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Prepariamoci: si torna a parlare di
pensioni e ancora una volta quasi tutti noi ricominceremo a fare
infiniti calcoli. Quando potremo ritirarci dalla vita lavorativa? E
a quanto ammonterà, almeno grosso modo, l'assegno mensile? Ed
ancora... saranno più fortunati i giovani oppure gli anziani?
Insomma, cosa bolle in pentola e come dovremo comportarci? Impresa
ardua, rispondere.
Il pianeta pensionistico, non solo
in Italia, sembra un'immensa terra popolata da termini astrusi,
novità solo annunciate e novità diventate legge, dubbi, a volte
addirittura angosce. Ecco, allora, la necessità di una breve guida,
speriamo il più possibile chiara; una bussola con due punti
cardinali da non dimenticare. Primo punto: dopo il via libera
definitivo alla delega sulle pensioni, arrivato a fine luglio, ora
comincia il lungo cammino dei decreti attuativi che delineeranno il
nuovo volto del sistema. Insomma, si entra nel vivo della riforma.
Secondo punto: in una materia così dibattuta, sono sempre possibili
modifiche e colpi di scena. Al momento attuale, comunque, queste
sembrano essere le principali scadenze e le principali novità che
ci attendono. Pronti, via: si parte.
Ottobre 2004. Dal primo del mese è
scattato il bonus per chi maturerà i requisiti di anzianità tra il
2004 ed il 2007. Attenzione, però: non tutto è così automatico come
potrebbe sembrare. Come annunciato dal ministro del Welfare,
Roberto Maroni, infatti, i dipendenti privati che avranno maturato
il diritto entro il 30 giugno 2004, ma che decideranno di
proseguire l'attività lavorativa, potranno beneficiare di una busta
paga immediatamente più pesante di quel 32,7% di contributi
previdenziali che l'azienda normalmente dovrebbe destinare
all'Inps. In alternativa, sarà possibile scegliere un assegno di
quiescenza più sostanzioso al termine del prolungamento
dell'attività. Dovrà attendere il 1° gennaio 2005 per esercitare
l'opzione, invece, chi ha maturato i diritti dal 1° luglio 2004.
Comunque, nessuna preoccupazione: è già partita una vasta campagna
di comunicazione, su giornali e televisioni, per spiegare tutti i
"misteri" dell'incentivo ai lavoratori.
Dicembre 2004: parte il "Casellario
centrale". In sostanza, si tratta di una maxi "banca dati" per la
raccolta e l'amministrazione di informazioni su tutte le posizioni
previdenziali attive, che avrà, tra l'altro, il compito di
rilasciare le certificazioni dei diritti acquisiti e l'emissione
dell'estratto conto annuale dei contributi versati. Il Casellario
si occuperà inoltre dei dati sui lavoratori extracomunitari, sugli
infortuni e le malattie invalidanti.
Settembre 2005. Prendono corpo i
capitoli più importanti della riforma: Tfr (trattamento di fine
rapporto) e misure compensative per le aziende, età pensionabile e
riordino. In particolare, con un decreto legislativo ad hoc, si
dovrà stabilire il trasferimento del Tfr "maturando" alla
previdenza complementare. L'esecutivo ha grosso modo un anno di
tempo per scrivere il provvedimento e per mettere a punto le
"necessarie compensazioni" - in termini di facilitazioni
all'accesso al credito e di riduzione del costo del lavoro - per
quelle imprese che "smobilizzano" il Tfr. L'esecutivo dovrà inoltre
definire le agevolazioni fiscali per l'accesso alla previdenza
complementare e procedere all'equiparazione di tutte le forme di
previdenza integrativa, dai fondi aperti a quelli chiusi fino alle
polizze individuali. Da quel giorno, infatti, i lavoratori avranno
sei mesi di tempo per decidere ed eventualmente lasciare la propria
liquidazione nelle casse aziendali. In assenza di una esplicita
dichiarazione, il nuovo Tfr sarà automaticamente convogliato verso
la previdenza complementare. Per quanto riguarda l'età
pensionabile, invece, entro settembre 2005 il governo dovrà
adottare i decreti legislativi con cui stabilirà e disciplinerà
l'aumento dell'età per andare in pensione di anzianità. Dal 2008 il
diritto scatta a 60 anni (61 per gli autonomi) con 35 di
contributi, oppure 40 anni di anzianità contributiva a prescindere
dall'età anagrafica. Dal 2010 si passa a 61 anni (62 per gli
autonomi). Dopo l'annunciata verifica del 2013, invece, il limite
di età potrebbe essere innalzato a 62 anni per i lavoratori
dipendenti e a 63 per gli autonomi.
Marzo 2006. Entro tale data il
governo dovrà individuare le categorie a cui riservare particolare
attenzione, dai chi svolge lavori usuranti alle donne lavoratrici,
e per correggere eventualmente i provvedimenti posti via via in
essere. Altro nodo da sciogliere sarà quello relativo alle
"finestre" per l'uscita dal mondo del lavoro. Il governo dovrà
definire quelle relative alle anzianità liquidate con 40 anni di
contributi. Dal 2008, invece, le attuali finestre di anzianità si
ridurranno da quattro a due.
Giugno 2007. Entro tale termine il
governo procederà al controllo degli effetti degli incentivi
destinati a chi, tra il 2004 ed il 2007, pur avendo maturato i
requisiti, ha rinunciato alla pensione di anzianità continuando a
lavorare. In particolare, dovrà valutare la sostenibilità
finanziaria del bonus sul sistema pensionistico, studiandone
eventuali modalità di prolungamento oltre lo "scalino" del 1°
gennaio 2008.
Biennio 2013-2015. Nel corso del
2013 saranno realizzate indagini per accertare gli effetti
finanziari delle modifiche dei requisiti di accesso al
pensionamento in vigore dal 1° gennaio 2008. Se i risultati saranno
positivi e superiori a quanto preventivato, il ministero del
Welfare, con decreto, potrà rinviare l'innalzamento a 62 anni di
età (63 per gli autonomi) previsto dal 2014. Alla fine del 2015,
inoltre, sarà oggetto di verifica anche la sperimentazione
dell'accesso all'anzianità con i vecchi requisiti e con le
penalizzazioni previste per deciderne la prosecuzione.
Metodo retributivo e
contributivo. I metodi di calcolo della pensione sono
essenzialmente due: retributivo e contributivo. I pensionati di
oggi prendono tutti la pensione sulla base del metodo retributivo,
così come i futuri pensionati che al 31.12.'95 avevano già 18 anni
di contributi. In questo caso, l'importo della pensione viene
calcolato facendo la media degli stipendi degli ultimi anni (in
genere cinque). Alla somma così ottenuta, si applica una
decurtazione che dipende dal numero di anni di versamento. Se si
sono versati per 40 anni di contributi, in genere la decurtazione è
solo del 20%. Se il numero di anni di versamenti è minore, la
percentuale è più alta (in genere 2% in più ogni anno in meno di
versamento). Il secondo metodo di calcolo, quello contributivo,
costituisce il sistema attuale di riferimento, ossia quello che si
cerca di introdurre con le riforme. La pensione viene calcolata con
le stesse modalità di un'assicurazione privata. In pratica, si
sommano i contributi versati dal lavoratore nel corso della sua
vita e la somma ottenuta viene maggiorata di una percentuale che
dipende dal tasso di inflazione e dal tasso di rendimento che
questi soldi hanno generato. Per quantificare poi la pensione
mensile, si applica prima una determinata percentuale (per esempio
il 5%) al capitale accumulato e poi si divide per 12 l'importo
ottenuto.
I pilastri della pensione.
Oltre al sistema pubblico, primo "pilastro", esistono altri due
"pilastri" pensionistici. Il secondo è rappresentato dai fondi
complementari, che possono essere chiusi (cioè di categoria,
comparto o territoriali, costituiti da un contratto collettivo
nazionale, un accordo o un regolamento aziendale, o un'intesa tra
lavoratori promossa dai sindacati), oppure aperti (istituiti e
gestiti da banche o assicurazioni per chi non ha un fondo di
categoria). Il terzo pilastro, invece, è rappresentato da
contratti, fondi o polizze di assicurazione sulla vita con finalità
pensionistiche. La riforma li mette sullo stesso
piano. |