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Il Signore dell'euro

Ritratto di Jean-Claude Trichet, il «duro e puro» dell'economia francese succeduto a Wim Duisenberg alla presidenza della Banca Centrale Europea

Una recente immagine di Jean-Claude Trichet, l'ingegnere francese specializzato in economia, oggi presidente della Bce

Raccontano che durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, la segreteria del Ministero degli Esteri francese telefonò a casa Trichet per parlare con Aline, traduttrice dal russo. «Un attimo, per favore, vedo se c'è», disse il marito senza batter ciglio. Incredibile: erano le due del mattino. Ma a rispondere era Jean-Claude Trichet, dal primo novembre 2003 Presidente della Bce, la Banca Centrale Europea, un uomo che della riservatezza e dell'aplomb (anglosassone, anche se lui è francese) ha fatto la sua seconda natura. Mai una gaffe, una parola di troppo, un lapsus, una domanda che potesse suonare inopportuna o una risposta fuori luogo. Nei dieci anni che ha guidato la Banca di Francia, Trichet ha intrattenuto i giornalisti invitandoli a pranzo, tenendo incontri off records, rispondendo di persona al telefono. Ha sempre spiegato, cercato di convincere. E non ha mai detto nulla che non dovesse dire. Un perfetto servitore del suo Stato, e ora dell'Europa, un irreprensibile rappresentante dell'establishment francese, colto, preparato e diplomatico. Sessantaquattro anni (Lione, 1942), di lui si dice che abbia un solo difetto: quello di non avere nemici. O, forse, un nemico ce l'ha: l'inflazione.

Salito alla guida della Banca centrale francese in un momento drammatico, un anno dopo la tempesta valutaria del 1992, il nuovo Governatore sposò subito i principi della stabilità monetaria allora targati Bundesbank e fece della lotta all'inflazione, della difesa della moneta forte e del risanamento dei conti pubblici il suo obiettivo, tanto da guadagnarsi in quegli anni due soprannomi: "Ayatollah du Franc Fort" e "Hans-Claude Trichmeyer", quasi fosse un camaleonte capace di assumere i tratti di Jean-Claude Trichet e anche quelli di Hans Tietmeyer, all'epoca ai vertici della Banca centrale tedesca e fra i più convinti sostenitori della necessità di avere un marco competitivo. Fu allora che si cominciò a parlare di Trichet come di un «duro e puro» dell'economia, un francese «più tedesco di un tedesco», un uomo gentile ma dalle convinzioni granitiche, disposto a tutto pur di difendere le sue idee. Come avvenne nel 1995, quando attirò su di sé gli strali del governo per essersi rifiutato di abbassare i tassi di interesse per stimolare la crescita economica. Fu accusato di essere all'origine della crisi del suo Paese e dell'elevato tasso di disoccupazione. Lui tenne duro per garantire la stabilità dei prezzi e l'indipendenza della Banca centrale. Una politica vincente e anche una lezione nei confronti dei politici ai quali Trichet continua a ripetere ancora oggi la necessità del rigore, della stabilità dei prezzi e della moneta forte.

Non a caso, al suo esordio come Presidente della Bce, dinanzi alla Commissione economica e finanziaria del Parlamento europeo, ha usato poche e chiare parole: «Il Patto di stabilità va applicato così come è, e tutti gli Stati aderenti devono dimostrarsi all'altezza della proprie responsabilità». Una risposta, neppure tanto indiretta, a quei politici di Eurolandia che da tempo premono per un allentamento dei vincoli di bilancio stabiliti a suo tempo dal Trattato di Maastricht. Qualche giorno dopo, a chi gli chiedeva se avrebbe continuato a difendere con la stessa severità del suo predecessore Wim Duisenberg l'obbligo di contenere i deficit pubblici entro il 3 per cento, benché i francesi non fossero molto d'accordo, ha detto: «Naturalmente, il limite del 3 per cento del prodotto lordo è un'invenzione francese». Un understatement garbato: fu lui in persona a proporlo nelle trattative per stilare il Trattato di Maastricht. Roba sua, il rigore. Ma lui non lo dirà mai.

Affabile, spiritoso e sempre elegante, Jean-Claude Trichet, da buon banchiere centrale, dice e non dice. Il più delle volte, suggerisce. È un'arte della parola, la sua. Del resto, a vent'anni scriveva poesie. Adesso, assicura, si limita a leggerle e a declamarle, perché, spiega, «la poesia è nata per essere recitata». Ne sa molte a memoria, e caso strano due dei suoi autori preferiti, due grandi della letteratura francese, Charles Baudelaire e Paul Valéry, ebbero notoriamente un pessimo rapporto col denaro. Il terzo preferito è François René Chateaubriand. Una sua poesia - assicurano i bene informati - l'avrebbe recitata a voce alta sulle mura della città dei suoi avi, Saint-Malo, dove nacque Chateaubriand e dove, al porto, c'è anche un Quai Trichet. Per il resto, frequentazioni letterarie più moderne, come lo scrittore Julien Gracq e il malinconico e bizzarro Georges Perec, l'autore di La vita, istruzioni per l'uso.

Ma un po' bizzarro lo è anche Jean-Claude Trichet. È un esperto, lui. E pubblicamente dice di non fidarsi troppo degli esperti. «Ne sbagliano», assicura, «una su due». È un esperto in economia, naturalmente, il signore dell'euro e prima ancora del franco francese. Ma è laureato in Ingegneria mineraria all'École des Mines di Nancy. Durante il tirocinio è anche sceso in un pozzo carbonifero ed ha attaccato la roccia con un martello pneumatico. «Ho conosciuto», ha raccontato molti anni dopo ricordando la temperatura soffocante delle lunghe gallerie di Auchel, «la fatica dei minatori descritta da Émile Zola. È stato uno shock culturale».

Insomma, un francese in tutto e per tutto: intellettuale ed elegante, appassionato di retorica e sufficientemente pragmatico. Soprattutto, come ogni francese, un vero innamorato del suo Paese. Forse per questo Trichet ha studiato esclusivamente in Francia, cosa davvero rara tra chi oggi si occupa di economia nel mondo. Eppure è vero: nessuno è profeta in patria, tanto che a volte in Francia Trichet è stato considerato quasi un alieno, una specie di marziano che si era introdotto nei palazzi del potere per indurli ad adottare politiche, non da tutti condivise, che premiassero il rigore, l'autonomia della Banca centrale, la lotta contro l'inflazione, il giudizio dei mercati. Scelte che hanno dato i loro frutti, tanto da permettere alla Francia di passare senza traumi all'euro e di godere in quegli anni di una delle migliori crescite economiche europee.

Naturale che, alla nascita dell'euro, proprio Jean-Claude Trichet fosse il candidato francese alla presidenza della Banca centrale europea. A lui i tedeschi opposero Wim Duisenberg e la soluzione che venne fuori nella notte del 2 maggio 1998 fu di compromesso: Trichet sarebbe subentrato all'olandese in un secondo momento, cosa puntualmente verificatasi. Ora è lui, un economista amico di molti scrittori e amante della moda italiana, a comparire in tv con le sue camicie rigorosamente a righe o celesti e a mettere la sua firma sulle banconote che portiamo in tasca. Dalla strenua lotta in difesa del "franco forte" all'Eurotower di Francoforte. E oggi come allora lo stesso e unico nemico: l'inflazione.

Arturo Saitta