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E' l'alba del 25 aprile 1911 quando
nelle campagne torinesi Emilio Salgari, 49 anni, si uccide. In un
trentennio ha scritto ottantasette romanzi e oltre centoventi
novelle. È popolarissimo, ma i salotti letterari lo rifiutano; un
suo titolo può arrivare, nella semianalfabeta Italia post-unitaria,
a vendere 80mila copie, ma egli non può neppure permettersi una
clinica per Ida, la moglie ricoverata in manicomio pochi giorni
prima. Malato, alcolizzato e prossimo alla cecità, stremato dai
ritmi di lavoro che per anni i contratti capestro degli editori gli
hanno imposto, Salgari imita nell'estremo gesto l'harakiri, il
suicidio rituale dei samurai. Lo scopre una lavandaia, ore dopo.
Tocca ai carabinieri identificarlo, e leggenda vuole che un giovane
della Benemerita, suo affezionato lettore, non riesca a frenare una
lacrima. In tasca ha due lettere: una di tenero e straziante monito
ai quattro figli, l'altra agli editori che lo hanno sfruttato
mantenendolo quasi in miseria, ai quali chiede: "In compenso dei
guadagni che vi ho dati… pensate al mio funerale. Vi saluto
spezzando la penna".
Sono le ultime, drammatiche righe
del più grande scrittore italiano d'avventura, compagno d'evasione
per la fantasia di generazioni di ragazzi, tradotto in sedici
lingue, con buona pace delle antologie che nel corso dei lustri lo
hanno ignorato e di genitori e insegnanti che lo hanno bollato come
diseducativo.
È dovuto trascorrere quasi un secolo
perché la filologia letteraria sollevasse il velo su decenni di
censure che hanno epurato le sue pagine, spesso definitivamente:
perché i suoi eroi erano troppo trasgressivi, le sue eroine troppo
battagliere e, soprattutto, i fatti che narrava celavano (assai
poco velatamente) allusioni politicamente scomode, in particolare
se destinate ai fanciulli, bersaglio facilmente corruttibile dallo
straordinario talento descrittivo dell'autore veronese. Per contro,
certi estremismi politici ne hanno fatto un simbolo, non di rado
travisandone il messaggio.

Già in vita l'autore dovette
ritoccare numerose opere, vendute prima in dispense sui quotidiani
e poi in volume con titoli diversi: ed ecco La Tigre della Malesia
riveduta e meno sanguinaria ne Le Tigri di Mompracem, o il finale
tragico de Gli strangolatori del Gange, diventare lieto ne I
Misteri della Jungla Nera, e la poetica salgariana circoscriversi
progressivamente alla letteratura per ragazzi, priva, in quanto
tale, di qualsivoglia velleità d'espressione al di fuori
dell'intrattenimento: dunque cultura "bassa". Come se potesse
esistere una cultura di seconda categoria e come se fosse facile
raccontare ai ragazzi.
Ci sono voluti i nostalgici anni
Novanta, e la pregevole opera di ricerca e restauro della casa
editrice Viglongo, perché le principali opere originarie fossero
rese alle stampe; e il Ventunesimo secolo perché un'unica collana,
proposta dalla Fabbri e da poco conclusa, riproponesse, nel
centoquarantesimo anniversario della nascita, l'opera completa del
"Capitano", come amava essere chiamato pur non avendo mai terminato
la scuola nautica.
E vale la pena, oggi, di rileggere
con occhi diversi ed adulti questo piccolo bardo delle disillusioni
post-risorgimentali dell'Italia giolittiana, cantore di eroi
profondamente umani, che pagano a caro prezzo una vittoria, come
scrive Giuseppe Zaccaria, "mai trionfalistica, né tantomeno
rasserenante", riflettendo l'intima coscienza di essere stato
sconfitto dalla vita, che crebbe in Salgari fino all'estrema resa.
Per apprezzare nuovamente le pittoresche descrizioni di scenari
esotici, nei quali, con istinto da cineasta, immerge tutti i sensi
del lettore; e soprattutto per scoprire, nelle opere cosiddette
"minori", un autore poliedrico, che, a suo modo e con tutti i suoi
difetti, fu interprete acuto e anticonformista dello spirito del
suo tempo.
Infatti, se la fama di Salgari resta
legata principalmente a Sandokan, vale la pena sottolineare che la
Tigre nacque dalla fantasia di uno scrittore ventunenne, mentre ben
più moderna è la vena narrativa del Salgari padre di eroine come Il
Fiore delle perle, e assai più matura e lucida, seppure intrisa da
un inguaribile gusto per l'iperbole romanzesca, quella del Salgari
giornalista. Perché lo scrittore, pochi lo sanno, fu per dieci anni
redattore capo nel quotidiano Nuova Arena, e successivamente,
trasferitosi a Torino, direttore, nel biennio 1904-1906, della
rivista di viaggi Per terra e per mare, dell'editore Donath.

Una attività, quella del reporter,
che egli praticò anche in proprio, secondo l'antropologa tedesca
Bianca Gerlich, dalle cui ricerche effettuate in Borneo
risulterebbe che il principe spodestato datosi alla pirateria fu
ispirato allo scrittore Syarif Usman, personaggio storico vissuto
nel medesimo periodo in cui è ambientata la vicenda di Sandokan; e
autentici sarebbero anche la bandiera con la testa di tigre e il
massacro della sua famiglia, avvenuto nel 1849, per opera di un
sultano rivale, appoggiato dagli inglesi. Si trattò di una vera e
propria congiura e, sostiene la Gerlich, Salgari non avrebbe potuto
reperire informazioni su questi eventi se non parlando con dei
testimoni, poiché all'epoca gli sarebbe stato impossibile reperire
documenti su casi che la corona britannica aveva tutto l'interesse
a tenere sotto massima riservatezza.
Al di là dell'affascinante ipotesi
di un Salgari giornalista d'assalto, analizzandone l'insieme delle
opere la voce del romanziere risulta inscindibile da quella del
documentarista. Tra le gesta epiche dei cicli più noti, spuntano
veri e propri reportage romanzati di fatti contemporanei
all'autore, come la dettagliata cronaca della rivolta antispagnola
del 1896-'98 (Le stragi delle Filippine), le impressionanti
descrizioni dei riti del fondamentalismo islamico in Africa (I
predoni del Sahara) o quella della tratta dei neri (I drammi della
schiavitù). Ancora, senza andare troppo lontano, il durissimo
j'accuse contro la pratica della deportazione e le disumane carceri
della Russia zarista, in quello che è considerato il romanzo più
politico di Salgari e, forse non a caso, tra i meno noti: Gli
orrori della Siberia. Ove l'autore dipinge così il raccapricciante
scenario della marcia dei condannati: "Alla testa marciavano i
galeotti… sfiniti, coi visi gonfi e screpolati dal freddo… per le
fatiche, le privazioni, le torture mai terminate… un pallore
malaticcio faceva spiccare lo stigmate infame del carnefice russo…
impresso con un marchio infuocato sui tessuti del viso… avanzavano
con lugubre tintinnìo di catene, sotto una vera grandine di
frustate... Le mogli, le sorelle, i figli di quei disgraziati che
avevano ottenuto il permesso di accompagnarli… vittime predestinate
della cupidigia, delle voglie brutali dei cosacchi, dei poliziotti,
dei carcerieri… rattrappite dal freddo si trascinavano penosamente
dietro la catena vivente… con in braccio figli ancor teneri che il
freddo e i patimenti non dovevano tardare ad uccidere… altri più
grandicelli, urlanti e piangenti, altre vittime destinate ai lupi
siberiani".
Oggi tuttavia, il valore dell'opera
salgariana si potrebbe riassumere in un solo romanzo: Le meraviglie
del 2000 (1901), da cui emerge un Salgari affascinato dal
progresso, ma privo della fede in esso che domina il suo tempo; un
Salgari che, un decennio prima della Grande Guerra, profetizza un
devastante conflitto mondiale e contesta agli scienziati la scarsa
attenzione ai possibili effetti negativi delle macchine
sull'umanità. Il protagonista del romanzo è infatti uno studioso
che, fattosi ibernare per un secolo, proprio per vedere il futuro
della scienza, finisce in breve tempo per impazzire, perché il suo
organismo non tollera la saturazione di onde elettriche nell'aria
del nuovo millennio. Un monito che suona tanto più inquietante
perché quanto mai attuale. |