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Il 31 luglio, presso il Museo delle
Ceramiche di Castelli, piccolo ma noto centro in provincia di
Teramo, c'è stata l'inaugurazione della mostra "L'Antica Ceramica
da Farmacia di Castelli", un'iniziativa che ha toccato anche Teramo
e Roma (ed è oggi a San Pietroburgo, in occasione del tricentenario
della sua fondazione), dando la possibilità di ammirare 180 pezzi
di ceramica da farmacia provenienti dai più prestigiosi musei
nazionali e da raffinate collezioni private.
La mostra è stata aperta dal sindaco
di Castelli Enzo De Rosa e dall'onorevole Antonio Tancredi,
presidente del Comitato organizzatore. Erano inoltre presenti il
presidente della Provincia di Teramo, Erminio D'Agostino, il
presidente della Camera di Commercio Luciano Di Marzio e,
naturalmente, il direttore del museo, Vincenzo De Pompeis.
Nell'occasione è stato assicurato l'impegno delle istituzioni nel
voler divulgare e far conoscere in tutto il mondo l'antica arte
della maiolica di Castelli, che solamente negli ultimi tempi è
stata giustamente rivalutata. Infatti, in seguito ad eccezionali
ritrovamenti archeologici, si è scoperto che dei corredi in
ceramica, erroneamente attribuiti ad altre scuole italiane,
appartenevano alla scuola di Castelli (una su tutte la tipologia
Orsini-Colonna). Ed è grazie all'unione degli sforzi di tutti i
privati che hanno sovvenzionato gli scavi, della Regione Abruzzo e
della Provincia di Teramo se oggi possiamo ammirare queste preziose
opere d'arte, che molto ci insegnano su quello che è stato il
nostro passato e sulla straordinaria evoluzione dell'arte
medicinale e farmaceutica.
Castelli nasce alle falde del Gran
Sasso d'Italia su uno sprone roccioso delimitato da due torrenti,
il Leomogna e il Rio. Addentrandosi nei suoi vicoli si ha la
sensazione di essere stati catapultati in un antico borgo
medioevale rimasto inalterato nel tempo. La ceramica è presente
ovunque, in un susseguirsi di fabbriche, laboratori per il decoro,
magazzini, negozi.

Le fabbriche hanno mantenuto intatta
la loro semplicità. Chiamate ancora "botteghe", come nel Medioevo,
sono costruite in ambienti umidi e oscuri, perché, eccetto
l'essiccazione, che si compie all'aperto o sotto delle tettoie,
tutte le altre operazioni (tornitura, cottura, manipolazione e
conservazione dei materiali) avvengono meglio in locali umidi e con
poca luce. Un altro particolare di grande effetto sono i mulini
delle botteghe, utilizzati per mescolare le pesanti vernici a base
di metalli calcinati. Questi ricevono forza dall'acqua dei torrenti
costretta in piccoli canali. Ciascun "maiolicaro" ha una ricetta di
composizione dei propri smalti, che rappresenta buona parte del suo
successo.
Gli studioli dei pittori sono pieni
di vasi, di boccali, di piatti da dipingere o già decorati e pronti
per andare in fornace. La pittura è un momento molto delicato, in
quanto si dipinge su superfici che hanno avuto il bagno di maiolica
(smalto bianco), sul quale si lavora con colori a base di sostanze
minerali. La difficoltà sta nel fatto che il colore apposto sullo
smalto crudo viene subito assorbito richiedendo al pittore un tocco
veloce e preciso.
I primi segni certi della ceramica
di Castelli risalgono al Quattrocento. Considerata la vasta
produzione, dal XV al XVIII secolo devono essere stati molti i
pittori di maioliche presenti nella città, ma sono ben pochi i nomi
da noi conosciuti, tra i quali Nardo Castelli (1484), Tito e
Raimondo Pompei (1516), Orazio Pompei (1562). Quest'ultimo lavorò
per ben due anni (1615-1617) insieme ad altri artisti castellani
(Jacopo Di Filippo, Stefano Cappelletti, Geronimo Di Filippo,
Pasquale Fraticelli, Marcantonio Rinaldo e Nicola Truo) alla
decorazione del soffitto della chiesa di San Donato, presso
Castelli: un'opera unica nel suo genere, in quanto rappresenta il
solo esempio di soffitto maiolicato in Italia.
Di Orazio conosciamo anche
l'abitazione, situata nell'attuale via Carmine Gentile, segnata da
un'epigrafe incisa sull'architrave della porta. Accanto alla porta
della casa si trovava una mattonella raffigurante la Madonna che
allatta il Bambino, che nel 1977 fu trafugata da ladri tuttora
ignoti. Fortunatamente nel 1993, grazie al lavoro svolto dai
Carabinieri del Reparto Operativo per la Tutela del Patrimonio
Culturale, la mattonella è potuta tornare a Castelli.

Un importante ruolo nella crescita
della fama della maiolica castellana va riconosciuto alla famiglia
Gentili, presente ed attiva nel piccolo centro abruzzese per tre
generazioni, e a cui si deve l'invenzione di quel particolare
metodo di decorazione chiamato "istoriato castellano". La prima
personalità di spicco della famiglia Gentili è Berardino il
Vecchio, originario di Anversa degli Abruzzi. Il suo matrimonio con
Giustina Cappelletti lo portò a Castelli, legandolo alle sorti di
altre due famiglie molto importanti: i Cappelletti, appunto, e i
Grue.
Della sua produzione, tranne alcune
opere certe, non si conosce molto, mentre fu copiosa la produzione
artistica del figlio Carmine (1678-1763), che apprese i segreti del
mestiere dallo zio, Carlo Antonio Grue, cui era stato affidato
giovanissimo dopo la morte del padre. Carmine riuscì a tradurre
brillantemente su ceramica i temi figurativi più disparati: dalla
storia sacra alla storia contemporanea, dalla mitologia alle scene
di genere, al paesaggio. Particolarmente nota la sua prima opera
firmata e datata 1717: Il trionfo di Bacco e Arianna, suo
capolavoro indiscusso, che raffigura in stile tardo barocco il tema
tratto dalle Metamorfosi di Ovidio.
Per molti decenni Carmine ebbe
commissioni da parte di una clientela vasta ma selezionata, come
intere forniture di vasi da farmacia per importanti complessi
monastici ed ospedalieri. I vasi presentano le caratteristiche
formali e stilistiche peculiari della loro funzione d'uso:
"albarelli" ed "orioli" che recano, oltre il cartiglio per la
scrittura farmaceutica, gli emblemi monastici o gli stemmi
nobiliari con il simbolo della spezieria e della sua
appartenenza.
L'uso di siglare la committenza
attraverso un piccolo tondo posto frontalmente sul pezzo, quasi
sempre sotto il cartiglio recante la scritta del medicamento,
attesta una tradizione che si era affermata a partire dalla seconda
metà del XV secolo: fino alla fine del Medioevo infatti, i vasi da
farmacia non avevano nessuna iscrizione o emblema monastico.
Un altro grande personaggio che rese
Castelli famosa in tutto il mondo fu Francesco Antonio Saverio
Grue. Questi, dopo la prematura scomparsa della madre, fu messo dal
padre nel seminario di Penne, dove apprese i primi rudimenti di
pittura dal pittore Giovanni Lavalle. Al momento di proferire i
voti fuggì da Penne e si recò a Urbino. Tornato a Castelli, nel
1716 capeggiò la rivolta dei ceramisti castellani contro le
vessazioni del Marchese di Mendoza. Fu confinato a Napoli, e il suo
soggiorno fu provvidenziale per l'arte ceramica locale, viste le
opere da lui realizzate per le spezierie napoletane e per varie
committenze.
Oggi si conoscono tre grandi corredi
da lui dipinti: il primo nel 1729, per la Certosa di Santo Stefano
del Bosco (oggi Serra San Bruno), in Calabria; il secondo nel 1730,
per la spezieria di San Domenico a Soriano Calabro, dedicato a vari
santi; il terzo nel 1735, per la famosissima spezieria napoletana
di Carlo Mondelli, ove le figurazioni complesse legate ad episodi
biblici evidenziano uno stile maturo. |