sul
chi, dove, come e quando venne compiuta l'azione) ci sono diverse
versioni. Come è apparso anche in una seguitissima trasmissione
televisiva andata in onda sulla terza rete della Rai nello scorso
mese di settembre.
Le zone di operazioni. Le
regioni nordorientali italiane (Trentino-Alto Adige e provincia di
Belluno, Friuli, Venezia Giulia) ebbero sorte diversa da quelle
governate a sud da Badoglio e a nord da Mussolini. Hitler aveva
emanato un'ordinanza con cui divideva il territorio italiano in
"zone di operazioni" e in "restante territorio italiano". Le zone
di operazioni erano tre: la prima a diretto contatto con il fronte
di combattimento a sud, ove erano in corso gli scontri con gli
Alleati che risalivano la penisola; le altre due raggruppavano le
province italiane del nord-est: Bolzano, Trento e Belluno
(Voraberg, Prealpi), Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana
(Adriatisches Künstenland, Litorale Adriatico).
All'indomani dell'8 settembre 1943,
i partigiani slavi avevano occupato tutto il territorio istriano,
esclusi i capoluoghi di provincia, agevolati dalla dissoluzione
dell'esercito italiano e dall'assenza in zona di consistenti
guarnigioni tedesche. L'occupazione, prima pacifica, si trasformò
presto per gli abitanti di etnia italiana in un incubo: torture,
stupri, infoibamenti, fucilazioni. Le forze armate tedesche si
riorganizzarono rapidamente, e all'inizio dell'ottobre '43 misero
in atto l'Operazione "Wolkenbruch" (nubifragio), che in pochi
giorni spazzò dall'Istria la resistenza slava. Anche questa
operazione fu caratterizzata da brutalità di ogni genere a danno
dei civili.
Fin dai primi giorni dopo la
proclamazione dell'armistizio si costituirono numerose formazioni
partigiane composte da elementi antifascisti della popolazione
italiana. I partigiani slavi peraltro operavano affinché tutte le
terre ad est dell'Isonzo (e per alcuni anche ad est del
Tagliamento) venissero annesse, al termine della guerra, alla
Jugoslavia. La presenza di combattenti contro i nazifascisti di
nazionalità italiana intralciava questi progetti perché costoro, la
cui consistenza quantitativa raggiunse in qualche momento anche le
10.000 unità, combattevano i tedeschi per riaffermare la italianità
della regione in cui erano nati.
La guerriglia nel territorio giulio,
tranne che nella zona ad est dell'Isonzo, non diede manifestazione
di grande vitalità fino alla fine dell'aprile 1945, quando Tito
riuscì ad ammassare sul confine una nuova armata dell'Epl. In dieci
giorni di combattimenti gli slavi accerchiarono le forze tedesche e
fasciste stanziate nella Venezia Giulia, ed il 1° maggio, a
conclusione della battaglia, entrarono a Trieste, che era già stata
liberata dal Cln locale, il cui nerbo era costituito da finanzieri
e carabinieri che avevano fatto causa comune con i partigiani.
Le unità jugoslave agli ordini di
Tito avevano dato priorità assoluta alla conquista di Trieste, per
precedere l'arrivo degli Alleati, trascurando le operazioni per la
liberazione di Lubiana e Zagabria, capitali delle repubbliche di
Slovenia e Croazia, che infatti vennero conquistate verso metà
maggio, dopo la fine della guerra in Europa. Tito voleva porre i
britannici e gli americani di fronte al fatto compiuto, così da
avere mano libera per l'annessione della Venezia Giulia. Ma questi
protestarono per la violazione dei patti, che prevedevano
l'occupazione militare alleata dell'Italia fino ai confini del
1940, quindi anche dell'intera regione giulia. Il dittatore
jugoslavo però tenne duro e accettò di sgomberare solo una parte
della città di Gorizia, Trieste con il suo limitato hinterland, e
Pola. Terminava così il calvario di una terra che nel corso della
storia mai era appartenuta agli Stati slavi. Non terminava invece
la persecuzione degli italiani, colpiti da una spietata pulizia
etnica: tragiche le cifre tra i 5.000 e i 10.000 morti, mentre
coloro che scelsero l'esilio ammontano ad oltre 350.000.
Con il trattato di pace i confini
orientali ebbero la loro sistemazione: all'Italia rimaneva la parte
occidentale delle città di Gorizia e Trieste con una limitata
striscia sul Carso triestino. Il resto della Venezia Giulia veniva
annesso alla Jugoslavia. Questa martoriata regione, per millenni
gravitante nella sfera romana, veneziana, asburgica e italiana
passava pressoché totalmente sotto il dominio croato e sloveno.
Conclusioni. Resta il dubbio
irrisolto se la Repubblica Sociale Italiana abbia assolto una
funzione utile all'Italia. Alcuni sostengono che senza Mussolini ed
il suo governo i tedeschi avrebbero assoggettato il Paese ad un
regime di occupazione più duro di quello che in effetti fu attuato.
Ciò presumibilmente non è vero, perché i nazisti avevano tutto
l'interesse a tenere pacificato il territorio, retrovia delle
armate che combattevano sulla Linea Gustav prima e sulla Gotica
poi. E la nascita della Repubblica di Mussolini trasformò una lotta
di liberazione nazionale dallo straniero in una guerra civile, in
cui furono coinvolti i tedeschi, che dovettero impiegare per la
repressione forze militari superiori a quelle che avrebbero
utilizzato se la Rsi non fosse esistita.
Nonostante dunque un giudizio
complessivamente negativo, non possono però essere taciuti alcuni
meriti, a partire dall'aver mantenuto in una certa efficienza
l'apparato amministrativo dello Stato, le scuole, le ferrovie,
l'organizzazione territoriale dell'Esercito, il sistema giudiziario
e tributario, che i tedeschi, se avessero potuto avere mano libera,
avrebbero senz'altro distrutto, ed averlo consegnato intatto ai
nuovi governi democratici.
Quello della RSI fu anche l'ultimo
ridotto di tanti idealisti, perlopiù giovanissimi che si
sacrificarono nel nome e per l'onore d'Italia (vedasi Roberto
Vivarelli La fine di una stagione). Si discute ancor oggi anche del
peso effettivo della Resistenza sulle operazioni belliche. Molti ne
sostengono l'irrilevanza sul piano militare, senza considerare però
che i tedeschi, per la lotta antipartigiana, dovettero distogliere
dal fronte fino a dieci divisioni: forze considerevoli che
avrebbero potuto creare problemi agli Alleati sui fronti di
guerra.
La Resistenza ebbe anche un altro
grande merito: consentì al Paese di disporre fin dal 25 aprile 1945
di una classe politica, formatasi nelle dure lotte al nazifascismo,
che costituì governi di alta rispettabilità democratica in grado di
gestire la ricostruzione morale e materiale e di presentarsi
all'estero, almeno nei confronti delle nazioni occidentali, con
dignità e fermezza, evitando, se non le dure condizioni del
trattato di pace, almeno la lunga occupazione e la spartizione tra
gli Stati vincitori del territorio nazionale, come accadde a
Germania, Austria e Giappone. |