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Terrorismo o terrorismi?

Un'attenta analisi del fenomeno che sta insanguinando mezzo mondo. Cosa c'è realmente dietro. Ma soprattutto, come combatterlo?

Il Pentagono dopo l'11 settembre

Terrorismo al singolare, o terrorismi al plurale? Per terrorismo al singolare si intende - nel linguaggio degli analisti internazionali - una forma di terrorismo gestito da una "centrale" che tutto pianifica, dall'organizzazione alla strategia politica, da quest'ultima ai singoli attentati. Per terrorismi al plurale, gli stessi analisti intendono una forma di terrorismo articolata, che fa capo a modelli organizzativi simili ma strategicamente e tecnicamente autonomi, che riflettono singole situazioni locali.

Sull'argomento fino a poco tempo fa gli analisti erano divisi. C'era chi parlava di terrorismo al singolare e chi al plurale, distinguendo di conseguenza anche i modi di combatterlo. Né era di alcun aiuto la constatazione che "non tutti gli islamici sono dei terroristi, ma tutti i terroristi sono islamici". La prima parte della formula - "non tutti gli islamici sono terroristi" - sembra, infatti, dar ragione a chi sostiene la tesi dei terrorismi al plurale e esclude la cosiddetta "guerra di civiltà"; la seconda - "ma tutti i terroristi sono islamici" - sembra, al contrario, dare ragione a chi sostiene la tesi del terrorismo al singolare e lo interpreta come "guerra di civiltà". Di scarso aiuto, e persino fuorviante, è stata anche la distinzione, suggerita da altri studiosi dell'Islam, fra "gli islamici delle moschee" e gli "islamici laici", perché avrebbe finito con identificare erroneamente nella religione il fondamento del terrorismo, facendo, ingiustamente, di ogni erba - gli islamici "praticanti" - un fascio.

Il treno squartato di Madrid. Furono oltre cento i morti.

Oggi, però, è ormai convinzione diffusa fra gli analisti mondiali del fenomeno terrorista che non sia più corretto parlare di terrorismo al singolare, individuando in Al Qaeda una sorta di "rete" transnazionale coordinata dal suo capo, Osama Bin Laden. Piuttosto, la stragrande maggioranza degli analisti propende per l'esistenza di terrorismi al plurale, di un'area di gruppi e di gruppuscoli autonomi che perseguono obiettivi specifici, regionali, come sono stati l'attentato di Madrid dell'11 marzo e quello alla scuola di Beslan in Ossezia, e sono gli attentati quotidiani dei cosiddetti kamikaze in Israele e in Iraq. Questi terrorismi al plurale dicono di operare in nome di Al Qaeda, si ispirano alla dottrina jihadista di Osama, ma non dipendono organizzativamente da lui. La stessa Al Qaeda, secondo gli analisti internazionali, si sarebbe evoluta e adattata alla nuova realtà "plurale". Oggi Bin Laden - che in passato seguiva nei minimi dettagli il processo organizzativo di ogni attentato - sarebbe diventato una sorta di metafora ideologica, un simbolo che unifica i terrorismi al plurale nell'odio al mondo occidentale.

Lo scheletro di quello che un tempo era

Il vero nemico dell'Occidente - come i consiglieri del re di Giordania avevano già intuito e comunicato attraverso i canali diplomatici del sovrano ai governi occidentali due anni fa - è "l'imperialismo islamico di stampo wahabbita e salfita", cioè il movimento islamico nato in Arabia Saudita che si ispira alla dottrina, del tutto minoritaria nel mondo islamico, ma più accentuatamente fondamentalista sotto il profilo religioso e integralista e sotto quello politico. Qui, in Arabia Saudita, l'obiettivo strategico di Bin Laden e dei suoi seguaci rimane la caduta del regime saudita e la cacciata di tutti gli "infedeli" dalla penisola arabica. Ciò spiega la catena di attentati che ha insanguinato il Paese - oltre dieci, tutti mortali, in un solo anno - nell'ultimo dei quali, al centro residenziale di Khnobar, ha perso la vita, con altre ventuno persone, un cuoco italiano. Bin Laden vuole provocare l'esodo di esperti e di lavoratori stranieri sui quali si regge l'intera "macchina petrolifera" saudita; esodo che alcune compagnie già stanno pianificando nella prospettiva che gli attentati continuino. Il collasso economico avrebbe conseguenze disastrose non solo per il regime saudita, ma per la stessa geografia politica dell'area, che ne uscirebbe sconvolta dalla probabile disintegrazione della stessa Arabia Saudita.

È cambiata la natura del terrorismo, si dice ormai pressoché in tutti i Centri dell'Occidente che studiano il fenomeno. Siamo alla terza reincarnazione del terrorismo, si aggiunge; la "fase dell'Internazionale islamica" nelle varianti sunnita, sciita dei pasdaran iraniani, di Hezbollah, di Hamas, della Jihad palestinese, di Moqtada al-Sadr in Iraq. I teorici e i capi politici dell'Internazionale islamica conterebbero su non più di 3-4mila militanti attivi sparsi in 60 Paesi del mondo. Costoro opererebbero secondo logiche strettamente locali, a seconda delle circostanze e nei tempi e in funzione di obiettivi individuati autonomamente. Ad accomunare questi terrorismi al plurale e autoctoni fra loro e con il terrorismo al singolare della prima Al Qaeda sarebbe l'obiettivo strategico di infliggere più perdite possibili al nemico dell'Occidente cristiano e di incutere il massimo di terrore nelle sue popolazioni.

Un caso esemplare di questa vera e propria reincarnazione del terrorismo sarebbe, secondo gli esperti di Mosca, quello ceceno. È pur vero che Al Qaeda è stata agli inizi il maggiore sostegno finanziario e strategico-militare del radicalismo ceceno, e tale ha continuato a lungo ad essere. Ma è soprattutto grazie all'amicizia fra il capo della guerriglia cecena, Shamil Basayev, e Amir Khattab, il primo capo dei mujaheddin arabi in Cecenia, ucciso un anno fa dai servizi segreti russi, che, a partire dalla metà degli anni Novanta, la domanda di indipendenza cecena, strettamente ed esclusivamente politica, si è trasformata in guerra di religione, nella "guerra santa" islamica contro la Russia ortodossa. Dopo il crollo del comunismo e la dissoluzione dell'Unione Sovietica, Basayev e Khattab si erano conosciuti nei campi di addestramento dei radicali wahabbiti in Uzbekistan.

Così, ora, in Cecenia la situazione si è ulteriormente evoluta. Fra i terroristi che hanno compiuto la strage nella scuola di Beslan ci sarebbero stati, secondo fonti russe non ufficiali, anche persone di etnia russa, il che lascerebbe supporre che starebbe creandosi un "serbatoio" di militanti musulmani russi pronti a combattere per la causa cecena. La presenza, inoltre, di terroristi arabi, sempre secondo le stesse fonti russe, fra gli attentatori di Beslan, indicherebbe che, sul conflitto originariamente locale, si sarebbe innestato il terrorismo internazionale di matrice islamica, per il quale quello ceceno sarebbe diventato una sorta di simbolo più ancora di quanto non sia quello mediorientale fra palestinesi e israeliani. Poiché i finanziamenti ai ribelli ceceni continuano a provenire dal Golfo, ne concludono gli analisti del Cremino, è evidente che la jihad islamica ha trovato in Cecenia un'altra area di espansione. Qui i palestinesi insegnerebbero alle "vedove nere" cecene come preparare le cinture esplosive e farle esplodere in mezzo alla folla; gli afghani come colpire gli aerei con i missili terra-aria o farli esplodere in volo.

Ci sono Paesi islamici - quali Malaysia, Marocco, Nigeria, Pakistan, Tunisia, Yemen, per non parlare di Egitto, Giordania, degli emirati del Golfo e di altri Paesi ancora - i cui servizi di sicurezza già collaborano con quelli occidentali nella lotta al terrorismo, che forniscono aiuti economici e, come aveva annunciato improvvisamente e subito smentito il governo provvisorio di Baghdad, sarebbero anche propensi a mandare proprie truppe in Iraq in sostituzione di quelle americane e inglesi. Ma è, oltre che verso l'Occidente, anche all'interno di questi che i terrorismi al plurale si propongono di scatenare le loro prossime offensive.

Piero Ostellino