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Un gesto che è rimasto nella memoria
comune. Un'icona del coraggio, e dell'amor di patria. L'uomo, il
mutilato, che lancia la stampella contro il nemico. È ferito, il
suo destino è già segnato. Non si arrende, lui che avrebbe potuto
evitare di trovarsi in prima linea, lui che - viceversa - ha
brigato per trovarsi lì, faccia a faccia con il nemico. Ha
implorato di essere arruolato come volontario, ha insistito per
avere un'uniforme. Un eroe del Novecento, uno dei primi eroi del
Novecento. Una storia documentata, ricca di testimonianze e di
cronache. Non sono passati neppure cent'anni da quel 6 agosto 1916,
ed è naturale che i contorni della storia siano limpidi e precisi,
non sfumati e incerti (persino controversi) come le vicende di
Balilla, o di Ferrucci, di Alberto da Giussano o dei Vespri
Siciliani. Per raccontare (sia pure con la prosa barocca e
ampollosa dei decreti ufficiali) quel momento è sufficiente la
motivazione della medaglia d'oro al valor militare concessa a Toti:
«Volontario quantunque privo della gamba sinistra, dopo aver reso
importanti servizi nei fatti d'armi dell'aprile a Quota 70 - est di
Selz - il 6 agosto nel combattimento che condusse all'occupazione
di Quota 85 - est di Monfalcone - lanciavasi arditamente sulla
trincea nemica continuando a combattere con ardore quantunque già
due volte ferito. Colpito a morte da un terzo proiettile, con
esaltazione eroica lanciava al nemico la gruccia, e spirava
baciando il piumetto con stoicismo degno di quell'anima altamente
italiana».
La Grande Guerra fu un banco di
prova per lo spirito patriottico, l'occasione attesa e sperata per
portare a compimento il processo di unità nazionale, rispondendo
all'appello degli irredentisti che volevano che anche Trento e
Trieste potessero esporre il tricolore alle loro finestre. Ma fu
anche uno spaventoso bagno di sangue. Il prezzo pagato dall'Italia
fu di 650mila caduti, 947mila feriti, 600mila fra prigionieri e
dispersi. E un numero incalcolabile di eroi, molti dei quali
rimasti sconosciuti e sfuggiti persino all'occhio attento dei
giornali che - per la prima volta - raccontavano quotidianamente
(ma non sempre in modo tempestivo, date le difficoltà di
comunicazione di allora) quel che accadeva al fronte.
IL RESOCONTO DELLA DOMENICA.
L'atto supremo di Enrico Toti fu celebrato da tutta la stampa. La
Domenica del Corriere ne dette un resoconto un mese e mezzo più
tardi (nel numero datato 24 settembre-1° ottobre 1916), con la
tavola di Achille Beltrame in copertina. Per questo (come omaggio
al rilievo che quel settimanale dette al conflitto), abbiamo scelto
proprio il testo della Domenica. Eccolo, integrale: «Enrico Toti
era un volontario perché avendo una sola gamba, era esente da ogni
obbligo militare. Romano del popolo, egli aveva a vent'anni servito
nei bersaglieri. Congedato ed entrato nelle Ferrovie dello Stato,
era stato travolto da un treno e gli avevano amputato la gamba
sinistra. Non s'era scoraggiato: aveva fondato a Roma una piccola
industria; v'impiegava tre o quattro operai e, tra la pensione e
quel suo lavoro, s'era assicurata una vita abbastanza agiata. Ma
l'agiatezza senza rischi non era la felicità pel suo animo
intrepido. A forza di costanza e d'allenamento era riuscito, per
liberarsi qualche volta dalle grucce, a correre in bicicletta e a
nuotare tanto agilmente che aveva partecipato nel Tevere a gare di
nuoto con buon successo e aveva attraversato tutta l'Europa, fino
in Lapponia, sulla sua bicicletta, da solo. Quando scoppiò la
guerra, Enrico Toti mandò una supplica al ministro della Guerra
perché gli permettesse di tornare bersagliere. La domanda fu
respinta. Non si stancò: la ripeté tre volte, enumerando le sue
capacità sportive, dicendosi pronto a tutto, ai lavori più duri e
ai compiti più umili. Riuscì a presentarsi al Comando della 3a
Armata. Il Duca d'Aosta, buon soldato che sa il pregio dei valori
morali, a vederlo così fervido, generoso e instancabile, gli
permise di restar lì. Per molti mesi fu adoperato come port'ordini,
come portalettere, come piantone. Finalmente nel gennaio scorso il
maggiore Razzini, comandante del 3° bersaglieri ciclisti, gli
permise di restare in trincea: fu una vedetta impareggiabile;
lavorò da minatore, da sterratore, da portatore. Ma quando, il 6
agosto, al suo battaglione fu dato l'ordine di attaccare la cima di
Quota 85, volle ad ogni costo seguire i compagni. E, per ripetere
le parole del suo colonnello, "fra i primi arrivò sulla trincea
nemica lanciando bombe e lottando come poté con fucile", perché
aveva imparato a mirare e a sparare stringendo il calcio del fucile
sotto l'ascella destra, e sostenendosi con l'ascella sinistra sulla
gruccia. Fu ferito tre volte. Grondava sangue, sparava e gridava ai
suoi compagni: "Viva l'Italia! Viva Trieste! Viva i bersaglieri!".
Alla terza ferita cadde a terra, si rialzò, fece ancora pochi
passi; poi, appoggiandosi al fucile, afferrò con la destra la sua
gruccia, il misero segno della sua debolezza che per amor della
Patria egli aveva saputo mutare in forza e in eroismo, e la scagliò
come uno scherno contro il nemico in fuga. E ricadde, morto».
I VOLONTARI. Era un uomo
coraggioso, Enrico Toti. E romantico. Aveva dimostrato fin da
ragazzo quali fossero le sue qualità. L'incidente in cui aveva
perso la gamba non lo aveva abbattuto. Aveva reagito alla
mutilazione non modificando affatto le proprie abitudini di vita.
Anzi: sulla sua bicicletta con un solo pedale aveva fatto il giro
d'Europa. Era attivissimo, sorridente, disponibile con tutti.
Dedicava grande entusiasmo anche ad aiutare gli altri.
Quando scoppiò la guerra si mise in
testa che aveva il diritto di parteciparvi. Era un patriota,
Enrico, e non intendeva restare a casa. Partì come volontario. In
una recente biografia dell'eroe, Lucio Fabi ha ricordato che «il
gesto, bizzarro e temerario, non era, al tempo, inusuale. Su tutti
i fronti, infatti, i giornali e le corrispondenze dei soldati
narravano di giovinetti volontari, anche di donne che, in uniforme,
tentavano di mescolarsi ai soldati per raggiungere il loro uomo o
per spirito di avventura patriottica». Un giornale, a metà maggio
del 1915, riportò due esempi: «La maestra Luigia Giappi a Bologna,
la pollivendola Gioconda Sirelli a Milano, che avevano vestito
l'abito del soldato per recarsi a combattere, furono scoperte al
momento della partenza e rimandate l'una alla sua scuola, l'altra
al suo commercio, in attesa che la Croce Rossa le incorpori tra le
sue fila». Un mese più tardi fu segnalata la presenza, fra i
soldati del Carso, di un bambino di 12 anni, "volontario
esploratore", e di un sedicenne impiegato nel "parco
automobilistico". Qualche mese dopo un settantenne garibaldino morì
sul Podgora.

Toti era fra questi ostinati che
volevano a tutti i costi servire la patria. Si presentò al Comando
degli alpini, e fu respinto. Poi andò a Cervignano, che era
l'ultimo scalo ferroviario prima delle retrovie. Lì c'era la
"burocrazia di guerra", si organizzava la logistica, si smistavano
gli uomini. Ottenne di diventare "porta ordini civile". Avrebbe
fatto il postino. Ritirava la posta nei punti di raccolta dei
diversi reparti e la portava alla stazione di Cervignano, da dove
veniva smistata verso l'interno. Non contento, tentò più volte di
oltrepassare il limite della zona destinata ai borghesi per
raggiungere il fronte. Nelle lettere alla sorella raccontava di
dover combattere due guerre: una contro il nemico austriaco e
l'altra contro quelli che gli impedivano di raggiungere il fronte.
Il 5 luglio 1915 scrisse: «Stavo per entrare in trincea verso
Cormons: venni scoperto, fu avvertito il generale, e la tenenza dei
Carabinieri mi indirizzò indietro per una strada più breve».
IL DUCA D'AOSTA. All'inizio
del 1916 fu chiamato a svolgere incarichi speciali «che
difficilmente avrebbero messo in pericolo la sua vita». Non gli
bastava. Indirizzò una supplica al comandante della Terza Armata,
Emanuele Filiberto duca d'Aosta. «Le giuro che ho del fegato»,
scrisse, «e qualunque impresa, anche la più difficile, se mi
venisse ordinata la eseguirei senza indugio. Se lo voglio sono
invisibile, e potrei - sono sicuro - penetrare nel campo nemico e
studiarne le posizioni, scoprire le batterie, senza da essi essere
veduto». La supplica convinse il duca, e Toti ebbe il permesso di
rimanere in zona di operazioni e di fregiarsi delle stellette, come
un vero soldato. Arrivò in trincea, aggregato al 14° Reggimento,
nel mese di aprile. Fu ferito, e rischiò di perdere un occhio.
«Ormai sono diventato l'eroe di Cervignano», scrisse ancora alla
sorella: «Non stare in pensiero, a me sembra di essere un piccolo
Napoleone».
A metà maggio fu aggregato al 3°
Battaglione bersaglieri ciclisti, comandato dal maggiore Paride
Razzini. «Figliolo mio ti manca la gamba sinistra, i miei
bersaglieri ne hanno finora avute due», gli aveva detto l'ufficiale
incontrandolo. «È vero», aveva replicato Toti, «ma io saprò
renderle dei servigi preziosi e lei m'apprezzerà». Messo alla
prova, fu accettato. Odiava gli austriaci dal profondo del cuore.
«La caratteristica degli austriaci sai qual è?», scrisse alla
sorella: «che non affrontano attacchi alla baionetta, gettano le
armi in terra e si arrendono». Giudizi che riflettevano gli slogan
della propaganda di guerra, che aveva bisogno di tenere alto il
morale delle truppe, nell'inferno dell'Isonzo. «Sono
definitivamente del 3° ciclisti», scrisse il 2 luglio, «e sono il
beniamino di tutti». È vero che, ormai, lo conoscevano tutti. Che
fosse il "beniamino" è discutibile. Molti commilitoni guardavano
con diffidenza quell'uomo che «cercava la bella morte». Un giorno
scrisse alla madre: «Gli eroi muoiono tutti, e per una causa
provvidenziale questi eroi non soffrono».
La mattina del 6 agosto non avrebbe
dovuto trovarsi in prima linea. Il maggiore Razzini se lo trovò lì,
invece. Lo invitò a tornare indietro. Toti rispose con orgoglio:
«Sono bersagliere ciclista, io. E come tale mi spetta di prender
parte all'assalto. Mi dia le bombe».
Una
vita da film
Toti non ebbe - come gli altri eroi
di cui ci siamo occupati nelle precedenti puntate di questa serie -
una citazione nell'Inno nazionale. Non la ebbe semplicemente perché
Mameli era scomparso da oltre mezzo secolo. Ma ha avuto ugualmente
un posto importante nella memoria degli italiani. Cinquant'anni fa
gli fu anche dedicato un film (Bella non piangere, con Ettore
Manni, Maria Fiore, Mario Carotenuto e Carlo Delle Piane, regia di
David Carbonari), melenso e retorico, ma testimonianza anch'esso
della popolarità dell'eroe.
Negli anni Venti circolarono molte
biografie del bersagliere mutilato: la sua vita avventurosa si
prestava perfettamente come modello di coraggio. Era un "ardito",
secondo i canoni dettati da Gabriele D'Annunzio e fatti propri dal
regime fascista. Nato a San Giovanni, un quartiere popolare di
Roma, si era mostrato irrequieto fin da bambino. Aveva scarsa
passione per gli studi. Più di una volta scappò di casa, e in
un'occasione fu ritrovato in un accampamento di zingari. Non si può
davvero dire che i genitori fossero contenti di lui. Si domandavano
come lo si potesse indurre a mettere la testa a posto. L'occasione
fu offerta da un concorso in Marina: cercavano mozzi. Enrico aveva
allora appena quattordici anni: fu imbarcato. Presto si stancò
anche della vita di bordo. Non rispettava la disciplina. «Dopo
qualche tempo di vita marinara», raccontò in seguito la sorella
Lina, «spinto sempre da quel bisogno di avventure ardimentose e di
idealità buone, decise insieme a un suo compagno di lasciare
segretamente la nave e di giungere, attraverso a chi sa qual sorta
di pericoli, alla Terra del Fuoco, per portare a quelle selvagge
popolazioni la civiltà e il benessere». Si salvò dal carcere
militare soltanto grazie alla giovanissima età.
Nel 1905, quando aveva ventitré
anni, Enrico tornò a Roma. La morte del fratello imponeva un suo
maggiore sostegno alla famiglia. Grazie al suo passato di militare
(che, all'epoca, era un titolo molto considerato) ottenne un posto
come fuochista nelle Ferrovie dello Stato. In un drammatico
incidente sul lavoro perse la gamba sinistra. Altre persone
avrebbero reagito chiudendosi nella disperazione. Lui (più o meno
consapevolmente) trasse dalla menomazione fisica lo stimolo per
dimostrare a se stesso e agli altri di possedere un'energia
maggiore. «La sua forte anima non si accasciò», raccontò la
sorella. «Si formò una concezione forse più alta della vita, pronto
a sacrificarla per un qualsiasi bene, a vantaggio dei suoi simili.
Privo della gamba, si valse della bicicletta per continuare la sua
vita operosa e sportiva. Continuò pure da solo gli studi». Si
dedicò al disegno, e alle invenzioni (alcune piuttosto stravaganti:
uno spazzolino protettore per biciclette, una benda di sicurezza
per cavalli, un segnapunti per giocatori, un apparecchio da
applicare ai bicchieri per evitare la trasmissione di malattie
contagiose). Fondò una piccola fabbrica di giocattoli e
soprammobili in legno (con tre o quattro operai). Partecipò a una
gara di nuoto nel Tevere, dove vinse la medaglia d'argento. Un
giornale scrisse che «nel suo rione era diventato popolarissimo, e
donava a chi era più povero di lui tutto quel che guadagnava, e
spesso dava manforte alla polizia contro i teppisti più arroganti e
facinorosi».
Nel 1911 decise di compiere
un'impresa che lo avrebbe consegnato alla storia (o, quanto meno,
alla cronaca). Quell'anno, a Roma, si celebrava il cinquantenario
dell'Unità di Italia. La città ospitava l'Esposizione Universale.
Dall'arco monumentale dell'Expo, Enrico Toti partì per compiere il
giro d'Europa in bicicletta. Ne parlarono tutti i giornali, non
soltanto italiani. Ecco un brano autobiografico dell'impresa:
«Attraversai tutta la Francia, il Belgio, l'Olanda, la Germania, la
Danimarca, la Svezia e la Norvegia. Arrivai al Circolo Polare
Artico, e convissi, a causa del ghiaccio, qualche tempo con gli
esquimesi in Lapponia. Di là in Finlandia, poi in Russia e da
Pietrogrado, attraverso le innumerevoli steppe, giunsi a Mosca.
Attraversai la regione dei Turcomanni, la Polonia, l'Austria fino a
che giunsi a Roma, in famiglia. Dopo qualche mese di riposo andai
in Alessandria e percorsi lungo il Nilo, tutto l'Egitto, la Nubia
arrivando fin sotto l'Equatore nel Sudan, poco lungi dal Congo.
Percorsi nel mio giro di esplorazione circa ventimila
chilometri».
Al ritorno da questa avventura - che
gli aveva donato una discreta popolarità - si esibì per un certo
tempo nei teatri. Le locandine annunciavano «l'homme qui fait le
tour du monde en bicyclette avec une jambe seulement» (l'uomo che
ha fatto il giro del mondo in bicicletta con una gamba sola).
Un'attrazione da circo.
Lo spirito d'avventura era
certamente appagato, ma accompagnato dall'amarezza di essere
giudicato come un fenomeno da baraccone. La guerra fu, per lui,
l'occasione per dimostrare di essere un coraggioso e un patriota:
per fondere le sue qualità atletiche e la sua forza d'animo con una
causa giusta, nobile e importante. Si schierò subito fra gli
interventisti. Sopra la canottiera si era cucita la bandiera
tricolore: sognava di entrare per primo a Trieste e issare la
bandiera su San Giusto.
Era ossessionato da quest'idea, e
fece di tutto per realizzarla. Sui muri d'Italia - in quel
lontanissimo 1916 - apparivano scritte del genere «Tutti al Piave o
tutti accoppati». La vita in trincea era terribile. S'era capito
che la vittoria non era a portata di mano, che avrebbe richiesto
molte vittime, molti sacrifici, molta fatica e molto dolore. C'era
bisogno di eroi, per galvanizzare le truppe. Toti era lì,
esattamente con questo compito e con questo obiettivo. Era disposto
a sacrificarsi, ad andare incontro alla morte, fornendo un esempio
a quelli che combattevano accanto a lui. Si dette un appuntamento
con la morte il 6 agosto, sulla Quota 85. Gettò il cuore e la
stampella oltre l'ostacolo. Divenne, finalmente, un
eroe. |