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Il 3 ottobre del 1879 tre marinai,
Vincenzo Fondacaro di Bagnara Calabra, Pino Troccoli di Marina di
Camerota, e l'anconetano Orlando Grassoni, partirono da Montevideo,
in Uruguay, con una piccola imbarcazione, un bialbero di legno di
appena 9 metri: il "Leone di Caprera", nome datogli in onore del
generale Giuseppe Garibaldi. I tre naviganti erano intenzionati ad
offrire un riconoscimento - una sciabola ed un album con le firme
degli emigrati italiani in Uruguay e Argentina - all'Eroe dei due
mondi.
La sciabola non fu loro affidata
perché l'imbarcazione era così piccola da non offrire sufficienti
garanzie che l'impresa potesse essere condotta a termine. Ma la
buona sorte e la bravura aiutò i tre in quella traversata, che è
rimasta nella memoria della marineria di tutti i tempi per la sua
audacia, poiché era la prima volta che una barca a vela da diporto
aveva attraversato l'Oceano Atlantico.
Per quella impresa l'unico
riconoscimento ai tre fu una medaglia d'oro da parte del Re Umberto
I. Oggi si può ancora ammirare il "Leone di Caprera" recandosi a
Marina di Camerota, nella spiaggia di Lentischella, dove
l'imbarcazione è conservata in una grotta.
Sono trascorsi 130 anni: il
sessantaduenne ex sottoufficiale della Guardia di Finanza Pino
Veneroso, di Pisciotta, paese costiero del Cilento, ha un sogno:
ripetere l'impresa del "Leone di Caprera". Ha pensato per molto
tempo ai tre marinai, ha studiato a fondo il loro "Leone" cercando
di carpirne tutti i particolari, e intende ora ripercorrerne la
rotta con la sua imbarcazione, "La Jutta", nome datole in omaggio
alla consorte.
"La Jutta" è un agile sloop di soli
9 metri, classe show 29, costruita nei cantieri Barberis di La
Spezia, irrobustita per l'occasione ispessendo il sartiame e i
bulbi della chiglia e dotata, come unico strumento appartenente
alla tecnologia moderna, di un Gps (Global Positioning System).
Dello skipper Pino Veneroso ciò che sicuramente più colpisce è
l'audacia, che gli consente di non temere i disagi e gli imprevisti
di una navigazione in solitario in un tragitto così lungo. Oltre al
coraggio, è da ammirare l'amore per la sua terra. Ha il desiderio
di recare con sé, come doni agli emigrati, i prodotti tipici del
Cilento e, racchiusa in cento piccoli sacchetti di cotone, la terra
benedetta cilentana raccolta al Santuario della Madonna del Monte
di Novi Velia.

Il 2 agosto 2003 il sogno diviene
realtà con la partenza di Pino Veneroso da Marina di Pisciotta. La
rotta lo porta a Gibilterra, alle isole di Capo Verde e,
attraversato l'Oceano Atlantico, all'isola di Fernando de Noronha.
Poi, finalmente, alla costa del Brasile. Le insidie che lo
attendono non vengono dal mare ma dall'uomo. Il 3 novembre, appena
giunto nel porto di Recife, in Brasile, viene aggredito da tre
incappucciati, che gli rubano gli strumenti di navigazione e
addirittura gli abiti. Ma, come lo stesso Pino ama far notare, i
tre gli lasciano il bene più prezioso, la vita, ed è una fortuna,
perché questi pirati sono soliti togliere anch'essa ai
malcapitati.
Sempre sulla costa del Brasile,
ancora un incidente. È notte quando Pino si trova all'improvviso di
fronte ad una petroliera che naviga a luci spente: con una manovra
repentina evita l'impatto, ma "La Jutta" rimane disalberata. Per
riparare l'albero è costretto ad una lunga sosta nel porto di
Salvador de Bahia; riparte quindi per Montevideo dove al suo
arrivo, il 25 dicembre, dopo cinque mesi di navigazione e seimila
miglia di mare, la popolazione, che al 40 per cento è campana, lo
accoglie festosamente. Alla domanda dell'intervistatore locale, «Lo
rifarebbe?», Pino risponde: «Come no! Sono passato attraverso
tempeste con vento a 45-50 nodi, mare in burrasca...». Paura? «Mai.
Se solo ti sfiora è la tragedia. L'importante è una cosa che sulla
terraferma, nella vita di ogni giorno, non facciamo mai: stare in
pace con il proprio Io».
Dunque l'Oceano non ha mai
intimorito Pino, ma gli uomini, questa volta, sì. L'idea di
ripercorrere in solitario le coste nord del Brasile lo angoscia,
per cui prende la decisione di organizzare il viaggio di ritorno in
compagnia di due amici. Pino ha un importante compito: riportare in
Italia la sciabola di epoca risorgimentale, cosa che non era
riuscita ai tre del "Leone di Caprera".
Il 2 maggio 2004, Pino Veneroso,
insieme a Gabriele Vita, Comandante della Capitaneria di porto di
Sapri, e a un medico uruguaiano, Emil Kamaid, salpa dal porto
turistico Buceo, sul Rio della Plata, con rotta per l'isola di
Caprera. Lungo la costa sud del Brasile "La Jutta" incontrerà
burrasche violente, generate dal famoso "Frente frio", vento
proveniente da Capo Horn.
Ho avuto l'occasione di parlare con
Pino durante una vacanza a Marina di Pisciotta. Quale è stata
l'emozione più forte e più bella in tutta questa avventura? «Il
giorno in cui, solo al timone, durante una burrasca, vedevo la
barca sommersa dalla schiuma dei marosi, e solo io e l'albero
eravamo fuori dell'acqua». E il giorno più brutto? «Quando,
arrivato nel tratto di mare tra le Canarie e Gibilterra, ho sentito
strani scricchiolii ed ho temuto che il bulbo della "Jutta" stesse
cedendo, dopo un mese e mezzo di navigazione molto tesa, tutta con
andatura di bolina».
Dunque un viaggio duro, che ci fa
pensare alle qualità di quest'uomo: l'amore per il mare, la forte
determinazione, la serenità e l'equilibrio interiore, la resistenza
fisica, le sicure conoscenze marinare unite alle elevate capacità
manuali, indispensabili per intervenire nelle frequenti
riparazioni. Una sola paura: non poter portare a termine
l'impresa.
Inoltre, devo dire che ho incontrato
un uomo in perfetta forma fisica, dopo tre mesi di dura
navigazione; quindi sono ammirata anche per la sua capacità di
saper gestire i ritmi di sonno-veglia e di sapersi alimentare in
modo corretto in mezzo a tante difficoltà.
Il 5 agosto l'arrivo alla Maddalena.
È una festa. Ad attendere "La Jutta" nelle Bocche di Bonifacio, al
largo dell'isola di Spargi, imbarcazioni della Lega Navale
Italiana, del Centro Velico di Caprera e del Club Nautico della
Maddalena. A Cala Gavetta gioiosi ragazzi del Liceo Classico
"Giuseppe Garibaldi" gli si fanno incontro con la loro imbarcazione
e il Coro "Le Voci nel Blues" intona il Va pensiero; sulla banchina
la prestigiosa presenza di Giuseppe Garibaldi, omonimo pronipote
dell'Eroe, al quale viene consegnata la sciabola, poggiata su un
cuscino rosso a sancire il rinnovato affetto e la grande stima fra
la Comunità Italiana d'America e la discendenza dell'Eroe dei due
mondi.
Il Console italiano di Montevideo
aveva certificato la consegna della sciabola da parte del
Presidente dell'Aercu (Associazione Emigrati Regione Campana in
Uruguay), in dono al Museo di Garibaldi come simbolo della
fratellanza e dell'unione fra gli uomini.
Pino Veneroso e il suo compagno Emil
Kamaid (purtroppo il terzo dell'equipaggio, Gabriele Vita, ha
dovuto rinunciare all'ultima parte del viaggio perché la sua
licenza era terminata ed è stato costretto, alle isole di Capo
Verde, a rientrare in Italia) si sentono onorati per l'accoglienza
e per il programma di festeggiamenti organizzato dalla Società di
mutuo soccorso "Giuseppe Garibaldi", sezione della Maddalena,
presieduta dalla studiosa della vita dell'Eroe Anna Tola.
L'audace impresa è dunque giunta al
suo termine. Cosa rimane a Pino Veneroso? Oltre alla soddisfazione
personale di aver potuto coronare un sogno che coltivava fin dalla
sua gioventù, il consolidamento dell'amicizia affettuosa con coloro
che lo hanno sostenuto nei momenti più difficili e critici durante
la navigazione e la gratitudine per gli Enti e le Associazioni,
quali la Lega Navale Italiana e il Parco Nazionale del Cilento, che
hanno reso possibile la realizzazione dell'impresa.
Ma qualcosa di più profondo è
scaturito nel suo animo durante i lunghi mesi di solitudine:
l'analisi profonda del proprio Io, la consapevolezza di ciò che
veramente è importante nella vita, e soprattutto la chiarezza nel
saper giudicare persone ed eventi per il resto dei suoi
giorni. |