|
Terrorismo al singolare, o
terrorismi al plurale? Per terrorismo al singolare si intende - nel
linguaggio degli analisti internazionali - una forma di terrorismo
gestito da una "centrale" che tutto pianifica, dall'organizzazione
alla strategia politica, da quest'ultima ai singoli attentati. Per
terrorismi al plurale, gli stessi analisti intendono una forma di
terrorismo articolata, che fa capo a modelli organizzativi simili
ma strategicamente e tecnicamente autonomi, che riflettono singole
situazioni locali.
Sull'argomento fino a poco tempo fa
gli analisti erano divisi. C'era chi parlava di terrorismo al
singolare e chi al plurale, distinguendo di conseguenza anche i
modi di combatterlo. Né era di alcun aiuto la constatazione che
"non tutti gli islamici sono dei terroristi, ma tutti i terroristi
sono islamici". La prima parte della formula - "non tutti gli
islamici sono terroristi" - sembra, infatti, dar ragione a chi
sostiene la tesi dei terrorismi al plurale e esclude la cosiddetta
"guerra di civiltà"; la seconda - "ma tutti i terroristi sono
islamici" - sembra, al contrario, dare ragione a chi sostiene la
tesi del terrorismo al singolare e lo interpreta come "guerra di
civiltà". Di scarso aiuto, e persino fuorviante, è stata anche la
distinzione, suggerita da altri studiosi dell'Islam, fra "gli
islamici delle moschee" e gli "islamici laici", perché avrebbe
finito con identificare erroneamente nella religione il fondamento
del terrorismo, facendo, ingiustamente, di ogni erba - gli islamici
"praticanti" - un fascio.

Oggi, però, è ormai convinzione
diffusa fra gli analisti mondiali del fenomeno terrorista che non
sia più corretto parlare di terrorismo al singolare, individuando
in Al Qaeda una sorta di "rete" transnazionale coordinata dal suo
capo, Osama Bin Laden. Piuttosto, la stragrande maggioranza degli
analisti propende per l'esistenza di terrorismi al plurale, di
un'area di gruppi e di gruppuscoli autonomi che perseguono
obiettivi specifici, regionali, come sono stati l'attentato di
Madrid dell'11 marzo e quello alla scuola di Beslan in Ossezia, e
sono gli attentati quotidiani dei cosiddetti kamikaze in Israele e
in Iraq. Questi terrorismi al plurale dicono di operare in nome di
Al Qaeda, si ispirano alla dottrina jihadista di Osama, ma non
dipendono organizzativamente da lui. La stessa Al Qaeda, secondo
gli analisti internazionali, si sarebbe evoluta e adattata alla
nuova realtà "plurale". Oggi Bin Laden - che in passato seguiva nei
minimi dettagli il processo organizzativo di ogni attentato -
sarebbe diventato una sorta di metafora ideologica, un simbolo che
unifica i terrorismi al plurale nell'odio al mondo occidentale.

Il vero nemico dell'Occidente - come
i consiglieri del re di Giordania avevano già intuito e comunicato
attraverso i canali diplomatici del sovrano ai governi occidentali
due anni fa - è "l'imperialismo islamico di stampo wahabbita e
salfita", cioè il movimento islamico nato in Arabia Saudita che si
ispira alla dottrina, del tutto minoritaria nel mondo islamico, ma
più accentuatamente fondamentalista sotto il profilo religioso e
integralista e sotto quello politico. Qui, in Arabia Saudita,
l'obiettivo strategico di Bin Laden e dei suoi seguaci rimane la
caduta del regime saudita e la cacciata di tutti gli "infedeli"
dalla penisola arabica. Ciò spiega la catena di attentati che ha
insanguinato il Paese - oltre dieci, tutti mortali, in un solo anno
- nell'ultimo dei quali, al centro residenziale di Khnobar, ha
perso la vita, con altre ventuno persone, un cuoco italiano. Bin
Laden vuole provocare l'esodo di esperti e di lavoratori stranieri
sui quali si regge l'intera "macchina petrolifera" saudita; esodo
che alcune compagnie già stanno pianificando nella prospettiva che
gli attentati continuino. Il collasso economico avrebbe conseguenze
disastrose non solo per il regime saudita, ma per la stessa
geografia politica dell'area, che ne uscirebbe sconvolta dalla
probabile disintegrazione della stessa Arabia Saudita.
È cambiata la natura del terrorismo,
si dice ormai pressoché in tutti i Centri dell'Occidente che
studiano il fenomeno. Siamo alla terza reincarnazione del
terrorismo, si aggiunge; la "fase dell'Internazionale islamica"
nelle varianti sunnita, sciita dei pasdaran iraniani, di Hezbollah,
di Hamas, della Jihad palestinese, di Moqtada al-Sadr in Iraq. I
teorici e i capi politici dell'Internazionale islamica conterebbero
su non più di 3-4mila militanti attivi sparsi in 60 Paesi del
mondo. Costoro opererebbero secondo logiche strettamente locali, a
seconda delle circostanze e nei tempi e in funzione di obiettivi
individuati autonomamente. Ad accomunare questi terrorismi al
plurale e autoctoni fra loro e con il terrorismo al singolare della
prima Al Qaeda sarebbe l'obiettivo strategico di infliggere più
perdite possibili al nemico dell'Occidente cristiano e di incutere
il massimo di terrore nelle sue popolazioni.
Un caso esemplare di questa vera e
propria reincarnazione del terrorismo sarebbe, secondo gli esperti
di Mosca, quello ceceno. È pur vero che Al Qaeda è stata agli inizi
il maggiore sostegno finanziario e strategico-militare del
radicalismo ceceno, e tale ha continuato a lungo ad essere. Ma è
soprattutto grazie all'amicizia fra il capo della guerriglia
cecena, Shamil Basayev, e Amir Khattab, il primo capo dei
mujaheddin arabi in Cecenia, ucciso un anno fa dai servizi segreti
russi, che, a partire dalla metà degli anni Novanta, la domanda di
indipendenza cecena, strettamente ed esclusivamente politica, si è
trasformata in guerra di religione, nella "guerra santa" islamica
contro la Russia ortodossa. Dopo il crollo del comunismo e la
dissoluzione dell'Unione Sovietica, Basayev e Khattab si erano
conosciuti nei campi di addestramento dei radicali wahabbiti in
Uzbekistan.
Così, ora, in Cecenia la situazione
si è ulteriormente evoluta. Fra i terroristi che hanno compiuto la
strage nella scuola di Beslan ci sarebbero stati, secondo fonti
russe non ufficiali, anche persone di etnia russa, il che
lascerebbe supporre che starebbe creandosi un "serbatoio" di
militanti musulmani russi pronti a combattere per la causa cecena.
La presenza, inoltre, di terroristi arabi, sempre secondo le stesse
fonti russe, fra gli attentatori di Beslan, indicherebbe che, sul
conflitto originariamente locale, si sarebbe innestato il
terrorismo internazionale di matrice islamica, per il quale quello
ceceno sarebbe diventato una sorta di simbolo più ancora di quanto
non sia quello mediorientale fra palestinesi e israeliani. Poiché i
finanziamenti ai ribelli ceceni continuano a provenire dal Golfo,
ne concludono gli analisti del Cremino, è evidente che la jihad
islamica ha trovato in Cecenia un'altra area di espansione. Qui i
palestinesi insegnerebbero alle "vedove nere" cecene come preparare
le cinture esplosive e farle esplodere in mezzo alla folla; gli
afghani come colpire gli aerei con i missili terra-aria o farli
esplodere in volo.
Ci sono Paesi islamici - quali
Malaysia, Marocco, Nigeria, Pakistan, Tunisia, Yemen, per non
parlare di Egitto, Giordania, degli emirati del Golfo e di altri
Paesi ancora - i cui servizi di sicurezza già collaborano con
quelli occidentali nella lotta al terrorismo, che forniscono aiuti
economici e, come aveva annunciato improvvisamente e subito
smentito il governo provvisorio di Baghdad, sarebbero anche
propensi a mandare proprie truppe in Iraq in sostituzione di quelle
americane e inglesi. Ma è, oltre che verso l'Occidente, anche
all'interno di questi che i terrorismi al plurale si propongono di
scatenare le loro prossime offensive. |