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Il 1° dicembre 1900 il Times, nel
dare notizia della morte di Oscar Wilde, avvenuta il giorno prima a
Parigi, affermava: «Il verdetto sulla sua condotta, pronunciato
dall'Old Bailey nel maggio 1895, ha distrutto per sempre la sua
reputazione e lo ha condannato a un'ignobile oscurità per il resto
dei suoi giorni. Scontati due anni di carcere, si trovò rovinato
nella salute non meno che nella fama e nei beni. Ben presto la
morte concluse quella che era diventata una vita di infelicità e di
inutili rimpianti».
L'autorevole giornale di Londra
ricordava di Wilde, definito nello stesso articolo «ex brillante
letterato», l'episodio più drammatico della sua esistenza: il
processo subito per reati di omosessualità e la conseguente
condanna ai lavori forzati. Non ricordava le sue opere che, qualche
anno addietro, avevano suscitato l'entusiasmo della società
elegante di Londra, oltre che l'ammirazione della critica. In
effetti, quella condanna aveva devastato la vita dell'eccentrico
scrittore: il suo nome, diventato all'improvviso impronunciabile,
sinonimo di vergogna e di orrore, era stato cancellato dai
cataloghi; le sue opere ritirate dalla circolazione. Insomma Oscar
Wilde non era solo stato condannato a due anni di carcere ma anche
bandito, "per sempre", dalla storia delle lettere. Su di lui era
stata pronunciata una inappellabile damnatio memoriae.
Dovettero trascorrere alcuni anni
perché i suoi libri tornassero a circolare. Il fedele amico Robert
Ross curò la pubblicazione delle opere più conosciute di Wilde nel
1908, in un'edizione che per lungo tempo è stata punto di
riferimento per gli studiosi; e bisognerà attendere il 1949 per
vedere la prima edizione del De Profundis. In ogni caso, fin dai
primi anni del Novecento, i critici più accorti avevano decretato
la perennità e l'attualità dell'opera dello scrittore.
Oscar Wilde era nato a Dublino il 16
ottobre 1854 (si celebra in questi giorni il 150° anniversario
della nascita). Era dunque irlandese ma, preciserà lui stesso, si
sentiva français de sympathie, condannato «dagli inglesi a parlare
la lingua di Shakespeare». Era figlio di due personaggi assai
singolari. Il padre, Sir William, medico, al culmine della carriera
era diventato oculista personale della regina Vittoria. Purtroppo
aveva sciupato la sua fama correndo dietro a tutte le donne che
incontrava.
Nel 1862, quando Oscar aveva otto
anni, era stato coinvolto in un'accusa di violenza carnale ai danni
di una ragazza diciannovenne. Ne seguì un processo - inquietante
anticipazione di quello ben più rovinoso che subirà il figlio - nel
corso del quale emerse che la ragazza non era poi così innocente.
Non di meno, Wilde padre fu condannato al risarcimento di una
somma. Il che si tradusse in un disastro economico, giacché dovette
pagare anche più di duemila sterline di spese processuali, e perse
gran parte della sua clientela.
La madre, Jane Francesca Elgee,
aveva una natura appassionata e ribelle che mise al servizio della
causa dell'irredentismo irlandese. Per questa sua attività, anche
lei dovette subire un processo, ma la nobiltà della causa di cui si
era fatta paladina e, forse, la sua audace bellezza indussero i
giudici a emanare una sentenza assai mite.
Oscar, fin da bambino, respirò
l'atmosfera anticonformista che spirava nella sua famiglia,
atmosfera satura, dirà Henry James, di «profumi intellettuali,
soavi e un poco svaniti». In ogni caso, ereditò dalla madre la
passione quasi morbosa per la letteratura, cui aggiungerà di suo,
come scrive Francesco Mei in un'emozionante biografia di Wilde, «un
temperamento quasi lunare» e, insieme, «l'esaltante e angosciosa
coscienza che qualcosa lo separava dal comune destino degli altri».
A nove anni entrò nel collegio di Portora, a Enniskillen, poi
passerà al Trinity College di Dublino e di qui a Oxford. Il precoce
e lungo distacco dalla famiglia lo indurrà probabilmente a
riversare tutti i suoi interessi e tutte le sue emozioni sui
compagni di corso. Sarà un "collegiale" fino a 25 anni, e resterà
un fanciullo, almeno sul piano affettivo, per tutta la vita.

Gli anni di studio, sotto la guida
di due maestri eccelsi come John Ruskin e Walter Pater, furono
assai fruttuosi. Subito Oscar dimostrò di poter eccellere nelle
discipline umanistiche e nello studio dei classici. Il mondo greco
in particolare, con il suo culto per la bellezza, svincolato da
moralistiche censure, lo rivelò a se stesso facendogli scoprire la
propria natura di esteta. Da un lato lo spiritualismo di Ruskin,
dall'altro l'edonismo neopagano di Pater aprirono la via in Wilde
alla «degustazione di sensazioni», è sempre Mei che scrive, «in cui
la passione si decantava in estasi mistica e afflato pudibondo
dello spirito». Cominciò allora a elaborare la sua visione neppure
troppo idealizzata «dell'amore greco» come parte integrante del suo
edonismo di stampo pagano.
Del 1876 è il suo primo viaggio, in
Italia, cui ne seguì un altro, l'anno successivo, in Grecia. Il
viaggio era per lui un modo per sentirsi vivo, per fare esperienze
di vita, le più disparate, e spesso anche equivoche. Nell'esistenza
di Wilde mancava un luogo geografico "centro di gravità
permanente". Era irlandese, ma la sua città d'elezione non poteva
essere che Londra o, meglio ancora, Parigi. C'era poi la Grecia, il
paese dell'anima; l'Italia, il paese dell'arte; l'America, il paese
del progresso; l'Africa, il paese della natura; e c'erano
un'infinità di luoghi popolati dal gran mondo aristocratico di cui
lui si riteneva parte, in ragione della sua capacità di conversare
o dell'eleganza dei suoi modi e dei suoi abiti; o, all'opposto,
c'erano porti maleodoranti e taverne malfamate, frequentati da
ragazzi audaci e sfrontati, che però somigliavano a «bronzi
antichi, perfetti di forma...».
Quando ancora il suo apprendistato a
Oxford non era terminato, conobbe Lord Roland Gower, duca di
Sutherland. Ricchissimo ed elegante, cultore della bellezza, fece
di Oscar il proprio favorito, aprendogli le porte dei più esclusivi
salotti inglesi. Questo incontro, sostiene Mei, «lo portò anche a
considerare la sua diversità, non più come una colpa o un difetto,
ma come un segno di eccentrica stravaganza, da coltivare con la
speciale immunità dovuta al talento e alla superiorità del titolo e
del denaro».
Uscito da Oxford nel 1879, Wilde si
lanciò alla conquista di Londra. Il successo che andava conseguendo
si fondava sull'eccentricità, sulla ricercatezza del vestire, sulle
battute fulminanti e paradossali. Ma il suo proposito era di
affermarsi con le opere letterarie. Scrisse delle poesie che
pubblicò nel 1881 in un'elegante veste editoriale. In realtà non si
trattava di composizioni molto originali: riprendevano immagini e
parole già usate da Byron, da Swinburne e anche da Shakespeare. Non
furono accolte con grande entusiasmo. Ma il personaggio Wilde si
era già affermato, tanto da essere invitato in America per tenere
una serie di conferenze sull'estetismo in Inghilterra. La via del
successo era aperta: l'alta società già faceva a gara per averlo ai
propri ricevimenti, e la stampa satirica inglese ne metteva in luce
le pose artificiali.
Dopo l'America ci fu Parigi; e qui
Wilde portò a compimento un suo modesto poema simbolista, La
sfinge, e uno scadente dramma storico in versi, La duchessa di
Padova. Ancora una volta, il personaggio prevaleva sullo scrittore.
Nel 1883 lo ritroviamo in Inghilterra e in Irlanda. Qui frequentò
una ragazza conosciuta a Londra, Constance Mary Lloyd. Essa fu la
prima a vedere l'ala del genio che si posava su di lui, e l'amò
teneramente, per tutta la vita. Oscar a sua volta fu affascinato,
dobbiamo credere, dalla bellezza di Constance, dalla sua dolcezza,
dalla sua fragilità, dalla sua capacità di comprensione. In breve,
si sposarono. Era il 27 maggio 1884. Dall'unione, che sembrò in un
primo tempo felice, nacquero due figli: Cyril, il 5 giugno 1885, e
Vyvyan, il 3 novembre 1886.
Il matrimonio gli diede una maschera
di rispettabilità e la possibilità di una vita "normale". Nei primi
anni, dal 1884 al 1891, Wilde scrisse le sue opere più riuscite di
narrativa, dalle fiabe ai racconti, al romanzo Il ritratto di
Dorian Gray, l'opera che, non a torto, è considerata uno dei suoi
capolavori. Pare che l'ispirazione fosse venuta all'autore in
occasione di una sua visita allo studio del pittore Basil Ward.
Questi stava ritraendo un giovane di particolare bellezza, e Oscar,
ammirato, non poté trattenersi dall'esclamare: «Peccato che una
creatura così incantevole debba un giorno invecchiare!». Il pittore
aggiunse: «Sarebbe meglio se il quadro invecchiasse e imbruttisse
al suo posto».
Qualche tempo dopo, Wilde conobbe un
tal John Grey, un giovane poeta con cui ebbe una relazione amorosa.
Da queste due sollecitazioni nacque Dorian Gray. In pochi giorni,
quasi per scommessa. Il romanzo, pubblicato il 20 giugno 1890, è
una specie di favola nera che riprende il mito faustiano del patto
col diavolo. Gray, al pari del suo creatore, vive una doppia vita:
una rispettabile, che si svolge in una cornice di eleganza, e una
più segreta, segnata da vizio e crimine. Alla fine Dorian avverte
di non poter più sostenere il peso dei propri peccati, si pente, e
spera di poter vivere una nuova vita. Ma per lui non c'è
redenzione. Decide allora di distruggere il quadro, e così pone
fine ai suoi giorni.
Oscar Wilde era diventato,
finalmente, un grande scrittore, conosciuto e apprezzato in tutta
Europa. Molti critici, è vero, dando voce all'avversione dei
benpensanti, l'accusavano di essere immorale, ma i grandi letterati
sapevano che era sbocciato un genio. Yaets, Mallarmé, Pater e altri
ancora ebbero per la sua opera espressioni di elogio
incondizionato. E il suo successo divenne ancora più travolgente
quando cominciò a scrivere commedie. La prima di queste fu Il
ventaglio di Lady Windermere (1891), cui seguirono Una donna senza
importanza (1892), Il marito ideale (1893), L'importanza di
chiamarsi Ernesto (1894). Nel frattempo c'era stata Salomè (1892),
scritta a Parigi in francese, un dramma in versi in cui l'autore
evocava il clima sensuale e misticheggiante dell'omonimo quadro di
Gustave Moreau.
Le commedie fecero di Wilde un
idolo. Il suo teatro riprendeva canovacci e tradizioni già
sperimentati, come quelli di Alexandre Dumas figlio, ma li
avvolgeva in una trama di eleganti parole. Nessuno come Wilde
conosceva l'arte del conversare, il significato molteplice dei
lemmi, la capacità di dire e non dire, di affermare e di negare, di
far ridere e piangere.
Wilde avrebbe potuto essere, per
lunghi anni, uno scrittore realizzato e felice, ma in agguato c'era
un demone crudele e inesorabile, che si presentò sotto le spoglie
di un giovane che incarnava l'archetipo dell'efebo classico, Alfred
Bruce Douglas, che egli aveva conosciuto nel gennaio 1891. Wilde
sentì subito un'irresistibile attrazione per questo giovane, che
divenne ben presto una passione totale e fatale. Era qualcosa di
nuovo che si affacciava nella vita dello scrittore, «un legame»,
scrive Mei, che «si configurava come (...) integrazione tra
possesso fisico e simbiosi intellettuale».
Questo giovane, che già conduceva
una vita promiscua e disinvolta, ricambiò le attenzioni dello
scrittore, ma senza trasporto, senza sentimento. Il legame, che
Wilde alimentò senza preoccuparsi di salvare le apparenze, destò un
enorme scandalo. Douglas, fra l'altro, era figlio del marchese di
Queensberry, discendente di una delle più antiche famiglie di
Scozia. Il marchese, non riuscendo a spezzare la scandalosa
"amicizia" tra il figlio e Oscar, si propose di "distruggere"
Wilde. Allo scopo architettò una trappola in cui lo scrittore
maldestramente cadde. Subì due processi, dove, prima che la
sentenza fosse emessa, gli fu lasciata la possibilità di fuggire,
ma lui non volle approfittarne. Fu condannato a due anni di lavori
forzati, che sconterà integralmente fino all'ultimo giorno. E si
tratterà di una detenzione feroce, che lo distruggerà nel fisico e
nel morale.
Quando, il 19 maggio 1897, Oscar
Wilde uscì di prigione, era un uomo finito: ridotto in povertà,
abbandonato quasi da tutti - una magnifica eccezione fu la moglie
che, pur umiliata e offesa, cercò sempre di aiutarlo -, malato,
incapace fin quasi di parlare. «Io, un tempo signore del
linguaggio», scriverà lui stesso, «non possiedo più parole per
manifestare l'angoscia e la vergogna che mi tormentano».
Avrebbe potuto riprendere a
scrivere, ma gli mancava l'energia vitale. Confesserà: «Ho perso la
molla principale della vita e dell'arte, la joie de vivre: è
terribile... Affondo...». Le uniche opere dell'ultimo periodo sono
il De Profundis (1896-97), a metà strada fra confessione
autobiografica e ricerca delle ragioni dell'esistenza, scritto
negli ultimi tempi della detenzione, e la Ballata del carcere di
Reading (1897). Poi fu il silenzio. Il 30 novembre del 1900, in una
modesta stanza d'albergo, a Parigi, Oscar Wilde se ne andava. Aveva
perduto ogni ragione di vivere, e la morte, pietosa, se lo portò
via.
«Wilde», ha scritto il biografo
Ellmann, «appartiene al nostro mondo, più che a quello della regina
Vittoria. Oggi che lo scandalo non può più raggiungerlo e il tempo
ha dato il giusto valore ai suoi scritti migliori, torna a
comparire di fronte a noi, figura torreggiante, che ride e piange,
con le sue parabole e i suoi paradossi, così generosa, così
divertente, così nel giusto». |