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Il grande Torino

Cinquantacinque anni dopo la tragedia di Superga, il tempo non ha cancellato il ricordo della squadra granata, diventata negli anni un autentico punto di riferimento per il nostro calcio

I giocatori del Torino entrano in campo per disputare la loro ultima partita.

Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. Subito dopo la guerra, tutti recitavano questa formazione di grandi campioni come fosse la preghiera della sera prima di mettersi a letto o come la poesiola di Natale. Era una formula magica, perché già da allora nascondeva e alimentava i sogni di quei piccoli ragazzi di paese che vedevano nel calcio la possibilità di uscire dal solito, massacrante, lavoro dei campi. Un ritornello misterioso, grazie al quale, scandendo quei mitici nomi, si assaporava qualcosa di irreale, una sorta di appuntamento con la storia.

Ma in un terribile giorno di maggio di cinquantacinque anni fa, con un impatto mortale sul colle di Superga, quel "rendez-vous" si interruppe in maniera tragica, definitiva. Le voci si infittirono e si inseguirono. Chi possedeva una radio pensò bene di avvisare chi ne era sprovvisto: «Hai sentito? Tutti i giocatori del Torino sono morti in un disastro aereo». E il "passaparola" diventò opprimente, esagerato nei dettagli, insistente nel racconto di vecchi e giovani, fino al momento in cui il resoconto ufficiale e gli articoli dei quotidiani, il giorno dopo, non ne rivelarono gli esatti contorni.

La tragedia si era consumata in pochi attimi, in una sera di pioggia e di cielo grigio, quando il Fiat G. 212, battezzato "I-Elce", si schiantò contro il muro perimetrale della Basilica di Superga. Il classico errore umano, giacché il primo pilota, Meroni, e il suo secondo, Biancardi, non riuscirono a tenere in rotta il trimotore, a pochi chilometri, ormai, dall'atterraggio. Una tremenda fiammata incenerì i resti di quei protagonisti sfortunati, insieme alle speranze del nostro sport più popolare.

I giocatori del Torino al loro arrivo a Lisbona.

Lo schianto fu troppo forte; era accaduto qualcosa di incredibile, di disumano: di colpo il fior fiore del calcio italiano veniva cancellato. Quella squadra, infatti, riassumeva l'orgoglio di tutta una nazione, ed era bello vederli tutti insieme vestire la maglia azzurra e difendere i colori dell'Italia. Già, perché quel club più volte aveva prestato alla Nazionale i suoi atleti. Ben dieci, l'11 maggio del '47, proprio a Torino, contro l'Ungheria, con il solo Sentimenti IV, il portiere, nella veste di aggregato.

Il 4 maggio del 1949 l'aereo tornava da Lisbona, dove il giorno prima la formazione affidata all'ungherese Ernst Egri-Erbstein e all'inglese Leslie Lievesley, aveva giocato un incontro amichevole con il Benfica: un impegno preso da capitan Valentino Mazzola un mese e mezzo prima per dare l'addio al capitano della squadra portoghese Francisco Ferreira.

Oltre ai diciotto granata, ai due tecnici e ai membri dell'equipaggio, su quel volo c'erano i dirigenti Rinaldo Agnisetta e Ippolito Civalleri, il massaggiatore Ottavio Cortina, l'addetto all'organizzazione dei viaggi Andrea Bonaiuti e tre giornalisti: Renato Casalbore, che quattro anni prima aveva fondato Tuttosport, Luigi Cavallero, capo dei servizi sportivi de La Stampa, e Renato Tosatti, capo dei servizi de La Gazzetta del Popolo.

La tragedia di Superga in una copertina della Domenica del Corriere.

Quella formazione, nata per germogliazione spontanea e che in quegli anni aveva vinto tutto quello che era possibile vincere, lasciando sui campi la sensazione dell'immortalità, era stata praticamente allestita qualche anno prima grazie alla abilità di un piccolo industriale torinese, Ferruccio Novo. Un imprenditore del cuoio il quale, ispirandosi ai modelli inglesi e temendo il pericolo di presidenti mecenati, riuscì ad operare una trasformazione rivoluzionaria per quei tempi, ma che anticipava con le sue strutture l'idea, assolutamente attuale, di un club calcistico inteso come una impresa industriale.

Anche sul piano del gioco il Grande Torino anticipò i tempi, lasciando "il metodo" e adottando "il sistema", una tattica sconosciuta in Italia ma ampiamente attuata in Inghilterra, una nuova strategia che sembrava essere appositamente studiata per le caratteristiche tecnico-atletiche di quel meraviglioso gruppo. E vennero i successi: tanti, inenarrabili. Vittorie e record su tutti i campi, gol a grappoli, applausi, consensi e ammirazione.

A cinquantacinque anni dalla tragedia, quel Grande Torino è più che mai vivo nel ricordo; giovane, perennemente giovane nella leggenda. E i ragazzi d'allora come gli amanti del calcio vero di oggi continueranno a snocciolare a memoria la litania: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola...

Valter De Robertis