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Al secondo piano di una costruzione
fine XVIII secolo, impreziosita da una classica citazione
palladiana, e posta al civico 1600 di Pennsylvania Avenue, in quel
di Washington D.C. (District of Columbia) 20500 - a tutti nota,
visto il colore che la contraddistingue, come The White House (la
Casa Bianca) -, vi è una stanza già ampia di suo (lunghezza: 12
metri circa) ma che dà l'impressione di essere ancor più vasta per
il rigoroso arredo: una scrivania con poltrona in pelle (alle
spalle un'alta vetrata) e, al capo opposto, di fronte
all'immancabile caminetto, due divani e due poltroncine.
Nient'altro, se si escludono le poche sedie e librerie d'epoca che
corrono lungo le pareti non squadrate, per le quali, con scarsa
fantasia, si è procurata il soprannome di Studio Ovale. Quella
stanza è oggi il centro del mondo, il luogo dove tutto o quasi si
decide: ad occuparla, infatti, è il Presidente degli Stati Uniti
d'America.
Per ironia della sorte, colui che
può contare sulle maggiori disponibilità economiche e militari
dell'intero globo terracqueo non può modificare che dettagli
nell'arredamento dello Studio: i colori di tende e divani
(l'attuale Presidente, mister Bush, ha optato per tinte tenui), una
scrivania piuttosto che un'altra (oggi si usa il Resolute Desk, lo
stesso tavolo da lavoro di Kennedy e Roosevelt). Del resto, non
potrebbe essere diversamente: quella stanza, come anche l'edificio
che la ospita, rappresenta l'intero popolo statunitense, e ogni
quattro anni, nelle medesime annualità e con lo stesso ciclo delle
Olimpiadi, i "giochi" sono destinati a riaprirsi, alla ricerca di
un nuovo "affittuario".
È questo che accadrà anche il
prossimo 2 novembre. E seppure saranno solo gli americani a
scegliere chi occuperà The White House per i successivi 48 mesi,
proprio per quanto si decide nello Studio Ovale, l'esito delle
elezioni non sarà indifferente a nessuno, in nessuna parte del
mondo. Quindi, cercare di comprendere il percorso che consente di
arrivare a sedervi è una curiosità più che giustificata. Che noi
proveremo a soddisfare.
Intanto, attorno alle elezioni
presidenziali degli Stati Uniti vi sono molti luoghi comuni da
sfatare. Come il fatto che esse siano l'espressione principe del
voto diretto. In realtà non è così. Si tratta di elezioni lunghe,
lontane nella prassi dalla mentalità europea, basate su un
regolamento decisamente "arzigogolato", che spesso nei particolari
e nelle tecniche differisce da Stato a Stato. Un misto di
tradizione, innovazione e difesa di valori assoluti.
Così, non è certo un caso che
quest'anno si voti il 2 novembre: la legge federale (applicata cioè
su tutto il territorio dell'Unione) che ha stabilito le regole in
materia elettorale, ovvero che il voto deve avvenire "…il martedì
dopo il primo lunedì del mese di novembre del quarto anno dopo
l'ultima elezione", quindi tra il 2 e l'8 di quel mese, risale al
1792. E sul finire del Settecento la società statunitense era
sostanzialmente rurale e fortemente religiosa: era dunque nel mese
di novembre (per i contadini poco "impegnativo"), il lunedì
(essendo la domenica riservata al Signore), che ci si trasferiva
per raggiungere (il martedì, appunto) le località ospitanti i seggi
elettorali.

È nel massimo rispetto del principio
di libertà dell'individuo, poi, che in teoria chiunque può
presentarsi come candidato alle elezioni: purché, con i criteri più
opportuni, lo annunci. Secondo quanto stabilito dalla Costituzione
americana, infatti, basta aver compiuto 35 anni, aver risieduto
almeno per 14 nei confini del Paese e non essere già stato eletto
alla carica due volte; ma, soprattutto, si deve essere cittadini
Usa dalla nascita. Solo se lo vorrà, dietro pagamento di una tassa
e presentando il previsto numero di firme, l'aspirante alla Casa
Bianca verrà indicato sulle schede elettorali; altrimenti diverrà
un write in candidate: per votarlo, cioè, si dovrà scrivere il suo
nome a penna nello spazio previsto sulla scheda.
La tradizione, però, che vuole gli
statunitensi sostanzialmente orientati verso i loro due maggiori
partiti - quello Repubblicano e quello Democratico -, fa sì che
l'interesse e l'attenzione di tutti si focalizzino su questi, e sui
loro candidati. È lo stesso elenco dei presidenti già eletti a
confermare come raramente nello Studio Ovale, negli ultimi 160
anni, si sia seduto qualcuno che non avesse alle spalle l'uno o
l'altro (vedi box). D'altra parte, la vastità del territorio e la
particolarità del sistema di votazione pretendono, sempre che si
miri effettivamente al successo, una notorietà a livello nazionale:
ne consegue la necessità di forti investimenti economici, che
tagliano presto le gambe a chi non dispone di fortune personali né
può contare su un'efficiente organizzazione per la raccolta di
fondi.
Se dunque in linea teorica tutti i
candidati dovrebbero effettuare gli stessi passi verso l'elezione,
in pratica chi si presenta da solo, oppure in partiti di limitate
dimensioni, seguirà una strada diversa da quella "classica" che noi
stiamo illustrando. A cominciare dal fatto che non dovrà sottoporsi
alle "elezioni primarie". Un ostacolo non da poco, queste, poiché
hanno lo scopo essenziale di segnalare, Stato dopo Stato, colui che
gli aderenti a ciascuno schieramento, attraverso la scelta dei
propri delegati alla Convention (il congresso generale del
partito), indicano quale candidato alla Casa Bianca, riducendo
progressivamente la pattuglia degli aspiranti presidenti.
Nate a livello federale nel 1912, le
elezioni primarie - che si succedono nella stragrande maggioranza
degli Stati dell'Unione (dove ciò non accade i delegati vengono
scelti dalla struttura locale degli schieramenti) - assumono
caratteristiche diverse da luogo a luogo: si va dai cosiddetti
caucus, termine indo-americano per indicare un'assemblea con
votazione finale, a sistemi con tanto di urna e di schede; e
possono essere "chiuse", cioè riservate ai soli elettori iscritti
nelle liste del partito che le ha indette, oppure "aperte" a
chiunque. Si tratta perciò di eventi interni al partito stesso, che
questo gestisce secondo le proprie consuetudini. E il loro
svolgersi nell'arco di sei mesi, dal primo caucus, che si tiene da
sempre nell'Iowa, testimonia quanto sia lunga e difficile la strada
che conduce all'Election Day, e quanto conti in essa, per certi
versi, anche il caso.
Alle primarie segue la Convention:
indetta da ogni partito una volta ogni quattro anni, è il solo
momento d'incontro allargato tra i suoi membri. Fine ultimo della
Convention è indicare il concorrente unico della specifica parte
politica alle elezioni presidenziali. Questa riunione plenaria, che
data dal 1832 (la prima fu tenuta dai rappresentanti del Partito
Democratico), ha ormai tutt'altro significato rispetto a quello
avuto anche solo fino a pochi decenni orsono. Una volta, infatti,
rappresentava il momento in cui i delegati, incontrandosi,
discutendo e accordandosi tra loro, sceglievano il candidato
finale. Oggi in realtà questa scelta matura nelle primarie,
cosicché all'apertura dell'assise nazionale i giochi sono bell'e
fatti. L'indicazione e l'investitura, ossia la nomination dei
candidati alla presidenza e alla vicepresidenza (il cosiddetto
ticket), è fatto formale. Ma la Convention mantiene le sue funzioni
di "grancassa", anzi, ha assunto ancor di più un valore
fondamentale di "lancio" verso l'agognato successo.
Eccoci dunque all'Election Day, il
giorno dell'elezione vera e propria del Presidente. Il cittadino
che decide di andare a votare può, che si sia o meno dichiarato
sostenitore di un partito, mettere la crocetta sul nome che più gli
aggrada. Ma, come detto, non è un'elezione diretta quella a cui
partecipa. Sono i cosiddetti Grandi Elettori, infatti, a
rappresentare ogni Stato dell'Unione, in numero proporzionale ai
suoi abitanti: più uno Stato è popoloso, più Grandi Elettori conta
(il che rende alcuni Stati più interessanti di altri nella corsa
alla Casa Bianca). Il candidato alla presidenza che risulta
vincente sul suo diretto concorrente in un certo Stato, anche se
per una sola preferenza, acquisisce a suo favore i voti di tutti i
Grandi Elettori di quello Stato (solo nel Maine vigono regole
diverse). Complessivamente i Grandi Elettori sono 538: metterà
perciò piede alla Casa Bianca chi ne "conquisterà" almeno 270.
Questo spiega perché - come del resto è già accaduto quattro volte,
l'ultima nel 2000 - non sia necessariamente chi raccoglie il
maggior numero di preferenze popolari a diventare Presidente degli
Stati Uniti.
Tenuto presente che la legge esclude
l'eventuale ripetizione delle consultazioni, e che, se la corsa
finisce in parità, è la Camera dei Rappresentanti a dover
sciogliere il nodo, si riesce a comprendere l'estrema durezza che
assume negli Usa la campagna elettorale, in particolare nelle
ultime fasi, e come nulla venga lasciato al caso per conquistare il
voto di ogni singola anima dell'Unione. Vi sono, è vero, Stati che
per tradizione votano Democratico qualunque cosa accada (i
cosiddetti "Stati blu"), ed altri che pervicacemente si esprimono a
favore dei Repubblicani (gli "Stati rossi"). Ma, a parte il fatto
che a volte la tradizione viene clamorosamente sovvertita, in
realtà il confronto è deciso da una ventina di Stati (sui 51
totali) che non hanno una chiara vocazione di base, e dunque da
conquistarsi elezione dopo elezione: a guidarli l'Ohio,
particolarmente popoloso, e perciò portatore di voti preziosi. Da
non sottovalutare, infine, il ruolo svolto dagli "indecisi", da
coloro, cioè, che si schierano last minute.
Proprio questo spinge, in
particolare le due macchine organizzatrici repubblicana e
democratica, innanzitutto a garantirsi le roccaforti, e
successivamente, prima ancora di convincere il cittadino a votare
per il proprio candidato, ad operare per farlo iscrivere nelle
liste elettorali. Sempre in ossequio al concetto di libertà totale,
infatti, negli Usa il diritto di voto non è automaticamente
connesso alla residenza e al possesso dei requisiti previsti dalla
legge, ma è lasciato alla decisione del singolo. Realtà che
preoccupa non poco i partiti, visto che, su tutti gli aventi
diritto, solo un 75 per cento effettua regolarmente la
registration, e di questi alla fine se ne recano al seggio non più
di 6-7 ogni 10. Sono soprattutto le giovani generazioni a
manifestare un disinteresse marcato per la politica, oltre al fatto
che spesso non conoscono neppure le procedure per l'iscrizione.
Indispensabili, allora, il consulto
del "Barometro dei valori morali", messo a punto dall'Università
del Michigan, che oscilla nel segnalare la prevalenza di ideali
conservatori o progressisti; e la persuasione degli "indecisi",
agendo sull'immaginario collettivo e curando il particolare non
meno delle grandi manifestazioni pubbliche (tese ad evidenziare gli
errori altrui); ma indispensabili, soprattutto, le eminenze grigie
di ogni campagna elettorale, e anche di quest'ultima: la
"Cassaforte degli elettori", del Republican National Committee, e
la concorrente "Demzilla" (sintesi di Democratic e Godzilla, il
mostro cinematografico), del Democratic National Committee. Due
banche dati in cui confluiscono informazioni preziose sugli
elettori: da quanti figli hanno a quali riviste leggono, dal
programma tv preferito all'eventuale possesso di un animale. Tutti
dati che consentono di inquadrarli in uno dei 306 diversi stili di
vita previsti, per poi inviare comunicazioni e gadget ad hoc.
Un meccanismo tortuoso, dunque,
complesso, quello che consente di scegliere colui che, per
tradizione, il 20 gennaio successivo all'Election Day, a
mezzogiorno in punto, prende ufficialmente possesso dell'ambita
carica. Ma forse il più opportuno per riuscire a farsi conoscere
davvero in un Paese come questo, non solo popolato da culture
diverse, spesso agli antipodi, ma anche talmente esteso da venire
attraversato da tre differenti fusi orari. Che, se possono essere
un piacevole stratagemma per festeggiare più volte il Capodanno,
diventano un problema non da poco per chi vorrebbe trasmettere il
proprio messaggio al maggior numero di persone, dalla East Cost al
lontano West. |