|
Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar,
Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola.
Subito dopo la guerra, tutti recitavano questa formazione di grandi
campioni come fosse la preghiera della sera prima di mettersi a
letto o come la poesiola di Natale. Era una formula magica, perché
già da allora nascondeva e alimentava i sogni di quei piccoli
ragazzi di paese che vedevano nel calcio la possibilità di uscire
dal solito, massacrante, lavoro dei campi. Un ritornello
misterioso, grazie al quale, scandendo quei mitici nomi, si
assaporava qualcosa di irreale, una sorta di appuntamento con la
storia.
Ma in un terribile giorno di maggio
di cinquantacinque anni fa, con un impatto mortale sul colle di
Superga, quel "rendez-vous" si interruppe in maniera tragica,
definitiva. Le voci si infittirono e si inseguirono. Chi possedeva
una radio pensò bene di avvisare chi ne era sprovvisto: «Hai
sentito? Tutti i giocatori del Torino sono morti in un disastro
aereo». E il "passaparola" diventò opprimente, esagerato nei
dettagli, insistente nel racconto di vecchi e giovani, fino al
momento in cui il resoconto ufficiale e gli articoli dei
quotidiani, il giorno dopo, non ne rivelarono gli esatti
contorni.
La tragedia si era consumata in
pochi attimi, in una sera di pioggia e di cielo grigio, quando il
Fiat G. 212, battezzato "I-Elce", si schiantò contro il muro
perimetrale della Basilica di Superga. Il classico errore umano,
giacché il primo pilota, Meroni, e il suo secondo, Biancardi, non
riuscirono a tenere in rotta il trimotore, a pochi chilometri,
ormai, dall'atterraggio. Una tremenda fiammata incenerì i resti di
quei protagonisti sfortunati, insieme alle speranze del nostro
sport più popolare.

Lo schianto fu troppo forte; era
accaduto qualcosa di incredibile, di disumano: di colpo il fior
fiore del calcio italiano veniva cancellato. Quella squadra,
infatti, riassumeva l'orgoglio di tutta una nazione, ed era bello
vederli tutti insieme vestire la maglia azzurra e difendere i
colori dell'Italia. Già, perché quel club più volte aveva prestato
alla Nazionale i suoi atleti. Ben dieci, l'11 maggio del '47,
proprio a Torino, contro l'Ungheria, con il solo Sentimenti IV, il
portiere, nella veste di aggregato.
Il 4 maggio del 1949 l'aereo tornava
da Lisbona, dove il giorno prima la formazione affidata
all'ungherese Ernst Egri-Erbstein e all'inglese Leslie Lievesley,
aveva giocato un incontro amichevole con il Benfica: un impegno
preso da capitan Valentino Mazzola un mese e mezzo prima per dare
l'addio al capitano della squadra portoghese Francisco
Ferreira.
Oltre ai diciotto granata, ai due
tecnici e ai membri dell'equipaggio, su quel volo c'erano i
dirigenti Rinaldo Agnisetta e Ippolito Civalleri, il massaggiatore
Ottavio Cortina, l'addetto all'organizzazione dei viaggi Andrea
Bonaiuti e tre giornalisti: Renato Casalbore, che quattro anni
prima aveva fondato Tuttosport, Luigi Cavallero, capo dei servizi
sportivi de La Stampa, e Renato Tosatti, capo dei servizi de La
Gazzetta del Popolo.

Quella formazione, nata per
germogliazione spontanea e che in quegli anni aveva vinto tutto
quello che era possibile vincere, lasciando sui campi la sensazione
dell'immortalità, era stata praticamente allestita qualche anno
prima grazie alla abilità di un piccolo industriale torinese,
Ferruccio Novo. Un imprenditore del cuoio il quale, ispirandosi ai
modelli inglesi e temendo il pericolo di presidenti mecenati,
riuscì ad operare una trasformazione rivoluzionaria per quei tempi,
ma che anticipava con le sue strutture l'idea, assolutamente
attuale, di un club calcistico inteso come una impresa
industriale.
Anche sul piano del gioco il Grande
Torino anticipò i tempi, lasciando "il metodo" e adottando "il
sistema", una tattica sconosciuta in Italia ma ampiamente attuata
in Inghilterra, una nuova strategia che sembrava essere
appositamente studiata per le caratteristiche tecnico-atletiche di
quel meraviglioso gruppo. E vennero i successi: tanti,
inenarrabili. Vittorie e record su tutti i campi, gol a grappoli,
applausi, consensi e ammirazione.
A cinquantacinque anni dalla
tragedia, quel Grande Torino è più che mai vivo nel ricordo;
giovane, perennemente giovane nella leggenda. E i ragazzi d'allora
come gli amanti del calcio vero di oggi continueranno a snocciolare
a memoria la litania: Bacigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar,
Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola,
Ossola... |