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Eroi d'Italia - 7 - Enrico Toti

Il 6 agosto 1916, nella sesta battaglia dell'Isonzo, un mutilato, arruolato come bersagliere ciclista, morì lanciando la stampella contro il nemico. Da allora è divenuto un simbolo del patriottismo, della capacità di superare qualunque ostacolo, di affrontare qualunque sacrificio per la propria nazione. Era un uomo del popolo, un romano verace, che da ragazzo aveva procurato molte preoccupazioni ai genitori proprio in ragione della sua irrequietezza, e del coraggio, che lo avrebbe sostenuto nella prova finale. Gli era stata amputata la gamba sinistra a seguito di un incidente sul lavoro, ma quella prova durissima aveva finito per rafforzarne il carattere. Si era conquistato una certa popolarità prima ancora del conflitto, compiendo un giro d'Europa in bicicletta, pedalando con una gamba sola. E quando l'Italia entrò in guerra, fece carte false (nel senso letterale del termine) per essere arruolato, ed offrire la propria vita per la causa nazionale

Ritratto dell'epoca di Toti

Un gesto che è rimasto nella memoria comune. Un'icona del coraggio, e dell'amor di patria. L'uomo, il mutilato, che lancia la stampella contro il nemico. È ferito, il suo destino è già segnato. Non si arrende, lui che avrebbe potuto evitare di trovarsi in prima linea, lui che - viceversa - ha brigato per trovarsi lì, faccia a faccia con il nemico. Ha implorato di essere arruolato come volontario, ha insistito per avere un'uniforme. Un eroe del Novecento, uno dei primi eroi del Novecento. Una storia documentata, ricca di testimonianze e di cronache. Non sono passati neppure cent'anni da quel 6 agosto 1916, ed è naturale che i contorni della storia siano limpidi e precisi, non sfumati e incerti (persino controversi) come le vicende di Balilla, o di Ferrucci, di Alberto da Giussano o dei Vespri Siciliani. Per raccontare (sia pure con la prosa barocca e ampollosa dei decreti ufficiali) quel momento è sufficiente la motivazione della medaglia d'oro al valor militare concessa a Toti: «Volontario quantunque privo della gamba sinistra, dopo aver reso importanti servizi nei fatti d'armi dell'aprile a Quota 70 - est di Selz - il 6 agosto nel combattimento che condusse all'occupazione di Quota 85 - est di Monfalcone - lanciavasi arditamente sulla trincea nemica continuando a combattere con ardore quantunque già due volte ferito. Colpito a morte da un terzo proiettile, con esaltazione eroica lanciava al nemico la gruccia, e spirava baciando il piumetto con stoicismo degno di quell'anima altamente italiana».

La Grande Guerra fu un banco di prova per lo spirito patriottico, l'occasione attesa e sperata per portare a compimento il processo di unità nazionale, rispondendo all'appello degli irredentisti che volevano che anche Trento e Trieste potessero esporre il tricolore alle loro finestre. Ma fu anche uno spaventoso bagno di sangue. Il prezzo pagato dall'Italia fu di 650mila caduti, 947mila feriti, 600mila fra prigionieri e dispersi. E un numero incalcolabile di eroi, molti dei quali rimasti sconosciuti e sfuggiti persino all'occhio attento dei giornali che - per la prima volta - raccontavano quotidianamente (ma non sempre in modo tempestivo, date le difficoltà di comunicazione di allora) quel che accadeva al fronte.

IL RESOCONTO DELLA DOMENICA. L'atto supremo di Enrico Toti fu celebrato da tutta la stampa. La Domenica del Corriere ne dette un resoconto un mese e mezzo più tardi (nel numero datato 24 settembre-1° ottobre 1916), con la tavola di Achille Beltrame in copertina. Per questo (come omaggio al rilievo che quel settimanale dette al conflitto), abbiamo scelto proprio il testo della Domenica. Eccolo, integrale: «Enrico Toti era un volontario perché avendo una sola gamba, era esente da ogni obbligo militare. Romano del popolo, egli aveva a vent'anni servito nei bersaglieri. Congedato ed entrato nelle Ferrovie dello Stato, era stato travolto da un treno e gli avevano amputato la gamba sinistra. Non s'era scoraggiato: aveva fondato a Roma una piccola industria; v'impiegava tre o quattro operai e, tra la pensione e quel suo lavoro, s'era assicurata una vita abbastanza agiata. Ma l'agiatezza senza rischi non era la felicità pel suo animo intrepido. A forza di costanza e d'allenamento era riuscito, per liberarsi qualche volta dalle grucce, a correre in bicicletta e a nuotare tanto agilmente che aveva partecipato nel Tevere a gare di nuoto con buon successo e aveva attraversato tutta l'Europa, fino in Lapponia, sulla sua bicicletta, da solo. Quando scoppiò la guerra, Enrico Toti mandò una supplica al ministro della Guerra perché gli permettesse di tornare bersagliere. La domanda fu respinta. Non si stancò: la ripeté tre volte, enumerando le sue capacità sportive, dicendosi pronto a tutto, ai lavori più duri e ai compiti più umili. Riuscì a presentarsi al Comando della 3a Armata. Il Duca d'Aosta, buon soldato che sa il pregio dei valori morali, a vederlo così fervido, generoso e instancabile, gli permise di restar lì. Per molti mesi fu adoperato come port'ordini, come portalettere, come piantone. Finalmente nel gennaio scorso il maggiore Razzini, comandante del 3° bersaglieri ciclisti, gli permise di restare in trincea: fu una vedetta impareggiabile; lavorò da minatore, da sterratore, da portatore. Ma quando, il 6 agosto, al suo battaglione fu dato l'ordine di attaccare la cima di Quota 85, volle ad ogni costo seguire i compagni. E, per ripetere le parole del suo colonnello, "fra i primi arrivò sulla trincea nemica lanciando bombe e lottando come poté con fucile", perché aveva imparato a mirare e a sparare stringendo il calcio del fucile sotto l'ascella destra, e sostenendosi con l'ascella sinistra sulla gruccia. Fu ferito tre volte. Grondava sangue, sparava e gridava ai suoi compagni: "Viva l'Italia! Viva Trieste! Viva i bersaglieri!". Alla terza ferita cadde a terra, si rialzò, fece ancora pochi passi; poi, appoggiandosi al fucile, afferrò con la destra la sua gruccia, il misero segno della sua debolezza che per amor della Patria egli aveva saputo mutare in forza e in eroismo, e la scagliò come uno scherno contro il nemico in fuga. E ricadde, morto».

I VOLONTARI. Era un uomo coraggioso, Enrico Toti. E romantico. Aveva dimostrato fin da ragazzo quali fossero le sue qualità. L'incidente in cui aveva perso la gamba non lo aveva abbattuto. Aveva reagito alla mutilazione non modificando affatto le proprie abitudini di vita. Anzi: sulla sua bicicletta con un solo pedale aveva fatto il giro d'Europa. Era attivissimo, sorridente, disponibile con tutti. Dedicava grande entusiasmo anche ad aiutare gli altri.

Quando scoppiò la guerra si mise in testa che aveva il diritto di parteciparvi. Era un patriota, Enrico, e non intendeva restare a casa. Partì come volontario. In una recente biografia dell'eroe, Lucio Fabi ha ricordato che «il gesto, bizzarro e temerario, non era, al tempo, inusuale. Su tutti i fronti, infatti, i giornali e le corrispondenze dei soldati narravano di giovinetti volontari, anche di donne che, in uniforme, tentavano di mescolarsi ai soldati per raggiungere il loro uomo o per spirito di avventura patriottica». Un giornale, a metà maggio del 1915, riportò due esempi: «La maestra Luigia Giappi a Bologna, la pollivendola Gioconda Sirelli a Milano, che avevano vestito l'abito del soldato per recarsi a combattere, furono scoperte al momento della partenza e rimandate l'una alla sua scuola, l'altra al suo commercio, in attesa che la Croce Rossa le incorpori tra le sue fila». Un mese più tardi fu segnalata la presenza, fra i soldati del Carso, di un bambino di 12 anni, "volontario esploratore", e di un sedicenne impiegato nel "parco automobilistico". Qualche mese dopo un settantenne garibaldino morì sul Podgora.

Manifesto per il VI Prestito Nazionale (1918)

Toti era fra questi ostinati che volevano a tutti i costi servire la patria. Si presentò al Comando degli alpini, e fu respinto. Poi andò a Cervignano, che era l'ultimo scalo ferroviario prima delle retrovie. Lì c'era la "burocrazia di guerra", si organizzava la logistica, si smistavano gli uomini. Ottenne di diventare "porta ordini civile". Avrebbe fatto il postino. Ritirava la posta nei punti di raccolta dei diversi reparti e la portava alla stazione di Cervignano, da dove veniva smistata verso l'interno. Non contento, tentò più volte di oltrepassare il limite della zona destinata ai borghesi per raggiungere il fronte. Nelle lettere alla sorella raccontava di dover combattere due guerre: una contro il nemico austriaco e l'altra contro quelli che gli impedivano di raggiungere il fronte. Il 5 luglio 1915 scrisse: «Stavo per entrare in trincea verso Cormons: venni scoperto, fu avvertito il generale, e la tenenza dei Carabinieri mi indirizzò indietro per una strada più breve».

IL DUCA D'AOSTA. All'inizio del 1916 fu chiamato a svolgere incarichi speciali «che difficilmente avrebbero messo in pericolo la sua vita». Non gli bastava. Indirizzò una supplica al comandante della Terza Armata, Emanuele Filiberto duca d'Aosta. «Le giuro che ho del fegato», scrisse, «e qualunque impresa, anche la più difficile, se mi venisse ordinata la eseguirei senza indugio. Se lo voglio sono invisibile, e potrei - sono sicuro - penetrare nel campo nemico e studiarne le posizioni, scoprire le batterie, senza da essi essere veduto». La supplica convinse il duca, e Toti ebbe il permesso di rimanere in zona di operazioni e di fregiarsi delle stellette, come un vero soldato. Arrivò in trincea, aggregato al 14° Reggimento, nel mese di aprile. Fu ferito, e rischiò di perdere un occhio. «Ormai sono diventato l'eroe di Cervignano», scrisse ancora alla sorella: «Non stare in pensiero, a me sembra di essere un piccolo Napoleone».

A metà maggio fu aggregato al 3° Battaglione bersaglieri ciclisti, comandato dal maggiore Paride Razzini. «Figliolo mio ti manca la gamba sinistra, i miei bersaglieri ne hanno finora avute due», gli aveva detto l'ufficiale incontrandolo. «È vero», aveva replicato Toti, «ma io saprò renderle dei servigi preziosi e lei m'apprezzerà». Messo alla prova, fu accettato. Odiava gli austriaci dal profondo del cuore. «La caratteristica degli austriaci sai qual è?», scrisse alla sorella: «che non affrontano attacchi alla baionetta, gettano le armi in terra e si arrendono». Giudizi che riflettevano gli slogan della propaganda di guerra, che aveva bisogno di tenere alto il morale delle truppe, nell'inferno dell'Isonzo. «Sono definitivamente del 3° ciclisti», scrisse il 2 luglio, «e sono il beniamino di tutti». È vero che, ormai, lo conoscevano tutti. Che fosse il "beniamino" è discutibile. Molti commilitoni guardavano con diffidenza quell'uomo che «cercava la bella morte». Un giorno scrisse alla madre: «Gli eroi muoiono tutti, e per una causa provvidenziale questi eroi non soffrono».

La mattina del 6 agosto non avrebbe dovuto trovarsi in prima linea. Il maggiore Razzini se lo trovò lì, invece. Lo invitò a tornare indietro. Toti rispose con orgoglio: «Sono bersagliere ciclista, io. E come tale mi spetta di prender parte all'assalto. Mi dia le bombe».



Una vita da film



Toti non ebbe - come gli altri eroi di cui ci siamo occupati nelle precedenti puntate di questa serie - una citazione nell'Inno nazionale. Non la ebbe semplicemente perché Mameli era scomparso da oltre mezzo secolo. Ma ha avuto ugualmente un posto importante nella memoria degli italiani. Cinquant'anni fa gli fu anche dedicato un film (Bella non piangere, con Ettore Manni, Maria Fiore, Mario Carotenuto e Carlo Delle Piane, regia di David Carbonari), melenso e retorico, ma testimonianza anch'esso della popolarità dell'eroe.

Negli anni Venti circolarono molte biografie del bersagliere mutilato: la sua vita avventurosa si prestava perfettamente come modello di coraggio. Era un "ardito", secondo i canoni dettati da Gabriele D'Annunzio e fatti propri dal regime fascista. Nato a San Giovanni, un quartiere popolare di Roma, si era mostrato irrequieto fin da bambino. Aveva scarsa passione per gli studi. Più di una volta scappò di casa, e in un'occasione fu ritrovato in un accampamento di zingari. Non si può davvero dire che i genitori fossero contenti di lui. Si domandavano come lo si potesse indurre a mettere la testa a posto. L'occasione fu offerta da un concorso in Marina: cercavano mozzi. Enrico aveva allora appena quattordici anni: fu imbarcato. Presto si stancò anche della vita di bordo. Non rispettava la disciplina. «Dopo qualche tempo di vita marinara», raccontò in seguito la sorella Lina, «spinto sempre da quel bisogno di avventure ardimentose e di idealità buone, decise insieme a un suo compagno di lasciare segretamente la nave e di giungere, attraverso a chi sa qual sorta di pericoli, alla Terra del Fuoco, per portare a quelle selvagge popolazioni la civiltà e il benessere». Si salvò dal carcere militare soltanto grazie alla giovanissima età.

Nel 1905, quando aveva ventitré anni, Enrico tornò a Roma. La morte del fratello imponeva un suo maggiore sostegno alla famiglia. Grazie al suo passato di militare (che, all'epoca, era un titolo molto considerato) ottenne un posto come fuochista nelle Ferrovie dello Stato. In un drammatico incidente sul lavoro perse la gamba sinistra. Altre persone avrebbero reagito chiudendosi nella disperazione. Lui (più o meno consapevolmente) trasse dalla menomazione fisica lo stimolo per dimostrare a se stesso e agli altri di possedere un'energia maggiore. «La sua forte anima non si accasciò», raccontò la sorella. «Si formò una concezione forse più alta della vita, pronto a sacrificarla per un qualsiasi bene, a vantaggio dei suoi simili. Privo della gamba, si valse della bicicletta per continuare la sua vita operosa e sportiva. Continuò pure da solo gli studi». Si dedicò al disegno, e alle invenzioni (alcune piuttosto stravaganti: uno spazzolino protettore per biciclette, una benda di sicurezza per cavalli, un segnapunti per giocatori, un apparecchio da applicare ai bicchieri per evitare la trasmissione di malattie contagiose). Fondò una piccola fabbrica di giocattoli e soprammobili in legno (con tre o quattro operai). Partecipò a una gara di nuoto nel Tevere, dove vinse la medaglia d'argento. Un giornale scrisse che «nel suo rione era diventato popolarissimo, e donava a chi era più povero di lui tutto quel che guadagnava, e spesso dava manforte alla polizia contro i teppisti più arroganti e facinorosi».

Nel 1911 decise di compiere un'impresa che lo avrebbe consegnato alla storia (o, quanto meno, alla cronaca). Quell'anno, a Roma, si celebrava il cinquantenario dell'Unità di Italia. La città ospitava l'Esposizione Universale. Dall'arco monumentale dell'Expo, Enrico Toti partì per compiere il giro d'Europa in bicicletta. Ne parlarono tutti i giornali, non soltanto italiani. Ecco un brano autobiografico dell'impresa: «Attraversai tutta la Francia, il Belgio, l'Olanda, la Germania, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia. Arrivai al Circolo Polare Artico, e convissi, a causa del ghiaccio, qualche tempo con gli esquimesi in Lapponia. Di là in Finlandia, poi in Russia e da Pietrogrado, attraverso le innumerevoli steppe, giunsi a Mosca. Attraversai la regione dei Turcomanni, la Polonia, l'Austria fino a che giunsi a Roma, in famiglia. Dopo qualche mese di riposo andai in Alessandria e percorsi lungo il Nilo, tutto l'Egitto, la Nubia arrivando fin sotto l'Equatore nel Sudan, poco lungi dal Congo. Percorsi nel mio giro di esplorazione circa ventimila chilometri».

Al ritorno da questa avventura - che gli aveva donato una discreta popolarità - si esibì per un certo tempo nei teatri. Le locandine annunciavano «l'homme qui fait le tour du monde en bicyclette avec une jambe seulement» (l'uomo che ha fatto il giro del mondo in bicicletta con una gamba sola). Un'attrazione da circo.

Lo spirito d'avventura era certamente appagato, ma accompagnato dall'amarezza di essere giudicato come un fenomeno da baraccone. La guerra fu, per lui, l'occasione per dimostrare di essere un coraggioso e un patriota: per fondere le sue qualità atletiche e la sua forza d'animo con una causa giusta, nobile e importante. Si schierò subito fra gli interventisti. Sopra la canottiera si era cucita la bandiera tricolore: sognava di entrare per primo a Trieste e issare la bandiera su San Giusto.

Era ossessionato da quest'idea, e fece di tutto per realizzarla. Sui muri d'Italia - in quel lontanissimo 1916 - apparivano scritte del genere «Tutti al Piave o tutti accoppati». La vita in trincea era terribile. S'era capito che la vittoria non era a portata di mano, che avrebbe richiesto molte vittime, molti sacrifici, molta fatica e molto dolore. C'era bisogno di eroi, per galvanizzare le truppe. Toti era lì, esattamente con questo compito e con questo obiettivo. Era disposto a sacrificarsi, ad andare incontro alla morte, fornendo un esempio a quelli che combattevano accanto a lui. Si dette un appuntamento con la morte il 6 agosto, sulla Quota 85. Gettò il cuore e la stampella oltre l'ostacolo. Divenne, finalmente, un eroe.

Filippo Malatesta