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Nell'orrore del lager di Beslan

Dopo l'attentato alle Torri Gemelle il mondo è davvero cambiato, come annunciavano allora le profezie. Ci stiamo abituando a ogni tipo di infamia e di barbarie. Ma quel che è accaduto nella scuola di quel lontano paese nel Caucaso sarà molto difficile cancellarlo dalla memoria e dalle coscienze

il funerale di una delle vittime.

«Si sentiva un profumo di torte calde», ha raccontato al ritorno dall'inferno Irina Mitzievi, «ma la festa non è mai iniziata». Irina - quel maledetto mercoledì - aveva accompagnato alla scuola di Beslan i suoi figli Farma e Azama (di nove e sette anni). Con loro c'era anche la nonna, Zara, di 65 anni. Sono usciti tutti vivi dall'inferno. Ma che vita sarà la loro con le immagini dell'incubo che li opprimeranno per sempre?

Si è salvato Georgij, il bambino di dieci anni, ripreso con le mani dietro la nuca, in segno di resa. I giornali di tutto il mondo lo hanno paragonato a Tavi Nussbaum, il piccolo ebreo con le mani alzate nel ghetto di Varsavia. Anche Tavi sopravvisse ai suoi aguzzini. E forse il copione de La vita è bella ebbe un lampo di ispirazione anche da quella foto ingiallita. L'immagine della crudeltà cieca, del bambino ostaggio dei criminali, il simbolo di un genocidio. «Mi avevano detto di tenere le mani alzate, come a fare le orecchie di coniglio», ha raccontato Georgij, «e io sono rimasto così per ore». La paura gli rimarrà impressa negli occhi chissà per quanti anni: «Una bambina, vicino a me, continuava a piangere. Era al suo primo giorno di scuola. Continuava a piangere: voleva la sua mamma. Era disperata, e gridava. Uno sparo l'ha fatta tacere». Georgij è uscito vivo. «Mi avevano detto di tenere le mani alzate, di stare fermo e di stare zitto. Io stavo zitto, zitto come un topo, e badavo a non farmi notare». Tutti i bambini, e gli adulti, che si vedono con lui in quella fotografia sono morti. Alcuni sono stati ammazzati a freddo dai terroristi, altri sono stati spazzati via dall'esplosione della bomba che il commando aveva piazzato nel canestro da basket, lì vicino. Al momento dello scoppio, Georgij si era allontanato, portato via da una zia (quella che l'aveva accompagnato a scuola, quella mattina di festa) per tenerlo accanto a sé.

Piccole storie di orrore, come quelle esumate dalle macerie delle Torri Gemelle, l'11 settembre 2001, o quelle scovate fra le lamiere dei treni nella stazione di Atocha, l'11 marzo di quest'anno. Spezzoni di barbarie, come le immagini di Dachau, di Buchenwald, di Auschwitz. L'Olocausto dei poveri innocenti di Beslan, in un angolo del mondo che si chiama Ossezia, vicino alla Cecenia, la polveriera della Russia. Ma le aspirazioni indipendentiste della Cecenia, le repressioni compiute dai russi nella regione, non possono in alcun modo giustificare il massacro nella scuola.

La bomba legata al canestro.

OLTRE MILLE OSTAGGI. Venerdì 3 settembre l'epilogo. La cronaca dell'incubo ha inizio alle undici e cinque minuti della mattina, quando i parenti dei sequestrati (che da quarantotto ore vegliano fuori della scuola) sentono il boato di un'esplosione. Si pensa a un blitz delle forze speciali ammassate all'esterno dell'edificio. «Per una mezz'ora», scriverà l'inviato di un quotidiano, «sembra che tutto debba risolversi in pochi minuti». Non è così, non sarà così. Gli scontri continueranno fin nella notte. Non si è trattato di un'operazione programmata delle truppe scelte. Dei primi boati e delle prime raffiche di mitra sono responsabili i terroristi ceceni, quelli che tengono in ostaggio più di mille persone nella scuola. Si scoprirà poi che hanno collocato parecchie cariche di esplosivo nella palestra, nei corridoi, nelle aule. Si scoprirà poi che molti di loro sono personalmente imbottiti di esplosivo e che qualcuno - soprattutto le donne (le vedove nere) - si è fatto saltare per aria obbedendo a un ordine del "colonnello", il capo del commando. Si scoprirà poi che, fin dal primo giorno, molti ostaggi sono stati uccisi a freddo: per dare l'esempio, per far capire agli altri che loro non scherzano, per colpire chi cercava di fuggire. Si scoprirà poi che molte donne (madri, zie, sorelle dei bambini) hanno subito violenze prima di essere uccise.

Quando cala il buio, dopo molte ore di battaglia, tuoni e lampi annunciano un temporale violentissimo. Sembra un segnale del cielo: la pioggia per lavare l'orrore e la vergogna. Come il diluvio universale. Si legge nella Genesi che Iddio «vedendo che la malvagità degli uomini era grande sulla terra», annunciò a Noè: «Io farò venire il diluvio di acque su la terra, per distruggere ogni carne che ha alito vitale sotto il cielo: tutto ciò che è sulla terra morrà».

Una delle tante fiaccolatedi solidarietà e di dolore organizzate in tutto il mondo.

Alla sera si contano duecento morti. Raddoppieranno nei giorni seguenti. Mercoledì quello che turba l'opinione pubblica mondiale sono le immagini, i fotogrammi della fuga e della salvezza. O della morte. I bambini nudi o seminudi in braccio ai soldati che li portano fuori e li caricano sulle ambulanze. Gli occhi dei parenti delusi nel non veder apparire i figli, o le mogli, lasciati dentro l'inferno quarantotto ore prima, in mezzo ai profumi di torte calde, perché quello doveva essere un giorno di festa. I sopravvissuti tirati giù dai muri, strappati dalle finestre senza vetri, le barelle infilate nelle automobili per raggiungere gli ospedali, la lunga fila di corpi senza vita all'obitorio, i bambini che chiedono acqua, perché quando si esce dall'inferno la sete è insaziabile.

FUCILATO DAVANTI AI FIGLI. Sabato è il giorno dei primi racconti, schegge di infamia. Zalina è una donna sopravvissuta. Il primo giorno ha cucinato il pollo per i terroristi. Racconta che mentre lei cucinava, hanno fucilato una ventina di uomini. Kazik aveva accompagnato i due figli alla festa della scuola: uno è ferito, l'altro è ufficialmente disperso. Ricorda quel che accadde pochi minuti dopo l'irruzione dei terroristi: «Hanno scelto un uomo, lo hanno fatto accovacciare in mezzo alla palestra e gli hanno detto: hai un minuto di tempo per calmare i bambini. Naturalmente era impossibile. Lui ci ha provato. Ma i piccoli piangevano e strillavano di paura. Allora quel papà è stato messo al muro e fucilato davanti ai suoi figli». Molti altri hanno descritto le figure più inquietanti: le shaide, le vedove nere, pronte a morire da martiri. «Non parlavano mai, si muovevano mute, con il viso coperto dal chador e le cinture esplosive in vita». Spietate, disumane. Una mamma scampata all'eccidio dice che ripeteva a sua figlia e agli altri bambini: «Chiudete gli occhi, così non vedrete più gli uomini cattivi».

E poi c'è la testimonianza di Elbrus Gogichayev, spetsnaz (agente speciale) della polizia. È l'uomo ripreso dalle telecamere mentre, in uniforme mimetica, teneva in braccio una bimba piccolissima, un corpicino fragile, Aliona, che forse si porterà dentro per tutta la vita il terrore vissuto ad appena sei mesi. «Avevo una gran paura che mi cadesse o che le potesse succedere qualcosa». Riprende fiato: «Ho pianto davanti a quei bambini massacrati. I bambini, che dovrebbero essere sacri per tutti, presi a fucilate come anatre, massacrati da quelle belve».

Georgij il bimbo sopravvissuto che teneva le mani dietro il capo.

Una belva è stata arrestata. È quello della foto che lo mostra, immobilizzato e piegato in avanti, fra due agenti speciali in tuta mimetica. Si chiama Nur-Pashi Kulayev, ha 24 anni. Giura di non aver ucciso nessuno. Implora pietà, non vuole morire, dice di avere dei figli che lo attendono a casa. E questa suona come una bestemmia. Dice che non sapeva che avrebbero sequestrato dei bambini. È un ceceno, ma del commando facevano parte anche un coreano, un uomo di colore e una decina di arabi. E questo accredita la tesi di un collegamento con i fanatici di Al Qaeda, la lunga mano di Bin Laden che si estende sull'Ossezia e nel Caucaso, che controlla la guerriglia cecena, che si conferma il nemico numero uno dell'Occidente, il capo della Spectre che ci ha dichiarato guerra tre anni fa. Una guerra iniziata il giorno delle Torri Gemelle. E chissà quando finirà, se finirà.

C'è una foto, la più crudele di tutte, che mostra una bimbetta esile, a torso nudo, con le mutandine macchiate di sangue, che cerca di inerpicarsi su quel muro di mattoni rossi, per rientrare da una finestra. Per rientrare nella scuola da cui è stata sbalzata fuori da un'esplosione, di cui gli infissi squinternati portano il segno. Voleva rientrare, probabilmente perché dentro c'era la madre, o il padre, o un fratellino. È un'immagine struggente, perché quella piccola creatura indifesa ce l'ha fatta a rientrare. E lì ha incontrato il suo destino. Come tanti poveri innocenti che cinquant'anni fa, con una stella sul vestito, seguivano i genitori sui treni blindati, e poi nei lager. E poi.

Marco Martelli